Luca Francesconi (17 marzo 1956): Cobalt, Scarlet. Two Colours of Dawn per grande orchestra (1999-2000). Radion sinfoniaorkesteri, dir. Hannu Lintu.

Luca Francesconi (17 marzo 1956): Cobalt, Scarlet. Two Colours of Dawn per grande orchestra (1999-2000). Radion sinfoniaorkesteri, dir. Hannu Lintu.

Adoro davvero tanto questi tuoi inserti sulla musica contemporanea, hanno un qualcosa di mistico e di sorprendente 😊. Tra l’altro, mi piacciono molto anche quei momenti di tensione irrisolta che tengono con il fiato sospeso 🙂. Ho davvero apprezzato questo pezzo, del quale allego alcune note del compositore:
Cobalt Scarlet è basato su una idea molto semplice: la luce
di
un’alba nordica vista attraverso la finestra del mio hotel ad Oslo.
Era prestissimo, quasi buio. I colori vaghissimi, ancora avvolti
dalle ombre della notte.
Eppure si stavano già trasformando in una luce di velluto, blu
cobalto.
Un processo stupefacente e lentissimo: tutto sembrava fermo, lì
fuori, ed invece cambiava incessantemente.
D’improvviso mi resi conto che era apparso qualcosa di nuovo: un
raggio più forte, una foschia scarlatta. Era il sole.
Impossibile dire quando tempo era passato.
Allora fu chiaro il contrasto con la violenza del sole e della luce
del Mediterraneo.
E del motivo per cui il sole in italiano è sostantivo maschile
mentre in altre lingue del nord – in tedesco ad esempio – è
femminile.
Dunque una luce in continua lentissima trasformazione da un lato e
dall’altro una presenza possente, il sole, che nel sud somiglia ad
un idolo antico, una enorme statua fiammeggiante che emerge dal
mare. Non cambia, non si trasforma, semplicemente “è” ; e viene in
primo piano in tutta la sua potenza.
Il pezzo non è per niente descrittivo: conoscere queste suggestioni
private non ha importanza per la comprensione della musica.
Eppure queste riflessioni sulla luce possono fornire un filo rosso
per penetrare la forma del pezzo, per chi fosse incuriosito.
Queste due percezioni di luce – cobalto e scarlatto – sono metafora
di due concezioni del tempo.
E questo è uno dei punti saldi della mia ricerca musicale.
Il primo è ciò che chiamo “tempo dinamico”, ossia una continua
trasformazione della materia.
Ha luogo laddove le identità degli oggetti non sono immutabili: come
nella fusione dell’atomo le energie interne si muovono e generano
nuove forme, nuove identità. Pensiero dialettico tipicamente
occidentale, di cui la forma-sonata (e lo sviluppo in particolare)
classico-romantica è chiaro esempio storico.
In Cobalt Scarlet questo pensiero è connesso con il timbro e
l’armonia.
La seconda concezione temporale è un tempo “circolare”,
extraeuropeo e preclassico, dove invece gli oggetti non mutano, ma
ruotano o si accumulano, emergono o arretrano.
E’ il sole: lo osserviamo nella sua immutabile, immacolata forma.
Si manifesta epifanicamente, con la sua luce violenta, scarlatta. E’
il ritmo.
Diviene subito evidente che questo secondo elemento che appare solo
dopo vari minuti, ma inequivocabilmente, comincerà a disturbare il
lento progredire del primo.
Alla fine tenterà di controllare tutta la materia musicale e
trascinerà l’orchestra in una sorta di selvaggia danza dionisiaca.
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Grazie mille, Pierfrancesco 🙂
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