Elogio della Follia – III

La folía. Atrium Musicae de Madrid, dir. Gregório Paniagua.

  1. Fons vitae
    Dementia praecox angelorum
    Supra solfamirevt

  2. Extravagans
    Laurea minima
    In vitro

  3. Oratio pro-folia
    Fama volat
    Citrus – Hesperides

  4. Principalis . Fermescens
    Indica exacta
    Adverso flumine

  5. Parsimonia aristocraciae

  6. Subtilis
    De profundis – Extra muros

  7. Vulgaris – Sine populi notione
    Vagula et blandula

  8. Nordica et desolata
    Aurea mediocritas

  9. Nobilissima
    Degradans et corruptae

  10. De pastoribus
    Mathematica dies irae
    Crepuscularis
    Sine nomine
    Tristis est anima mea
    Equites fortis armaturae
    Audaces fortuna juvat
    Sine praeputium
    Ecclesiastica

  11. Theatralis et hipocritae
    Ruralis
    Alter indica perfecta

  12. De tolerentia aetherea
    Fuga ficta et carrus triumphalis

« I compositori che nel corso dei secoli diedero una propria interpretazione del tema della Folía non sempre si resero conto di quello che stavano facendo. Maturano come l’albero che non conosce la fretta, assorbono tutta la linfa vitale e accolgono con gioia i primi ardori della primavera, senza farsi sfiorare dal pensiero che potrebbero anche non vedere quella dell’anno successivo. Con l’arrivo della primavera sopraggiunge un dolce languore, come se davanti a loro si estendesse tutta l’eternità. A quel punto possono amare la loro Folía e la loro solitudine, rivestendo queste sensazioni di musica di rara bellezza » (Gregório Paniagua).

Un pensiero affettuoso per Luisa Zambrotta, che mi ha suggerito l’idea di creare questa pagina pubblicando una propria poesia dedicata al Cane di Goya.

13 pensieri riguardo “Elogio della Follia – III

  1. Tutto ruota attorno all’interdipendenza, Il mio risveglio anticipato su richiesta felina di coccole e cibo, il bisogno di leggere per riprendere sonno, il passaggio dalla lettura alle cuffie per trovare la connessione tra la musica in questione e il bel post di Luisa cui fai riferimento e che non avevo ancora letto. Da un gatto al cane di Goya passando per la musica. E ora se riuscirò tornerò a dormire… Buon venerdì 🙂

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  2. Buon pomeriggio, caro Claudio, grazie mille di aver condiviso questa “folle” selezione, davvero una splendida interpretazione! ☺️

    La Folia (anche Follia, Folía o Folie) rappresenta uno degli archetipi tematico-armonici più durevoli e presenti nella storia della musica occidentale. La sua notevole longevità – la quale si estende dal Tardo Medioevo ai giorni nostri – e la sua capacità di adattamento ai più svariati contesti stilistico-geografici ne fanno un oggetto di studio musicologico di grande interesse.

    Essenzialmente, la sua importanza storica risiede in una combinazione specifica di uno schema armonico ostinato e di un profilo armonico associato, fungente da terreno fertile per l’elaborazione di variazioni per più di cinque secoli.

    Il termine “Folia” trova le sue radici nelle lingue portoghese e spagnola e, letteralmente, significa “follia, baldoria o divertimento sfrenato”. Le prime attestazioni (XV-XVI secolo) fanno riferimento a questi ultimi due significati e la collegano a una danza popolare della Penisola Iberica, probabilmente di origine portoghese, caratterizzata da un’esecuzione vivace, rumorosa e, talvolta, mascherata, associata a contesti rurali o carnevaleschi.

    Testimonianze coeve, come quelle del drammaturgo portoghese Gil Vicente o del teorico musicale spagnolo Francisco de Salinas (De Musica Libri Septem, 1577) confermano questa connotazione originaria di danza energica e sfrenata.

    La forma più antica, denominata “Proto-Folia”, appare più eterogenea e meno standardizzata rispetto alla versione successiva che è arrivata fino a noi. Le fonti cinquecentesche, infatti, presentano diverse realizzazioni armonico-melodiche del tema originale, spesso caratterizzate da una relativa semplicità e da un ritmo marcato e danzante.

