Della pacifica notte infrangiamo il silenzio

Gabriel Fauré (1845 - 4 novembre 1924): Cantique de Jean Racine per coro e organo op. 11 (1864-65). Choir of St John’s College.

Il testo di Racine è una traduzione francese dell’inno latino Consors paterni luminis, attribuito a sant’Ambrogio (Aurelius Ambrosius).

Verbe égal au Très-Haut, notre unique espérance,
Jour éternel de la terre et des cieux,
De la paisible nuit nous rompons le silence:
Divin Sauveur, jette sur nous les yeux.

Répands sur nous le feu de Ta grâce puissante;
Que tout l’enfer fuie au son de Ta voix;
Dissipe le sommeil d’une âme languissante
Qui la conduit à l’oubli de Tes lois!

Ô Christ ! sois favorable à ce peuple fidèle,
Pour Te bénir maintenant rassemblé;
Reçois les chants qu’il offre à Ta gloire immortelle,
Et de Tes dons qu’il retourne comblé.

7 pensieri riguardo “Della pacifica notte infrangiamo il silenzio

  1. Simply wonderful! Beautiful. It is hard to believe that Faure wrote this before he was 20! I’m not sure, but was he a choirboy? The glory of God is surely heard in his music. 🙏 Whilst my father didn’t compose much, his schooling began as a 7 year old chorister at Manchester Cathedral, and church music ran through his veins, everyday of his life.

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    1. Fauré showed his musical talents as a child: at the age of 9 he began studying at the École Niedermeyer in Paris, where he was trained to become a church organist and a choirmaster. His Requiem, to which I will dedicate the next post, is a very evocative composition, considered his masterpiece.

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  2. Fauré compose questo pezzo per un concorso interno dell’École Niedermeyer di Parigi, incoraggiato dal suo insegnante di pianoforte avanzato Camille Saint-Saëns, il quale vedeva in lui un notevole talento per la composizione.

    Dopo una prima partecipazione al concorso con un brano per cinque voci e orchestra basato sul Salmo 137, Super flumina babilonis – il quale gli valse solo una menzione, non avendo rispettato tutte le regole concorsuali, Fauré decise di riprovarci scrivendo il Cantique de Jean Racine, ricevendo stavolta l’agognato premio.

    La prima esecuzione dell’opera risale al 4 agosto 1866, nella versione per archi e organo, con il compositore stesso alla console, in occasione dell’inaugurazione del nuovo strumento dell’abbazia Saint-Savour di Montivilliers. Il pezzo fu dedicato a César Franck, il quale lo diresse in un concerto pubblico il 15 maggio 1875.

    Una nuova versione orchestrale, senza organo e con l’aggiunta dei fiati, vide la luce il 28 gennaio 1906, almeno secondo i programmi della Société de Concerts du Conservatoire. In ogni caso, nessuna delle due versioni orchestrali fu pubblicata.

    Il testo francese, intitolato Verbe égal au Très-Haut, fu pubblicato da Racine nella raccolta Hymnes traduites du Bréviaire romain (1688). Fauré battezzò la sua composizione con il nome di Racine e non con l’originale latino perché preferiva “l’eleganza e la floridità” del testo in francese.

    La traduzione, peraltro, presenta diversi riferimenti al movimento filosofico-religioso del Giansenismo, il quale proponeva un’interpretazione del cattolicesimo sulla base della teologia elaborata da Giansenio, vescovo e teologo olandese, nel XVII secolo.

    Si può riscontrare, infatti, un’assenza della menzione diretta della paternità divina, mentre nel testo originale il riferimento è duplice. Ancora, il testo tradotto spinge il credente a spogliarsi del peso del peccato, a differenza dell’inno latino che lo esorta a risvegliarsi nel cuore della notte per pregare ed evitare di cadere nell’accidia. Infine, il testo francese parla del “giorno eterno”, mentre l’originale parla solo di “luce divina”. Ciò mostra come Racine sia meno vicino a una salvezza e a una divinità rispetto all’originale medievale.

    Il brano – nella tonalità di Re bemolle maggiore e in tempo di 4/4, con indicazione di tempo “Andante” – inizia con una dolce melodia affidata all’imitazione delle voci, accompagnate da un basso tranquillo e caratterizzate da un ritmo terzinato nella parte intermedia.

    Il coro entra una voce dopo l’altra, iniziando dalla voce inferiore e ogni voce introduce metà di un verso, mentre le voci inferiori accompagnano in omofonia. La seconda strofa è separata dalla prima da un breve interludio, mentre le altre due strofe seguono subito dopo come una ripresa.

    La scrittura corale, trasparente e ben bilanciata, richiama la musica di Mendelssohn e di Gounod, anche se è gia visibile lo stile personale del compositore.

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