György Kurtág (19 febbraio 1926): …concertante… per violino, viola e orchestra op. 42 (2003). Hiromi Kikuchi, violino; Ken Hakii, viola; BBC Symphony Orchestra, dir. Jukka-Pekka Saraste.
Buon 100° compleanno, Maestro!
L’approfondimento di Pierfrancesco Di Vanni
L’universo sonoro di György Kurtág. Un ponte tra le avanguardie e l’essenziale
György Kurtág occupa un posto unico nel panorama della musica contemporanea. Considerato uno degli ultimi legami viventi con le avanguardie europee del dopoguerra, il compositore ungherese ha sviluppato uno stile inconfondibile radicato nell’opera di Bartók e Webern. La sua musica non cerca la grandiosità monumentale, ma si distingue per una straordinaria “compressione”: ogni nota è carica di un’immediatezza espressiva bruciante, riducendo il materiale musicale all’osso per estrarne la massima intensità.
Dalla crisi esistenziale alla rinascita creativa
La vita di Kurtág è segnata da un momento di rottura fondamentale. Dopo gli studi a Budapest – dove strinse una profonda amicizia con György Ligeti e conobbe la moglie, la pianista Márta Kinsker – il compositore si trasferì a Parigi alla fine degli anni ’50. Qui, colpito da una grave depressione, visse una crisi che mise in discussione ogni sua certezza. La svolta avvenne grazie all’incontro con la psicologa dell’arte Marianne Stein, che lo incoraggiò a ripartire dagli elementi musicali più semplici. Questa “terapia del frammento”, unita alla scoperta delle opere di Samuel Beckett e Anton Webern, diede vita al suo Opus 1 (un quartetto d’archi del 1959), segnando l’inizio della sua vera identità artistica.
La poetica del frammento: il mondo in una nota
Il cuore della produzione del compositore risiede nella miniatura: molte delle sue composizioni sono cicli di movimenti brevissimi, che durano pochi secondi o minuti, come i celebri Kafka Fragments. La sua ricerca del “grado zero” della musica raggiunge l’estremo in alcuni brani della raccolta Játékok (Giochi), composti da appena sette note. Nonostante questa predilezione per il piccolo formato, negli ultimi decenni Kurtág si è misurato con dimensioni più ampie, arrivando a comporre opere orchestrali come Stele e, nel 2018, la sua prima opera lirica, Fin de partie, basata proprio sul teatro di Beckett.
Una vita tra insegnamento e palcoscenico
Oltre alla composizione, Kurtág ha dedicato gran parte della sua esistenza alla didattica, insegnando pianoforte e musica da camera all’Accademia «Franz Liszt» di Budapest fino al 1993. Tra i suoi allievi figurano giganti del pianismo mondiale come András Schiff e Zoltán Kocsis. Un aspetto centrale della sua vita pubblica è stato il legame indissolubile con la moglie Márta: i due si sono esibiti insieme per decenni in concerti pianistici a quattro mani, portando in giro per il mondo un repertorio fatto di trascrizioni e brani originali, fino alla scomparsa di lei nel 2019.
Un’eredità universale e pluripremiata
Sebbene il riconoscimento internazionale sia arrivato relativamente tardi (grazie a una “prima” parigina del 1981), oggi il compositore è celebrato con i massimi onori nel mondo della cultura. Dai premi Siemens e Grawemeyer fino al prestigioso Wolf Prize ricevuto nel 2024, la critica riconosce alla sua musica una «rara intensità espressiva». Il valore della sua opera non risiede tanto nell’innovazione tecnica dei materiali, quanto nell’autenticità spirituale e nella capacità di abitare il confine sottile tra riflessione intellettuale e spontaneità emotiva.
…concertante…
Questa composizione rappresenta uno dei vertici assoluti della musica del XXI secolo e una delle partiture più ambiziose del compositore ungherese. Il suo titolo (con i puntini di sospensione che suggeriscono un’identità in divenire) evoca la tradizione del genere, ma Kurtág la sovverte. Non siamo di fronte a una sfida virtuosistica tra solisti e orchestra, ma a una meditazione profonda sul rapporto tra due voci “sorelle” – il violino e la viola – immerse in un ecosistema orchestrale spesso ostile o misterioso.
Il brano s’inizia in un’atmosfera di estrema rarefazione. Kurtág utilizza i registri estremi dell’orchestra per creare un senso di vuoto cosmico. Sentiamo suoni spettrali, armonici acutissimi e percussioni metalliche che sembrano provenire da una distanza infinita. In questa fase, il violino e la viola entrano con frammenti esitanti, quasi cercassero di imparare a parlare. Non c’è una pulsazione ritmica regolare, ma il tempo è sospeso, “beckettiano”, dove ogni nota è pesata come se fosse l’ultima.
