Wolfgang Amadeus Mozart (27 gennaio 1756 - 1791): Concerto n. 17 in sol maggiore per pianoforte e orchestra K 453 (1784). Géza Anda, solista e direttore; Camerata Academica des Mozarteums Salzburg.
- Allegro
- Andante
- Allegretto
Con i suoi chiaroscuri, il movimento iniziale trasmette all’ascoltatore attento un sottile ma persistente senso di inquietudine. Non di rado dalla musica di Mozart, anche nei brani apparentemente leggeri e spensierati, traspare una profonda malinconia.
Sono particolarmente affezionato a questa interpretazione di Géza Anda poiché si trova in un disco donatomi da mio padre nel 1970, poco prima della sua prematura scomparsa.

Un’ansia spero leggera, mozartiana.
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Leggera ma palpabile, mozartiana.
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Grazie: di piacevolezza per l’anima incomparabile. Come sempre , per me, Mozart.
Il tuo ricordo rende il pezzo più prezioso.
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Buongiorno e buon inizio di settimana, caro Claudio, grazie mille di aver portato questo meraviglioso concerto, davvero un’ottima interpretazione 😊
Questo concerto fu scritto da Mozart nel 1784 e, secondo la data indicata dallo stesso compositore in partitura, il lavoro fu completato il 27 aprile dello stesso anno.
Incerta è la data della sua prima esecuzione, in quanto alcuni studiosi sostengono che l’opera sia stata presentata in anteprima da una studentessa di Mozart, la pianista Barbara Ployer, il 13 giugno, in occasione di un concerto tenutosi a Döbling, presso la residenza estiva dei genitori della giovane. Durante questa esecuzione, Mozart e la Ployer suonarono anche la Sonata per due pianoforti K. 448.
Per l’occasione, il compositore invitò anche il compositore Giovanni Paisiello, in modo da fargli ascoltare la giovane e illustrargli i suoi nuovi lavori, incluso un recente Quintetto in Mi bemolle maggiore per pianoforte e fiati.
Una seconda possibilità, invece, contempla che Mozart abbia presentato il brano appena due giorni dopo il suo completamento, eseguendolo in un concerto con la violinista Regina Strinasacchi al Kärntnertortheater di Vienna.
Il concerto è l’undicesimo tra quelli scritti interamente da Mozart per pianoforte e appartiene al gruppo degli stupendi quattordici concerti per pianoforte e orchestra scritti durante la permanenza di Mozart a Vienna.
Nonostante la loro struttura in tre movimenti, si discostano dai precedenti, assai più virtuosistici, per il loro maggiore approfondimento inventivo e per l’ampio sfruttamento a scopo poetico delle possibilità dialogiche tra solista e orchestra, nell’ambito di una concezione sinfonica dell’organico.
Il pianoforte conserva il suo ruolo dominante ma, allo stesso tempo, contribuisce alla realizzazione dell’architettura generale. Quando non si distacca dal resto dell’organico, esalta con la sua vicinanza i colori timbrici degli altri strumenti, conferendo al pezzo una luminosità nuova e ricca di gradazioni.
In questo lavoro, in particolare, risulta davvero raffinata e originale la parte dialogica affidata ai fiati, tale da far assumere all’opera un carattere “concertante”.
Il concerto fu uno dei pochi a essere pubblicato durante la vita di Mozart e ciò permise una rara recensione della sua musica. Il critico, rimasto anonimo, elogiò l’eleganza dell’Andante e le “modulazioni eccezionalmente belle” dell’Allegretto, ma anche le grandi difficoltà esecutive di quest’ultimo movimento.
Questo fatto presagiva il declino della popolarità del compositore tra il pubblico viennese, il quale riteneva sempre di più che la sua musica fosse troppo densa e assai difficile da comprendere.
In effetti, la struttura dell’opera ha tormentato per lungo tempo gli studiosi, in quanto contiene elementi della forma sonata, del rondò e del tema con variazioni. Già in apertura, il concerto è denso di melodia e introduce sei idee tematiche prima ancora dell’ingresso dello strumento principale, già contribuendo a definire i ruoli di ogni strumento dell’organico orchestrale nel successivo dialogo.
Il primo movimento inizia con un tema principale simile a una moderata marcia, affidato dapprima ai violini e poi ripreso dall’orchestra durante il “tutti”. Dopo una lunga transizione in tonalità minore, si ha l’ingresso del tema principale e del secondo tema. L’esposizione orchestrale, piuttosto lunga, viene conclusa sobriamente da un gruppo strumentale.
Successivamente, il pianoforte solista riprende i temi già esposti, aggiungendovene un terzo e, tramite vari accordi arpeggiati in minore, introduce lo sviluppo. Si tratta di un momento la cui sequenza armonica rimanda alla musica schubertiana, preannunciando quindi la musica dell’epoca romantica. In quasi ogni battuta, vi è una nuova armonia e, nel giro di una ventina di battute, vengono toccate tredici tonalità.
