Notturno – XIX

StančinskijAleksej Vladimirovič Stančinskij (1888 - 6 ottobre 1914): Notturno per pianoforte (1907). Robert Henry.



L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

Il genio interrotto: vita, visione ed eredità di Aleksej Stančinskij

Dalle origini alla precoce genialità
Nato nel 1888 nella provincia di Vladimir, Aleksej Vladimirovič Stančinskij cresce in una famiglia colta e mostra fin da piccolissimo uno straordinario talento musicale, unito a una sensibilità artistica e personale estremamente marcata. Trasferitosi nel 1899 nella tenuta di Logačëvo (vicino ai luoghi natali di Michail Glinka), il giovane compositore trova lì il suo principale rifugio creativo. Grazie al supporto di importanti figure come Aleksandr Grečaninov, Sergej Taneev e Nikolaj Žiljaev, e sotto la guida del pianista Konstantin Igumnov al Conservatorio di Mosca, il giovane affina rapidamente la sua tecnica, emergendo ben presto come una delle promesse più originali e brillanti del panorama musicale russo.

Tragedie personali e la prematura scomparsa
La vita del compositore subisce una drammatica svolta nel 1910, segnata dalla morte improvvisa del padre e dallo scandalo familiare legato alla sua relazione con Elena Baj, ostacolata dalla madre e dalla sorella a causa delle differenze sociali. Questo doloroso susseguirsi di eventi getta il compositore in una grave crisi depressiva che lo costringe a cure psichiatriche e all’abbandono temporaneo del Conservatorio. Nonostante la ripresa artistica coronata dal successo del 1914, la sua vita si spezza tragicamente nel settembre dello stesso anno: dopo essersi recato di nascosto a incontrare la compagna e il figlioletto contro il volere della madre, viene ritrovato senza vita sulle rive di un fiume, stroncato da un attacco di cuore a soli 26 anni.

Un’innovazione musicale senza eguali
Il corpus pianistico di Stančinskij rappresenta un fenomeno unico e visionario nella storia della musica. Sospesa tra la cantabilità di stampo barocco-romantico e le radici del folklore russo, la sua scrittura anticipa in modo sbalorditivo le future evoluzioni della musica del XX secolo. Nelle sue opere, il compositore sperimenta con la polifonia, i ritmi asimmetrici, i metri non convenzionali e una concezione armonica basata sulla pantonalità e su nuove strutture diatoniche, precorrendo i linguaggi di maestri come Stravinskij, Prokof’ev, Šostakovič, Bartók e Hindemith, e inventando nuovi generi pianistici come lo schizzo e il preludio-canone.

Il calvario editoriale e la riscoperta
Durante la sua vita, il compositore vide pubblicate pochissime opere. La vera valorizzazione del suo catalogo fu brutalmente interrotta negli anni ’30: il curatore delle sue edizioni, Nikolaj Žiljaev, fu infatti arrestato e fucilato nel 1937 dal regime sovietico in quanto “nemico del popolo”, condannando di fatto la musica di Stančinskij all’oblio per quasi un quarto di secolo. Solo a partire dagli anni ’60 le sue partiture hanno ricominciato a circolare, culminando nel 1990 con la pubblicazione dell’opera omnia pianistica a opera di Irina Lopatina, oggi consacrata definitivamente grazie alle registrazioni integrali della pianista Ol’ga Solov’ëva.

Memoria e posterità
Oggi la sua figura è saldamente radicata nei luoghi che ne hanno segnato l’esistenza. Nella regione di Smolensk e a Obolsunovo (suo paese natale) si tengono regolarmente eventi commemorativi, concerti e celebrazioni in suo onore, suggellati dall’installazione di una targa commemorativa (2018) e di un monumento in pietra nella tenuta di Logačëvo (2019), a testimonianza imperitura di un talento immenso e tragicamente incompiuto.