Man mano che l’opera procede, la struttura si rivela come una successione di episodi contrastanti. Kurtág alterna momenti di lirismo doloroso a esplosioni orchestrali brutali.
Improvvisamente, l’inerzia viene spezzata da colpi violentissimi degli ottoni e delle percussioni: queste “pareti sonore” sembrano voler schiacciare i due solisti, che rispondono con glissandi frenetici e doppi suoni aspri. Da notare il modo in cui violino e viola interagiscono, spesso suonando in eterofonia (quasi la stessa linea, ma con piccole variazioni) e creando un effetto di sdoppiamento psicologico: quando la viola scende nel registro grave, il violino sale in quello sovracuto, esplorando l’intera estensione timbrica degli strumenti ad arco.
Verso la metà del brano, emergono ritmi più incisivi che ricordano la musica notturna di Béla Bartók: sentiamo rintocchi di percussioni che scandiscono un tempo fatidico, mentre i solisti si lanciano in passaggi più agitati e virtuosistici, ma sempre frammentati. Ancora, la presenza dell’orchestra permette un uso sapiente delle risonanze: quando un solista emette una nota forte, l’orchestra la “raccoglie” e la prolunga come un’eco in una cattedrale, creando una profondità prospettica tipica del Kurtág maturo.
Il finale della composizione è una delle pagine più struggenti della musica contemporanea. Dopo le grandi tensioni centrali, l’energia inizia a dissiparsi e i solisti tornano a sussurrare, mentre negli ultimi minuti, il suono si assottiglia fino a diventare puro respiro. Kurtág ci conduce verso il silenzio non come fine, ma come compimento. Le ultime note del violino e della viola sono quasi impercettibili, armonici che si perdono nel registro acuto, lasciando l’ascoltatore in uno stato di sospensione emotiva.
Dal punto di vista del linguaggio, Kurtág utilizza una tecnica post-weberniana dove il “motivo” è ridotto a due o tre note. Tuttavia, l’espressività è massima: ogni intervallo (spesso di settima o di nona) è carico di una tensione quasi insopportabile. L’orchestra non accompagna, ma commenta, amplifica o nega ciò che i solisti dicono, agendo come il coro in una tragedia greca. In conclusione, l’opera è un viaggio nell’interiorità umana, una lotta tra il desiderio di espressione e il limite del silenzio, resa con una maestria tecnica che conferma Kurtág come il grande architetto del frammento sonoro.
Mark-Anthony Turnage (10 giugno 1960): Times Flies per orchestra (2019). BBC Symphony Orchestra, dir. Sakari Oramo.
L’approfondimento di Pierfrancesco Di Vanni
Mark-Anthony Turnage: un ponte sonoro tra classica, jazz e dramma teatrale
Turnage è una figura centrale e innovativa nel panorama della musica classica contemporanea britannica, rinomato per la sua capacità di fondere influenze eterogenee in un linguaggio musicale unico e potente.
Origini e formazione: dai primi passi all’eccellenza accademica
Nato a Corringham, Essex, Turnage crebbe in una famiglia di amanti della musica classica e ferventi cristiani pentecostali. La sua vocazione compositiva emerse precocemente, iniziando a scrivere musica all’età di nove anni. A quattordici anni, il suo talento lo portò a studiare presso la sezione giovanile del prestigioso Royal College of Music. La sua formazione musicale fu guidata da figure di spicco come Oliver Knussen e John Lambert, per poi proseguire sotto l’egida di Gunther Schuller, affinando ulteriormente la sua tecnica e visione artistica.
L’influenza del Jazz e la creazione di uno stile ibrido
Una caratteristica distintiva della musica di Turnage è la profonda e costante influenza del jazz, in particolare dell’opera iconica di Miles Davis. Questa passione non è rimasta confinata all’ascolto, ma si è tradotta in una prassi compositiva che integra elementi jazzistici e prevede la collaborazione diretta con celebri musicisti del genere. Artisti del calibro di John Scofield, Peter Erskine, John Patitucci e Joe Lovano hanno infatti partecipato all’esecuzione di sue opere, arricchendole con la loro improvvisazione e sensibilità.
