Viaggio verso luoghi inaccessibili

Georges Gurdjieff (1872? - 1949) e Thomas de Hartmann (1885 - 28 marzo 1956): Voyage vers des lieux inaccessibles (1924-27). Alain Kremski, pianoforte.



L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

Il suono dell’insegnamento: il sodalizio spirituale e musicale tra Georges Gurdjieff e Thomas de Hartmann

Nel panorama delle collaborazioni artistiche e spirituali del XX secolo, poche sono state così feconde, enigmatiche e profondamente influenti come quella tra il filosofo e mistico armeno Georges Gurdjieff e il compositore russo Thomas de Hartmann. Da questo incontro, durato poco più di un decennio, è scaturito un corpus di oltre 300 composizioni pianistiche che fondono la sapienza melodica dell’Oriente con la struttura armonica dell’Occidente, concepito non come intrattenimento, ma come strumento di risveglio della coscienza.

L’incontro: l’aristocratico e il maestro
Quando i due si incontrarono per la prima volta a San Pietroburgo nel 1916, si scoprì che appartenevano a mondi apparentemente inconciliabili: Hartmann era un aristocratico, un compositore di successo le cui opere venivano eseguite nei teatri imperiali, nonché un ufficiale della guardia dello zar. Gurdjieff era invece un “maestro di danze”, un cercatore di verità che sosteneva di aver viaggiato in remoti monasteri e scuole esoteriche dell’Asia centrale e del Medio Oriente per riscoprire una “conoscenza dimenticata”. Il compositore, insieme alla moglie Olga, riconobbe immediatamente nel mistico armeno una forza magnetica e una profondità di comprensione che la cultura accademica europea non poteva offrire. Iniziò così un sodalizio che avrebbe visto gli Hartmann seguire Gurdjieff attraverso i tumulti della Rivoluzione russa, la guerra civile, il Caucaso, Costantinopoli e, infine, in Francia, a Fontainebleau, dove il mistico fondò l’Istituto per lo sviluppo armonico dell’uomo presso il Prieuré d’Avon.

Il processo creativo: un’alchimia sonora
Il lavoro musicale tra Gurdjieff e Hartmann raggiunse il suo apice tra il 1923 e il 1927. Il processo di composizione era di per sé un esercizio spirituale e una prova di “presenza” per il musicista. Il mistico non era un compositore nel senso tecnico del termine: egli fischiava o suonava con un dito sulla tastiera i temi che aveva udito nei suoi viaggi – melodie di dervisci, canti liturgici russi, musiche di templi tibetani o canti popolari curdi. Il compositore aveva il compito quasi impossibile di trascrivere queste melodie e di dar loro una forma pianistica, cercando di preservare l’esatto sapore emotivo e il ritmo irregolare delle fonti originali. Gurdjieff era un critico severo: se l’armonizzazione proposta dal suo collega diventava troppo “europea” o “sentimentale”, egli lo costringeva a ricominciare da capo, finché il suono non trasmetteva quella specifica vibrazione che egli chiamava “musica oggettiva”. Hartmann descrisse questo processo come una tortura creativa che lo costringeva a superare i propri automatismi professionali per attingere a una fonte di ispirazione più pura.

Le caratteristiche della musica: l’Oriente incontra l’Occidente
La musica prodotta da questa collaborazione può essere suddivisa in tre grandi categorie:

  1. i canti e i ritmi dell’oriente: ispirati alle tradizioni popolari e dervisce del Vicino Oriente e dell’Asia Centrale. Si tratta di pezzi caratterizzati da tempi insoliti e scale modali che evocano paesaggi remoti e una spiritualità arcaica;

  2. inni e canti sacri: pezzi di carattere meditativo, spesso solenni e austeri, che riflettono la profondità della ricerca interiore e il senso della sacralità della vita;

  3. musica per i “movements” (danze sacre): composta specificamente per accompagnare gli esercizi fisici complessi che Gurdjieff insegnava. Qui il ritmo è l’elemento predominante, fungendo da guida per l’attenzione e la coordinazione dei praticanti.

L’elemento distintivo di queste opere è la capacità di bypassare l’analisi intellettuale per colpire direttamente il centro emotivo dell’ascoltatore, inducendo uno stato di calma vigile e di introspezione.

Il ruolo della musica nel “lavoro” di Gurdjieff
Per Gurdjieff, la musica non era fine a sé stessa, ma un mezzo: egli sosteneva che l’essere umano vive in uno stato di “sonno vigile” e che la musica ordinaria spesso alimenta solo le nostre associazioni meccaniche e i nostri sogni ad occhi aperti. La musica composta in collaborazione con Hartmann era invece progettata per scuotere la psiche, agendo come un ponte tra il mondo invisibile delle idee esoteriche e il mondo tangibile delle sensazioni. Attraverso l’ascolto o l’esecuzione di questi pezzi, lo studente era invitato a praticare il “ricordo di sé”, un atto di attenzione divisa tra il suono esterno e la propria reazione interna.