    La relazione tra queste prime manifestazioni e la forma successiva è ancora oggi oggetto di dibattito musicologico, ma vi è un certo consenso sulla comune origine iberica e sulla natura di schema ripetitivo.

    Un esempio potenzialmente collegato o, addirittura, precursore si trova nel Cancionero de Palacio (fine XV- inizio XVI secolo) e si tratta del brano anonimo Rodrigo Martinez, il quale presenta varie affinità armoniche. Un altro esempio si ritrova nel trattato El Maestro (1536) di Luys Milán.

    Tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, la Folia iniziò a spostarsi dall’ambito popolare a quello della musica colta, diffondendosi sul tutto il continente europeo. Compositori come Diego Ortiz (Tratado de Glosas, 1553) furono tra i primi a offrirne elaborazioni strumentali in forma di recercadas (variazioni).

    In questo periodo, emerse la forma nota come Tarda Folia, la quale presto si affermò come modello dominante, fungendo da base per la stragrande maggioranza delle composizioni successive.

    Il suo tratto distintivo primario è una progressione armonica ostinata, tipicamente in modo minore (frequentemente Re minore, in misura minore Sol minore e La minore), articolata su 16 misure, spesso così strutturata:

    i – V – i – VII – III – VII – i (o VI) – V

    i – V – i – VII – III – VII – i (o VI7) – V4-3 – i

    A quest’armonia, si associò una melodia caratteristica nella voce superiore, anch’essa di 16 misure, spesso descritta dall’andamento nobile, austero e malinconico, seguendo ed enfatizzando i movimenti armonici al basso. Essa è quasi spesso in tempo ternario (tipicamente 3/4) e assume il carattere di una Sarabanda lenta e maestosa, in netto contrasto con l’ipotizzata vivacità della danza originaria.

    L’adesione al ritmo di Sarabanda spesso prevede un leggero accento o un prolungamento ritmico sul secondo tempo della battuta, allo scopo di conferire una sorta di “peso” e di sospensione al flusso ritmico.

    Le varianti più comuni riguardano il VII grado (spesso VI grado maggiore nel modo minore) e le formule cadenzali (cadenza sospesa alla fine della prima semifrase, cadenza perfetta alla fine della seconda). La solidità tonale, pur con l’uso del VII grado abbassato tipico del modo minore e del III grado maggiore, conferisce alla progressione un carattere arcaicizzante e modale all’interno di una cornice tonale barocca.

    La melodia, invece, delinea spesso le note fondamentali degli accordi o note di volta caratteristiche, con un profilo discendente nella prima semifrase e un andamento che prepara le cadenze. La sua essenza risiede più nel contorno e nei punti di appoggio dinamico che in una linea melodica fissata nota per nota.

    Questa forma codificata conobbe grandissima fortuna durante il periodo barocco. In Francia, divenne nota come Les Folies d’Espagne (resa celebre da Jean-Baptiste Lully che la introdusse alla corte francese nel 1672).

    In terra inglese, invece, prese il nome di Faronel’s (o Farinel’s Ground) [1], grazie alla popolarità delle variazioni del noto violinista di origine francese Michel Farinel, pubblicate tra il 1684 e il 1685 sotto il nome di Faronell’s Divisions Upon a Ground in varie raccolte, come The Division Violin (1684-1685)di John Playford e The Division Flute (1706).

    Talvolta, le si trova anche sotto la dicitura Farinelli’s Ground, generando una certa confusione con il celeberrimo cantante castrato italiano del XVIII secolo Carlo Broschi, universalmente conosciuto come Farinelli. In ogni caso, il riferimento primario è al violinista responsabile della sua diffusione in Inghilterra.

    Se i centri nevralgici furono la Penisola Iberica (origine), l’Italia (prima elaborazione colta e diffusione), la Francia (codificazione aulica come Les Folies d’Espagne) e l’Inghilterra (assimilazione come Faronel’s Ground), la sua influenza – seppur meno documentata – raggiunse anche le regioni del Nord e dell’Est Europa.