Il palcoscenico operistico: narrazioni potenti e temi contemporanei
Turnage ha lasciato un’impronta significativa nel teatro musicale con la composizione di tre opere liriche di grande respiro e un’opera per famiglie. Greek, del 1988, nata con l’incoraggiamento di Hans Werner Henze e presentata alla Biennale di Monaco, si basa sull’adattamento che Steven Berkoff ha fatto dell’Edipo re, trasponendo il mito classico in una cruda realtà contemporanea. The Silver Tassie (2000), basata sull’omonima pièce teatrale di Seán O’Casey, esplora le tragiche conseguenze della guerra. Anna Nicole (2011), su libretto di Richard Thomas, racconta l’ascesa e la drammatica caduta della modella e celebrità mediatica Anna Nicole Smith, offrendo uno sguardo critico sulla cultura della celebrità. Coraline (2018), destinato a un pubblico familiare, è un adattamento dell’oscuro romanzo fantasy di Neil Gaiman, messo in scena dalla Royal Opera al Barbican Theatre.
Queste opere hanno goduto di un’ampia circuitazione internazionale, con allestimenti significativi presso teatri come la New York City Opera, l’Opernhaus di Zurigo, il Theater Dortmund, il Theater Freiburg e l’Opéra de Lille.
Opere orchestrali e da camera: un catalogo ricco e diversificato
Oltre al teatro, Turnage ha prodotto un vasto corpus di lavori orchestrali e cameristici. Tra questi spiccano: Three Screaming Popes, ispirata ai celebri dipinti di Francis Bacon; concerti solistici come Your Rockaby (per sassofono e orchestra), Yet Another Set To (per trombone e orchestra, dedicato a Christian Lindberg) e From the Wreckage (per tromba e orchestra, scritto per Håkan Hardenberger); Blood on the Floor (1993–96), opera per quartetto jazz e grande ensemble, particolarmente toccante e personale: articolata in nove sezioni, affronta il tema della tossicodipendenza; la sezione «Elegy for Andy» è un commovente lamento per la perdita del fratello del compositore.
Fra le più recenti composizioni di Turnage si annoverano Remembering per orchestra (2017); Shadow Walker, concerto per due violini e orchestra (2018); Testament per soprano e orchestra su testi ucraini (2018).
Turnage ha inoltre arricchito il repertorio vocale con cicli di canzoni scritti per interpreti di fama internazionale come Sarah Connolly, Gerald Finley e Allan Clayton.
La musica al servizio della danza: collaborazioni coreografiche
La creatività di Turnage ha trovato un naturale sbocco nel mondo della danza, ispirando numerosi coreografi: Blood on the Floor è stato
coreografato da Wayne McGregor per il Balletto dell’Opéra di Parigi nel 2011 e, nello stesso anno, Turnage ha collaborato nuovamente con McGregor e con l’artista visivo Mark Wallinger per la partitura di Undance. Il Royal Ballet ha messo in scena Trespass (2012), con coreografie di Christopher Wheeldon e Alistair Marriott, e Strapless (2017), coreografato da Wheeldon.
Riconoscimenti, incarichi e impegno didattico
Il contributo di Turnage alla musica è stato ampiamente riconosciuto attraverso numerosi incarichi prestigiosi. È stato il primo Radcliffe Composer in Association con la City of Birmingham Symphony Orchestra (1989-93) e il primo Compositore associato della BBC Symphony Orchestra (2000-03). È stato anche compositore residente della London Philharmonic Orchestra (2005-10) e co-compositore residente della Chicago Symphony Orchestra (2006-10), insieme a Osvaldo Golijov. Dal 2005 è Research Fellow in Composizione presso il Royal College of Music. Nel 2015, la sua dedizione alla musica è stata premiata con la nomina a Commendatore dell’Ordine dell’Impero britannico (CBE).
Vita personale e impegno sociale: oltre la partitura
La sua compagna è la regista Rachael Hewer, la quale nel 2020 ha fondato il Virtual Opera Project (VOPERA). Nel gennaio 2025, Turnage è stato ospite del celebre programma "Desert Island Discs" su BBC Radio 4. Tra le sue scelte musicali figuravano brani di Oliver Knussen (Notre Dame des Jouets), Miles Davis (Blue in Green) e Stevie Wonder (Living for the City). Durante la trasmissione, ha rivelato il suo impegno come volontario regolare presso un banco alimentare e il suo coinvolgimento in progetti musicali con i detenuti, dimostrando una sensibilità che si estende oltre il mondo della composizione.
