Clusters – I

Leo Ornstein (Juda-Lejv Gornštejn; 1893 - 2002): Wild Men’s Dance (Danse Sauvage) per pianoforte op. 13 n. 2 (1913). Marc-André Hamelin.
Per cluster (letteralmente: grappolo) in musica si intende un gruppo di almeno tre suoni adiacenti simultanei. Ornstein fu tra i primi a farne largo impiego nelle sue composizioni pianistiche.

16 pensieri riguardo “Clusters – I

  1. Buongiorno, caro Claudio, grazie mille di aver condiviso questo pezzo così musicalmente violento, audace e dissonante, davvero un’ottima interpretazione! 😊

    Ornstein, accanto a Cowell, viene ricordato tra i primi pianisti sperimentali americani del primo ‘900. Le sue esecuzioni di composizioni avanguardistiche e i suoi stessi pezzi, innovativi e scioccanti allo stesso tempo, lo hanno messo al centro di numerose controversie e di ampi dibattiti dell’opinione pubblica, sia negli Stati Uniti che in Europa.

    Audace innovatore armonico (fu tra i primi, insieme a Cowell, a impiegare massivamente i cluster tonali), la maggior parte dei suoi pezzi, spesso tecnicamente impegnativi, furono scritti per il pianoforte. Come pianista, tra l’altro, fu considerato un grande talento a livello mondiale.

    Nato a Kremenchug, nell’allora Impero russo e oggi parte dell’Ucraina, Ornstein sperimentò la musica fin dalla più tenera età, sotto la tutela del padre – cantore ebreo – e dello zio violinista, il quale lo incoraggiò nei suoi studi musicali.

    Riconosciuto subito come un prodigio pianistico, nel 1902 tenne già la sua prima esibizione in pubblico, all’età di soli sei anni. Tra il pubblico, fu notato dal celebre pianista polacco Josef Hoffman, il quale rimase sbalordito della sua eccezionale bravura e gli preparò una lettera di raccomandazione per entrare nel prestigioso Conservatorio di San Pietroburgo.

    Qualche tempo dopo, Ornstein divenne allievo della Scuola Imperiale di Musica di Kiev ma, a causa di un lutto familiare, dovette fare ritorno in patria.

    Nel 1903, dopo essere stato ascoltato dal pianista Ossip Gabrilowitsch, ottenne una raccomandazione per entrare al Conservatorio di Mosca. L’anno successivo, il giovane superò ottimamente un’audizione e fu accettato come studente della Scuola di San Pietroburgo, dove ebbe come insegnanti Alexander Glazunov (composizione) e Anna Yesipova (pianoforte).

    Nel 1906, a soli undici anni di età, Ornstein iniziò a lavorare, parallelamente agli studi conservatoriali, come allenatore vocale di cantanti operistici.

    Nello stesso periodo, iniziarono i pogrom nei confronti degli ebrei russi, incitati dall’organizzazione nazionalista e antisemita Unione del Popolo Russo. Avvertito l’imminente pericolo, il giovane e la sua famiglia emigrarono negli Stati Uniti, stabilendosi a New York. Qui Ornstein si iscrisse all’Institute of Musical Art, dove studiò pianoforte con Bertha Feiring Tapper.

    Nel 1911, invece, il giovane fece il suo primo debutto americano, eseguendo composizioni di Bach, Beethoven, Chopin e Schumann. Due anni più tardi, Ornstein eseguì alcune registrazioni di opere di Chopin, Grieg e Poldini, venendo subito descritto dalla critica americana come “un pianista di grande sensibilità, prodigiosa abilità tecnica e maturità artistica”.

    Ben presto, il compositore iniziò a scrivere le sue prime opere, in uno stile altamente dissonante e sorprendente. Lo stesso Ornstein rimase turbato da questo suo grande e improvviso cambiamento, tanto che disse: “All’inizio dubitavo davvero della mia sanità mentale. Mi dicevo semplicemente: “Che cos’è? Era così completamente lontano da qualsiasi esperienza che avessi mai avuto”.

    Nel 1914, invece, fece il suo primo debutto londinese, eseguendo diverse composizioni allora definite “futuriste”, come un arrangiamento di Busoni di tre preludi corali bachiani, diverse composizioni di Schoenberg e anche alcune sue opere.

    La reazione stupefatta del pubblico e della critica non si fece attendere tanto che, dopo la fine del concerto, un giornale descrisse la produzione musicale del compositore come “la somma di Schoenberg e Scriabine [sic] al quadrato”. Altri, invece, furono più netti, descrivendo l’opera del compositore con queste parole: “Non abbiamo mai sofferto di una tale insopportabile orrendezza, espressa in termini di cosiddetta musica”.

