Giovanni Legrenzi (battezzato il 12 agosto 1626 - 1690): Sonata per violino, violone o fagotto e basso continuo op. 2 n. 8, La Foscari (1655). Ensemble Baroque de Nice, dir. Gilbert Bezzina.
L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni
Fede, teatro e ambizione
Giovanni Legrenzi è una delle figure più influenti del Seicento musicale italiano. Compositore versatile, fu capace di eccellere sia nel rigore della musica sacra sia nell’estro del melodramma, segnando profondamente l’evoluzione del linguaggio strumentale barocco.
Le origini bergamasche: tra devozione e scandalo
Nato a Clusone nel 1626, egli respirò musica fin dall’infanzia grazie al padre violinista. La sua formazione avvenne a Bergamo presso l’Accademia mariana, un vivaio per musicisti e religiosi legato alla prestigiosa Cappella di S. Maria Maggiore. In questo ambiente, influenzato da maestri come Crivelli e Cazzati, Legrenzi iniziò la propria carriera come organista nel 1645. Tuttavia, il suo percorso non fu privo di ostacoli: ordinato sacerdote nel 1651, fu bruscamente licenziato nel 1654 per «gravi motivi», che alcune fonti riconducono a una condotta poco consona (si ipotizza venisse sorpreso a giocare d’azzardo). Reintegrato brevemente, lasciò definitivamente Bergamo nel 1655, anno in cui iniziò a pubblicare le prime importanti raccolte di mottetti e sonate, dedicandole a personalità influenti per assecondare le proprie crescenti ambizioni.
L’ascesa a Ferrara e il debutto operistico
Verso la fine del 1656, il nostro si trasferì a Ferrara come maestro di cappella dell’Accademia dello Spirito Santo. Questo periodo fu cruciale: grazie alla protezione di potenti famiglie nobili come i Bentivoglio, il musicista entrò in contatto con il mondo del teatro. Nel 1662 fece il suo esordio come operista con Nino il giusto, seguito da drammi di successo come Achille in Sciro. Ferrara rappresentò per lui un laboratorio dove affinare la capacità di unire la sapienza contrappuntistica alla piacevolezza melodica richiesta dal pubblico teatrale.
Una carriera itinerante: alla ricerca del prestigio
Nonostante il successo, il compositore aspirava a palcoscenici più prestigiosi. Lasciò Ferrara nel 1665 lamentando «l’intemperie dell’aria» della città e iniziò una lunga fase di candidature presso le grandi corti e istituzioni europee. Tentò invano di ottenere posti di rilievo a Vienna, Milano, Bologna e persino presso la corte di Luigi XIV in Francia (rifiutando quest’ultimo, pare, per motivi di salute). Durante questi anni di transizione, continuò a pubblicare musica strumentale e vocale, consolidando la sua fama di compositore «solido e studiato», ma capace di grande inventiva.
Il trionfo a Venezia e il magistero a San Marco
Intorno al 1670, Legrenzi si stabilì definitivamente a Venezia, cuore pulsante della musica europea. Qui ricoprì incarichi di prestigio: fu maestro di musica presso l’Ospedale dei derelitti (l’Ospedaletto) e della congregazione dei Filippini, per i quali compose numerosi oratori di grande successo circolati in tutta Europa. Il coronamento della sua carriera avvenne nella Basilica di San Marco: dopo un primo tentativo fallito, ne divenne vicemaestro nel 1681 e infine maestro di cappella nel 1685. Sotto la sua direzione, la cappella marciana raggiunse il suo apice numerico e qualitativo, con un organico imponente di 36 cantanti e 34 strumentisti. In questo ultimo decennio, Legrenzi fu anche il dominatore dei teatri veneziani (specialmente il S. Salvatore), producendo oltre dieci opere di genere eroicomico, caratterizzate da una ricchezza strumentale e una cura formale senza precedenti.
