Maurice Ravel (1875 - 28 dicembre 1937): Rapsodie espagnole per orchestra (1907). Queensland Symphony Orchestra, dir. Alondra de la Parra.
- Prélude à la nuit [0:18]
- Malagueña [4:20]
- Habanera [6:41]
- Feria [9:12]
« Mentre in Debussy gli sviluppi musicali si sciolgono in continue fluttuazioni di macchie sonore che si innestano e si sfrangiano liberamente per creare mobilissime atmosfere, in Ravel le immagini sonore sono sempre circoscritte da contorni taglienti, da una netta e quasi razionale precisazione melodica. Alle eleganze evanescenti di Debussy, Ravel oppone cadenze armoniche elementari che semplificano al massimo la struttura compositiva, un dinamismo ritmico ben definito, dure insistenze timbriche che squadrano gli sviluppi musicali con razionale geometria, spesso accentuata dall’adozione di certi schemi crudi e ossessivi della musica iberica » (Francis Poulenc).

Ho segnato “mi piace” ma devo dire che la sua musica spesso mi affascina con la sua “insistenza”.
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Non so se tu ti riferisca in particolare al Boléro e alla sua particolare “insistenza”: ho dedicato a quel brano un breve articolo, mi farebbe piacere se lo leggessi e poi esprimessi la tua opinione in proposito:
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Conosco molta musica di Ravel, non sono un musicologo ma un modesto ascoltatore, ma dato che mi chiedi: L’insistenza che mi permetto di affibbiargli amichevolmente riguarda certi momenti di varie composizioni, avrei potuto dire corposità o altro (sensualità è un po scontato). Concordo pienamente con te nel considerarlo un grande del 900. Veramente originale e creativo. I timbri, i ritmi, l’impasto orchestrale e altri termini del genere sono da lui padroneggiati e incantano.
Quando dico insistenza mi riferisco a tutta la sua musica che conosco, è un’insistenza che mi piace. Tutta la musica, credo, produce ripetizioni e/o variazioni, ma per me l’insistenza, stupenda insistenza, ce l’ha solo lui (forse un poco anche Brahms, ma non vorrei dire una stupidaggine dietro l’altra…).
Il tuo articolo sul Boléro è bellissimo, quasi come il B. stesso.
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Ehm, grazie, ma non esageriamo 🙂
A proposito di “insistenze”, un compositore che colloco in vetta nella mia… classifica personale è Leoš Janáček, lo conosci? Quasi un minimalista ante litteram — così mi è capitato di definirlo — la cui predilezione per le ripetizioni insistite nasce dallo studio delle tradizioni musicali del suo Paese, la Moravia.
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Mi pare che anche Milan Kundera fosse dello steso avviso, a proposito di Janàcek…ciao…
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Proprio così. Il padre di Kundera, Ludvík, era stato allievo di Janáček: musicologo di vaglia e pianista, suonava spesso le composizioni del maestro, lasciando nel figlio un’impressione indelebile. Per questo, quando chiesero a Milan Kundera che cosa del suo Paese natale avesse maggiormente esercitato il proprio fascino e il proprio influsso su di lui, rispose “la musica di Janáček”.
Un saluto dal profondo del cuore, carissimo Bruno.
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A te. Ciao carissimo e…Buon 2025
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Auguri!
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Grande Alondra de la Parra. Nella mia grossolanità a me Ravel piace. Lo ascolto volentieri.Grazie Claudio.
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Considero Ravel un grande del Novecento. Ho notato che molti non lo apprezzano a causa del Boléro — la meno raveliana delle sue composizioni.
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Sono d’accordo con te ma il Bolero ha il suo fascino. Oggi vado a sentire (come ogni anno per la fine d’anno) la NONA che fa sempre bene. dirige Tjeknavorian, giovane, entusiasta che ha svecchiato molto l’orchestra.
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Largo ai giovani, lo dico sempre. E quando fanno musica con viva passione mi emozionano.
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Sul Boléro avevo scritto un articoletto che forse ti piacerà:
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grazie.
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Ho scritto un commento al tuo articolo ma mi ha inserito come Anonimo, Grazie ancora.
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Ho visto. Grazie a te 🙂
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Ravel! It has to do with a rhythm or a pulse that connects us all to living on this planet Earth, our dear home! His music touches our Circadian rhythms.
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I’m glad you like Ravel. Not everyone loves his music, sometimes I have to struggle to explain his importance and greatness. He is often compared to Debussy, but I think Ravel’s music has more depth.
Good evening, Ashley.
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I like Debussy, also! Sometimes it is really down to the mood we are in, allowing certain rhythms to affect us!. My preferences might change tomorrow, whether the sun is shining or it’s raining once again! I hope that makes sense. There are times when there are no favourites and I love everything! Circadian rhythms! What shall we dance tomorrow? 🕺
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Buongiorno e buon sabato, caro Claudio, grazie mille di aver portato questo vivace brano, davvero un’ottima interpretazione da parte della Queensland Symphony Orchestra 😊
La Rapsodie espagnole si qualifica tra le prime grandi opere orchestrali raveliane, dopo l’Ouverture de Shéhérazade. Il pezzo attinge fortemente al folklore spagnolo e all’eredità spagnola del compositore, influenzato in giovinezza dalle origini basche della madre la quale, spesso, gli cantava brani della sua terra di origine.