Seguono vari elementi tematici che collocano il carattere della composizione tra quello della fantasia e quello della strutturazione tematica, mentre la successiva ripresa è più convenzionale. Il movimento si conclude con un espediente armonico-dinamico, ricorrente altre due volte nel movimento: alla dominante, segue il sesto grado abbassato, abbinato a un immediato forte del pianoforte. Seguono una cadenza solistica e un lungo ritornello orchestrale.
Il secondo movimento, invece, è strutturato in forma sonata, cosa rara nei movimenti centrali dei concerti mozartiani. L’inizio è affidato a una cantilena orchestrale sostenuta, nell’ambito della quale i fiati svolgono un ruolo melodico principale.
La successiva esposizione solista del pianoforte contempla diversi contrasti dinamici e vari passaggi sincopati, nonché uno spostamento dell’armonia dall’iniziale Do maggiore a Sol diesis minore. Dopo una prima idea tematica in Sol minore, lo strumento introduce il secondo tema a canone, a quattro voci.
Lo sviluppo è dapprima eseguito nelle sue prime tredici battute nella tonalità di Sol diesis minore, con un ritorno alla tonalità di impianto in pianissimo nelle successive quattro battute. Segue una ripresa modificata, subito dopo l’esposizione e, per l’ultima volta in un movimento centrale di un concerto mozartiano, una cadenza solistica.
Il movimento finale, nella tonalità di Sol maggiore, è strutturato nella forma del tema con variazioni. Il tema, piuttosto vivace, viene introdotto dapprima dall’orchestra e poi affidato al pianoforte solista in una prima variazione. La ripetizione della variazione introduce nuovi elementi, come avviene anche per le variazioni successive.
Per esempio, la terza variazione vede un cambiamento del ritmo, mentre la quarta un cambiamento di tonalità (Sol minore). La quinta, invece, vede l’ingresso di rapidi passaggi discendenti affidati all’orchestra e un momento affidato al pianoforte.
Nella seconda parte del movimento, Mozart amplia la coda trasformandola in un finale operistico, il quale ricorda quello de Le nozze di figaro. Viene introdotto da un’accelerazione del tempo e da accordi accellerati dei fiati, con la breve ripresa per due volte del tema principale.
Il tema del movimento è protagonista di un curioso aneddoto, in quanto Mozart ne insegnò la melodia al suo storno domestico anche se questo, apparentemente, continuava sempre a sbagliare una nota (Sol# invece di Sol naturale) e a inserire una corona sull’ultima nota della seconda misura. Nel trascrivere la melodia cantata dall’uccello, con tutta probabilità Mozart non aveva intenzioni scherzose, poiché gli storni hanno una grande capacità di mimica vocale.
L’acquisto del volatile, secondo il libro delle spese personali del compositore, avvenne il 27 maggio 1784 (Uccello storno. 34 kreuzer. È stato bellissimo!). L’uccello visse come animale domestico della famiglia per tre anni e morì il 4 giugno 1787.
Il grande legame che Mozart aveva con l’animale lo si notò nel momento della sepoltura dell’uccello, sotterrato nel giardino di casa con una notevole cerimonia funebre, come osservato dai biografi del tempo. Secondo la testimonianza di Georg Nikolaus Nissen, secondo marito della moglie di Mozart Costanze, la cerimonia fu descritta con queste parole:
“Quando un uccello morì, organizzò una processione funebre, in cui tutti coloro che potevano cantare dovevano unirsi, molto velati; creò una sorta di requiem, un epitaffio in versi”
Lo stesso evento fu descritto da Franz Xaver Niemetschek:
“Spesso scriveva versi lui stesso; per lo più solo di tipo umoristico. Questa fu l’occasione, tra le altre, alla morte di uno storno molto amato, al quale aveva dato una vera e propria lapide nel suo giardino in affitto, e sul quale aveva scritto una dedica. Amava molto gli animali e, in particolare, gli uccelli.”
Il testo dell’epitaffio recita:
“Qui riposa un uccello chiamato Storno,
Un piccolo stupido tesoro.
Era ancora al suo apice
Quando è finito il suo tempo,
E il mio dolce piccolo amico
Arrivato ad una fine amara,
Ha creato un dolore terribile
Nel profondo del mio cuore.
Gentile Lettore! Versa una lacrima,
Perché era caro,
A volte un po’ troppo allegro
E, a volte, abbastanza folle,
Ma mai
Noioso.
Scommetto che ora è in alto
Lodando la mia amicizia verso il cielo,
Al quale lo rendo
Senza compassione;
Perché quando si congedò improvvisamente,
Il che mi ha procurato un tale dolore,
Non stava pensando all’uomo
Chi scrive e fa poesia come nessuno può.
4 giugno 1787.