    La seconda esibizione del compositore provocò addirittura una reazione più violenta, così tale che a momenti scoppiava una sommossa all’interno della sala. Il compositore ricordò così quel “frizzante” momento: “Al mio secondo concerto, dedicato alle mie composizioni, avrei potuto suonare qualsiasi cosa. Non riuscivo a sentire il pianoforte. La folla fischiava e ululava e addirittura lanciava missili a mano sul palco”.

    Nonostante la preponderanza dei giudizi critici, vi furono anche voci positive, come quella della rivista Musical Standard, la quale lo definì “uno dei più notevoli compositori dell’epoca… [con] quel germe di realismo e umanità che è indicativo del genio”.

    In ogni caso, l’anno successivo, Ornstein si ritrovò a essere sulla bocca di tutti coloro che gravitavano intorno alla scena musicale statunitense, per le sue esecuzioni di opere d’avanguardia di compositori come Schoenberg, Scriabin, Bartók, Debussy, Kodály, Ravel e Stravinsky, nonché per le sue opere più “estremiste”.

    Nonostante la grande fama acquisita, a partire dal 1920 il compositore smise di esibirsi in pubblico. Tuttavia, la sua celebrità non scemò e i suoi pezzi pianistici più scandalosi, come Wild Men’s Dance (Danse Sauvetage) e Impressions of the Thames (entrambi del 1913-1914) lo resero addirittura più popolare, anche perché furono le prime composizioni a usare integralmente i cluster tonali nella composizione di musica colta.

    Tra i pezzi definiti da Ornstein stesso “musica astratta”, da ricordare particolarmente la sua Sonata per violino e pianoforte (1915), con il quale il compositore si spinse ancora più in là, come disse lui stesso: “Sull’orlo del baratro”. Aggiuse anche: “Direi che [la sonata] ha portato la musica proprio al limite… Mi sono semplicemente tirato indietro e ho detto: Al di là di questo c’è il caos completo”.

    Nel 1916, il critico musicale Herbert F. Peyser affermo che “il mondo si è davvero spostato tra l’epoca di Beethoven e quella di Leo Ornstein” e, nello stesso anno, il compositore tenne vari recital nella casa di un suo mecenate a New York. Questi si rivelarono successivamente fondamentali per le società di compositori attorno alle quali sarebbe cresciuta la scena della musica moderna negli anni ’20.

    Sempre nel 1916, Ornstein ebbe l’occasione di recarsi a New Orleans, dove scoprì il jazz, un genere che ben presto influenzò le sue composizioni.

    L’anno successivo, il critico James Huneker scrisse che “Non avrei mai pensato di vivere per sentire Arnold Schoenberg sembrare addomesticato, eppure sembra addomesticato – quasi timido e esitante – dopo Ornstein, che è, con grande enfasi, l’unico vero, autentico, compositore futurista vivente”

    Oltre che “futurista”, Ornstein fu anche definito, insieme a Cowell e altri della sua cerchia, come “ultramodernista”.

    Da questo momento in avanti, i giudizi entusiasti sulla sua figura si sprecarono: un articolo del Baltimore Evening Sun lo definì “il pianista intransigente, che ha messo in fibrillazione l’intero mondo musicale e che è probabilmente la figura più discussa sul palcoscenico dei concerti”, mentre il The Musical Quarterly lo descrisse come “il fenomeno musicale più saliente del nostro tempo”. Infine, il compositore svizzero Ernest Bloch disse che era “l’unico compositore in America che mostra segni positivi di genialità”.

    Nel 1918, la fama di Ornstein era così elevata che fu pubblicata una biografia sul compositore, da parte dello scrittore Frederick H. Martens. Il libro non solo si concentra sul livello di fama raggiunto da Ornstein a soli 24 anni, ma anche il suo effetto divisivo sulla scena culturale contemporanea:

    “Leo Ornstein rappresenta per molti un genio musicale malvagio che vaga al di fuori dell’ortodossia tonale, in una strana Terra di Nessuno infestata da suoni tortuosi, da lamenti di disperazione futurista, da urla cubiste e grida e schianti post-impressionisti. È il grande anarca, l’iconoclasta”.

    Nonostante la denominazione di “iconoclasta d’avanguardia della musica classica americana”, Ornstein seguì sempre i suoi pensieri e le sue emozioni nello scrivere le sue nuove composizioni e, spesso, si ritrovò a dichiarare: “Sono guidato interamente dal mio istinto musicale per quanto riguarda ciò che ritengo sia consequenziale o meno”.

