Hyacinthe Jadin (27 aprile 1776 - 1800): Sonata in mi bemolle maggiore per violino e fortepiano op. 3 n. 1 (1795). Robert Bachara, violino; Marek Toporowski, fortepiano.
- Allegro moderato
- Allegro poco agitato
Nel I movimento, a 0:14, una reminiscenza mozartiana, o clementiana, mozartianclementiana 🙂
L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni
Hyacinthe Jadin: l’anima fiammeggiante del preromanticismo francese
Una dinastia al servizio della musica
Hyacinthe Jadin nacque in una famiglia dove la musica era il linguaggio quotidiano. Originari del Belgio, i Jadin si trasferirono a Versailles nel 1760, dove il padre François e lo zio Georges prestarono servizio come fagottisti presso la Cappella reale. In questo ambiente stimolante, il giovane crebbe insieme al fratello Louis-Emmanuel, che sarebbe diventato a sua volta un prolifico compositore. La sua formazione fu d’eccellenza: dopo i primi rudimenti appresi dal padre, studiò con Nicolas-Joseph Hüllmandel, un allievo di C.P.E. Bach. Il talento di Jadin emerse prestissimo: la sua prima composizione pubblicata risale a quando aveva soli nove anni.
Tra Rivoluzione e Conservatorio: un’ascesa fulminea
La carriera del giovane si intrecciò indissolubilmente con i turbamenti della Rivoluzione francese. Già a tredici anni si esibì come pianista al Concert Spirituel, ottenendo i favori della critica. Con la caduta della monarchia, lui e suo fratello si arruolarono nella Guardia nazionale, partecipando attivamente alle celebrazioni patriottiche e ai concerti dell’Istituto nazionale di musica. La sua consacrazione professionale avvenne nel 1795 quando, a soli diciannove anni, fu nominato professore di pianoforte presso il neonato Conservatorio di Parigi. Tra il 1796 e il 1797, le sue esibizioni al Théâtre Feydeau gli garantirono il definitivo riconoscimento del pubblico parigino come uno dei pianisti e compositori più brillanti della sua generazione.
Uno stile sospeso tra Sturm und Drang e sensibilità schubertiana
Sebbene Jadin sia stato spesso messo in ombra dalla longevità del fratello o dimenticato a causa della sua morte prematura, la critica moderna lo riconosce come l’esponente più originale del preromanticismo francese. La sua musica non è un semplice esercizio di stile settecentesco: influenzato profondamente dal movimento tedesco Sturm und Drang, egli infuse nelle sue opere una profondità emotiva e una malinconia sorprendenti. Nelle sue composizioni cameristiche si avvertono gli echi di Haydn e Mozart, ma è nelle sonate per pianoforte (in particolare quella in fa diesis minore op. 4 n. 2) che sembra anticipare la sensibilità lirica di Schubert. La sua scrittura è stata definita «stupefacente per sensibilità e profondità», capace di passare da un virtuosismo brillante a momenti di introspezione quasi profetica.
La fine prematura e l’eredità perduta
La sua vita fu spezzata dalla tubercolosi a soli 24 anni. La sua salute era così precaria che persino il ministro dell’interno, Lucien Bonaparte, intervenne personalmente per evitargli la coscrizione nelle armate napoleoniche. Dopo un’ultima, commovente apparizione pubblica nel settembre 1800 al fianco del violinista Pierre Rode, Jadin morì di consunzione il 27 dello stesso mese. Il suo catalogo, pur limitato dalla brevità della sua esistenza, è prezioso: comprende 3 concerti per pianoforte, 12 quartetti per archi, numerose sonate per tastiera (alcune purtroppo perdute) e diverse opere vocali di stampo rivoluzionario. Nonostante sia rimasto a lungo un “compositore per specialisti”, la riscoperta recente delle sue opere attraverso registrazioni integrali sta restituendo al compositore il posto che merita nella storia della musica: quello di un genio precoce che ha saputo traghettare il Classicismo verso le tempeste del Romanticismo.
La Sonata in mi bemolle maggiore per violino e fortepiano
Si tratta del primo brano dell’op. 3, la raccolta che rappresenta il culmine della maturità compositiva di Jadin, nonostante la giovanissima età. In quest’epoca, la sonata per tastiera “con accompagnamento di violino” stava scomparendo per lasciare spazio a un vero duo paritetico. In questa sonata, Jadin affida al violino un ruolo lirico e strutturale non più subordinato, sfruttando al contempo le capacità dinamiche del fortepiano di fine Settecento.
Il primo movimento si apre con un tema solenne in mi bemolle maggiore, caratterizzato da un’andatura nobile e misurata. Fin dalle prime battute, si nota come il compositore non si accontenti di una scrittura puramente virtuosistica: il fortepiano espone un motivo cordale solido, a cui il violino risponde con una linea melodica morbida e ascendente. La struttura segue la forma-sonata classica e, dopo l’esposizione del primo tema, si ha una transizione che conduce verso territori tonali più distanti. È qui che emerge la modernità di Jadin: l’uso di improvvisi cambi di registro e di modulazioni inaspettate crea una tensione emotiva che ricorda molto da vicino lo stile di Haydn, ma con una grazia tipicamente parigina. Verso la metà del movimento, il dialogo tra i due strumenti si fa serrato, con il violino che tesse trame di semicrome mentre il fortepiano sostiene l’armonia con un tocco leggero e incisivo. Il momento più affascinante risiede tuttavia nello sviluppo centrale, dove il compositore vira verso tonalità minori, introducendo quel senso di “sensibilità e profondità” citato nella sua biografia. Il fortepiano utilizza i bassi in modo più percussivo, mentre il violino si lancia in arcate più lunghe e patetiche. La ripresa del tema principale riporta l’ordine, ma l’ascoltatore rimane con la sensazione che, sotto la superficie solare del mi bemolle maggiore, si nasconda un’inquietudine preromantica.
Il secondo e ultimo movimento segna un cambio di passo deciso, con l’indicazione “poco agitato” che si configura come la chiave di lettura dell’intero brano. Non siamo di fronte a un finale brillante e spensierato, ma a una pagina carica di energia nervosa e ritmo incalzante. Il tema principale è basato su un motivo saltellante e sincopato del fortepiano, a cui il violino si unisce quasi immediatamente con un controcanto inquieto. La rapidità delle scale e la precisione del fraseggio richiesto sono testimonianza del virtuosismo pianistico del compositore. Qui il fortepiano funge da motore ritmico costante, spingendo il violino a esplorare registri acuti e passaggi tecnici più arditi, come le doppie corde e i rapidi passaggi di staccato. Non mancano episodi più lirici che fungono da tregua tra le sezioni più “agitate”, con il violino che “canta” con una voce che sembra presagire le melodie di Schubert, confermando l’originalità di Jadin nel panorama francese. Tuttavia, l’agitazione torna sempre prepotente, trascinando il duo verso una chiusura decisa. Il finale non cerca l’applauso facile con una coda lunghissima, ma si risolve con una precisione quasi chirurgica, lasciando nell’aria l’eco di una vitalità febbrile.
Nel complesso, l’opera brilla per la sua freschezza inventiva, con il dialogo tra i due musicisti che mette in luce la capacità del compositore di scrivere musica che è, allo stesso tempo, “da salotto” per la sua eleganza, e “da concerto” per la sua complessità tecnica ed espressiva. Essa permette di comprendere come la musica francese sia passata dal razionalismo dei Lumi alla passione del Romanticismo.


























