Sylvius Leopold Weiss (12 ottobre 1686 - 16 ottobre 1750): Sonata (Suite) per liuto in fa minore WeissSW 21. Konrad Junghänel.
- Allemande
- Courante [5:19]
- Sarabande: Adagio [9:44]
- Bourrée [16:44]
- Tempo di Menueto [19:44]
- Gigue [23:37]
L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni
Il re del liuto: vita, genio e leggenda di Sylvius Leopold Weiss, il virtuoso che incantò l’Europa
Dalle origini prodigiose ai viaggi in Europa
Nato in Slesia nel 1687 da una famiglia di musicisti, Sylvius Leopold Weiss si distinse fin da giovanissimo come un vero e proprio enfant prodige, arrivando a suonare a soli sette anni per l’imperatore Leopoldo I. La sua giovinezza fu caratterizzata da un’intensa mobilità al servizio di vari nobili, tra cui Carlo III Filippo del Palatinato-Neuburg. Un capitolo fondamentale della sua giovinezza fu il soggiorno a Roma (dal 1710 circa), al seguito del principe polacco Alexander Sobieski. Nella Città Eterna, Weiss partecipò alla vita musicale di corte, suonando in opere liriche, sposando una donna italiana di nome Maria Angela e convertendosi probabilmente al cattolicesimo. Rientrato in Germania, fu determinante nello sviluppo e nell’adozione dei liuti a tredici cori, per i quali iniziò a comporre a partire dal 1719.
L’apogeo e i pericoli alla corte di Dresda
Nel 1718, il compositore entrò come musicista di camera alla prestigiosa corte di Augusto il Forte a Dresda, diventando rapidamente uno degli strumentisti più pagati e stimati d’Europa. La sua vita a corte fu ricca di viaggi diplomatici (Vienna, Praga) e collaborazioni con i più grandi musicisti dell’epoca. Non mancarono tuttavia momenti drammatici: nel 1722, un violinista geloso di nome Petit tese un agguato a Weiss, tentando di mordergli il pollice della mano destra per impedirgli di suonare; fortunatamente, dopo pochi mesi di convalescenza, il liutista poté riprendere la sua attività. La sua fama era tale che nel 1736 rifiutò un’offerta principesca per trasferirsi alla corte imperiale di Vienna, preferendo rimanere fedele a Dresda, dove rimase in servizio fino alla morte, superando per stipendio i colleghi più illustri.
Il sodalizio con J.S. Bach e l’attività didattica
Weiss fu una figura centrale nel panorama musicale tedesco, celebre anche per il suo legame con Johann Sebastian Bach. I due si incontrarono più volte: durante un soggiorno a Lipsia nel 1739 suonarono insieme, competendo amichevolmente nell’arte delle fantasie e delle fughe. L’influenza del nostro su Bach è tangibile: la Suite in la maggiore BWV 1025 di Bach è infatti basata parzialmente su una sonata dello stesso Weiss. Oltre che esecutore e compositore, Weiss fu un maestro molto richiesto, che formò allievi di grande talento, tra cui il liutista Ernst Gottlieb Baron, Johann Kropfgans, il musicista ucraino Timofiy Bilohradsky e diversi membri della nobiltà europea.
Famiglia, ultimi anni e la triste fine
Sposatosi in seconde nozze con Maria Elisabetha Josepha, dalla quale ebbe undici figli, Weiss visse una vita dedita all’arte e alla famiglia. La sua ultima esibizione documentata risale all’agosto o ottobre del 1749. Si spense a Dresda il 16 ottobre 1750, venendo sepolto nel Cimitero vecchio cattolico. Ironia della sorte, nonostante fosse stato il musicista più pagato della corte sassone, la sua famiglia precipitò in gravi ristrettezze economiche dopo la sua morte, costringendo la vedova a chiedere l’intervento e l’aiuto del sovrano.
Un’eredità monumentale e l’immortalità artistica
Sylvius Leopold Weiss ha lasciato alla storia il più vasto corpus di musica per liuto composto da un singolo autore, costituito prevalentemente da sonate e suites. Considerato dai contemporanei — come il teorico Ernst Gottlieb Baron — il più grande liutista di tutti i tempi, la sua figura è stata valutata dalla musicologia moderna come pari a quelle di Bach e Scarlatti. La sua eredità ha continuato a vivere nei secoli, godendo di una grande riscoperta a partire dal XX secolo, anche grazie all’opera di divulgazione di celebri chitarristi classici come Andrés Segovia.