La genesi della composizione fu un Habanera (1895) per due pianoforti, mai pubblicata come pezzo autonomo, completata da tre brani aggiunti scritti dodici anni più tardi. Nell’ottobre dello stesso anno, Ravel realizzò una versione per due pianoforti dell’opera completa, seguita da un’orchestrazione della suite nel febbraio successivo.
In questo periodo, Ravel scrisse diverse composizioni dal sapore spagnolo – probabilmente per riflettere ancora di più le sue origini spagnole – come L’Heure espagnole (1907) e la canzone Vocalise-Etude en forme de habanera (1907).
Durante il periodo di gestazione dell’opera, il compositore francese Claude Debussy pubblicò la sua suite Estampes (1903) per pianoforte, il cui movimento centrale, intitolato Soirée dans Grenade, era basato su un tema spagnolo. Per evitare accuse di plagio, Ravel mise bene in vista la data del 1895 sulla sua Habanera all’interno della partitura della Rapsodie.
Tuttavia, il problema del plagio non sussisteva in quanto, dopo la prima dell’Habanera, Debussy chiese a Ravel di prestargli la partitura del pezzo e l’infulenza raveliana è chiaramente percepibile nel pezzo debussiano.
La prima della Rapsodie si ebbe il 15 marzo 1908, al Théâtre du Châtelet, da parte dell’Orchestre des Concerts Colonne, sotto la direzione di Édouard Colonne. L’opera fu dedicata a Charles Wilfrid de Bériot, ex insegnante di pianoforte di Ravel.
L’accoglienza fu, in generale, piuttosto favorevole, tanto da includere il secondo movimento dell’opera come bis. Vi furono molti elogi per l’orchestrazione raffinata e innovativa e la suggestività della musica.
Dopo il bis, dalla galleria superiore del teatro, il compositore Florent Schmitt gridò: “Ancora una volta per quelli di sotto che non hanno capito!” o “Suonatela una terza volta, in modo che quelli di sotto capiscano!”. Dopo l’esecuzione dell’ultimo movimento, invece, Schmitt urlò ancora al pubblico: “Dite loro che è Wagner! Penseranno che è grandioso” o “Dite loro che è Wagner, applaudiranno come pazzi!”
Un’altra lusinga uscì dalla bocca del critico Robert Brussel: “L’opera di M. Ravel è una delle novità più interessanti di questa stagione. Non so se ci dia un’immagine autentica della Spagna; poiché non conosco questo paese, qualsiasi evocazione mi delizia purché sia vivace e colorata, e quella del signor Ravel lo è perfettamente. So bene che l’España di Chabrier ha il merito di essere stata concepita venticinque anni fa e di avere piani più definiti, che M. Albéniz ci ha dato alcuni pezzi gustosi, tutti pieni di musica, e che queste opere saranno senza dubbio utili ai detrattori di M. Ravel. Tuttavia, il Preludio alla Notte, con il suo persistente tema di quattro note, è infinitamente poetico, la Malagueña è molto aggraziata, la Habanera in particolare è piena di imprevisti nel suo ritmo al tempo stesso fermo e ondeggiante, e la Feria si distingue per la sua grande intensità di colore. L’orchestra è ricca di combinazioni ingegnose e molto piccanti, che non posso elencare qui”.
Ancora, il compositore spagnolo Manuel de Falla, nella sua recensione del concerto si trovò a scrivere: “La musica della Rapsodia colpisce per il suo carattere veramente spagnolo, che, contrariamente a quanto fa Rimsky-Korsakov nel suo Capriccio, non si ottiene con il semplice uso di materiale popolare (con l’eccezione forse della “Feria”), ma con il libero uso di caratteristiche ritmiche, melodiche e ornamentali essenziali della nostra musica”.
Le uniche voci fuori dal coro furono il critico Pierre Lalo – il quale non apprezzava la musica di Ravel – e il critico Gaston Carraud, il quale definì l’opera “esile, incoerente e sfuggente”.
Il lavoro fu presto ripreso a livello internazionale, con il direttore d’orchestra inglese Henry Wood che ne diede la prima in Gran Bretagna nell’ottobre del 1909 ai Proms mentre, nel mese successivo, l’opera fece la sua prima apparizione a New York.
Il primo movimento – “Prélude à la nuit” – presenta come indicazione di tempo “Très modere”, mentre il metro è di 3/4 e la tonalità è La maggiore. Nel complesso, il movimento si presenta molto calmo, con dinamiche inferiori al mezzo forte e gli archi smorzati dappertutto. Come in un precedente quartetto per archi (1905), Ravel inserisce un tema destinato a ripetersi nelle sezioni successive: in questo caso, si tratta del motivo Fa-Mi-Re-Do#.
