Francesco Maria Veracini (1° febbraio 1690 - 1768): Sonata in sol minore per violino e basso continuo, n. 5 delle 12 Sonate accademiche op. 2 (1744). Luigi Mangiocavallo, violino; Claudio Ronco, violoncello; Marco Mencoboni, clavicembalo.
- Capriccio con due soggetti: Allegro assai – Adagio assai
- Allegro assai [5:44]
- Giga: Allegro [8:28]
![]()
Buongiorno, caro Claudio, grazie mille di aver condiviso questa splendida sonata per violino ☺️
Nato a Firenze nella famiglia del farmacista e impresario di pompe funebri Agostino Veracini, iniziò gli studi violinistici dapprima con lo zio Antonio Veracini e poi con i compositori Giovanni Maria Casini e Francesco Feroci.
Nel 1711, invece, suonò come solista a Venezia durante le messe di Natale a San Marco mentre, l’anno successivo, eseguì il suo Concerto per violino in Re maggiore, accompagnato da trombe, oboe e archi, come parte delle celebrazioni in onore dell’ambasciatore austriaco a Venezia del neo-eletto imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V.
Quest’occasione fu la prima esecuzione pubblica registrata del compositore stesso che eseguiva una sua composizione.
Secondo alcuni studiosi, il concerto non fu eseguito a Venezia, ma a Francoforte, in occasione dell’inconorazione dell’imperatore il 22 dicembre 1711, appena due giorni prima dell’esecuzione solistica di Veracini alla vigilia di Natale a Venezia.
Nel 1714, Veracini si recò a Londra per suonare alcune sue “sinfonie” durante gli atti delle opere al Queen’s Theatre, suscitando anche qui facili entusiasmi e venendo considerato un grande prodigio musicale. Rimase in Inghilterra per due anni, dopodiché fece ritorno a Venezia, dove fu nominato direttore di una scuola musicale.
Vi è una leggenda secondo la quale Tartini sentì suonare Veracini e, rimasto impressionato dalla sua tecnica di arco, si ritirò ad Ancona “per studiare l’uso dell’archetto con più tranquillità e convenienza che a Venezia, dato che gli era stato assegnato un posto nell’orchestra dell’opera di quella città”.
Nello stesso periodo, il compositore scrisse un ciclo di sonate per violino e flauto dolce dedicate al principe Friedrich August, il quale si trovava nella Serenissima per festeggiare il carnevale. Rimasto impressionato dal talento di Veracini, decise di assumerlo come musicista alla sua corte di Dresda.
A Dresda, Veracini lavorò come compositore di musica da camera per la corte, venendo quindi descritto nei registri di corte come Kapellmeister e non come violinista.
Al 1721, invece, risale un altro ciclo di sonate per violino, sempre dedicate al principe. Per sua sfortuna, il suo talento e il suo orgoglio crearono risentimento tra gli eccellenti violinisti della corte e, di conseguenza, Veracini iniziò a essere preso di mira, specialmente da Johann Georg Pisendel, maestro di concerto del re.
L’anno successivo, questi decise di vendicarsi del suo rivale e, a tale scopo, fece studiare un suo concerto dall’ultimo violino dell’orchestra, finché non lo suonò perfettamente. Successivamente, portò Veracini davanti al re, sfidandolo a suonare un concerto a prima vista. Il nostro virtuoso se la cavò egregiamente, ma il suo sfidante mostrò ancora più sicurezza e precisione.
Veracini, sentendosi umiliato, soffrì a lungo e, in un accesso di febbre, si gettò dalla finestra della sua abitazione il 13 agosto 1722 e fu fortunato a rompersi solo una gamba e l’anca. Dopo l’incidente, purtroppo, il compositore rimase zoppo a sua vita.
Come Veracini affermò nei suoi scritti, sembrava che i musicisti tedeschi gelosi avessero complottato per assassinarlo e, in effetti, si sentirono sollevati quando il compositore decise di andarsene dalla città per la vergogna e per l’affronto subito.
