Microtoni – VIII

Ben Johnston (Benjamin Burwell Johnston jr; 15 marzo 1926 - 2019): Quartetto per archi n. 4, Amazing Grace (1973). Kronos Quartet.



L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

L’armonia inesplorata: la rivoluzione microtonale di Ben Johnston

Benjamin Burwell Johnston Jr. è stato uno dei più influenti e originali compositori statunitensi di musica contemporanea, celebre in tutto il mondo per il suo utilizzo dell’intonazione naturale (just intonation). Lodato dalla critica come uno dei massimi esponenti della musica microtonale e definito dal critico John Rockwell «uno dei migliori compositori non famosi che questo Paese abbia da offrire», Johnston ha dedicato la sua vita a esplorare sonorità inedite, sfidando le convenzioni dell’accordatura occidentale moderna.

Gli anni della formazione e gli incontri cruciali
Nato a Macon, in Georgia, Johnston ha insegnato composizione e teoria musicale all’Università dell’Illinois dal 1951 al 1986. Durante la sua lunga carriera accademica, ha formato numerosi allievi di successo e ha intessuto relazioni con figure di spicco dell’avanguardia, tra cui Iannis Xenakis e LaMonte Young. Tuttavia, gli incontri che segnarono più profondamente il suo percorso sono due: il primo con Harry Partch, compositore che Johnston aiutò a costruire strumenti non convenzionali e che lo indirizzò a studiare con Darius Milhaud; il secondo, fondamentale, con John Cage negli anni ’50. Fu proprio Cage a dissuaderlo dall’uso dell’elettronica (con cui Johnston aveva peraltro collaborato per il brano Williams Mix) o di strumenti inventati ex novo, incoraggiandolo invece a inseguire la sua visione utilizzando strumenti tradizionali. Questa sfida portò Johnston ad affrontare un decennio di sperimentazioni per capire come integrare la microtonalità negli strumenti classici, culminando in una devozione assoluta e permanente verso questo sistema armonico.

Una produzione eclettica: dal teatro d’avanguardia ai quartetti d’archi
Lo stile compositivo di Johnston era estremamente eclettico: mescolava abilmente processi seriali, melodie folk, forme tradizionali come la fuga e approcci puramente intuitivi. Oltre a comporre per importanti orchestre (come il Quintet for Groups, premiato in Germania), Johnston lavorò assiduamente per il teatro sperimentale al La MaMa di New York, realizzando le musiche per produzioni di successo come Carmilla e Gertrude. Tuttavia, il fulcro della sua eredità musicale risiede nei suoi dieci quartetti d’archi. Il Quartetto n. 4 (Amazing Grace) è forse la sua opera più nota, registrata dal celebre Kronos Quartet, mentre l’intero ciclo dei dieci quartetti è stato inciso in un monumentale progetto dal Kepler Quartet, completato poco dopo il novantesimo compleanno del compositore. Per il suo inestimabile contributo, Johnston ha ricevuto innumerevoli onorificenze, tra cui una borsa di studio Guggenheim e un riconoscimento alla carriera dall’American Academy of Arts and Letters.

La filosofia dell’intonazione naturale: la ricerca della bellezza perduta
Al centro della poetica di Johnston vi era un obiettivo ambizioso: reintegrare l’intonazione naturale come elemento vitale della tradizione musicale. A differenza del temperamento equabile (il sistema di accordatura standard della musica occidentale), l’intonazione naturale si basa su rapporti matematici semplici che eliminano i fastidiosi battimenti acustici, risultando molto più pura all’orecchio. Mentre molti compositori del Novecento usavano i microtoni per creare dissonanza e caos, Johnston se ne serviva per fare l’esatto opposto: ritornare a una forma di bellezza musicale che riteneva fosse andata perduta con l’adozione dell’accordatura moderna. Le sue opere più mature arrivavano a utilizzare centinaia di altezze diverse per ottava, derivate da serie armoniche elevatissime (fino al 31° armonico nel Quartetto n. 9), creando una musica radicale ma, al tempo stesso, profondamente accessibile e affascinante.

