Una sonata di Charles Burney

Charles Burney (7 aprile 1726 - 12 aprile 1814): Sonata in la maggiore per clavicembalo (c1774). Fernando De Luca.

  1. Prelude: Presto
  2. Allegro moderato [2:13]
  3. (Adagio) [6:57]
  4. Presto [7:48]


L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

Charles Burney, l’uomo che diede voce alla storia della musica

Charles Burney non fu solo un musicista e compositore, ma una figura centrale della vita intellettuale inglese del Settecento. Membro della Royal Society, amico intimo di giganti come Samuel Johnson e Joseph Haydn, egli è passato alla storia soprattutto come il primo grande storiografo della musica, capace di trasformare l’erudizione in narrazione.

Dalle origini a Londra: la formazione di un talento
Nato a Shrewsbury da una famiglia di artisti, Burney ricevette un’educazione musicale rigorosa ma variegata. Dopo i primi studi sotto la guida dell’organista della Cattedrale di Chester e del fratellastro James, la svolta arrivò con il trasferimento a Londra come allievo di Thomas Arne. Qui iniziò a farsi un nome scrivendo musiche per il teatro e ottenendo prestigiosi incarichi come organista. Tuttavia, ragioni di salute lo costrinsero a lasciare la capitale nel 1751 per stabilirsi a Lynn Regis, nel Norfolk. Questi nove anni di “esilio” volontario furono cruciali: mentre ricopriva il ruolo di organista con un lauto stipendio, iniziò a concepire l’idea di scrivere una storia generale della musica. Al suo ritorno a Londra nel 1760, egli era un uomo nuovo, pronto a conquistare la scena culturale con le sue composizioni.

Il grand tour musicale e il successo letterario
Per scrivere una vera storia della musica, Burney comprese di non potersi limitare ai testi disponibili in Gran Bretagna. Tra il 1770 e il 1772 intraprese due lunghi viaggi attraverso l’Europa: visitò la Francia, l’Italia (dove incontrò il giovane Mozart e padre Martini), la Germania e i Paesi Bassi. Questi viaggi non furono solo spedizioni di ricerca, ma si trasformarono in fortunati resoconti letterari. I suoi libri sullo “stato attuale della musica” in Europa furono accolti con entusiasmo, tanto da essere presi a modello da Samuel Johnson per il suo celebre viaggio nelle Ebridi. Grazie a queste ricerche, egli pubblicò tra il 1776 e il 1789 la sua opera magna, A General History of Music in quattro volumi. Nonostante alcune critiche per le sue posizioni sulla musica greca, l’opera rimane una pietra miliare per la comprensione dello sviluppo dell’opera e della scena musicale settecentesca.

Una famiglia di geni e un circolo di celebrità
La casa di Burney a Londra era un crocevia di menti brillanti. Tra i suoi amici figuravano il pittore Sir Joshua Reynolds, lo statista Edmund Burke e il leggendario Samuel Johnson. Tuttavia, il suo lascito più grande risiede forse nella sua straordinaria prole: Frances (Fanny) Burney, celebre romanziera e diarista, le cui cronache offrono ancora oggi uno spaccato vivissimo della società dell’epoca; James Burney, esploratore che accompagnò il capitano Cook nei suoi ultimi viaggi; Charles Burney jr, importante classicista la cui biblioteca finì al British Museum; Sarah Harriet Burney, anch’essa nota scrittrice di romanzi.
Nonostante il successo pubblico, la vita familiare non fu priva di tensioni, specialmente nei rapporti complessi tra Charles e le figlie riguardo ai loro matrimoni e alla gestione della sua eredità senile.

Gli ultimi anni: tra Haydn e il Chelsea Hospital
Verso la fine della carriera, Burney ricevette numerosi onori, tra cui una pensione statale e la nomina a corrispondente dell’Istituto di Francia. Fu nominato organista del Royal Hospital di Chelsea, dove trascorse il resto dei suoi giorni. Un capitolo significativo della sua vecchiaia fu l’amicizia con Joseph Haydn, del quale fu uno dei maggiori sostenitori durante i suoi soggiorni londinesi; si dice che l’ammirazione del nostro per Händel abbia influenzato Haydn nella decisione di comporre grandi oratori come Die Schöpfung (La creazione). Negli ultimi anni Burney continuò a scrivere, contribuendo con quasi tutti gli articoli musicali alla mastodontica Rees’s Cyclopædia.