Il Notturno
Il brano si pone come un ponte affascinante fra la tradizione romantica del notturno (di chiara matrice chopiniana e scriabiniana) e le audaci innovazioni armoniche e ritmiche che avrebbero caratterizzato il Novecento musicale.
Si apre con un’indicazione di tempo Lento e una dinamica estremamente sussurrata (pp), stabilendo immediatamente un clima intimo, sospeso e contemplativo. La mano sinistra tesse un tappeto armonico fluido, basato su figure ondulatorie che cullano la narrazione musicale, evitando la rigida simmetria di tradizionali bassi albertini per muoversi verso una polifonia più morbida e avvolgente.
Il tema entra con la didascalia cantabile e un delicato piano: la melodia, affidata alla mano destra, possiede un lirismo vocale tipicamente russo, venato di una malinconia introspettiva. Man mano che la musica procede, la scrittura si addensa sottilmente. Indicazioni come poco crescendo, dolce e la presenza di passaggi ossia mostrano la ricerca di Stančinskij per una tavolozza armonica in espansione. Il cromatismo si fa via via più fitto, allontanandosi dalla tonica di do diesis minore per esplorare tensioni instabili.
Superata la prima sezione, il brano sperimenta una maggiore mobilità psicologica e formale, passando a un poco accelerando seguito da un ritardando e un successivo a tempo. Il compositore impiega l’agogica non come mero abbellimento, ma come struttura portante del discorso: il tempo si contrae e si dilata assecondando il respiro emotivo della frase. L’alternanza tra momenti di tensione dinamica (f) e improvvisi ripiegamenti (p, pp) crea un dialogo continuo tra slancio appassionato e raccoglimento interiore.
Il cuore pulsante e più drammatico del Notturno si accende con l’indicazione Mosso ed agitato. Qui il carattere notturno e placido viene temporaneamente lacerato: la dinamica scende a un pianissimo inquieto, ma le figurazioni in terzine e il movimento concitato della tastiera creano un’energia sotterranea fortissima. La scrittura pianistica si fa complessa, quasi orchestrale e il crescendo porta a picchi di grande densità sonora, dove le voci si intersecano in un contrappunto serrato. Stančinskij sperimenta qui quella scomposizione dello spazio tonale che anticipa la sua futura adesione alla pantonalità: gli accordi si muovono per blocchi sonori e dissonanze espressive che evocano il clima spirituale del tardo Scriabin.
Un aspetto straordinario che emerge verso la fine è l’anticipazione del genio ritmico del compositore: si possono notare mutamenti metrici insoliti e complessi per l’epoca (con indicazioni come 4/16), segno di una scomposizione del tempo che rifiuta la regolarità della battuta classica a favore di una flessibilità ritmica organica. Subito dopo un climax sonoro (fff che sfuma in un repentino diminuendo), si torna al Tempo I. La ripresa del tema iniziale assume ora un significato catartico: il materiale melodico di apertura ritorna non come ripetizione meccanica, ma come approdo luminoso dopo la tempesta emotiva della sezione centrale.
Le ultime battute del Notturno rappresentano un mirabile esempio di rarefazione timbrica. La scrittura si alleggerisce progressivamente, con gli ultimi accordi della mano sinistra e le figurazioni discendenti della destra contrassegnati da dinamiche flebili (pp, ppp). Il brano non si conclude con un’affermazione tonale perentoria, ma si spegne lentamente, dissolvendosi nel silenzio come un respiro che si esaurisce, lasciando l’ascoltatore in una dimensione di sospesa contemplazione lirica.

Nel complesso, il pezzo non è semplicemente un brano di impronta salonistica o tardo-romantica, ma un microcosmo in cui Stančinskij dimostra una padronanza precoce della forma e del colore timbrico. La fusione tra la cantabilità di stampo russo, la flessibilità agogica e i semi di quella polifonia complessa e asimmetrica che dominerà le sue opere successive rende questo pezzo un gioiello nascosto del primo Novecento pianistico.

Notturno – XVIII

Gabriel Fauré (12 maggio 1845 - 1924): Notturno per pianoforte n. 6 in re bemolle maggiore op. 63 (1894). Samson François.



L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

Lirismo, turbamento e trasfigurazione: analisi del Notturno n. 6 op. 63 di Fauré

Il Notturno n. 6 in re bemolle maggiore, dedicato a Monsieur Eugène d’Eichthal, rappresenta un magnifico esempio della maturità stilistica di Fauré. Quest’opera si allontana dalla semplice struttura tripartita ABA’ tipica di molti notturni precedenti, per abbracciare una forma più complessa e rapsodica, ricca di contrasti emotivi e raffinatezze armoniche.