L’invenzione di un nuovo linguaggio visivo: la notazione su pentagramma
Per permettere ai musicisti di suonare la sua complessa musica su strumenti tradizionali, a partire dagli anni ’60 Johnston dovette inventare un nuovo sistema di notazione musicale. Partendo da una scala di do maggiore intonata naturalmente (dove il la standard corrisponde spesso a 440 Hz), Johnston ridefinì il significato dei simboli convenzionali sul pentagramma. Per indicare le minuscole variazioni di intonazione (come il comma sintonico), introdusse nuovi segni accidentali: i simboli + e – per correggere le quinte perfette, e una serie di numeri (come il 7 o il 13 rovesciati) e frecce (↑ e ↓) per indicare alterazioni armoniche ancora più estreme. Questo geniale sistema ha permesso di tradurre la teoria matematica in una pratica esecutiva esatta, lasciando in eredità al mondo musicale uno strumento fondamentale per l’esplorazione dell’armonia.

Il Quartetto per archi n. 4
Questa composizione, che reca quale sottotitolo Amazing Grace, rappresenta una delle vette più alte della musica microtonale del XX secolo. Attraverso l’uso rigoroso dell’intonazione naturale, Johnston trasforma un inno popolare profondamente radicato nella cultura americana in un viaggio matematico e spirituale di complessità sconvolgente.

Il pezzo si apre con l’indicazione di tempo Andante, accompagnata dalla dicitura “non vibrato”. Questa scelta non è estetica, ma strutturale: senza vibrato, l’orecchio può percepire con precisione assoluta i rapporti armonici puri tra le note. Il primo violino espone la celebre melodia di Amazing Grace: inizialmente, l’armonia sembra quasi arcaica o medievale per un orecchio moderno abituato al pianoforte. Questo accade perché il compositore utilizza intervalli basati su rapporti di numeri interi piccoli (rapporti di 3:2 per le quinte, 4:3 per le quarte), offrendo una sensazione di stabilità e trasparenza acustica che il sistema temperato moderno non può offrire.
Man mano che si procede, Johnston inizia a espandere il vocabolario armonico seguendo la serie degli armonici naturali. Inizia una sottile stratificazione di poliritmi (3 contro 2, 5 contro 4) e vengono gradualmente introdotti armonici superiori. Sullo spartito, appaiono i simboli caratteristici della sua notazione, ossia il + e il – per indicare il coma sintonico e il numero 7 (per il settimo armonico, la cosiddetta settima naturale, più calante di quella standard).
Il tema di Amazing Grace non viene mai abbandonato, ma agisce come un cantus firmus che attraversa diverse densità di grana sonora. Verso la metà del brano, la complessità raggiunge il culmine. Johnston sposta l’intonazione verso limiti primi sempre più alti (11, 13, fino al 31) e, in questa fase, lo spartito si riempie di accidenti microtonali: frecce verso l’alto e verso il basso, e numeri rovesciati.
Musicalmente, questo si traduce in una tessitura vibrante e quasi aliena. Le scale eseguite dagli strumenti sembrano scivolare tra i tasti di un pianoforte immaginario: non si tratta di note “stonate”, ma di una divisione dell’ottava in centinaia di altezze diverse. In alcuni momenti, la velocità delle variazioni ritmiche crea un effetto di “nuvola sonora” dove la melodia originale sembra quasi polverizzarsi, pur rimanendo la struttura portante del pezzo.
Un aspetto affascinante è la coordinazione richiesta ai musicisti. Johnston sovrappone metri diversi contemporaneamente. Questo serve a riflettere a livello ritmico ciò che accade a livello armonico e, come gli intervalli sono frazioni della frequenza, i ritmi sono frazioni del tempo: è una visione unitaria della fisica del suono.
Nelle pagine finali, la tempesta microtonale inizia a placarsi. Johnston ci riporta gradualmente verso armonici più bassi e semplici. Si ha un ritorno alla chiarezza quasi diatonica, ma l’ascoltatore è ormai trasformato: dopo aver esperito la densità dei micro-intervalli, le quinte e le ottave pure del finale suonano straordinariamente ampie, solenni e “giuste”. La composizione si spegne in un’atmosfera di pace trascendentale, riaffermando il potere curativo e spirituale del tema originale.