La rottura e l’eredità
Il sodalizio si interruppe bruscamente nel 1929: Gurdjieff, in una delle sue tipiche mosse volte a spingere i discepoli verso l’indipendenza, allontanò gli Hartmann dall’Istituto. Fu un colpo durissimo per il compositore che, tuttavia, continuò a onorare l’insegnamento del Maestro per il resto della sua vita. Dopo la morte di Gurdjieff nel 1949, Thomas de Hartmann si dedicò alla sistematizzazione del materiale musicale e alla sua registrazione. Grazie al suo sforzo monumentale e alla successiva opera di divulgazione di musicisti come Keith Jarrett (che nel 1980 incise l’album Sacred Hymns), questa musica è uscita dalla cerchia ristretta delle “scuole del lavoro” per entrare nelle sale da concerto e nelle collezioni di appassionati di tutto il mondo. Nel complesso, la collaborazione tra i due rimane un esempio unico di come due menti diverse possano collaborare per tradurre l’ineffabile in suono: se Gurdjieff fu l’architetto della visione e il custode delle melodie ancestrali, Hartmann fu lo scalpello sapiente che permise a quelle melodie di risuonare sui pianoforti dell’Occidente. Insieme, hanno lasciato un’eredità sonora che continua a sfidare il tempo, invitando chiunque ascolti a fermarsi, a respirare e a risvegliarsi.

Voyage vers des lieux inaccessibles
L’opera in questione rappresenta uno dei vertici della collaborazione tra Gurdjieff e Hartmann. Essa è concepita come una sequenza di quadri sonori che fungono da cronaca spirituale di una ricerca interiore ed esteriore. Il titolo non si riferisce solo a spedizioni geografiche in remote regioni dell’Asia centrale o del Tibet, ma è una metafora del “lavoro su di sé”: i luoghi inaccessibili sono gli stati superiori di coscienza e le profondità dell’essere che rimangono preclusi all’uomo ordinario che vive nel “sonno”. Nella concezione del filosofo armeno, la musica è il veicolo che permette di accostarsi a queste soglie.

L’inizio è affidato a una melodia malinconica ed evocativa, con le note singole che sembrano interrogare il silenzio. C’è un senso di solitudine e di vastità, come un cercatore che muove i primi passi in un deserto sconfinato. Il ritmo accelera poi improvvisamente e vengono introdotti schemi ripetitivi e scale modali tipiche della musica popolare del Medio Oriente. Questa sezione rappresenta la fatica del viaggio, la determinazione e la necessità di “muoversi” per non restare stagnanti.
La musica rallenta nuovamente e le armonie si fanno più rarefatte: qui Hartmann utilizza il registro acuto del pianoforte per evocare un senso di trascendenza, quasi come se si stesse osservando una catena montuosa innevata da lontano. Entra una sezione profondamente solenne, caratterizzata da grandi accordi e una melodia che ricorda il canto liturgico ortodosso o i canti dei templi tibetani. È un momento di devozione, dove il viaggio esteriore si ferma per un atto di adorazione interiore.
Segue uno dei momenti più dinamici: il ritmo diventa sincopato e incalzante, e si percepisce l’influenza delle musiche udite da Gurdjieff nei monasteri sufi. La musica invita alla presenza totale del corpo e della mente. La sezione successiva, invece, enfatizza le pause e la risonanza delle singole note: non c’è fretta. È la descrizione sonora di un luogo “inaccessibile” dove le parole e i pensieri ordinari cessano di esistere.
Si prosegue alternando temi di danza a momenti di inni gravi. Il viaggio non finisce con una risposta definitiva, ma con la ripresa di un cammino consapevole, arricchito dalla visione dei luoghi raggiunti.
A differenza dei compositori classici occidentali che “imitavano” l’Oriente, qui la struttura melodica segue le leggi dei maqām arabi o dei rāga indiani, pur essendo trascritta per uno strumento temperato come il pianoforte. La musica non è scritta per “piacere”, ma per “vibrare” in determinati centri dell’essere umano, e si può notare come alcune frequenze sonore tendano a calmare il centro intellettuale e a stimolare quello emozionale superiore.

Nel complesso, Voyage vers des lieux inaccessibles è un’esperienza trasformativa, rivelandosi una vera e propria mappa sonora: non si tratta di semplice musica da ascoltare in sottofondo, ma di una chiamata al risveglio, un invito a intraprendere quel viaggio verso la parte più profonda e “inaccessibile” di noi stessi.