Il brano si apre con l’indicazione “Adagio e dolce”, stabilendo immediatamente un’atmosfera intima e cantabile. La tonalità principale di re bemolle maggiore è chiaramente definita. La mano destra presenta la melodia principale, un tema lungo e sinuoso, caratterizzato da un lirismo intenso e da un andamento prevalentemente congiunto, ma con slanci espressivi. L’accompagnamento della mano sinistra consiste in ampi arpeggi spezzati che creano un tappeto armonico fluido e risonante, tipico dello stile di Fauré. L’armonia è ricca e sottile, impiegando accordi di settima e nona, e modulazioni passeggere che colorano la tonalità d’impianto senza destabilizzarla completamente in questa fase iniziale. La dinamica predominante è il piano, ma con micro-sfumature e un graduale crescendo che porta a un picco espressivo (f molto espressivo) verso la fine della sezione. Questa prima parte, pur mantenendo un carattere sognante, contiene già i semi dell’inquietudine che si svilupperà in seguito. La sezione si conclude con un rallentando e una cadenza perfetta in re bemolle maggiore, segnata pp, che porta a un cambio di tempo e carattere.

Un cambiamento radicale avviene con l’indicazione “Allegretto molto moderato”. La tonalità si sposta enarmonicamente a do diesis minore, sottolineata dal cambio di armatura in chiave. Il lirismo iniziale lascia spazio a un’atmosfera più inquieta e ritmicamente marcata. La mano destra introduce un nuovo motivo, più frammentato e sincopato rispetto al tema iniziale, mentre la sinistra fornisce un accompagnamento più accordale e pulsante. La scrittura diventa più densa e armonicamente più instabile, con frequenti cromatismi e progressioni che creano tensione. La dinamica si fa più energica, partendo da mf e sviluppandosi attraverso crescendo fino a raggiungere il ff. Verso la fine, dopo un culmine sonoro (ff sempre), la tensione si dissolve attraverso una transizione (pp) caratterizzata da arpeggi eterei nella tonalità di re bemolle maggiore che prepara il ritorno, o meglio, una nuova fase del brano.

Inaspettatamente, Fauré non ritorna subito al tema iniziale. Introduce invece una nuova sezione, “Allegro moderato” in la maggiore. Questa parte è caratterizzata da una scrittura virtuosistica basata su rapidi arpeggi ascendenti e discendenti, principalmente nella mano destra, creando una tessitura leggiero e scintillante. S’inizia in pp e sempre, suggerendo un’agitazione trattenuta, quasi un fremito interiore. Questa sezione ha una funzione di sviluppo, elaborando materiale motivico forse derivato indirettamente dalle sezioni precedenti ma presentandolo sotto una luce completamente nuova. L’armonia continua a esplorare regioni cromatiche, e la dinamica costruisce gradualmente un lungo crescendo che porta a un nuovo climax (f espressivo e poi ff). Segue una sezione di transizione (più moderato) che sembra rielaborare elementi ritmici e accordali della sezione precedente, ma in modo più frammentato e interrogativo, prima di condurre alla ripresa.

L’indicazione Tempo I segna il ritorno all’Adagio iniziale e al tema principale. Tuttavia, non si tratta di una ripresa letterale. Il tema riappare in pp, ma l’atmosfera è cambiata, quasi filtrata dalle esperienze delle sezioni precedenti. Ben presto, la ripresa viene interrotta da un’elaborazione più intensa (cresc.), incorporando elementi cromatici e raggiungendo un culmine drammatico (ff), quasi una catarsi finale del materiale tematico principale. Questa intensità si placa gradualmente (diminuendo).
La coda inizia con un ritorno all’indicazione dolce e pp, riprendendo frammenti del tema iniziale in un’atmosfera di serena contemplazione. L’armonia si fa nuovamente rarefatta e sognante, con accordi sospesi e colori delicati (meno p, uso di accordi alterati). Brevi impennate (espressivo) ricordano le tensioni passate, ma il movimento generale è verso la quiete. Le ultime battute sono segnate dolcissimo, con il ritorno del motivo iniziale su accordi tenuti di re bemolle maggiore, che si estinguono nel silenzio (pp implicito), lasciando un senso di pace trasfigurata e risoluzione interiore.