L’eredità controversa e la riscoperta moderna
Alla sua morte nel 1814, Burney fu sepolto a Chelsea e commemorato nell’Abbazia di Westminster. La sua eredità documentale subì però un duro colpo: la figlia Fanny, nel tentativo di proteggere l’immagine paterna, distrusse gran parte dei suoi diari e manoscritti originali. La biografia che lei scrisse in seguito fu spesso criticata per l’eccessiva adulazione. Oggi, il valore del compositore è stato ampiamente riabilitato grazie al lavoro accademico di centri come il Burney Centre della McGill University, che sta curando l’edizione critica delle sue lettere. In ogni caso, il nostro rimane il testimone oculare d’eccellenza di un’epoca d’oro, colui che seppe vedere nella musica non solo un’arte, ma un pilastro della storia della civiltà.

La Sonata in la maggiore
In questo esempio preclaro dello stile galante che dominava l’Europa musicale nella seconda metà del XVIII secolo, l’ampia erudizione del grande storico della musica si fonde con la freschezza inventiva del compositore, creando un lavoro che spazia dal virtuosismo brillante alla cantabilità raffinata.

L’inizio è affidato a un preludio di sapore quasi improvvisativo che funge da introduzione virtuosistica, richiamando la tradizione della toccata. Fin dalle prime battute, l’ascoltatore viene travolto da arpeggi spezzati e scale rapide che percorrono l’intera estensione della tastiera. La scrittura è densa e richiede una notevole agilità delle dita: Burney utilizza costantemente note ribattute e figurazioni a cascata che mettono in risalto la brillantezza timbrica del clavicembalo. Nonostante il titolo, la struttura è solida e prepara perfettamente il terreno per il movimento successivo, stabilendo con decisione la tonalità di la maggiore.
Il secondo movimento rappresenta il cuore pulsante e intellettuale dell’opera. Qui il ritmo serrato del preludio lascia spazio a una struttura più articolata e discorsiva. La melodia è aggraziata, ricca di abbellimenti (trilli, appoggiature) che decorano una linea melodica estremamente chiara e solare. Il compositore dimostra la sua maestria nel contrappunto leggero, stabilendo un equilibrato dialogo tra le due mani: la destra espone temi lirici, mentre la sinistra sostiene il ritmo con precisione, a tratti raddoppiando o rispondendo con brevi incisi. Si avverte una nobile compostezza: il tempo moderato permette alla musica di respirare, dando spazio a sfumature dinamiche (per quanto possibili sul clavicembalo attraverso la densità della scrittura) e a una narrazione musicale che appare fluida e mai forzata.
Il movimento successivo funge invece da intermezzo o ponte armonico, qualificandosi come un momento di sospensione drammatica. Dopo la solarità del la maggiore, queste poche battute introducono una tensione introspettiva, con il ritmo che rallenta drasticamente e l’armonia si fa più densa e carica di pathos. Questo crea un forte contrasto emotivo, una sorta di “respiro profondo” o di riflessione malinconica che serve a dare maggior risalto alla gioiosità esplosiva del finale che seguirà senza soluzione di continuità.
La composizione si conclude con un Presto che riprende lo slancio iniziale ma con una struttura ritmica più definita e “danzante”. Il movimento è caratterizzato da un moto perpetuo: è una corsa scintillante dominata da figurazioni in crome e semicrome che non si fermano quasi mai. Il tema principale è accattivante e ritorna con insistenza, conferendo al movimento un senso di unità e di risoluzione gioiosa. Le variazioni tematiche sono sottili ma efficaci, mantenendo alto il livello di attenzione dell’ascoltatore. Il finale è brillante e riafferma con vigore la tonalità di impianto, concludendo l’opera con un senso di compiutezza e ottimismo, tipico della produzione di Burney che mirava a compiacere l’ascolto pur mantenendo un’altissima qualità formale.

Nel complesso, questa sonata è un perfetto documento di transizione: possiede ancora la precisione barocca, ma guarda già alla simmetria e alla grazia del Classicismo viennese, confermando il celebre maestro inglese come una voce originale e autorevole nel panorama clavicembalistico del suo tempo.

aligncenter