    La propagazione avvenne attraverso due canali, ossia i musicisti viaggiatori che portavano con sé i repertori del momento e la circolazione di raccolte stampate, soprattutto italiane, francesi e, in seguito, tedesche e olandesi.

    Più che uno sviluppo di tradizioni “nazionali” della Follia, in queste regioni si assistette a un’assimilazione del tema nelle pratiche di variazione e di danza esistenti, sotto la massiccia influenza dei modelli europei dominanti.

    Già prima della sua enorme diffusione in epoca barocca, compositori come Frescobaldi (Partite sopra l’aria della Folia), Kapsberger e Falconieri iniziarono a esplorare le potenzialità di questa formula, spesso su liuto, tiorba o tastiera, scrivendo variazioni fortemente legate alla danza originaria, ma introducendo elementi virtuosistici e retorici.

    Nell’Alto Barocco, come anticipato, vi fu invece l’utilizzo più estensivo e paradigmatico del tema, sul quale vi si cimentarono, tra gli altri:

    • Arcangello Corelli: La sua Sonata per violino op. 5 n° 12 (1700) è considerata l’archetipo delle variazioni sulla Folia. Le 23 variazioni di Corelli mostrano una straordinaria inventiva nella figurazione violinistica, nel dialogo tra solista e basso continuo e nell’esplorazione di diversi affetti (lirico, drammatico, cantabile), pur mantenendo salda la struttura armonica originale. Quest’opera ebbe un’influenza enorme;
    • Marin Marais: Nei suoi Pièces de Viole (Libro II, 1701) offre una versione sontuosa e idiomatica per viola da gamba (Couplets de Folies), sfruttando al massimo le capacità polifoniche e risonanti dello strumento;
    • Alessandro Scarlatti: la sua Toccata per cembalo d’ottava stesa (ca. 1715) include elaborate variazioni sul tema, dimostrando la piena padronanza della scrittura tastieristica barocca;
    • Antonio Vivaldi: usò il tema nella Trio Sonata op. 1 n° 12 (1705), infondendola della sua tipica energia ritmica e brillantezza strumentale;
    • Georg Friedrich Haendel: la celebre Sarabanda della Suite in Re minore per clavicembalo (ca. 1727), sebbene non etichettata come “Folia”, ne condivide inequivocabilmente la progressione armonica e il carattere;
    • Johann Sebastian Bach: una citazione quasi parodistica appare nella sua Cantata dei Contadini (1742).

    L’interesse per il tema prosegue anche in epoca classica, con compositori come:

    • Carl Philipp Emanuel Bach: autore di 12 Variationen über die Folie d’Espagne (1778) per tastiera, nelle quali mostra un approccio più frammentato e galante;
    • Antonio Salieri: le sue 26 Variazioni sull’aria della Follia di Spagna (1715) per orchestra rappresentano un tardo esempio classico, trattando il tema come base per uno studio sistematico delle possibilità timbrico-combinatorie orchestrali;
    • Vi è anche un vivace dibattito sul possibile impiego del tema, in un modo più sottile, nelle opere di Mozart e Haydn.

    In epoca romantica, la Folia ritornò sporadicamente, spesso caricata di connotazioni storicistico-esotiche legate alla Spagna. Ne abbiamo esempi in:

    • Franz Liszt: incorporò brillantemente il tema nella sua Rapsodie Espagnole (ca. 1863) per pianoforte, elaborandola con un linguaggio armonico cromatico, una scrittura pianistica trascendentale e un gusto per il dramma e il colore locale;
    • Mauro Giuliani: scrisse variazioni per chitarra (l’op. 45), strumento intrinsecamente legato alle origini iberiche del tema;
    • Ludwig van Beethoven: un possibile, anche se fugace e discusso, riferimento alla cellula iniziale del tema è stato ipotizzato nell’incipit della Sinfonia n°5.

