Eugene O’Brien (24 aprile 1945): Close Harmony per 2 pianoforti (1986). Piet Kuijken e Vincent Planès.
« Close Harmony is a lively, percussive and occasionally whimsical nine-minute etude for two pianos. In the first of two double meanings, the title refers to the close-position major and minor triads and commonplace harmonic progressions that form the core of the work’s ordinary and even banal vo-cabulary. Familiar to every first-year music theory student and aficionado of three-chord rock, these triads and progressions erupt into melodies and dense chords that eventually encompass all twelve pitches of the chromatic scale, chords and melodies that clash with the simple triads from which they sprouted.
« At the same time, the etude is a tour de force of keyboard acrobatics and rhythmic intricacy, both of which suggest the second meaning of the title: the close, intense ensemble coordination and harmony demanded of the two pianists » (Eugene O’Brien).

Buongiorno, caro Claudio, grazie mille di aver portato questo spettacolare pezzo per due pianoforti, un’interpretazione davvero eccezionale, nulla da eccepire… solo da restare meravigliati 😯
O’ Brien è oggi considerato una figura di spicco nel panorama musicale contemporaneo statunitense, riconosciuto non solo per la sua produzione musicale raffinata ed espressiva, ma anche per la sua significativa attività didattica e di promozione della musica contemporanea.
Nato a Paterson, nel New Jersey, si è laureato in musica presso l’Università del Nebraska, perfezionandosi in composizione alla Hochschule für Musik di Colonia con Bernd Alois Zimmermann, grazie a una borsa di studio Fulbright.
Ritornato in patria, ha proseguito la sua formazione ottenendo un dottorato in composizione presso la Case Western Reserve University e il Cleveland Institute of Music nel 1983, studiando con importanti compositori come Robert Beadell, John Eaton, Iannis Xenakis e Donald Erb.
Dopo aver terminato gli studi, O’ Brien è stato compositore residente e presidente del Dipartimento di Composizione e di Teoria Musicale presso il Cleveland Institute of Music. Successivamente, ha presieduto gli stessi dipartimenti alla Catholic University of America di Washington.
Dal 1987, invece, ha iniziato a lavorare presso la prestigiosa Jacobs School of Music dell’Università dell’Indiana, ricoprendo gli incarichi di presidente del Dipartimento di Composizione (1994-1999) e di Decano Esecutivo Associato (1994-1999). Attualmente, è Professore Emerito di Composizione presso l’istituto.
Come importante promotore della musica contemporanea, il compositore ha co-fondato nel 1978 l’ensemble di musica nuova “Reconnaissance” a Cleveland, dirigendolo per sei anni. È stato anche membro del comitato di produzione del Contemporary Music Forum di Washington (1985-1987) e direttore dell’Indiana University New Music Ensemble (1991-1993).
La sua produzione annovera pezzi orchestrali, cameristici, vocali e per ensemble misti. Tra i suoi lavori, si segnalano Elegy for Bernd Alois Zimmermann, Mysteries of the Horizon, Elegy to the Spanish Republic e Algebra of Night per voce e quartetto con pianoforte. Da ricordare anche Embarking for Cythera, Clouds of Magellan, Tristan’s Lament, In the Country of Last Things, Close Harmony e Allures.
Il suo stile è profondamente radicato nelle tecniche post-tonali del XX e XXI secolo e si caratterizza per la forte vena lirica e il senso di direzione armonica. Spesso, le sue partiture sono intricate e tecnicamente impegnative e dimostrano una grande abilità nell’orchestrazione e nella creazione di sonorità ricche e stratificate. Nonostante la grande complessità, la sua musica rimane fortemente espressiva.
Pur avendo studiato con importanti figure dell’avanguardia musicale come Xenakis e Zimmermann, O’Brien ha saputo sviluppare un linguaggio altamente personale, sintetizzando diverse influenze moderniste in un linguaggio coerente e comunicativo.
La sua Close Harmony è un’opera complessa e brillante che incarna perfettamente le intenzioni dichiarate dal compositore. Lo scontro tra armonie semplici e complesse funge da motore principale del pezzo, sviluppato tramite una scrittura pianistica virtuosistica ritmicamente propulsiva e strutturalmente originale, richiedendo un notevole livello di abilità e di simbiosi da parte dei due interpreti.
La dedica della composizione è duplice, ossia al Fine Arts Duo (Marshall Griffith e Jacqueline Buckley Platten) – commissionario dell’opera e suo primo esecutore nel 1986 – e “alla memoria di Paul Jacobs”, importante e influente pianista statunitense, ricordato come interprete di spicco del repertorio novecentesco.
Dedicare un’opera così complessa e virtuosistica per due pianoforti a Jacobs è un chiaro atto di omaggio e di profonda stima professionale. O’ Brien, come compositore contemporaneo, riconosce la notevole importanza del grande pianista come interprete e promotore di questo repertorio. Inoltre, il fatto che Jacobs fosse anche un famoso interprete di musica per due pianoforti rende la dedica molto appropriata per questo brano.
Anche la dedica al Fine Arts Duo non è casuale, considerando che il compositore ha lavorato a lungo al Cleveland Institute of Music e ha co-fondato un ensemble di musica nuova in questa città. Con tutta probabilità, O’ Brien conosceva professionalmente Griffith e Platten attraverso i suoi contatti con la scena musicale della città e, possibilmente, la commissione nasce da qui.