Nel complesso, l’opera non è un semplice esercizio accademico sull’intonazione naturale: il compositore adopera la matematica per “pulire” la percezione dell’ascoltatore. Partendo da una melodia nota, ci conduce attraverso la complessità infinita che risiede all’interno di una singola nota musicale, per poi riportarci a casa. È una dimostrazione magistrale di come l’avanguardia radicale possa incontrare la sensibilità popolare.

Šostakovič 1975-2025 – II

Dmitrij Šostakovič (1906 - 9 agosto 1975): Quartetto per archi n. 3 in fa maggiore op. 73 (1946). Quartetto Borodin.

  1. Allegretto
  2. Moderato con moto [6:50]
  3. Allegro non troppo [12:13]
  4. Adagio [16:35]
  5. Moderato [23:06]


L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

Quartetto per archi n. 3 in fa maggiore op. 73

Composto nel 1946, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale e prima delle nuove purghe staliniste del 1948, l’opera rivela una straordinaria profondità psicologica e complessità strutturale. La tonalità è spesso instabile, riflettendo un mondo che ha perso le proprie certezze. La suddivisione in cinque movimenti, anziché i tradizionali quattro, permette a Šostakovič di costruire un arco narrativo epico: per la prima esecuzione – per evitare accuse di “formalismo” – il compositore diede ai movimenti dei sottotitoli programmatici che tracciano una sorta di “storia di guerra”.
Il Quartetto si apre in un’atmosfera di ingannevole serenità: il primo violino introduce un tema principale quasi infantile, una melodia spensierata e saltellante in una chiara tonalità di fa maggiore. Il dialogo tra il primo violino e il violoncello è giocoso, quasi una conversazione amichevole. La forma-sonata è chiaramente delineata: dopo il primo tema, emerge un secondo tema più lirico e cantabile, ma ancora immerso in un’aura di innocenza.
Lo sviluppo introduce le prime ombre: l’armonia si fa più complessa e cromatica, e il tema principale viene frammentato e trattato in modo più aspro, passando attraverso tonalità minori. La ripresa riporta il tema iniziale, ma la sua innocenza è ormai perduta e suona quasi come un ricordo forzato di una felicità passata. La coda accelera in un crescendo frenetico e si conclude con una serie di accordi secchi e perentori, che spazzano via ogni traccia della spensieratezza iniziale. La catastrofe non è ancora arrivata, ma la sua ombra si è proiettata in modo inequivocabile.
Il secondo movimento cambia radicalmente atmosfera: è uno scherzo spettrale, costruito su un ostinato della viola, sommesso e meccanico, che il violista esegue con una precisione glaciale, quasi disumana. Su questo tappeto sonoro, il violoncello introduce un pizzicato che suona come una minaccia in punta di piedi. L’inquietudine è palpabile e i violini entrano con melodie acute e lamentose, suonate “sul ponticello” per ottenere un suono vitreo e snervante.