Mozart”
Secondo gli ornitologi, gli storni addomesticati interagiscono piuttosto strettamente con i loro proprietari umani, creando spesso uno strettissimo legame con questi. Di conseguenza, l’espressione di dolore del compositore, anche se comica, fu con tutta probabilità assolutamente sincera.
Ancor prima di questo storno, la famiglia aveva avuto un canarino, una petroica della Nuova Zelanda e un pettirosso, come si può dedurre da varie lettere. La prima, datata 19 maggio 1770, fu scritta da Mozart dalla sua casa di Napoli mentre si trovava nella città partenopea con il padre:
“Scrivimi, come sta il signor Canarino? Canta ancora? Fischia ancora? Sai perché sto pensando al canarino? Perché ce n’è uno nella nostra anticamera che fa gli stessi piccoli suoni dei nostri.“
La seconda fu scritta nel 1775 da Nannerl alla madre mentre era in visita a Monaco con il fratello e il padre:
“Grazie a Dio stiamo abbastanza bene. Spero che anche la mamma stia molto bene. A proposito, il canarino, il tomtit e il pettirosso sono ancora vivi o hanno lasciato morire di fame gli uccelli”
Anche poco prima di morire, Mozart non si privò della compagnia dei suoi amati uccelli, come testimonia il biografo Hermann Abert:
“Fu con grande riluttanza che accettò di far rimuovere il suo canarino da compagnia, prima nella stanza adiacente, poi ancora più lontano, perché non poteva più sopportare il suono del suo canto”
Buona giornata e a domani!
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Interessante! Da profano avanzo l’ipotesi che i viennesi considerassero Mozart difficile perché pensavano di suonarlo a casa, data la mancanza di radio e tv.
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Osservazione interessante, tuttavia credo che la difficoltà della musica mozartiana percepita dal pubblico viennese dell’epoca non fosse legata più di tanto al desiderio di suonarlo a casa, ma alla complessità strutturale e all’innovatività della sua produzione musicale.
Sebbene all’epoca la musica aveva un ruolo fondamentale nella vita sociale e familiare, la musica di Mozart era spesso inaccessibile ai musicisti amatoriali. Per esempio, le sue sonate, anche se relativamente accessibili, richiedono sempre un buon livello di tecnica pianistica, cosa non proprio comune tra i dilettanti dell’epoca.
Tra l’altro, la sua produzione si distingueva per la grande ricchezza armonico-espressiva e questo richiedeva un ascolto e una comprensione più attenti, rendendola automaticamente “difficile” alla stragrande maggioranza dei viennesi.
Più in generale, la sua musica sfidava le convenzioni musicali del suo tempo, andando oltre i confini della tradizione classica e tale portata rivoluzionaria era spesso difficile da assimilare per un pubblico abituato a uno stile più tradizionale.
Nonostante tutto, Mozart scrisse anche alcune composizioni destinate a esecuzioni amatoriali o domestiche, come i divertimenti, i notturni e diverse sonate per pianoforte. In più, numerose sue arie o duetti, venivano spesso eseguite al di fuori delle sale da concerto.
In ogni caso, la qualità di queste esecuzioni non era spesso elevata, perché all’interno dei contesti privati, si guardava non alla perfezione tecnica, ma al piacere di suonare insieme, condividendo la bellezza della musica.
Un altro fattore che allontanava Mozart dal pubblico era il fatto che egli non seguiva le mode dettate dal mercato né i desideri del pubblico, a differenza di altri compositori. Questo lo portava, insieme alla sua costante ricerca di perfezione musicale, a scrivere capolavori lontani dalle tendenze popolari dell’epoca.
Le auguro una buona serata, sig. Cesare.
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Molto convincente. Buona serata a Lei!
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Molto gustoso, questo commento. Buona serata e a domani, caro Pierfrancesco 🙂
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Ansiogeno? Più che altro, direi ‘zampettante’. Mozart, anche nelle opere minori (?) è sempre lui.
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Di questo si potrebbe discutere: Mozart ha prodotto una gran quantità di composizioni su commissione, al solo fine di guadagnarsi di che vivere (è stato il primo compositore free lance della storia), senza le quali la sua figura non risulterebbe affatto sminuita. Questo Concerto, comunque, non è un’opera minore 😉
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Ops… gaffe tremenda… mi pareva di aver trovato questa osservazione nel commento del tuo amico Pierfrancesco, devo aver letto male…
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Davvero? Francamente mi è sfuggito. Mi pareva tuttavia che Pierfrancesco abbia scritto di questo Concerto che si tratta di un lavoro particolarmente raffinato. Andrò a rileggerlo 😉
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Allora, chissà dove l’ho letto…
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Non ti so dire…
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Ho riletto tutto quanto: c’era un accenno alle composizioni minori nella sua risposta a Cesare e io, leggendo in fretta, ho fatto un minestrone 😀
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