    La prova di ciò sta nel fatto che, anche all’apice della sua fama come compositore ultramodernista, egli scrisse anche diverse opere liriche e tonali, come la Sonata n° 1 per violoncello e pianoforte.

    Prima della fine degli anni ’20, forse nel 1918-1919, Ornstein scrisse la sua opera più caratteristica, Suicide in an Airplane, la quale impiega un basso ostinato in note molto brevi per simulare il suono dei motori e rappresentare vividamente la sensazione del volo.

    Dopo un breve periodo di fama dopo la sua scomparsa dalla scena musicale, la musica di Ornstein fu presto dimenticata e lui diventò una figura essenzialmente periferica nella vita musicale americana.

    Ciò, però, non lo allontanò dalla composizione e, negli anni successivi, continuò a scrivere nuovi pezzi, stavolta in uno stile caratterizzato dall’accostamento di musica dissonante e di musica tonale. La sua nuova musica, dal sapore ebraico, si rivelò anche altamente emotiva.

    Questo nuovo cambiamento contribuì a far scemare ulteriormente la sua fama e coloro che avevano riconosciuto in lui una figura rivoluzionaria lo rinnegarono, tra i quali Cowell.

    Avendo perso il reddito derivante dal palcoscenico, Ornstein si mise alla ricerca di nuove fonti di reddito e le trovò nella produzione di rulli per pianoforte e nell’insegnamento.

    A metà degli anni ’20, il compositore divenne, infatti, insegnante presso la Philadelphia Musical Academy e, in questi anni, scrisse le sue composizioni migliori, come il Concerto per pianoforte e orchestra (1925) – commissionatogli dall’Orchestra di Filadelfia – e il Quintetto per pianoforte (1927), un’opera “epica e tonale”, dove si uniscono avventurose dissonanze e arrangiamenti ritmici, elevandola a capolavoro del genere.

    Dopo l’ultima esibizione pubblica all’inizio degli anni ’30, Ornstein e la moglie Pauline fondarono la Ornstein School of Music di Philadelphia, rimasta in vita per più di vent’anni, fino al pensionamento dei due coniugi nel 1953.

    Da questo momento in poi, i due scomparvero dalla scena pubblica fino agli anni ’70, quando furono rintracciati dalla storica della musica Vivian Perlis. Si scoprì che la coppia si divideva tra un parcheggio per roulotte in Texas e una casa nel New Hampshire e che, durante tutti questi anni, Ornstein aveva continuato a comporre.

    Nonostante il suo stile avesse perso tanta forza rispetto agli inizi, esso conservava comunque la sua unicità e, con la riscoperta del compositore, lo stesso conobbe una nuova esplosione produttiva.

    A questo periodo, appartengono i pezzi per pianoforte Solitude e Rendezvous at the Lake, nonché la Sonata n° 7 per pianoforte (1988), scritta da Ornstein all’età di 92 anni, rendendolo tra i più anziani compositori ad aver pubblicato, dopo Elliott Carter.

    Due anni dopo, infine, arrivò l’ultima opera del compositore, la Sonata n° 8 per pianoforte (1990). Quest’opera, come si può notare dai nomi dei suoi movimenti (I. “Il tumulto della vita e alcuni pezzi di satira” / II. “Un viaggio in soffitta – una lacrima o due per un’infanzia perduta” [a. “Il trombettiere” / b. “Un lamento per un giocattolo perduto” / c. “Una culla-berceuse mezza mutilata” / d. “Il primo giro in giostra e i suoni di una ghironda”)] / III. “Discipline e improvvisazioni”), riflette il passaggio di un notevole lasso di tempo, ma anche un immutato senso umoristico e uno spirito esplorativo.

    Dopo aver terminato la sua ultima opera, Ornstein visse per altri dodici anni, morendo per cause naturali a Green Bay, nel Wisconsin. Aveva 106 anni, classificandosi tra i compositori più longevi della storia della musica.

    La sua Wild Men’s Dance (Danse Sauvetage) viene ricordata come la prima composizione musicale della storia a essere costituita quasi interamente da cluster tonali. Fu eseguita il 27 marzo 1914, nell’ambito del primo debutto londinese di Ornstein.

    Per la sua “violenza”, la composizione fu descritta come “[un’opera] dal ritmo frenetico e sregolato, composta da densi gruppi di accordi […] e accenti brutali. Ritmi artistici e giganteschi accordi rimbombanti permeano l’intera gamme del pianoforte. È una composizione fatta per un grande virtuoso capace di infonderle un’energia bruciante e feroce”.

    Buona giornata e alla prossima!

    Piace a 1 persona

commenti