La nota di programma del compositore sottolinea un doppio significato del titolo. Il primo è il diretto riferimento all’uso di triadi maggiori e minori in posizione stretta (close position) e progressioni armoniche comuni (come I-IV-V-I), definite “ordinarie e persino banali” e quasi reminiscenti del “rock a tre accordi”.
Questo semplice vocabolario musicale viene fatto “esplodere” in materiale musicale più denso che incorpora gradualmente tutte e dodici le note della scala cromatica, creando un contrasto tra la semplicità iniziale delle triadi e la complessità cromatica degli accordi successivi.
Il secondo è un riferimento alla stretta e intensa coordinazione e sincronia richiesta ai due pianisti, i quali sono chiamati ad affrontare un “tour de force di acrobazie tastieristiche e di complessità ritmica”.
Sviluppando come uno studio, il pezzo esplora e spinge i limiti di specifiche idee musicali e tecniche pianistiche. Esso non segue una forma rigida, ma si struttura in sezioni contrastanti che ritornano e si sviluppano.
L’andamento generale è altamente energico, con momenti di relativa quiete o diradamento della tessitura che fungono da contrasto temporaneo prima di un ritorno alla complessità. Si percepiscono diversi archi tensivi che portano a climax locali, generati aumentando la densità, la dinamica e la complessità ritmica.
Come anticipato, il linguaggio armonico è l’elemento centrale del pezzo e la tensione armonica nasce dallo scontro costante tra elementi tonali semplici ed elementi più cromatici e dissonanti.
Le triadi spesso appaiono improvvisamente, quasi come citazioni o frammenti decontestualizzati, immediatamente circondate o sommersi da cluster tonali, accordi densi (con molte note aggiunte, seconde e settime) e rapidi passaggi cromatici.
L’armonia esplora l’intero spettro cromatico, avvicinandosi all’atonalità o alla pantonalità in alcune sezioni, pur mantenendo i riferimenti “banali” come punti di ancoraggio o di partenza per le parti più complesse. L’uso del pedale per catturare note silenziose crea aloni armonici risonanti sui quali si stagliano figure maggiormente nette, aggiungendo ulteriore complessità armonico-timbrica.
Le linee melodiche non rispettano la lunghezza tradizionale, ma sono costituite principalmente da frammenti motivici brevi e incisivi, scale rapide (spesso cromatiche o alterate), arpeggi spezzati e figurazioni pianistiche energiche. Questo materiale è rapidamente scambiato tra i due strumenti, i quali poi procedono a elaborarlo imitandolo, trasformandolo e giustapponendolo.
Procedendo in questa maniera, O’ Brien dimostra una maggiore enfasi sulla gestualità, sull’energia ritmica e sulla tessitura sonora piuttosto che su uno sviluppo melodico lineare.
La propulsiva energia ritmica del pezzo si intravede fin dall’inizio, a partire dall’indicazione di tempo “Very fast ♩= 132”, la quale stabilisce subito un carattere incalzante. Si può notare anche un uso massiccio di terzine e di altre suddivisioni complesse, nonché di sincopi e di spostamenti di accenti. La presenza di tutti questi elementi contribuisce alla sensazione percussiva e all’instabilità ritmica.
Nonostante gli occasionali cambi di metro (per esempio, da 4/4 a 2/4, 3/4 o 2/3), l’impulso ritmico di base rimane molto forte, ma la sua percezione è resa difficile dall’intricata interazione tra le parti e dalle figure sincopate.
La scrittura per i due pianoforti, altamente idiomatica e virtuosistica, presenta una tessitura estremamente variabile, con figure frammentate passate rapidamente da un pianoforte all’altro, blocchi sonori potenti e percussivi, linee indipendenti e ritmicamente interconnesse e note isolate o brevi figurazioni sparse tra i registri e i pianoforti (puntilismo).
O’ Brien sfrutta l’intera estensione dello strumento, con frequenti passaggi in registri estremi (indicati con 8va, 15ma e 8vb). Le articolazioni rivestono un ruolo fondamentale, con accenti marcati, staccati e indicazioni di “secco” che contribuiscono al carattere percussivo.
La gamma dinamica, piuttosto ampia, spazia dal ppp al ff (e potenzialmente oltre, in maniera implicita). I contrasti dinamici sono spesso improvvisi e netti, contribuendo al carattere vivace e talvolta “stravagante” del pezzo. Gli accenti sono importanti per la definizione dei contorni ritmici e per enfatizzare la natura percussiva del materiale musicale.
L’esecuzione viene orientata a un andamento energico e preciso da indicazioni di tempo come “Very fast” e “strict tempo” (verso la fine), nonché da dinamiche dettagliate.
Nel complesso, il pezzo si rivela un’esplosione di energia controllata, caratterizzato da virtuosismo, percussività e un linguaggio armonico oscillante tra semplicità e complessità estrema. La “stravaganza” prima menzionata fa forse riferimento alle giustapposizioni inaspettate e all’energia quasi giocosa, ma tecnicamente brutale, di alcuni passaggi.
In qualità di “tour de force”, infine, richiede ai due interpreti una tecnica formidabile, un grande senso ritmico e una capacità coordinativa d’insieme estremamente raffinata.
Buona giornata e a domani!
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Grazie, Pierfrancesco. Buon tutto e a domani 🙂
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