La dinamica rimane per lunghi tratti in un pianissimo carico di tensione, che il quartetto gestisce con un controllo magistrale del suono: questa quiete è spezzata da improvvisi scoppi di violenza (fortissimo), brontolii che squarciano il silenzio. Il movimento non offre alcuna risoluzione e l’anticipazione della tragedia cresce costantemente, fino a dissolversi nel nulla, lasciando l’ascoltatore in uno stato di profonda ansia.
Senza alcuna pausa, il terzo movimento esplode con una violenza inaudita: tutti e quattro gli strumenti all’unisono martellano un tema brutale, dissonante e dal ritmo motoristico. Questa è la rappresentazione sonora della guerra: una macchina inarrestabile di distruzione. Le frasi sono brevi, spezzate e il tessuto musicale è saturo di dissonanze stridenti.
In un momento tipicamente šostakoviciano, il primo violino emerge con una melodia quasi banale, quasi una marcetta da circo, suonata sopra il caos implacabile degli altri strumenti: questo crea un effetto grottesco e terrificante, come se la follia della guerra avesse cancellato ogni logica. Il movimento culmina in un climax assordante, un collasso sonoro totale che rappresenta l’apice della devastazione. Lentamente, dalle macerie, emerge il tema della passacaglia del movimento successivo, introdotto prima dalla viola e dal violoncello.
Il quarto movimento, collegato attacca al precedente, è il cuore emotivo del Quartetto: è una passacaglia, una serie di variazioni su un basso ostinato. Il tema, esposto dal violoncello con un suono profondo e dolente, è una melodia di lutto e desolazione. Sopra questo tema ripetuto, gli altri strumenti intessono i loro lamenti: prima la viola con una melodia nuda e sofferente, poi il secondo violino e infine il primo, il quale si spinge al registro sovracuto, suonando pianissimo, come un pianto lontano e disperato. La musica è rarefatta, piena di silenzi che pesano quanto le note. È un vasto paesaggio di rovina e perdita, un requiem per le vittime della catastrofe. Il movimento non si conclude, ma si dissolve in un etereo armonico del primo violino, una nota fragile e sospesa che ci conduce direttamente al finale.
L’ultimo movimento s’inizia con una ripresa del tema apparentemente innocente del primo movimento, ma ora suonato dalla viola e dal violoncello in modo scarno, quasi scheletrico. L’innocenza è stata completamente prosciugata dalla tragedia e la domanda “perché?” è implicita in questa melodia svuotata.
Questo movimento è una sintesi e una riflessione sull’intero percorso del Quartetto: i temi dei movimenti precedenti riaffiorano come frammenti di memoria. Questi ricordi si scontrano, si interrompono a vicenda, senza trovare una sintesi o una risposta. Il primo violino tenta più volte di ristabilire la melodia iniziale, ma viene sempre interrotto o la sua melodia si dissolve. La lotta per trovare un senso è vana. Nell’ultima pagina, il tema del primo movimento ritorna per l’ultima volta, ma suonato pizzicato, come un fragile ricordo che si sta spegnendo. L’opera si conclude su un accordo di fa maggiore, ma è una conclusione ambigua, priva di trionfo: è una pace vuota, la pace di un cimitero e le ultime note pizzicate del violoncello suonano come l’eco finale dell’eterna domanda, lasciata senza risposta.