Notturno – XIII

Franz Schubert (1797 - 1828): Adagio in mi bemolle maggiore per violino, violoncello e pianoforte op. 148, D 897 (c1828). Augustin Dumay, violino; Frédéric Lodéon, violoncello; Jean-Philippe Collard, pianoforte.
Pubblicato per la prima volta nel 1846 dall’editore viennese Diabelli con il titolo apocrifo di Notturno, probabilmente era stato concepito quale movimento intermedio di una composizione di più ampio respiro — forse il Trio in si bemolle maggiore op. 99, D 898.

Notturno – IX

Othmar Schoeck (1º settembre 1886 - 1957): Notturno, 5 pezzi per voce e quartetto d’archi op. 47 (1933) su testi di Nikolaus Lenau e Gottfried Keller. Niklaus Tüller, baritono; Quartetto d’archi di Berna.

I.

– Ruhig (testo: Liebe und Vermählung di Lenau)

Sieh dort den Berg mit seinem Wiesenhange,
Die Sonne hat verzehrend ihn durchglüht,
Und Strahl auf Strahl noch immer niedersprüht;
Wie sehnt er nach der Wolke sich so bange!

Dort schwebt sie schon in ihrem luft’gen Gange,
Auf deren Kuß die Blumenfreude blüht;
Wie flehend sich um ihre Neigung müht
Der Berg, daß sie sein Felsenarm umfange!

Sie kommt, sie naht, sie wird herniedersinken,
Er aber die Erquickungsreiche tief
Hinab in seinen heißen Busen trinken.

Und auferblühn’ in wonniger Beseelung
Wird, was an schönen Blüten in ihm schlief,
Ein treues Bild der Liebe, der Vermählung!

Sieh hier den Bach, anbei die Waldesrose:
Sie mögen dir vom Lieben und Vermählen
Die wandelbaren, täuschungsvollen Lose
Getreuer viel, als Berg und Wolk, erzählen.

Die Rose lauscht ins liebliche Getose,
Umsungen von des Haines süßen Kehlen,
Und ihr zu Füßen weint der Ruhelose,
Der immer naht, ihr immer doch zu fehlen.

Ein schönes Spiel! solang der Frühling säumt,
Die Rose hold zum Bach hinunter träumt,
Solang ihr Bild in seinen Wellen zittert.

Wenn Sommersgluten sie vom Strauche jagen,
Wenn sie vom Bache wird davongetragen,
Dann ist sie welk, der Zauber ist verwittert!

– Andante appassionato [5:07]

– Etwas breiter (testo: Der schwere Abend di Lenau) [10:29]

Die dunklen Wolken hingen
Herab so bang und schwer,
Wir beide traurig gingen
Im Garten hin und her.

So heiß und stumm, so trübe
Und sternlos war die Nacht,
So ganz, wie unsre Liebe,
Zu Tränen nur gemacht.

Und als ich mußte scheiden
Und gute Nacht dir bot,
Wünscht’ ich bekümmert beiden
Im Herzen uns den Tod.

– Sehr ruhig (testo: Blick in den Strom di Lenau) [12:42]

Sahst du ein Glück vorübergehn,
das nie sich wiederfindet,
Ist’s gut in einen Strom zu sehn,
wo alles wogt und schwindet.

O, starre nur hinein, hinein;
Du wirst es leichter missen,
Was dir, und soll’s dein Liebstes sein,
Vom Herzen ward gerissen.

Blick unverwandt hinab zum Fluß,
Bis deine Tränen fallen,
Und sieh durch ihren warmen Guß
Die Flut hinunterwallen.

Hinträumend wird Vergessenheit
Des Herzens Wunde schließen;
Die Seele sieht mit ihrem Leid
Sich selbst vorüberfließen.