Times Flies: analisi Time Flies è una composizione sinfonica commissionata dalla City of Birmingham Symphony Orchestra, dalla Tokyo Metropolitan Symphony Orchestra e dalla NDR Radiophilharmonie di Hannover per celebrare il centenario della prima e il sessantesimo anniversario della seconda, nonché il sessantesimo compleanno del compositore stesso. Il titolo non è solo un riferimento all’inesorabile scorrere del tempo e alle occasioni celebrative, ma si manifesta anche musicalmente attraverso tre sezioni distinte, ognuna evocante l’atmosfera di una delle città coinvolte nella commissione: Tokyo, Londra e New York, sebbene non siano esplicitamente indicate come movimenti separati nella partitura. L’opera è un affresco sonoro che combina la sensibilità lirica di Turnage con la sua caratteristica energia ritmica e le influenze jazzistiche.
La composizione è strutturata in tre sezioni principali, continue ma distinguibili per carattere e materiale tematico, che possono essere idealmente associate alle tre città:
Tokyo: caratterizzata da un lirismo sognante e atmosfere rarefatte, con un ruolo predominante del violino solista;
New York: intrisa di inflessioni jazzistiche, energia ritmica urbana e sonorità più brillanti e incisive;
London: una sezione più complessa e drammatica, che esplora sonorità profonde e culmina in un finale potente, per poi dissolversi.
Il concetto del "tempo che vola" è sottilmente intessuto nell’opera, non solo attraverso il contrasto tra le sezioni, ma anche con l’uso di sonorità che evocano il ticchettio e i rintocchi, specialmente all’inizio e alla fine.
Il lavoro s’inizia in modo etereo e suggestivo. Delicate sonorità percussive (Glockenspiel, celesta e campanelli) e arpeggi d’arpa creano un’atmosfera quasi magica, che potrebbe evocare il ticchettio di un orologio o i suoni cristallini di un giardino giapponese. I flauti introducono frammenti melodici lievi e sospesi. Un violino solista emerge con una melodia cantabile, lirica e leggermente malinconica, tipica dello stile espressivo di Turnage. L’orchestra fornisce un accompagnamento discreto e scintillante, principalmente dagli archi e legni acuti. L’armonia è tonale ma arricchita da dissonanze espressive, creando un senso di nostalgia e contemplazione. La scrittura per il violino è fluida e melodica, esplorando il registro acuto con grazia. La sezione si sviluppa gradualmente e la scrittura per il violino diventa più virtuosistica, con passaggi più mossi e agili. L’orchestra si infittisce, con interventi più marcati dei corni e degli archi. C’è un crescendo dinamico e di tensione, pur mantenendo un carattere prevalentemente lirico. Emergono brevi cellule ritmiche più marcate nei bassi e ottoni, che preannunciano cambiamenti futuri. Questa prima parte raggiunge un culmine emotivo con una melodia ampia e appassionata negli archi, su cui il violino solista continua a tessere le sue linee. Questo momento ha un carattere quasi cinematografico, per poi placarsi e condurre alla sezione successiva.
La seconda sezione introduce un cambiamento netto di atmosfera, con la musica che diventa più frammentata e ritmicamente incisiva. Interventi degli ottoni (trombe con sordina, tromboni) e percussioni più marcate introducono un sapore decisamente jazzistico. Si avvertono ritmi sincopati e armonie che richiamano il linguaggio del jazz orchestrale. Questa parte è chiaramente ispirata all’energia pulsante di una metropoli come New York. Turnage utilizza elementi tipici del suo stile: ritmi "swinganti" (anche se non letterali), un basso pizzicato che ricorda un walking bass, riff incisivi negli ottoni e nei legni (con timbri che a tratti possono evocare sassofoni, tipici dell’influenza di Miles Davis e Gil Evans). Le percussioni scandiscono ritmi complessi e propulsivi. La scrittura è brillante, virtuosistica per diverse sezioni dell’orchestra. L’energia si intensifica ulteriormente, con passaggi più dissonanti e una tessitura orchestrale più densa e a tratti aggressiva. Gli ottoni sono protagonisti con fanfare potenti e ritmi serrati. La sezione culmina in un potente tutti orchestrale, seguito da una rapida dissolvenza.