La sua musica non durerà

Claude Debussy (1862 - 1918): Quartetto in sol minore per archi op. 10 (1893). Juilliard Quartet.

  1. Animé et très décidé
  2. Assez vif et bien rythmé
  3. Andantino, doucement expressif
  4. Très modéré

 « Con queste giornate primaverili mentre siamo indolenti e insonnoliti come dei bevitori di birra è passato il concerto commemorativo di Claudio Debussy sul nostro assopimento, come una lenta ombra luttuosa.
« Noi l’abbiamo veduto pochi anni fa: la sua pallidissima fronte gonfia e quasi ondeggiante sotto gli urti di un fermento interno in levitazione, il suo sguardo sofferente e profondo di bizantino, e le sue povere mani fredde, passive, emaciate e gialle come due vecchi guanti ci impressionarono come se in quell’uomo ancora tanto vivo e celebre l’istinto fosse spento e incenerito per sempre.
« Lo si considera come un genio del nostro secolo, a noi apparve sempre come un modista della musica. Ricercatore di espressioni originali egli non trovava che qualche fortunata eleganza. Egli si rifiutava di toccare la terra con i piedi ed aveva dei brividi di repulsione al suono di musica altrui, e disse che Beethoven era volgare.
« Mal sostenuto da un temperamento che non era né ricco né generativo egli oltrepassò il segno dell’arte per naufragare in un intellettualismo disperato. Aveva in fondo più confidenza nella pittura e nella poesia che nella musica a sé. Procedendo criticamente per esclusione egli giunse a farsi un genere limitato, indeterminabile, e quasi scientifico. Egli eccelle dal punto di vista istrumentale pianistico.
« Maeterlinck è stato il suo ispiratore. Le principesse incorporee che non vedono il giorno e agonizzano contro le pareti dei bui sotterranei ostruiti; la vita senza occhi e senza orecchi; tutte le vaghe apprensioni dell’inintelligibile fanno parte del suo programma di perdizione musicale e ci costringono a far quarantena sulle minacciose latitudini dell’Inconcludente.
« Pure spesso, sotto i veli, traspare nelle sue pagine quel genere d’album indispensabile nel salotto francese, che Egli deforma orribilmente per repulsione e per necessità, ma il sentimento poco originale rimane.
« Nondimeno, se accostiamo bene l’orecchio a qualche fenditura ci accadrà di sorprendere, a traverso questo cumulo di pregiudiziali, il passaggio fortuito di certe squisitezze sincere, sonore, rare ed effimere.
« Non vogliamo intendercene troppo, ma probabilmente il programma di ieri non fu composto con quel senso di carità e di onoranza che la triste e solenne occasione richiedeva.
« Gli esecutori erano tutti valorosissimi artisti e ci parve di capire che alcuni d’essi non fossero preparati alla morte prematura del decantato riformatore francese.
« Il programma comprendeva: la Sonata per violino e pianoforte, le Trois Chansons de Bilitis, due liriche dalle Ariettes oubliées e il Noël des enfants qui n’ont plus de maisons, che la signora Montjovet cantò con profondo sentimento; i Reflets dans l’eau, l’Hommage à Rameau e il Children’s Corner per pianoforte solo, eseguiti egregiamente da Alfredo Casella. Per ultimo il Quartetto per archi, esecutori Mario Costa, Giacinto Spada, Gustavo Gatti e Tito Rosati.
« Il pubblico numerosissimo fece, qua e là, il respiro grosso, ma applaudi alla fine di ogni pezzo e acclamò la signora Montjovet che dovette bissare il Noël des enfants…
« Noi rimaniamo tutt’ora persuasi che Claudio Debussy oltre che un creatore di musiche che non dureranno molto nel tempo a venire, era, per certe sue attitudini teoriche, il propulsore di un movimento disastroso e in Italia ne conosciamo assai bene le conseguenze.
« Alfredo Casella che fu magna pars del concerto, Malipiero e tutti i fratellini minori erano presenti ieri alla commemorazione. Se piangiamo la morte di Claudio Debussy dovremmo strapparci le chiome al vedere la numerosa famiglia che Egli ha abbandonato sul lastrico di S. Cecilia.»

 Bruno Barilli 
 («Il Tempo», 6 aprile 1918) 
 

 Bruno Barilli 

Barber, opus 11

Samuel Barber (9 marzo 1910 - 1981): Quartetto per archi op. 11 (1936). Auner Quartett: Daniel Auner e Barbara de Menezes Galante Auner, violini; Nikita Gerkusov, viola; Konstantin Zelenin, violoncello.

  1. Molto allegro e appassionato
  2. Molto adagio [8:35]
  3. Molto allegro come prima – Presto [16:04]

Piacevole (poco andante)

Edward Elgar (1857 - 23 febbraio 1934): Quartetto in mi minore per 2 violini, viola e violoncello op. 83 (1918). Ruysdael Kwartet: Joris van Rijn e Emi Ohi Resnick, violini; Gijs Kramers, viola; Jeroen den Herder, violoncello.

  1. Allegro moderato
  2. Piacevole (poco andante) [9:36]
  3. Finale: Allegro molto [21:29]

Quartetto di Elgar

Ziemlich schnell

Hans Pfitzner (5 maggio 1869 - 22 maggio 1949): Quartetto per archi n. 3 in do diesis minore op. 36 (1925). »Franz Schubert« Quartett: Florian Zwiauer e Helge Rosenkranz, violini; Hartmut Pascher, viola; Vincent Stadlmair, violoncello.