II. [15:49]

– Presto (testo: Traumgewalten di Lenau)

Der Traum war so wild, der Traum war so schaurig
So tief erschütternd, unendlich traurig.
Ich möchte gerne mir sagen:
Daß ich ja fest geschlafen hab,
Daß ich ja nicht geträumt hab,
Doch rinnen mir noch die Tränen herab,
Ich höre mein Herz noch schlagen.

Ich bin erwacht in banger Ermattung,
Ich finde mein Tuch durchnäßt am Kissen,
Wie mans heimbringt von einer Bestattung;
Hab ichs im Traume hervorgerissen
Und mir getrocknet das Gesicht?
Ich weiß es nicht.
Doch waren sie da, die schlimmen Gäste,
Sie waren da zum nächtlichen Feste.

Ich schlief, mein Haus war preisgegeben,
Sie führten darin ein wüstes Leben.
Nun sind sie fort, die wilden Naturen;
In diesen Tränen find ich die Spuren,
Wie sie mir alles zusammengerüttet
Und über den Tisch den Wein geschüttet.


III. [19:08]

– Unuhig bewegt (testo: Ein Herbstabend di Lenau)

Es weht der Wind so kühl, entlaubend rings die Äste,
Er ruft zum Wald hinein: Gut Nacht, ihr Erdengäste!

Am Hügel strahlt der Mond, die grauen Wolken jagen
Schnell übers Tal hinaus, wo alle Wälder klagen.

Das Bächlein schleicht hinab, von abgestorbnen Hainen
Trägt es die Blätter fort mit halbersticktem Weinen.

Nie hört ich einen Quell so leise traurig klingend,
Die Weid am Ufer steht, die weichen Äste ringend.

Und eines toten Freunds gedenkend lausch ich nieder
Zum Quell, er murmelt stets: wir sehen uns nicht wieder!

Horch! plötzlich in der Luft ein schnatterndes Geplauder:
Wildgänse auf der Flucht vor winterlichem Schauder.

Sie jagen hinter sich den Herbst mit raschen Flügeln,
Sie lassen scheu zurück das Sterben auf den Hügeln.

Wo sind sie? ha! wie schnell sie dort vorüberstreichen
Am hellen Mond und jetzt unsichtbar schon entweichen;

Ihr ahnungsvoller Laut läßt sich noch immer hören,
Dem Wandrer in der Brust die Wehmut aufzustören.

Südwärts die Vögel ziehn mit eiligem Geschwätze;
Doch auch den Süden deckt der Tod mit seinem Netze.

Natur das Ewge schaut in unruhvollen Träumen,
Fährt auf und will entfliehn den todverfallnen Räumen.

Der abgerißne Ruf, womit Zugvögel schweben,
Ist Aufschrei wirren Traums von einem ew’gen Leben.

Ich höre sie nicht mehr, schon sind sie weit von hinnen;
Die Zweifel in der Brust den Nachtgesang beginnen:

Ists Erdenleben Schein? – ist es die umgekehrte
Fata Morgana nur, des Ew’gen Spiegelfährte?

Warum denn aber wird dem Erdenleben bange,
Wenn es ein Schein nur ist, vor seinem Untergange?

Ist solche Bängnis nur von dem, was wird bestehen,
Ein Widerglanz, daß auch sein Bild nicht will vergehen?

Dies Bangen auch nur Schein? So schwärmen die Gedanken,
Wie dort durchs öde Tal die Herbstesnebel schwanken.


IV. [25:36]

– Ruhig und leise (testo: Herbst di Lenau)

Rings ein Verstummen, ein Entfärben:
Wie sanft den Wald die Lüfte streicheln,
Sein welkes Laub ihm abzuschmeicheln;
Ich liebe dieses milde Sterben.

Von hinnen geht die stille Reise,
Die Zeit der Liebe ist verklungen,
Die Vögel haben ausgesungen,
Und dürre Blätter sinken leise.

Die Vögel zogen nach dem Süden,
Aus dem Verfall des Laubes tauchen
Die Nester, die nicht Schutz mehr brauchen,
Die Blätter fallen stets, die müden.

In dieses Waldes leisem Rauschen
Ist mir als hör’ ich Kunde wehen,
daß alles Sterben und Vergehen
Nur heimlich still vergnügtes Tauschen.