Anche l’ultima sezione porta a un cambio radicale, con la musica che si fa lenta, rarefatta e misteriosa. Alti archi sostenuti, legni solistici (flauto, oboe) con melodie frammentate e dolenti e l’uso evocativo di glockenspiel e celesta creano un’atmosfera quasi nebbiosa, forse un’alba londinese o un momento di profonda riflessione. L’armonia è più sospesa e ambigua. Da questa quiete, inizia un lungo e potente crescendo. Gli archi diventano più appassionati e tesi, gli ottoni aggiungono peso e gravità con accordi sostenuti e a tratti minacciosi. La tensione armonica e dinamica aumenta progressivamente, portando a un culmine di grande impatto emotivo, caratterizzato da sonorità orchestrali massicce, dissonanze marcate e una forte carica drammatica, quasi tragica. Dopo il culmine, la musica si placa gradualmente. Rimangono sonorità sospese e frammenti melodici nei legni (notevole un intervento del fagotto), come un’eco del dramma precedente. Un nuovo impulso ritmico, introdotto dalle percussioni e dagli archi bassi, segna l’inizio della coda finale. C’è un ritorno all’energia, con fanfare degli ottoni e una scrittura orchestrale più brillante. Si percepiscono echi e trasformazioni del materiale tematico della prima sezione, in particolare il lirismo del violino, ora integrato in una tessitura più robusta e affermativa. La musica costruisce verso un finale grandioso e potente, con ampi accordi e una sonorità piena. Negli ultimissimi istanti, mentre l’orchestra si dissolve, riemergono flebilmente i suoni di Glockenspiel dell’inizio, chiudendo il cerchio e richiamando il tema del "tempo che vola".
Turnage eccelle nel fondere elementi della tradizione classica con il linguaggio del jazz e del popular. In Time Flies, questo è evidente nel contrasto tra il lirismo della prima sezione, l’energia jazzistica della seconda e la profondità drammatica della terza. L’orchestrazione è ricca, colorata e magistrale e Turnage sfrutta appieno le potenzialità della grande orchestra sinfonica. Gli archi forniscono sia tappeti sonori lussureggianti che linee melodiche appassionate e passaggi ritmicamente incisivi. I legni sono spesso usati per soli espressivi e per aggiungere colori brillanti o malinconici. Gli ottoni sono impiegati per momenti di grande potenza, fanfare, ma anche per sonorità più contenute e jazzistiche (con sordine). Le percussioni giocano un ruolo fondamentale, non solo nel fornire impulso ritmico (quasi come una drum-kit nella sezione "New York") ma anche nel creare atmosfere eteree e suggestive (Glockenspiel, celesta, campanelli). L’arpa è usata efficacemente per aggiungere brillantezza e colore. La presenza di un violino solista, specialmente nella prima sezione e con richiami nel finale, conferisce all’opera un carattere concertante, sebbene non si tratti di un concerto tradizionale. La scrittura per il solista è idiomatica e virtuosistica. Il linguaggio armonico di Turnage è radicato in una sorta di tonalità espansa, dove centri tonali riconoscibili sono arricchiti e messi in discussione da dissonanze, cluster e armonie di derivazione jazzistica (accordi di settima, nona, alterazioni). Il ritmo, invece, è un elemento propulsivo nella musica di Turnage. Si passa da flussi melodici ampi e cantabili a sezioni di grande complessità ritmica, con sincopi, ostinati e una forte energia motoria, specialmente nella sezione "New York".
L’opera ha grande impatto emotivo e ricchezza espressiva. Il viaggio sonoro attraverso le tre "città" (o stati d’animo) è vivido e coinvolgente, spaziando dalla delicatezza e nostalgia di "Tokyo", all’energia vibrante e a tratti caotica di "New York", fino alla profondità drammatica e alla solennità di "London", che culmina in un finale catartico e affermativo. Il tema del tempo, evocato musicalmente, aggiunge un ulteriore strato di riflessione all’ascolto. Nel complesso, il pezzo si conferma come un’opera significativa nel catalogo di Turnage, dimostrando la sua abilità nel creare affreschi orchestrali complessi e accessibili, capaci di comunicare con immediatezza pur mantenendo una profondità strutturale e armonica. La sua capacità di fondere mondi sonori diversi in un linguaggio personale e coerente è qui pienamente realizzata, offrendo un’esperienza d’ascolto ricca e gratificante. La composizione è un degno omaggio alle orchestre committenti e una riflessione matura sul tema universale del tempo.
Claude Debussy (22 agosto 1862 - 1918): Fantaisie per pianoforte e orchestra (1889-90). Jean-Efflam Bavouzet, pianoforte; BBC Symphony Orchestra, dir. Yan-Pascal Tortelier.
Grace Williams (19 febbraio 1906 - 1977): Sinfonia concertante per pianoforte e orchestra (1941). Huw Watkins, pianoforte; BBC Symphony Orchestra, dir. Baldur Brönnimann.