  1. Ziemlich ruhig
  2. Sehr schnell [13:06]
  3. Langsam, ausdrucksvoll [19:07]
  4. Ziemlich schnell [26:29]

Hans Pfitzner

Quartetto con flauto

Georg Abraham Schneider (19 aprile 1770 - 1839): Quartetto in sol minore per flauto, violino, viola e violoncello op. 69 n. 3 (c1810). András Adorján, flauto; Gabriel Adorján, violino; Walter Küssner viola; Dávid Adorján, violoncello.

  1. Allegro
  2. Adagio [7:01]
  3. Allegro molto [10:39]

GA Schneider, op. 69 n. 3

Notturno – VI

Aleksandr Porfir’evič Borodin (1833 - 27 febbraio 1887): Quartetto per archi n. 2 in re maggiore (1881). Quartetto Borodin.

  1. Allegro moderato
  2. Scherzo [7:56]
  3. Notturno [12:39]
  4. Finale [20:50]

Il III movimento del Secondo Quartetto di Borodin trascritto per orchestra da Aleksandr Čerepnin (1899 - 1977). Philharmonia Orchestra, dir. Anatole Fistoulari.

Allegro affettuoso – I

Giuseppe Cambini (13 febbraio 1746 - 1818 o 1825): Quartetto in si minore per 2 violini, viola e violoncello T 171 (n. 3 dei Six Quatuors pour Monsieur le Sénateur Lacépède). Quartetto «Le Ricordanze»: Carlo De Martini e Stefano Barneschi, violini; Livia Baldi, viola; Caterino Dell’Agnello, violoncello.

  1. Allegro affettuoso
  2. Andante sostenuto [8:56]
  3. Minuetto: Allegro risoluto [16:50]
  4. Scherzo fugato: Allegretto vivace [22:31]

Quartetto con clarinetto

Cesare Pugni (1802 - 26 gennaio 1870): Quartetto per clarinetto e archi in si bemolle maggiore op. 4. Italian Classical Consort: Luigi Magistrelli, clari­netto; Giacomo Orlandi, violino; Luca Moretti, viola; Elisabetta Soresina, violoncello.

  1. Allegro
  2. Andantino [9:01]
  3. Minuetto – Trio [12:15]
  4. Allegretto [15:43]

Un Quartetto di Erik Gustaf Geijer

Erik Gustaf Geijer (12 gennaio 1783 - 1847): Quartetto in mi mi­no­re per pianoforte e archi (1825). Anders Kilström, pia­no­for­te; Klara Hellgren, violino; Ingegerd Kierkegaard, viola; Åsa Åkerberg, violoncello.

  1. Allegro molto
  2. Andante cantabile [10:50]
  3. Menuetto [16:26]
  4. Allegro [20:50]

Ritratto di signora

Wojciech Kilar (1932 - 29 dicembre 2013) e Franz Schubert (1797 - 1828): The Portrait of a Lady, suite dalla colona sonora del film omonimo (da Henry James, 1996) di Jane Campion. Gli Impromptus di Schubert sono interpretati da Jean-Yves Thibaudet, il Quartetto D 810 dal Brindisi Quartet.

  1. Prologue: My Life before me
  2. The Portrait of a Lady [4:07]
  3. Flowers of Firenze [9:56]
  4. Twilight Cellos [13:55]
  5. A Certain Light [17:00]
  6. Cypresses [23:49]
  7. Schubert: Impromptu in sol bemolle maggiore op. 90 n. 3 D 899.3 [25:55]
  8. Schubert: Impromptu in la bemolle minore-maggiore op. 90 n. 4 D 899.4 [32:42]
  9. Schubert: Quartetto per archi n. 14 in re minore D 810, Der Tod und das Mädchen, II. Andante con moto [39:46]
  10. Epilogue: The Portrait of a Lady [48:08]
  11. Phantasms of Love [53:20]
  12. The Kiss [57:20]
  13. Love Remains [59:24]
  14. End Credits [1:02:30]