Maurice Duruflé (1902 - 16 giugno 1986): Suite per organo op. 5 (1932). Eric Lebrun.
- Prélude
- Sicilienne [7:55]
- Toccata [14:04]
L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni
Tra fede e tradizione: il genio di Maurice Duruflé
Le radici e la formazione: tra Rouen e Parigi
Nato a Louviers, Duruflé mosse i primi passi nel mondo della musica presso la corale della Cattedrale di Rouen. Questa esperienza fu fondamentale per la sua estetica futura: qui si immerse nello studio del canto gregoriano e della polifonia, elementi che sarebbero diventati il DNA della sua produzione compositiva. Nel 1918 si trasferì a Parigi, dove perfezionò lo studio dell’organo con Charles Tournemire e Louis Vierne, entrando poi al prestigioso Conservatoire. Sotto la guida di Paul Dukas per la composizione e di Eugène Gigout per l’organo, il giovane ottenne numerosi premi, confermandosi come una delle promesse più brillanti della sua generazione.
Una carriera tra le navate di Parigi
La vita professionale del compositore rimase legata indissolubilmente ai grandi organi parigini. Nel 1927 divenne assistente di Louis Vierne presso la Cattedrale di Notre-Dame. Fu proprio Duruflé a trovarsi accanto al maestro quando questi morì improvvisamente durante il suo 1750º concerto alla consolle della cattedrale. Nonostante Vierne lo desiderasse come suo successore, la nomina non avvenne, ma nel 1929 il nostro ottenne il prestigioso incarico di organista titolare presso la Chiesa di Saint-Étienne-du-Mont, ruolo che mantenne per tutta la vita. Parallelamente alla carriera solistica, si distinse come interprete d’eccezione (eseguendo, per esempio, la “prima” del Concerto per organo di Poulenc nel 1939) e come docente presso il Conservatorio, succedendo a Marcel Dupré.
Il Requiem: l’equilibrio perfetto tra antico e moderno
Il 1947 segnò l’apice della sua fama con la pubblicazione del Requiem op. 9, considerato un capolavoro assoluto della musica sacra del Novecento. Sebbene richiami la dolcezza di Fauré, l’opera è profondamente permeata dalle melodie gregoriane della Missa pro defunctis, rielaborate con un’armonia moderna, raffinata e orchestrale. Duruflé, perfezionista instancabile, ne realizzò tre versioni (per grande orchestra, per orchestra da camera e per solo organo) per permetterne l’esecuzione in contesti diversi, dalla cattedrale alla sala da concerto.
Il sodalizio con Marie-Madeleine e il tragico epilogo
Nella vita privata e artistica del compositore, un ruolo centrale fu occupato da Marie-Madeleine Chevalier, sua ex allieva e straordinaria organista, che divenne sua moglie nel 1953. La coppia formò un duo celebre in tutto il mondo, promuovendo una visione neoclassica dell’organo, capace di adattarsi a tutto il repertorio organistico senza chiusure dogmatiche.
La loro carriera subì una brusca e tragica interruzione nel 1975, a causa di un grave incidente stradale che lasciò Duruflé gravemente ferito. Da quel momento, egli fu costretto ad abbandonare l’attività concertistica pubblica, trascorrendo i suoi ultimi anni in ritiro nel suo appartamento di Parigi fino alla morte, avvenuta nel 1986.
L’eredità artistica: poche note, immensa qualità
Duruflé non fu un compositore prolifico, poiché la sua autocritica era tale da spingerlo a pubblicare pochissime opere, ma tutte di altissimo livello. Il suo catalogo comprende:
• composizioni per organo, come la Suite op. 5 e il Prélude et Fugue sur le nom d’Alain, pilastri del repertorio organistico mondiale;
• musica sacra, come il famoso Requiem, la Messe «Cum Jubilo» e i Quattro Mottetti su temi gregoriani;
• ricostruzioni di improvvisazioni di Vierne e Tournemire, che altrimenti sarebbero andate perdute, e trascrizioni di brani di Bach.
In ogni sua nota, il compositore è riuscito a far dialogare la severità del passato medievale con i colori e le suggestioni del Novecento francese, lasciando un’impronta indelebile nella storia della musica.
La sua Suite op. 5
Dedicata al maestro Paul Dukas, rappresenta uno dei vertici assoluti del repertorio organistico del Novecento. Essa fonde la solida struttura formale classica con le raffinatezze armoniche dell’impressionismo francese e la spiritualità del canto gregoriano.
Il primo movimento si apre in un clima di profonda oscurità e introspezione, con la tonalità di mi bemolle minore che avvolge l’ascoltatore in una sonorità cupa e densa. Duruflé costruisce il brano su un ritmo ostinato e implacabile che evoca una sorta di marcia funebre o una processione solenne. La tensione armonica cresce gradualmente attraverso l’uso di accordi dissonanti ma mai aspri, tipici del linguaggio durufleiano che “ammorbidisce” la severità contrappuntistica con colori debussiani. Il movimento raggiunge un climax centrale di grande potenza sonora, dove l’organo sprigiona tutta la propria forza sinfonica, per poi ripiegare lentamente verso il silenzio. Il finale torna all’atmosfera iniziale, spegnendosi nei registri più gravi, lasciando un senso di attesa e mistero.
Dopo la gravità del Prélude, la Sicilienne introduce un drastico cambio di atmosfera: è un momento di pura poesia pastorale ed eleganza. Il ritmo è quello tipico della danza siciliana in 6/8, caratterizzato dalla nota puntata, ma qui rielaborato con una sensibilità moderna. L’armonia è qui chiaramente influenzata da Ravel: trasparente, modale e ricca di settime e none. Nonostante la sua apparente semplicità melodica, il brano nasconde una scrittura estremamente raffinata. Nella sezione centrale, l’agitazione aumenta leggermente con modulazioni più frequenti, ma il ritorno al tema principale ristabilisce la calma. La conclusione è eterea, con un accordo delicatissimo che sembra svanire nell’aria della cattedrale.
La Toccata finale è uno dei brani più celebri e virtuosistici dell’intera letteratura organistica: è una scarica di energia cinetica pura, un tour de force tecnico sia per le mani che per i piedi. Il brano s’inizia con un disegno ripetitivo e rapidissimo dei manuali, su cui irrompe un tema eroico e angolare annunciato dal pedale. La struttura è imponente: il compositore alterna sezioni di accordi massicci e sincopati a momenti di puro virtuosismo digitale in semicrome. Verso la fine, dopo una serie di progressioni armoniche mozzafiato che esplorano l’intera estensione dello strumento, il movimento culmina in una grandiosa coda in mi bemolle maggiore. È un finale trionfale e catartico che risolve tutta la tensione accumulata dall’inizio della composizione, chiudendola con una sfolgorante celebrazione del suono organistico.
Nel complesso, l’opera cattura perfettamente le tre anime di Duruflé: quella mistica e severa del Prélude, quella lirica e impressionista della Sicilienne e quella fiammeggiante e virtuosistica della Toccata. La Suite non è solo una dimostrazione di abilità tecnica, ma un viaggio spirituale che parte dall’abisso e giunge alla luce.




