V. [28:17]

– Rasch und kräftig (testo: Der einsame Trinker di Lenau)

«Ach, wer möchte einsam trinken,
Ohne Rede, Rundgesang,
Ohne an die Brust zu sinken
Einem Freund im Wonnedrang?»

Ich; – die Freunde sind zu selten;
Ohne Denken trinkt das Tier,
Und ich lad aus andern Welten
Lieber meine Gäste mir.

Wenn im Wein Gedanken quellen,
Wühlt ihr mir den Schlamm empor,
Wie des Ganges heilge Wellen
Trübt ein Elephantenchor.

Dionys in Vaterarme
Mild den einzlen Mann empfing,
Der, gekränket von dem Schwarme,
Nach Eleusis opfern ging.

– Allegretto (ruhig) [29:57]

– Breiter (testo: Impromptu di Lenau) [31:46]

O Einsamkeit! wie trink ich gerne
Aus deiner frischen Waldzisterne!

– Allegretto tranquillo (testo: Heerwagen, mächtig Sternbild der Germanen di Keller) [32:16]

Heerwagen, mächtig Sternbild der Germanen,
das du fährst mit stetig stillem Zuge
über den Himmel deine herrliche Bahn,
von Osten aufgestiegen alle Nacht!
O fahre hin und kehre täglich wieder!
Sieh meinen Gleichmut und mein treues Auge,
das dir folgt so lange Jahre!
Und bin ich müde, o so nimm die Seele,
die so leicht an Wert, doch auch an üblem Willen,
nimm sie auf und laß sie mit dir reisen,
schuldlos wie ein Kind, das deine Strahlendeichsel
nicht beschwert, hinüber!
ich spähe weit, wohin wir fahren.


Othmar Schoeck

Moonbow

Alberto Colla (2 luglio 1968): Moonbow, notturno IV per pianoforte (2009). Gianluca Cascioli.

« Il IV Notturno per pianoforte è ispirato a un fenomeno na­tu­rale: il moonbow (arco lunare o notturno), un arcobaleno prodotto dalla luce riflessa dalla superficie della luna invece che da quella diretta del sole. Può essere avvistato nelle notti di vivida luce lunare, ma è comunque un fenomeno etereo, impalpabile, estremamente sfuggevole, a causa della fioca luce che lo genera. È sempre situato dalla parte del cielo opposta rispetto alla posizione del satellite. Dato che la nostra percezione dei colori in condizioni di poca luminosità è bassa, gli arcobaleni lunari sono percepiti come soffusi archi bianchi » (Alberto Colla).

Notturno – VI

Aleksandr Porfir’evič Borodin (1833 - 27 febbraio 1887): Quartetto per archi n. 2 in re maggiore (1881). Quartetto Borodin.

  1. Allegro moderato
  2. Scherzo [7:56]
  3. Notturno [12:39]
  4. Finale [20:50]

Il III movimento del Secondo Quartetto di Borodin trascritto per orchestra da Aleksandr Čerepnin (1899 - 1977). Philharmonia Orchestra, dir. Anatole Fistoulari.

Petite Suite

Aleksandr Porfir’evič Borodin (12 novembre 1833 - 1887): Petite Suite per pianoforte (1884). Aldo Ciccolini.

  1. Au Couvent: Andante religioso
  2. Intermezzo: Tempo di menuetto [4:52]
  3. Mazurka I: Allegro [8:06]
  4. Mazurka II: Allegretto [10:54]
  5. Rêverie: Andante [14:32]
  6. Sérénade: Allegretto [16:33]
  7. Finale: Nocturne [18:09]

La stessa composizione nell’orchestrazione di Glazunov. Kungliga fil­har­mo­ni­ska orkestern (Stoccolma), dir. Gennadij Roždestvenskij.

  1. Au Couvent
  2. Intermezzo [4:35]
  3. Mazurka I [9:54]
  4. Mazurka II [13:33]
  5. Rêverie [17:20]
  6. Sérénade [20:23]
  7. Finale: Scherzo – Nocturne – Scherzo: Allegro vivace – Andantino – Allegretto [22:32]