André Gedalge (1856 - 5 febbraio 1926): Sonata per violino e pianoforte n. 2 in la minore op. 19 (1899). Geneviève Laurenceau, violino; Lorène de Ratuld, pianoforte.
- Largo ritenuto – Presto con fuoco
- Andante con moto
- Molto vivace
L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni
L’architetto silenzioso della musica moderna: il genio e l’eredità di André Gedalge
Tra editoria e note: le radici familiari
André Gedalge nacque a Parigi in una famiglia dalle radici cosmopolite e profondamente legata al mondo della cultura. Figlio di un immigrato di Breslavia e di una donna originaria dei Vosgi, André crebbe nell’ambiente stimolante della casa editrice paterna, la Librairie Gedalge. Questa realtà editoriale, specializzata in testi scolastici e premi letterari per le scuole laiche, rappresentò il primo capitolo della sua vita professionale. La storia della libreria di famiglia si intrecciò tragicamente con la grande storia del Novecento: durante l’occupazione nazista nel 1941, l’attività fu “arianizzata” dal regime di Vichy, per poi essere recuperata dal figlio di André, Camille, dopo la guerra.
Una vocazione tardiva ma folgorante
Contrariamente a molti suoi contemporanei che iniziarono la carriera musicale come bambini prodigio, il compositore approdò allo studio accademico solo a 28 anni. Fu nel 1884 che entrò al Conservatorio di Parigi per studiarvi sotto la guida di Ernest Guiraud. Nonostante l’inizio tardivo, il talento di Gedalge emerse rapidamente: nel 1886 ottenne il secondo Prix de Rome con la cantata la Vision de Saül. La sua ascesa istituzionale culminò nel 1905, quando fu nominato professore di contrappunto e fuga presso lo stesso Conservatorio, diventando un pilastro dell’insegnamento musicale francese.
Oltre la cattedra: compositore e cittadino
Sebbene sia ricordato principalmente come pedagogo, Gedalge fu un compositore prolifico e versatile. Il suo catalogo spazia tra diversi generi: dal teatro musicale (come la pantomima Petit Savoyard e il balletto Phœbé) alle grandi forme orchestrali, tra cui spiccano un Concerto per pianoforte e la Terza Sinfonia. Non mancarono incursioni nella musica da camera e nelle canzoni per bambini. Parallelamente alla musica, Gedalge fu un uomo impegnato nella vita civile e sociale: servì come sindaco di Chessy tra il 1912 e il 1914 e fu un membro attivo della massoneria (Grand Orient de France), arrivando a comporre l’inno per l’ordine Droit humain su testi scritti da sua moglie, Amélie d’Obigny de Ferrière.
Il “maestro dei maestri”: un’eredità immortale
Il vero trionfo del compositore risiede però nell’incredibile schiera di allievi che ha contribuito a formare. Il suo ufficio è stato la fucina di alcuni dei più grandi nomi della musica del XX secolo: Maurice Ravel, Arthur Honegger, Darius Milhaud, Jacques Ibert e Nadia Boulanger, solo per citarne alcuni. I suoi testi didattici, in particolare il celebre Trattato della fuga (1904), sono considerati ancora oggi pietre miliari della pedagogia musicale. Ciò che lo rendeva una figura straordinaria non era solo la sua competenza tecnica, ma la sua profonda umanità. Uomo di estrema modestia, lontano dalle luci della ribalta e dai giochi di potere per la fama, dedicò la vita ai suoi studenti. Si dice che la sua casa fosse sempre aperta per i musicisti meno abbienti, ai quali offriva non solo lezioni e consigli preziosi, ma un’accoglienza affettuosa e paterna, lasciando un vuoto incolmabile nel mondo musicale alla sua morte, avvenuta nel 1926.
La Sonata per violino e pianoforte n. 2
Capolavoro di equilibrio tra rigore contrappuntistico e un’espressività passionale tipicamente tardo-romantica, questa Sonata testimonia la maestria di Gedalge nel gestire le forme classiche infondendovi un colore armonico moderno e raffinato.