Analisi del brano proposto
La sua Suite (o Sonata) per liuto in fa minore rappresenta uno dei vertici assoluti della letteratura barocca per questo strumento. La scelta della tonalità in oggetto non è casuale: nella sensibilità barocca, essa evoca un senso di profonda introspezione, malinconia, pathos e drammaticità trattenuta. Sfruttando le piene potenzialità del liuto barocco a tredici cori, Weiss costruisce un percorso architettonico ed emotivo coerente, in cui la gravità dei movimenti lenti si contrappone alla vitalità elegante delle danze.
L’Allemande apre la Suite stabilendo immediatamente il clima cupo e meditativo della tonalità di fa minore. Caratterizzata da un tempo moderato e da un flusso continuo di semicrome, il movimento si sviluppa attraverso un fitto tessuto contrappuntistico in cui le voci si intrecciano con estrema naturalezza. Si nota l’uso sapiente dei ritardi armonici e delle dissonanze risolte delicatamente, cifre stilistiche del linguaggio del compositore. La scrittura idiomatica per lo strumento sfrutta ampiamente i registri gravi per dare corpo alla tonalità di impianto, mentre le voci superiori cantano una linea melodica ricca di abbellimenti che richiamano lo stile liutistico francese. Nonostante la complessità contrappuntistica, il brano mantiene una fluidità quasi vocale, ponendosi come un preludio spirituale all’intera opera.
Con la Courante il discorso musicale si anima, introducendo una vivacità ritmica che rompe la contemplazione del primo movimento pur mantenendo intatta la coloritura malinconica. Questa danza si distingue per la sua ambiguità metrica (un continuo gioco di accenti tra il 3/2 e il 6/4) che crea un senso di slancio in avanti. Weiss qui utilizza incroci ritmici, sincopi e brevi fraseggi imitativi tra il registro acuto e quello dei bassi. L’energia cinetica di questo movimento non è mai festosa o esuberante, ma possiede una grazia aristocratica e inquieta, tipica dell’estetica cortigiana barocca.
La Sarabande rappresenta il cuore emotivo e spirituale della Suite: indicata come Adagio, si sviluppa in un tempo lentissimo e solenne, dominato dal tipico ritmo della danza con l’accento marcato sul secondo movimento della battuta. Qui il compositore raggiunge vette altissime di espressività tragica: le armonie sono dense, cariche di tensioni cromatiche e accordi strazianti che sfruttano la risonanza naturale dei bassi del liuto. I silenzi e i respiri tra le frasi musicali amplificano il senso di vuoto e dolore contemplativo. L’ornamentazione, qui estremamente libera e quasi improvvisativa, permette all’esecutore di accentuare le inflessioni patetiche della melodia, facendo del brano un vero e proprio lamento strumentale.
Dopo la densità emotiva del movimento precedente, la Bourrée interviene con una funzione di alleggerimento e contrasto strutturale. Caratterizzata da un tempo binario vivace e da una tipica anacrusi, il movimento presenta un carattere rustico ma raffinato al tempo stesso. Il ritmo è scandito in modo netto e regolare, con una linea melodica incisiva che procede per piccoli motivi omofonici. Sebbene la tonalità minore continui a velare il brano di una leggera ombreggiatura, l’energia ritmica e la chiarezza formale restituiscono vigore e brillantezza all’architettura della Suite.
Il Tempo di Menueto adotta invece la forma della danza aristocratica per eccellenza nel Settecento. A differenza della danza precedente, qui si punta sulla grazia formale, sulla simmetria delle frasi e su un’andatura fluida e ondeggiante. Weiss modula abilmente la tensione dinamica, alternando momenti di maggiore cantabilità melodica a passaggi di accompagnamento arpeggiato. Questo movimento agisce come una pausa di riflessione elegante e misurata, un preludio formale prima della tempesta cinetica del finale.
La Suite si conclude con una Gigue, un movimento rapido in tempo ternario che richiede un notevole virtuosismo esecutivo. L’apertura è affidata a un fitto dialogo imitativo (spesso di natura fugata o quasi-fugata tra le voci) che conferisce al brano un carattere impetuoso e travolgente. I passaggi scalari rapidi, i salti di registro e l’incrocio delle mani sulla tastiera del liuto creano un vortice sonoro. Nonostante la velocità e la complessità tecnica, il compositore non perde mai di vista la coerenza armonica: il brano non è una festa spensierata, ma una corsa drammatica e trionfale che chiude la Suite con una formidabile carica di energia cinetica e tragica grandezza.