    Anche nel XX e nel XXI secolo, la Folia ha continuato a ispirare i compositori, dimostrando una notevole resilienza. Si ricordano:

    • Sergej Rachmaninov: le sue Variazioni su un tema di Corelli op. 42 (1931) per pianoforte usano esplicitamente la versione corelliana del tema come base per una composizione virtuosistica e assai personale, filtrata attraverso l’idioma tardo-romantico, con complessità tecnico-armoniche notevoli;
    • Manuel Maria Ponce: le Variations sur Folia de España et Fugue (1930) per chitarra sono un omaggio nazionalistico e neoclassico al tema;
    • Alfredo Casella: la include nella suite orchestrale Scarlattiana (1926), in un contesto neo-barocco;
    • Altri usi: il tema è riapparso in colonne sonore (Vangelis per 1492: La conquista del Paradiso), nella musica contemporanea colta (Albright, Penderecki e Richter) e, addirittura, in arrangiamenti rock progressivo (Tangerine Dream).

    Nel corso dei secoli, gli aspetti su cui si concentrarono queste variazioni furono svariati. Per esempio, in epoca barocca, vi fu maggiore enfasi sulla diminuzione (figurazioni melodiche sempre più brevi), sull’ornamentazione, sull’elaborazione contrappuntistica (imitazioni, canoni), sul cambiamento di registro e tessitura e sull’alterazione ritmico-articolatoria, sempre nel rispetto della struttura armonica al basso. Il virtuosismo, spesso, è legato alle capacità idiomatiche dello strumento.

    In epoca classica, invece, si pose maggiore attenzione all’equilibrio formale, alla chiarezza della struttura frasale, all’uso del colore orchestrale e a un linguaggio armonico solido, basato sul diatonismo e su modulazioni controllate. La variazione si concentrò in maniera più definita anche sul carattere (lirico, marziale, ecc.)

    Nel secolo successivo, si attenzionò un ampliamento della tavolozza armonica (cromatismo, enarmonia, modulazioni a tonalità lontane). Vi fu anche una esasperazione dei contrasti dinamico-espressivi, un impiego della scrittura virtuosistica trascendentale e un’alterazione più significativa del tema, spesso con intenti nazionalistico-programmatici.

    Nel secolo scorso, infine, si ebbe un’espansione della gamma, spaziando dalla citazione quasi letterale del tema alla sua decostruzione, nonché all’impiego della struttura di base come scheletro armonico nell’ambito di linguaggi atonali o modali, arrivando anche all’integrazione in contesti di musica elettronica o minimalista.

    Ritornando al suo periodo di massima fioritura (l’Alto Barocco), è impossibile comprendere pienamente questo tema senza considerare due pilastri fondamentali della filosofia musicale del tempo, ossia la Teoria degli Affetti (Affektenlehre) e la Retorica Musicale.

    La prima, pur non elevandosi a sistema monolitico e universale, affermava che la musica avesse la capacità di suscitare specifiche emozioni o “affetti” (gioia, tristezza, ira, amore, meravigliosa, ecc.) nell’ascoltatore. Ogni elemento musicale (modo, tempo, ritmo, melodia, armonia e strumentazione) veniva considerato portatore di un potenziale e specifico affetto.

    La Tarda Follia era spesso associata ad affetti di Gravità, Nobilità, Solennità e Malinconia Controllata, discostandosi radicalmente dal suo affetto originario ipotizzato (frenesia, baldoria sfrenata). L’associazione con la Sarabanda lenta è cruciale in questo senso.

    Il modo minore è fondamentale per esprimere tristezza, serietà e introspezione, mentre il tempo lento evoca gravità, contemplazione, importanza e peso emotivo, rallentando il flusso sonoro e inducendo riflessione.

    Il metro ternario, invece, conferisce “nobiltà” e un pacato carattere danzante, mentre il ritmo di Sarabanda, con l’enfasi sul secondo tempo, crea un senso di appoggio, quasi un sospiro ritmico che contribuisce al pathos. Le note lunghe nella melodia, invece, rafforzano la solennità.