L’eredità musicale e l’influenza sui grandi maestri
Il compositore morì a Venezia nel 1690, lasciando una scuola di allievi illustri (tra cui Antonio Lotti) e una produzione vastissima che spazia dalle messe policorali nello «stile veneziano» alle innovative sonate strumentali. A lui si deve una delle prime distinzioni stilistiche chiare tra la sonata da chiesa (più rigorosa e fugata) e la sonata da camera (basata su tempi di danza). Il suo genio non passò inosservato ai posteri: la sua influenza si estese ben oltre i confini italiani. Temi e composizioni di Legrenzi furono studiati e rielaborati da Johann Sebastian Bach (che scrisse una fuga su un suo tema, la BWV 574) e Georg Friedrich Händel, a testimonianza della modernità e del valore universale della sua arte.
La Foscari
Questa sonata è uno degli esempi più fulgidi della prima maturità di Legrenzi. Scritta per violino, fagotto (o violone) e basso continuo, vi emerge quella distinzione stilistica e quella sapienza contrappuntistica che abbiamo visto essere centrali nella sua biografia.
L’apertura è affidata a una sezione in tempo veloce che segue il modello della canzona da sonare. Il violino espone un tema brillante e ritmato, caratterizzato da note ribattute e salti d’ottava, immediatamente imitato dal fagotto. Qui il fagotto non funge da semplice accompagnamento, ma è una voce solista a tutti gli effetti che dialoga alla pari con il violino.
Si nota la perizia del compositore nel gestire gli intrecci solistici: le due voci si rincorrono in un fitto gioco di domande e risposte, sostenute dal basso continuo (clavicembalo) che mantiene una base armonica solida. Verso la fine della sezione, il ritmo rallenta bruscamente. Le due voci si distendono in note più lunghe, creando una breve parentesi di carattere “grave” che funge da cerniera verso il movimento successivo.
La seconda sezione cambia radicalmente atmosfera, passando a un tempo ternario tipico delle danze da camera come la corrente. La melodia del violino diventa più sinuosa e meno spigolosa rispetto all’inizio. Il fagotto sostiene il ritmo con agilità. È una sezione solare, in cui emerge la «piacevolezza ed effetto immediato» che Legrenzi sapeva infondere nelle proprie opere per compiacere la nobiltà (in questo caso, la famiglia Foscari a cui il titolo allude). Successivamente, il dialogo tra i due strumenti si fa più stretto, con piccole cellule melodiche che passano velocemente da uno strumento all’altro, dimostrando la grande economia di mezzi e la coerenza tematica del compositore.
Il brano torna a una scrittura in tempo binario, riprendendo l’energia della prima parte ma con nuove figurazioni. Qui il violino esplora passaggi più virtuosistici, con scalette di semicrome che mettono in luce l’agilità dell’esecutore. Il fagotto risponde con precisione millimetrica, mantenendo quel carattere “sodo” e rigoroso tipico della scrittura legrenziana. Si percepiscono chiaramente alcune dissonanze preparate e risolte, che aggiungono tensione drammatica prima della conclusione della sezione.
Segue una ripetizione della sezione ternaria, una pratica comune nell’esecuzione barocca per dare respiro alla struttura e permettere agli interpreti di variare l’ornamentazione. Verso la fine, la sonata accelera verso una conclusione di grande brio. Il violino e il fagotto si uniscono in una rincorsa finale che culmina in una cadenza perfetta, chiara e definitiva.
In sintesi, in questo pezzo emergono tre elementi fondamentali della poetica di Legrenzi: la parità strumentale (il fagotto è trattato con la stessa dignità del violino, superando la concezione del basso come semplice sostegno), l’architettura sezionale (la presenza di un mosaico di “affetti” diversi — dal rigore contrappuntistico alla leggerezza della danza –, anticipando la struttura della sonata barocca matura) e la chiarezza tonale (nonostante il contrappunto, l’armonia è sempre chiara e orientata verso centri tonali definiti, rendendo la musica del compositore estremamente moderna per l’epoca e spiega perché maestri come Bach e Händel ne rimasero affascinati).



Ella Adaïewsky (ovvero Ėlla Georgievna Adaevskaja, pseudonimo di Sophia Christine Gertrud Elisabeth von Schultz; 1846 - 29 luglio 1926): Air rococo avec doubles per pianoforte. Andrea Rucli. 

Robert Palmer (1915 - 3 luglio 2010): Toccata Ostinato per pianoforte (1944). Feona Lee Jones.





















