Der Wald

Siegfried Matthus (1934 - 27 agosto 2021): Der Wald, concerto per timpani e orchestra (1984). Orchestra filarmonica di Leningrado, dir. Aleksandr Sergeevič Dmitriev.
Il concerto è costituito da tre movimenti che si susseguono senza soluzione di continuità: Andante — Allegro agitato. Recitativo — Allegro energico e marcato.



L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

Siegfried Matthus: il fautore dell’unione fra tradizione classica e modernità

Origini e formazione tra guerra e dopoguerra
Nato nel 1934 nella Prussia orientale, Siegfried Matthus visse un’infanzia segnata dalla seconda guerra mondiale. Figlio di agricoltori con una vena artistica – il padre era musicista dilettante -, la sua famiglia dovette fuggire nel 1944 a causa dell’avanzata sovietica, stabilendosi poi nel Brandeburgo. Siegfried iniziò gli studi musicali nel 1952 a Berlino Est, dove fu allievo di Hanns Eisler. Inizialmente, la sua produzione fu influenzata anche dal contesto politico dell’epoca, includendo contributi propagandistici legati alla costruzione del Muro di Berlino.

La carriera artistica e l’impegno istituzionale
La sua carriera ha avuto una svolta decisiva nel 1964, quando fu chiamato alla Komische Oper di Berlino da Walter Felsenstein. Nella veste di drammaturgo e compositore, ha collaborato con figure di spicco come Götz Friedrich e Harry Kupfer, diventando un pilastro della musica contemporanea nella RDT. Oltre al lavoro in teatro, il compositore è stato un instancabile educatore e divulgatore: ha guidato masterclass presso l’Accademia delle arti e ha promosso la musica moderna attraverso il ciclo Kammermusik im Gespräch. Nel 1990, con la riunificazione tedesca, ha dato vita alla Kammeroper Schloss Rheinsberg, un progetto che ha diretto fino al 2014, lasciando un’impronta indelebile nella vita culturale della regione.

Uno stile eclettico e di successo
Con circa 600 opere all’attivo, Matthus è stato uno dei compositori più prolifici e apprezzati della Germania Est. Il suo linguaggio musicale è stato caratterizzato da una continua evoluzione: dopo aver esplorato la dodecafonia e la musica seriale, ha trovato una cifra stilistica personale basata su una libera atonalità. La sua capacità di fondere tecniche classiche con sensibilità moderne lo ha reso raro nel panorama della musica colta: un autore capace di incontrare il favore sia della critica sia del grande pubblico.

Un lascito imponente: opere e riconoscimenti
La sua produzione è vastissima e spazia dall’opera lirica alla musica sinfonica, passando per colonne sonore e musiche di scena:
• opera: tra i titoli di maggior successo figurano Lazarillo von Tormes, Die Weise von Liebe und Tod des Cornets Christoph Rilke e adattamenti letterari come Effi Briest e Die unendliche Geschichte;
• musica sinfonica e cameristica: concerti per vari strumenti (tra cui tromba, arpa e pianoforte) e sinfonie di ampio respiro, spesso commissionate per celebrare istituzioni culturali (come le Filarmoniche di Berlino e Monaco).
Il valore della sua opera è stato riconosciuto con numerosi premi, tra cui il Premio Nazionale della RDT e, dopo la riunificazione, il conferimento della Croce al Merito di I classe e la Grande Croce al Merito della Repubblica Federale di Germania.
Matthus è scomparso nell’agosto del 2021, all’età di 87 anni, dopo una lunga malattia, lasciando dietro di sé un’eredità artistica che ha attraversato indenne i profondi mutamenti storici della Germania del XX e XXI secolo.

Der Wald
Pagina singolare nel panorama della letteratura per percussioni, il brano si caratterizza per una scrittura che eleva i timpani da mero strumento di accompagnamento ritmico a vero e proprio protagonista solista, capace di un’espressività quasi vocale.
Il concerto si apre in un’atmosfera sospesa e quasi primordiale: il timpano non entra subito con prepotenza, ma interviene in modo discreto, quasi misterioso, dialogando con trame orchestrali che suggeriscono il risveglio di una foresta (da cui il titolo Der Wald). Il primo movimento esplora la tensione tra il silenzio e l’esplosione, con il timpano che, pur mantenendo un ruolo narrativo, dialoga con gli ottoni e gli archi, costruendo un climax che non si risolve in una melodia, ma in un accumulo di energia sonora. L’incedere è inquieto, con improvvisi scatti dinamici che trasmettono l’idea di un ambiente naturale che vibra di un’energia elettrica e inafferrabile.
Il secondo movimento cambia drasticamente registro. Il Recitativo è, dal punto di vista compositivo, la parte più innovativa dell’opera: qui il timpano smette di “suonare” nel senso tradizionale e inizia a “parlare”. Il solista utilizza diverse tecniche per variare l’altezza e il timbro dei suoni, imitando la cadenza di un discorso umano. L’orchestra si ritrae per fare da sfondo a questo soliloquio, che assume una valenza profondamente drammatica, quasi teatrale.
Il passaggio all’Allegro energico e marcato è dirompente: il timpano si lancia in un tema martellante e percussivo, in cui la precisione tecnica è fondamentale. Qui l’interazione con le percussioni dell’orchestra crea una tessitura densa, dove il solista deve emergere con forza, segnando un netto contrasto con l’introspezione del Recitativo iniziale.
Matthus utilizza il timpano non solo come strumento di percussione, ma come estensione timbrica dell’intera orchestra. Il compositore attinge alla sua esperienza come drammaturgo: la musica non è astratta, ma risponde a una logica di “tensione e distensione” tipica della scena teatrale. Anche in assenza di un programma esplicito, l’ascoltatore percepisce una narrazione, un viaggio sonoro attraverso boschi metaforici, tra ombre silenziose (l’Andante) e violente tempeste (l’Allegro energico). Il virtuosismo richiesto non è mai fine a sé stesso: il compositore non cerca il virtuosismo della velocità, ma quello della gestione del suono, in quanto il timpano deve essere in grado di cantare, urlare e sussurrare.

Nel complesso, l’opera è un esempio magistrale di come la musica contemporanea possa essere allo stesso tempo rigorosa nelle sue strutture formali e accessibile nella sua carica emotiva. Il fatto che i tre movimenti si susseguano senza soluzione di continuità garantisce una spinta propulsiva che non abbandona mai l’ascoltatore, portandolo da una dimensione contemplativa verso un finale di grande impatto fisico e sonoro. È una composizione che, pur essendo nata nel 1984, mantiene intatta la sua capacità di sorprendere per l’originalità con cui viene gestito lo spettro dinamico dello strumento solista.

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