    La progressione, ricca e complessa, presenta delle cadenze ben definite che strutturano il discorso musicale, mentre la ciclicità dell’ostinato crea una sensazione di ineluttabilità o di riflessione continua. Il profilo melodico discendente e le linee austere e cantabili, nonché l’aderenza armonica contribuiscono, infine, a creare un senso di dignità e di contenuta sofferenza o nostalgia.

    La genialità della Folia come modello di variazione risiede anche nella possibilità di modulare o contrastare l’affetto di base. In un ciclo di variazioni, infatti, il compositore poteva intensificare l’affetto di base (usando cromatismi (“passus duriusculus”), dissonanze aspre e ritmi frammentati), introdurre affetti contrastanti (accostando variazioni di caratteri diversi) o creare un percorso affettivo (iniziando dalla gravità, esplorando varie sfumature emotive per poi concludere in maniera solenne).

    La seconda, invece, portava a concepire la musica come un’arte del discorso, una specie di “orazione sonora” basata su principi simili a quelli della retorica classica per persuadere e commuovere l’uditorio. La composizione e l’esecuzione erano permeate da questi principi:

    • Inventio (Invenzione): la scelta stessa del tema della Follia, un materiale nobile, riconoscibile e carico di potenziale affettivo;
    • Dispositio (Disposizione): come organizzare l’intera opera e, nel caso di un ciclo di variazioni, come disporre le variazioni stesse, scegliendo come creare contrasto, come costruire un climax, come iniziare e concludere efficacemente;
    • Elaboratio (Elaborazione): come sviluppare il materiale tematico con le tecniche di variazione, in modo da mantenere vivi l’interesse e l’attenzione dell’ascoltatore;
    • Decoratio (Decorazione/Ornamento): l’uso degli abbellimenti non come mero orpello, ma come mezzo per aggiungere grazia (decorum), enfasi o specifica espressività affettiva a determinate note o passaggi;
    • Pronunciatio/Actio (Esecuzione): il ruolo dell’interprete nel dare vita alla composizione attraverso l’articolazione, la dinamica, il fraseggio, l’agogica, rendendo il discorso musicale chiaro, espressivo e comunicativo e comunicando l’affetto desiderato.

    Compositori e teorici dell’epoca svilupparono anche una teoria delle figure retorico-musicali (Figurenlehre), identificando numerosi espedienti analoghi a quelli della retorica verbale e usando per sottolineare o veicolare determinate idee ed emozioni. Tra queste, si ricordano:

    • Anaphora: ripetizione ossessiva dello schema armonico al basso;
    • Variatio/Diminutio: il cuore della forma del tema con variazioni;
    • Suspiratio: brevi pause, spesso su tempi deboli, usate per accentuare il pathos tramite l’imitazione di sospiri;
    • Passus duriusculus: movimento cromatico discendente o ascendente, spesso al basso o in una voce interna, associato al dolore o al lamento;
    • Saltus duriusculus: salto melodico difficile o dissonante (sesta aumentata, settima diminuita) per esprimere stupore o dolore acuto;
    • Circulatio: figurazioni melodiche gravitanti attorno a una nota, per esprimere indecisione o avvolgimento;
    • Exclamatio: salto melodico ascendente per indicare enfasi o esclamazione;
    • Interrogatio: frase melodica o armonica che termina in modo sospeso, suggerendo una domanda;
    • Hypotyposis: figure che “dipingono” o “illustrano” un concetto (molto comuni nella musica vocale, ma anche in variazioni con intenti descrittivi).

    Senza la nascita e lo sviluppo della pratica di creare variazioni su un basso ostinato, questo tema sicuramente non avrebbe goduto di questa enorme popolarità.

    Fin dal Medioevo, era prassi comune per gli strumenti improvvisare su melodie o formule armoniche conosciute, usandole come base per esecuzioni estemporanee, spesso virtuosistiche. Molti schemi di basso ostinato (Passamezzo, Bergamasca, Folia) derivano direttamente da musiche di danza. La struttura ripetitiva di queste musiche, necessaria per accompagnare sequenze di passi, ben si prestava alla variazione.

