L’eternamente giovane

Jehan Alain (1911 - 20 giugno 1940): Deux Danses à Agni Yavishta per organo JA 77-78 (13 ottobre 1932). Marie-Claire Alain.

  1. Allegro
  2. Pas vite


L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

Al dio del fuoco

Esistono meteore nel cielo della musica classica che, pur avendo brillato per un tempo brevissimo, hanno lasciato una scia talmente luminosa da cambiare per sempre la percezione di uno strumento. Jehan Alain è stato esattamente questo: un visionario, un poeta, un eroe di guerra e un esploratore dell’ignoto che ha strappato l’organo dal suo rigido piedistallo liturgico per proiettarlo in una dimensione onirica, mistica e profondamente umana. Dopo più di ottant’anni dalla sua prematura scomparsa, la sua musica continua a stregare per la sua modernità, e nulla incarna il suo genio meglio delle enigmatiche Deux Danses à Agni Yavishta.

Il genio interrotto: chi era Jehan Alain?
Nato in una famiglia di musicisti (suo padre Albert era organista e costruttore d’organi, sua sorella Marie-Claire diventerà la più grande organista del XX secolo), Alain crebbe fra canne d’organo e spartiti. Non fu un accademico polveroso, ma un uomo vitale, un motociclista appassionato e un disegnatore compulsivo, dotato di un umorismo surreale e di una sensibilità spirituale fuori dal comune. La sua carriera fu stroncata a soli 29 anni nel giugno del 1940, durante la battaglia di Saumur; morì da eroe, difendendo da solo una postazione contro un intero plotone tedesco, ma lasciò al mondo un catalogo di composizioni che sembrano provenire da un altro pianeta: un perfetto amalgama dell’impressionismo di Debussy con il misticismo di Messiaen e le suggestioni esotiche dell’Oriente.

Il fascino dell’Oriente: l’incontro con i Veda
Negli anni ’30, come molti suoi contemporanei Alain rimase folgorato dalle esposizioni coloniali tenutesi a Parigi e dall’incontro con le filosofie orientali. Fu proprio durante la lettura delle antiche scritture indiane, le Upanishad, che Jehan incontrò la figura di Agni, il dio vedico del fuoco. In sanscrito, Agni significa “fuoco”, Yavishta significa “il più giovane” o “sempre giovane”. Per Alain, questo non è però un fuoco distruttore, ma il fuoco della purificazione, la scintilla dell’ispirazione, la forza vitale che si rinnova costantemente.

Le Deux Danses à Agni Yavishta
Queste due brevi danze sono un capolavoro di economia formale e suggestione atmosferica. Alain qui abbandona le grandi architetture sonore ottocentesche per cercare un suono nudo, ipnotico e quasi atavico.
La prima danza ci proietta immediatamente in un altrove geografico e temporale. Non c’è traccia della solennità della cattedrale gotica. Il tema è costruito su una scala modale che ricorda i raga indiani, con intervalli che sfuggono alla logica tonale occidentale. Ciò che colpisce immediatamente è il ritmo. Alain introduce quelli che chiama “ritmi fluidi”: asimmetrie costanti, battute che cambiano metro continuamente, creando un senso di instabilità ipnotica. La musica non “marcia”, ma “fluttua”. È l’immagine sonora di una fiamma: imprevedibile nei suoi guizzi, leggera, capace di cambiare direzione in un istante. L’uso dei registri è altrettanto innovativo: Alain rifugge dai grandi “pieni” sonori, preferendo combinazioni acide e trasparenti. Spesso richiede l’uso di registri di mutazione che creano armonici insoliti, conferendo all’organo un suono quasi metallico o simile a quello di uno strumento a fiato arcaico. In questa danza, l’alchimista Alain sta distillando la materia sonora per ridurla alla sua essenza più pura.
La seconda danza è ancora più breve, quasi un epilogo meditativo. Se la prima era il movimento della fiamma, la seconda è la vibrazione dell’aria calda, il calore che permane dopo che il fuoco visibile si è spento. Qui il ritmo si stabilizza in una sorta di pulsazione rituale, una processione interiore. L’armonia si fa rarefatta, dominata da quinte vuote e accordi che sembrano fluttuare nel vuoto. C’è una qualità statica che anticipa di trent’anni il minimalismo di Steve Reich o le atmosfere di Arvo Pärt. Alain riesce a sospendere il tempo lineare, portando l’ascoltatore in una dimensione di eterno presente. È la traduzione musicale del concetto di Yavishta: la giovinezza dello spirito che non conosce l’invecchiamento del tempo cronologico.
Per Alain, l’organo è una tavolozza di colori infiniti: la sua capacità di reinventare lo strumento passa attraverso una profonda conoscenza tecnica unita a un’immaginazione poetica senza freni. Nelle Danses à Agni Yavishta, l’organo smette di essere lo strumento del dogma per diventare lo strumento del mistero. Il compositore non cerca di convertire l’ascoltatore a una religione, ma di metterlo in contatto con quella scintilla divina (il “fuoco giovane”) che risiede in ogni atto creativo. Egli considera l’organista non come un esecutore, ma come un officiante di un rito. In questo senso, il compositore è l’anello di congiunzione tra il misticismo cattolico di un César Franck e l’estasi teologica di Olivier Messiaen. Tuttavia, egli rimane più enigmatico, meno legato alla dottrina e più aperto all’irrazionale e al magico.
Oggi, ascoltare queste danze significa fare un salto nel vuoto, tra il misticismo dell’India antica e la modernità della Parigi degli anni Trenta. È un promemoria di quanto possa essere potente la bellezza quando nasce da un cuore che, nonostante la brevità della vita, non ha mai smesso di bruciare.

JA 77

4 pensieri riguardo “L’eternamente giovane

  1. Slega piacevolmente lo strumento dai suoi rigori, ne ravviva le voci. Mi piace molto la gaiezza delle note che non si “appiattiscono” ma rivelano un’anima molto dinamica e creativa. Peccato che non abbia vissuto abbastanza per maturare oltre il suo talento. Buon sabato Claudio, 😊

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