Franz Schubert (1797 - 1828): Minuetti D 334, D 335, D 600 (con il trio in mi maggiore D 610). Aleksandr Iocheles, pianoforte.
L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni
L’ombra e la danza: l’evoluzione del minuetto nel pianismo di Franz Schubert
Nella transizione epocale tra il Classicismo e il Romanticismo, pochi generi hanno subito una metamorfosi così silenziosa ma profonda come il minuetto. Se per Haydn e Mozart esso rappresentava il residuo formale dell’aristocrazia settecentesca, incastonato nella struttura della sinfonia o della sonata, in Schubert il minuetto si libera dalla sua funzione sociale di danza di corte per farsi confessione intima, frammento lirico e laboratorio sperimentale. Per comprendere il genio schubertiano, non bisogna guardare solo alle grandi architetture delle ultime sonate, ma immergersi nelle “piccole forme”. I Minuetti per pianoforte D 334, D 335 e D 600 rappresentano un trittico ideale per osservare questo passaggio: dalla grazia tardo-settecentesca alla malinconia presaga del Romanticismo più cupo.
Schubert scrisse decine di danze (Ländler, valzer, minuetti), molte delle quali destinate a occasioni conviviali, la cosiddetta Hausmusik. Tuttavia, il minuetto schubertiano non è mai “solo” una danza: mentre il Valzer guarda verso l’esterno, verso il movimento rotatorio della società viennese, esso guarda spesso verso l’interno. Il compositore ne rallenta il passo, ne accentua le ambiguità armoniche e lo trasforma in un “pezzo caratteristico” ante litteram.
Composto tra la fine del 1815 e l’inizio del 1816, il D 334 è un esempio perfetto di come il giovane Schubert sapesse manipolare l’eleganza mozartiana iniettandovi una nuova sensibilità. Il brano si apre con un tema solare, caratterizzato da una scrittura pianistica trasparente. Tuttavia, la tipica struttura delle frasi viene spesso incrinata da scarti armonici improvvisi. Nel trio, invece, Schubert rivela la sua natura: questo non è solo un momento di riposo, ma uno spazio nostalgico, quasi un’evocazione di un paesaggio perduto. Nel complesso, l’equilibrio tra la sezione principale e il Trio anticipa la struttura circolare dei Moments musicaux. La sua grazia non è mai superficiale, ma c’è una “dolcezza rassegnata” che è il marchio di fabbrica del compositore.
Anche se composto un anno dopo il precedente, il D 335 mostra uno Schubert più vigoroso, quasi beethoveniano nell’articolazione, ma profondamente originale nel colore tonale. La scelta del mi maggiore conferisce al brano una luminosità particolare, quasi pastorale. Qui Schubert gioca con gli accenti ritmici, creando piccole asimmetrie che destabilizzano il rigore del 3/4. Rispetto ai minuetti dei suoi predecessori, il compositore austriaco espande la gamma dinamica e utilizza il registro medio-grave del pianoforte per dare spessore alla trama. Il contrasto tra le ottave decise e le risposte melodiche più tenere crea un dialogo drammatico racchiuso in poche battute: è la dimostrazione di come la forma-minuetto stia diventando un contenitore per contrasti emotivi troppo grandi per una semplice danza.
Se i precedenti lavori mostravano Schubert nel solco della tradizione, il D 600 è un salto nel vuoto. Composto nel 1813, questo brano è uno dei vertici della produzione pianistica breve di Schubert e uno dei minuetti più singolari di tutta la letteratura musicale. La scelta del do diesis minore è di per sé una dichiarazione di intenti, in quanto si tratta di una tonalità “oscura”, faticosa, legata al dolore e all’introspezione (si pensi alla Sonata Al chiaro di luna di Beethoven). Qui il minuetto perde ogni residuo di danza e il ritmo viene scandito in modo quasi ossessivo, funereo: non c’è più la cortesia del salotto, ma l’inquietudine del viandante (Wanderer). Schubert utilizza modulazioni audaci e cromatismi che rendono la linea melodica instabile. Il pezzo non è un divertimento, ma è un monologo tragico. Spesso associato (e talvolta eseguito insieme) al trio D 610, esso mostra come Schubert abbia trasformato il minuetto in una forma capace di reggere il peso di un’angoscia esistenziale. È, a tutti gli effetti, un precursore degli Impromptus.
L’importanza di questi tre minuetti risiede nella loro capacità di illustrare l’emancipazione della musica strumentale dal servizio sociale. In Schubert, il minuetto subisce una de-territorializzazione: la melodia non è più una sequenza di passi, ma una “voce” che canta, con Schubert che trasferisce la sensibilità del Lied sulla tastiera. Ancora, anche se la struttura formale (minuetto – trio – minuetto da capo) rimane intatta, la percezione del tempo cambia, in quanto il compositore introduce pause, ritardi e variazioni dinamiche che suggeriscono una narrazione psicologica. Infine, come si vede nel D 600 e nelle oscillazioni del D 334, Schubert usa il modo minore non solo per la tristezza, ma come un’ombra necessaria che definisce la luce del modo maggiore.
Nel complesso, questi tre minuetti non sono “piccoli lavori” di un giovane genio, ma tappe fondamentali di un percorso estetico che testimoniano il momento esatto in cui la forma classica si incrina sotto la pressione del sentimento romantico. Essi permettono di riscoprire uno Schubert segreto, un compositore che, pur rispettando le rigide simmetrie del passato, sapeva sussurrare tra le pieghe del tempo musicale verità umane universali. Il minuetto, nelle mani di Schubert, smette di far muovere i piedi per iniziare a far vibrare l’anima.

Perline, goccioline di un mare immenso, a cominciare dal nominato Trio.
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