Abbandonata Dresda, l’anno successivo Veracini si spostò a Praga, dove entrò al servizio del conte Kinsky. Nel 1723, invece, ritornò a Firenze, dove lavorò come musicista in una chiesa. Durante questo periodo, il compositore soffrì per la sua cattiva reputazione, tanto che il musicologo Charles Burney afferma che “solitamente era qualificato con il titolo di Capo pazzo”.
A causa di questa brutta aria, nel 1733 il compositore si spostò a Londra, dove si esibì in vari concerti, senza però riscuotere lo stesso successo del passato.
Nonostante tutto, Veracini fu sempre acclamato in una certa misura per le sue qualità di violinista e di compositore, non solo per i suoi pezzi strumentali, ma anche per le sue opere teatrali, come l’Adriano in Siria (1735), La clemenza di Tito (1737) e Roselina (1744).
Quest’ultima fu il suo ultimo lavoro teatrale, basato sull’opera shakespeariana As you like it, una scelta molto insolita a quel tempo. Nell’opera, tra l’altro, Veracini incluse la famosa melodia scozzese The Lass of Paties Mill.
A causa di queste ardite scelte, l’opera non riscosse il successo sperato e fu derisa dal pubblico e dalla critica. Burney descrisse la musica di Roselinda come “selvaggia, goffa e sgradevole; manifestamente prodotta da un uomo non abituato a scrivere per la voce, e uno posseduto di un capo pazzo”.
Tra l’altro, ridicolizzò la scelta di inserire la melodia popolare come un tentativo “di adulare gli inglesi”, il quale fallì perché “pochi dei nord-britannici, o ammiratori di questa musica nazionale e naturale, frequentano l’opera, o intendono pagare mezza ghinea per sentire una melodia scozzese, che forse la loro cameriera Peggy può cantare meglio di qualsiasi straniero”.
Nonostante queste critiche, egli però confesso che “quest’opera, con mia grande sopresa quando esaminai la musica, durò dodici sere”.
Nel 1745, Veracini sopravvisse a un naufragio, nel quale perse due suoi violini Stainer (ribattezzati affettuosamente San Pietro e San Paolo e da lui “considerati i migliori al mondo) e tutti i suoi effetti. L’anno successivo, il compositore fece ritorno a Firenze, dove fu nominato maestro di cappella delle chiese di San Pancrazio e di San Gaetano, dedicandosi sulla musica sacra e a sporadiche esibizioni solistiche.
La sua produzione annovera due cicli di sonate per violino, un ciclo di sonate per violino e flauto, varie opere, concerti, sinfonie, cantate e alcuni pezzi vocali. Si ricordano anche il trattato in due volumi Il trionfo della pratica musicale (1760) e delle Dissertazioni sopra l’opera quinta del Corelli (pubblicata postuma nel 1961).
Come compositore, il suo stile originale non ha precedenti nella musica barocca e preannuncia chiaramente la fine di quest’epoca, annunciando lo stile galante del primo ‘700.
La sua scrittura, priva di rigidi simmetrismi e caratterizzata da ricche melodie, si caratterizza per il solido e puro discorso musicale e per una profonda elaborazione tematica, la quale procede con sicurezza attraverso il fugato.
Nel complesso, la sua produzione si ispira a quella corelliana e, in particolare, le sue sonate sono strutturate in quattro o cinque tempi, con le più evolute pervase da un sistematico dialogismo strumentale, tipico della musica strumentale tardo-settecentesca.
Secondo Burney, egli “certamente aveva una grande dose di capriccio e stravaganza, ma costruiva le sue bizzarrie su buone fondamenta, essendo un eccellente contrappuntista”, mentre il musicologo Luigi Torchi sosteneva che egli “salvò la musica in pericolo del XVIII secolo”.
Buona giornata e alla prossima!
"Mi piace"Piace a 2 people
Grazie, Pierfrancesco. Buona giornata, a domani 🙂
"Mi piace""Mi piace"
Non mi sembra originalissimo… sbaglio?
"Mi piace"Piace a 1 persona
Forse trecento anni fa lo era 🙂
"Mi piace"Piace a 1 persona
Già…
"Mi piace"Piace a 1 persona