Il primo movimento si apre con un’ampia introduzione, Largo ritenuto, che funge da portale emotivo all’intera opera. Fin dalle prime battute, il pianoforte stabilisce un’atmosfera sospesa, quasi ipnotica, con un’indicazione di ppp possibile e molto legato. Il violino entra con un tema di “intimissimo sentimento”, una melodia lunga e fluttuante che sembra cercare un centro di gravità. La scrittura è densa, con un uso sapiente delle armonie cromatiche che creano una tensione sottile ma costante.
Successivamente, la sonnolenta introspezione viene spazzata via dall’attacco del Presto con fuoco. Qui la Sonata rivela il suo carattere drammatico: il tema principale è agitato, caratterizzato da slanci virtuosistici del violino e un accompagnamento pianistico tempestoso. La struttura segue una forma-sonata classica ma estremamente densa, e Gedalge alterna momenti di grande vigore ritmico a brevi oasi liriche dove il violino canta in registri acuti. La scrittura pianistica è particolarmente impegnativa, con scale rapide e ottave che dialogano alla pari con lo strumento ad arco. Il movimento si chiude con una coda di straordinaria energia che riafferma con forza la tonalità di la minore.
Il secondo movimento rappresenta il cuore lirico della Sonata: si tratta di un brano che emana una nobiltà d’animo rara, lontano da facili sentimentalismi ma profondamente toccante. Il violino espone una melodia ampia e “teneramente” espressiva sopra un tappeto di arpeggi del pianoforte che non si interrompono mai, creando un senso di flusso continuo. Verso la metà del movimento, l’intensità aumenta e le modulazioni diventano più audaci e il dialogo tra i due strumenti si fa più stretto, quasi un’invocazione. Gedalge utilizza qui una tavolozza di colori che anticipa l’impressionismo, pur rimanendo ancorato a una solidità formale impeccabile. Il finale è di una serenità disarmante, con la tensione che si scioglie in un registro pianissimo e il violino che sfuma verso le note più alte in un’atmosfera di assoluta trascendenza.
L’ultimo movimento è un saggio di brio, agilità e perfezione contrappuntistica: il compositore abbandona la tragicità del primo movimento e la sognanza del secondo per proiettarsi in una danza luminosa e scattante. Il tema principale è caratterizzato da un ritmo puntato e da una leggerezza “parigina”. È un movimento assai dinamico, dove il pianoforte spesso guida il gioco con scale cromatiche velocissime e un tocco staccato che richiede estrema precisione. Non è un finale dove il pianoforte accompagna il violino, ma è una vera corsa a due: le parti si intrecciano costantemente, con il violino che esegue passaggi in doppio registro e balzati rapidi, mentre il pianoforte risponde con un’architettura armonica solida ma brillante. La conclusione è un crescendo di eccitazione e il tema viene rielaborato con un vigore sempre maggiore fino alla stretta finale, dove i due strumenti si uniscono in una serie di accordi luminosi e trionfali, chiudendo l’opera con un gesto di grande affermazione vitale.
Nel complesso, l’opera omaggia la grande tradizione di César Franck per la ciclicità e la densità, mostrando una trasparenza e un’eleganza ritmica che diventeranno il marchio di fabbrica della scuola francese del XX secolo e configurandosi una riscoperta fondamentale per il repertorio violinistico.












Francesco Antonio Bonporti (1672 - 19 dicembre 1749): Concerto a quattro in re maggiore op. 11 n. 8 (c1715). I Virtuosi Italiani. 


Donald Martino (1931 - 8 dicembre 2005): Concerto per clarinetto, clarinetto basso, clarinetto contrabbasso e piccola orchestra (1977). Anand Devendra, clarinetto; Dennis Smylie, clarinetto basso; Leslie Thimming, clarinetto contrabbasso; The Group for Contemporary Music, dir. Harvey Sollberger. 



Oggi vogliamo ricordare un grande direttore d’orchestra, sir Charles Mackerras, nel centenario della nascita (17 novembre 1925 - 2010). 