Il movimento rappresenta una vivida immagine di un paesaggio notturno nel sud della Spagna, grazie alle sonorità orchestrali evocanti immagini di una notte misteriosa e ricca di desideri amorosi. Il motivo di quattro note è ripetuto continuamente contro il tranquillo tremolo dei violini ed è dapprima esposto dai violini e dalle viole e poi ripreso dall’oboe, dal corno inglese, dal flauto e dalla celesta.
I colori orchestrali nella loro delicatezza, uniti alla variabilità melodico-ritmico-armonica, contribuiscono a dipingere un quadro dai toni fortemente impressionistici. Due clarinetti, a distanza di ottava, espongono una malinconica cadenza, subito inframezzata da un motivo danzante che prelude a una nuova cadenza, stavolta affidata ai fagotti, accompagnati da mormorii tranquilli e da vaghi echi della danza precedente, nonché da frammenti della cadenza uniti al substrato sonoro complessivo. La conclusione è affidata al motivo di quattro note.
Il secondo movimento – “Malagueña” – è il più breve dell’intera suite e presenta come indicazione di tempo “Asses vif”. Il titolo fa riferimento a una danza flamenco della città di Málaga, ma la musica raveliana ha solo il metro di 3/4 in comune con la danza originale. Il pezzo, sempre nella tonalità di La maggiore, evoca perfettamente il luogo e l’atmosfera spagnoli, con una certa vena romantica.
L’inizio del brano è affidato a un tema di tre battute esposto da violoncello e contrabbasso, contraddistinto da un pizzicato misterioso e anche inquietante. Il tema viene ripetuto e ornato in maniera eccentrica dalla tromba con sordina, ripetuto ancora dai violini che evocano l’apparizione di danzatori, di un cavaliere e di una dama.
La danza, sempre più viva, viene improvvisamente interrotta dalla melodia del corno inglese e, con un senso di urgenza e di esuberanza appassionata, fa capolino il motivo discendente di quattro note del primo movimento, affidato alla celesta, ai violini, alla viola e al violoncello con sordina, il quale conduce subito alla cadenza finale, caratterizzata dal ritorno della danza.
Il terzo movimento – “Habanera” – è in metro 2/4 e oscilla tra le tonalità di Fa# maggiore e di Fa# minore. Presenta come indicazione di tempo “Asses lent et d’un rythme las” e descrive in maniera seducente e sottile il carattere e lo spirito spagnoli.
Il movimento, dal ritmo e dall’atmosfera nostalgici, affascina per la bellezza dell’orchestrazione, ricca e precisa, ia quale conferisce al pezzo una certa ricchezza timbrica e pittoresca. Durante l’intero movimento, si sente lo stesso tono, ripetuto con lo stesso ritmo, un nucleo attorno al quale gravitano brevi motivi di squisitezza armonica, inframezzati da sprizzi di languida beatitudine.
Le melodie, rimembranti echi lontani, scompaiono subito, ma ritornano poco dopo con nuovi colori orchestrali. Brevi e isolati motivi discendenti, contrastanti l’andamento ascendente generale della melodia, alimentano una tensione molto lirica e drammatica sempre crescente, mentre le brevi esplosioni violinistiche evocano movimenti danzanti violenti (l’habanera si balla con tutto il corpo, con le braccia che volano in alto come uccelli).
Il quarto movimento – “Feria” – è in metro 6/8 e nella tonalità di Do maggiore, con indicazione di tempo “Asses animé”. È il movimento più lungo della suite ed è il primo in cui Ravel dà il via all’esplosizione di “quello slancio che era stato deliberatamente soffocato”. L’atmosfera carnevalesca, piuttosto turbolenta, presenta velature nostalgiche ma, alla fine, l’esuberanza ha la meglio e il lavoro si conclude con una gioiosa esplosione di colori orchestrali.
Il movimento rappresenta vividamente l’immagine della festa popolare, attraverso il fischio dei flauti, il rimbombo dei tamburi, lo schiocco delle nacchere e il tintinnio delle chitarre imitato dagli archi. Si sente il tema della jota – una vivace danza popolare spagnola – dapprima al flauto e poi in tutta l’orchestra, misto a motivi dei movimenti precedenti.
Dopo un emozionante tutti, c’è un improvvisa caduta e, su un sottofondo sottilmente sospirante degli archi bassi, risuona l’improvvisazione del corno inglese, come nel secondo movimento. Ritornano anche motivi del primo movimento, prima che la danza si dispieghi sempre più, terminando con un brillante vortice.
Buona giornata e a domani!
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Grazie, Pierfrancesco. Buona giornata a te. A domani 🙂
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Come non essere d’accordo con Poulenc (e con i tuoi precedenti commentatori)? Dove Debussy decora con leggiadre e volubili pennellate, Ravel traccia i suoi ritmi con mano sicura.
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Hai centrato il bersaglio in pieno 🙂
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Grazie!
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