    Nel Rinascimento, questa prassi divenne molto comune e, in particolare, liutisti, vihuelisti e tastieristi iniziarono a scrivere o improvvisare diferencias (Spagna), partite (Italia) o divisions (Inghilterra) su arie popolari o schemi armonici consolidati. Questo forniva una base riconoscibile a chi ascoltava e un solido fondamento per la creatività al compositore/esecutore.

    Con la crescente emancipazione della musica strumentale da quella vocale (XVI-XVII secolo), sorsero nuove esigenze e la pratica iniziò a essere gradualmente abbandonata, riducendosi a mero esercizio didattico.

    Essa, infatti, permetteva ai discenti di apprendere l’armonia pratica (realizzazione del basso continuo), il contrappunto (realizzazione di linee melodiche sopra il basso), la tecnica strumentale (attraverso figurazioni sempre più complesse) e l’arte dell’ornamentazione e dell’improvvisazione controllata. Tra l’altro, in questo periodo fioriscono numerosi trattati e raccolte di esercizi basati su esempi con bassi standard.

    Diversi fattori contribuiscono a spiegare l’eccezionale successo e la resilienza della Folia nei secoli rispetto ad altri schemi (Romanesca, Ruggero, Passamezzo, Bergamasca) che persero gradualmente centralità, fino a diventare mere curiosità storiche per molti compositori successivi. Si ricordano:

    • Lunghezza ottimale: la struttura di 16 misure era sufficientemente lunga da permettere uno sviluppo significativo del tema, ma non così lunga da diventare dispersiva. Molti altri schemi erano più brevi (4-8 misure), limitando potenzialmente le possibilità di realizzare variazioni efficaci;
    • Ricchezza e interesse armonico: la progressione armonica della Tarda Follia è notevolmente più ricca e interessante di altri schemi più semplici (come I-IV-V-I della Bergamasca o le sequenze diatoniche del Passamezzo). In più, l’uso del VII grado abbassato (sapore modale), il movimento verso la relativa maggiore (III grado), le cadenze definite e integrate nel flusso ciclico offrivano più “sostanza” armonica da esplorare;
    • Forte identità melodica associata: il profilo melodico ben riconoscibile offriva un appiglio tematico più concreto per le variazioni;
    • Carattere affettivo potente e definito: l’affetto specifico veicolato (nobiltà, gravità e malinconia controllata) lo rendeva più appetibile per i compositori, a differenza di altri schemi dagli affetti meno definiti come la Romanesca (più vago), la Bergamasca (più rustico) o il Passamezzo antico (più “serio”), ritenuti meno capaci di sostenere elaborazioni complesse e profonde;
    • Equilibrio tra rigidità e flessibilità: la struttura era abbastanza rigida da fornire una base armonica solida, ma abbastanza flessibile da permettere un’enorme inventiva nell’elaborazione ritmica, melodica, contrappuntistica e timbrica;
    • Opere di riferimento iconiche: l’uso da parte di Corelli e di Lully contribuì al suo status elevato, a differenza degli altri schemi che non godettero di simili “testimonial” famosi;
    • Funzione pedagogica consolidata: l’introduzione del tema nella prassi didattica consolidata ne assicurò la conoscenza e la trasmissione alle generazioni successive di compositori e di musicisti;
    • Adattabilità stilistica: la grande adattabilità a vari stili permise alla Folia di prosperare a lungo, a differenza di altri schemi che, già in epoca classica, suonavano irrimediabilmente “antichi”.

    Note:

    [1] Nella musica barocca inglese, il termine “ground” identificava una linea di basso ostinato, ovvero una breve frase melodico-armonica ripetuta costantemente per tutta la durata di un brano o di una sezione. Sopra di esso, le voci superiori sviluppavano variazioni continue. La forma fu estremamente popolare in Inghilterra tra il XVII e il XVIII secolo, impiegata in ambito strumentale (tastiera, liuto, consort di viole) e vocale. Un esempio famosissimo è il lamento di Didone, When I am laid in earth dall’opera Dido and Aeneas di Henry Purcell, costruito su un “ground bass” cromatico discendente che esprime perfettamente dolore e rassegnazione.

    Buona serata e alla prossima!

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