Pace non trova il cor

Vincenzo Bellini (1801 - 1835): Torna, vezzosa Fillide, romanza per voce e orchestra (1827). Marcello Giordani, tenore; Orchestra del Teatro «Bellini» di Catania, dir. Steven Mercurio.

Torna, vezzosa Fillide,
al caro tuo pastore;
lungi da tue pupille
pace non trova il cor.

Al caro tuo soggiorno
io sempre volgo il piè
e grido notte e giorno:
“Fillide mia dov’è?”

Domando a quella sponda:
“Fillide mia che fa?”
e par che mi risponda:
“Piange lontan da te!”

Domando a quello rio:
“Fillide mia dov’è?”
con rauco mormorio
dice: “Piangendo sta!”

Il caro tuo sembiante,
fonte d’ogni piacere,
il miro ad ogni istante
impresso nel pensier.

Ma rimirando allora
ch’egli non è con me,
grido piangendo ognora:
“Fillide mia dov’è?”.

Son fatte le mie pene
un tempestoso mare;
non trovo, amato bene,
chi le potrà calmar?

Che fa la morte, oh Dio,
che non mi chiama a sé?
Gridar più non poss’io:
“Fillide mia dov’è?”.

Marcello Giordani
Marcello Giordani
1963 - 5 ottobre 2019

11 pensieri riguardo “Pace non trova il cor

  1. Buongiorno, caro Claudio, grazie per aver portato questa bellissima, ma struggente romanza di Vincenzo Bellini 😊

    Questa romanza appartiene alla raccolta Composizioni da camera (1935), un’antologia di quindici composizioni per voce e pianoforte, probabilmente scritte dal compositore durante gli anni Venti del XIX secolo, mentre si trovava a Napoli e a Milano, prima della sua partenza per la capitale francese, dove Bellini trascorrerà gli ultimi anni della sua breve vita.

    La raccolta non è stata concepita personalmente dal compositore, in quanto è improbabile che egli abbia mai considerato queste composizioni come un opera unitaria. La creazione di questa antologia, infatti, si deve all’editore milanese Ricordi per celebrare il centenaario della morte del celebre compositore milanese.

    L’opera si compone di tre sezioni principali, costituite da un numero variabile di pezzi: la prima parte è formata da sei composizioni di vario genere (rispettivamente una canzoncina, una scena con aria, tre romanze e una ballata), mentre le altre due parti contengono, rispettivamente, tre e sei composizioni, appartenenti al genere dell’arietta.

    Lo stile generale dell’antologia è più semplicistico e intonato rispetto all’impostazione dei testi operistici di Bellini. Le romanze contengono alcuni elementi drammatici, mentre le ariette si conformano a una melodia simile a una canzone e, generalmente, seguono una struttura strofica, cantata in modo semplice con un accompagnamento piuttosto minimale.

    Questo tipo di tessitura contrasta nettamente con le arie melodrammatiche e notevolmente emotive di Bellini, specialmente quelle appartenenti alle sue ultime creazioni operistiche, come Norma.

    Nonostante le singole composizioni abbiano poco da condividere con lo stile operistico tipico del primo Ottocento, si pensa che alcune influenze di carattere popolare, provenienti soprattutto dal territorio siciliano, abbiano ispirato le loro melodie.

    I testi, in maggioranza di autore anonimo, seguono un metro popolare e, in risposta ai temi romantici e alle immagini vivide suggerite dalle poesie, Bellini propone melodie sobrie e incantevoli. Ogni brano della raccolta, nonostante le diversità di genere e di testi, segue un tema comune, ossia l’amore non corrisposto.

    Torna, vezzosa Fillide è il sesto brano della raccolta, l’ultimo della prima sezione, composto a Milano tra il 1827 e il 1833.

    Strutturato in tre movimenti, si propone di ricreare una rappresentazione drammatica in un ambiente arcaico, ispirandosi al mito di Fillide, figlia di un re della Tracia (per alcuni, Sithon; per altri, Filandro, Ciaso o Tilo, anche se la maggior parte dei resoconti narrativi tace sul nome del sovrano).

    Il mito narra che Fillide sposa Demofonte, re di Atene e figlio di Teseo, durante la sua permanenza in Tracia nel mezzo del suo viaggio di ritorno dalla guerra di Troia. Il giovane guerriero, molto devoto al suo paese a suo padre, lascia indietro la ragazza che, sdegnata, lo manda via con uno scrigno, dicendogli che contiene un sacramento di Rea, la dea greca della Terra, chiedendogli di aprilo solo nel caso in cui non sarebbe più tornato da lei.

    A partire da questo punto, la storia si conclude in due modi diversi: secondo una versione, Fillide perde ogni speranza che l’amato possa ritornare e si suicida impiccandosi su un albero e, nel suo luogo di sepoltura, cresce un mandorlo che fiorisce al ritorno di Demofonte. L’altra versione, invece, racconta che il giovane guerriero apre la bara contenente il cadavere della sua amata e, inorridito da ciò che vede, si allontana terrorizzato, tanto che il suo cavallo si imbizzarisce e inciampa e lui cade accidentalmente sulla sua stessa spada.

    L’ambientazione di Bellini si apre con un introduzione di carattere operistico, la quale non accenna minimamente all’ambientazione bucolica del mito, ma introduce la melodia come se fosse un’aria scenica, dando idea dell’impostazione musicale successiva.

    L’interazione vocale-strumentale che segue è davvero energica e riutilizza il materiale introduttivo. Durante il momento nel quale la poesia canta che il cuore non ha pace, la musica diventa più inquieta e aumenta di intensità, riflettendo pienamente la sofferenza della giovane e del suo amante. Anche l’accompagnamento segue lo stesso andamento del canto, raggiungendo al suo culmine un’elevata agitazione drammatica.

    La voce della sezione centrale è ornata da un accompagnamento in terzine e in semicrome, il quale preannuncia il finale sconvolgente: con il mare in tempesta sullo sfondo, l’amato dispera di rivedere in futuro la sua amata, però si rende presto conto che lei è sicuramente annegata ed egli si lascia andare alla sua follia.

    Buona giornata e al prossimo appuntamento!

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    1. Grazie, Pierfrancesco. Oggi ho inteso ricordare un tenore di vaglia (anch’egli siciliano, di Augusta), gran tempra, timbro ammaliante, dizione esemplare, scomparso anzitempo cinque anni fa.
      Buona serata, a domani 🙂

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