Prokof’ev 1953-2023 – IV

Sergej Sergeevič Prokof’ev (1891 - 5 marzo 1953): Ouverture su temi ebraici op. 34, versione originale (1919) per clarinetto, quartetto d’archi e pianoforte. Ermanno Veglianti, clarinetto; Pierluigi Pietroniro e Antonio Cordici, violini; Massimiliano Carlini, viola; Francesco Storino, violoncello; Leandro Piccioni, pianoforte.


Lo stesso brano nella versione per orchestra realizzata da Prokof’ev nel 1934 e poi pubblicata come op. 34bis. The Chamber Orchestra of Europe, dir. Claudio Abbado.

op. 34

La muta di Portici

Daniel Auber (29 gennaio 1782 - 1871): Ouverture per l’opera La Muette de Portici (1828). Symfonický orchester Slovenského rozhlasu v Bratislave (Orchestra sinfonica della Radio slovacca di Bratislava), dir. Ondrej Lenárd.

Per la composizione, Auber si avvalse inizialmente di un libretto di Germain Delavigne intitolato Masaniello, ou la Muette de Portici; il testo fu poi riscritto da Eugène Scribe. Rifiutata in un primo tempo dal «comitato di lettura» dell’Opéra di Parigi (che le preferì Masaniello ou le Pêcheur napolitaine di Michele Carafa), l’opera andò in scena il 28 febbraio 1828 riscuotendo grande successo: nel corso di quell’anno ebbe più di cento repliche.

Air chinois

Alcuni temi musicali pubblicati con funzioni esplicative da Jean-Jacques Rousseau nel Dictionnaire de musique (1768) sono stati poi inseriti in composizioni più o meno celebri. Per esempio, una melodia di ranz des vaches fornì a Rossini lo spunto per alcune pagine, fra cui la famosa scena finale, del Guillaume Tell (1828).
Questo «air chinois», invece,

venne utilizzato da Carl Maria von Weber in una Overtura cinese scritta nel 1805 e poi confluita nelle musiche di scena composte per una rappresentazione della Turandot che Schiller aveva tratto dall’omonimo lavoro di Gozzi. Più recentemente Paul Hindemith impiegò lo stesso tema, desunto dall’Overtura cinese di Weber, nelle Metamorfosi sinfoniche.
Il medesimo «air chinois» ispirò inoltre una sere di variazioni sinfoniche al com­po­si­to­re bri­tan­ni­co di origine belga Eugene Aynsley Goossens.


Carl Maria von Weber (1786 - 1826): Ouverture e Marcia [a 4:22] per Turandot op. 37, J. 75 (1809). City of Birmingham Symphony Orchestra, dir. Lawrence Foster.


Paul Hindemith (1895 - 1963): Scherzo (Turandot), da Symphonic Metamorphosis of Themes by Carl Maria von Weber (1943). Berliner Philharmoniker diretti dall’autore (1955).
Il titolo originale dell’opera è in inglese: Hindemith si era stabilito negli Stati Uniti nel 1940 e le Metamorfosi furono eseguite per la prima volta il 20 gennaio 1944 dalla New York Philharmonic-Symphony Orchestra diretta da Artur Rodziński.
(Penso che Hindemith sia un compositore sottovalutato; questo Scherzo è sem­pli­ce­mente geniale.)


Eugene Aynsley Goossens (1893 - 1962): Variations on a Chinese Theme per orchestra op. 1 (1911-12). Melbourne Symphony Orchestra, dir. Vernon Handley.

Kleist-Ouvertüre

Richard Wetz (1875 - 16 gennaio 1935): Kleist-Ouvertüre in re minore op. 16 (1908). Deutsche Staatsphilharmonie Rheinland-Pfalz, dir. Werner Andreas Albert.

Omaggio al drammaturgo Heinrich von Kleist (1777 - 1811), la partitura reca in epigrafe alcuni versi di Friedrich Hölderlin (1770 - 1843):

Nicht in der Blüt’ und Purpurtraub’
Ist heilige Kraft allein, es nährt
Das Leben vom Leide sich,
Und trinkt, wie mein Held, doch auch
Am Todeskelche sich glücklich.

(Non soltanto nel fiore e nell’uva purpurea è la sacra energia; la vita si nutre di dolore e beve, come il mio eroe, anche la gioia dal calice della morte.)

Fidelio & Leonore

Ludwig van Beethoven (1770 - 1827): Fidelio, ouverture in mi maggiore per la 3ª e defi­ni­tiva versione (1814) dell’opera omonima. Wiener Philharmoniker, dir. Claudio Abbado.

Fidelio in una figurina del cioccolato

L’unica opera di Beethoven fu originariamente composta su un libretto che Joseph Sonnleithner aveva ricavato da un dramma di Jean-Nicolas Bouilly, Léonore, ou L’amour conjugal, andato in scena nel 1798 con parti cantate scritte da Pierre Gaveaux, il quale nella prima rap­pre­sen­ta­zione aveva soste­nuto il ruolo del protagonista ma­schile, Florestan.
L’opera beethoveniana ebbe una gestazione tra­va­glia­tis­si­ma: iniziata nel 1803, la composizione si trascinò, fra dubbi, pause e ripensamenti, fino al 1805. Fu rap­pre­sen­tata a Vienna, con il titolo Leonore oder Die eheliche Liebe (Leonore ovvero L’amor coniugale, op. 72), il 20 novembre di quell’anno al Theater an der Wien. Un insuccesso. I cantanti non erano dei mi­gliori, l’opera era troppo lunga (3 atti) e il pubblico era costituito perlopiù da ufficiali francesi – la capitale asbur­gica era allora occupata dalle truppe napoleoniche – che non capivano il tedesco.
Nei mesi successivi Beethoven decise di sottoporre il la­voro a una profonda revisione, affidandosi per il libretto all’amico Stephan von Breuning. La nuova versione in 2 atti fu allestita, con il titolo Leonore (op. 72a), il 29 marzo 1806 nel medesimo teatro, e neanche questa volta ebbe successo. Otto anni dopo Beethoven tornò a ri­ma­neg­gia­re l’opera su richiesta del sovrintendente del Kärnthner­thor-Theater (Teatro di Porta Carinzia), dove andò in scena il 23 maggio 1814 con il titolo Fidelio (op. 72b) e libretto riscritto da Georg Friedrich Treitschke. Questa è la versione che si impose definitivamente.

Della faticosa gestazione del Fidelio sono testimonianza anche le quattro ouvertures che Beethoven scrisse per l’opera: una per la prima versione (nota anche come Leonore 2), una per la seconda (Leonore 3), una per una rappresentazione praghese mai realizzata (op. 138, detta Leonore 1), e infine quella del 1814. Delle Leonore, la più bella è senza dubbio la n. 3, un vero capolavoro che qui possiamo ascoltare eseguita dagli stessi interpreti di cui sopra:
 

Protagonista del Fidelio è appunto Leonore, una donna coraggiosa e determinata, assai più di tutti i comprimari messi insieme. La vicenda si svolge in Spagna, presso Siviglia, nel XVII secolo. — ATTO I. Florestan, marito di Leonore, è stato ingiustamente imprigionato per ordine del crudele Pizarro, governatore della prigione di Siviglia, suo nemico giurato. Per entrare nella prigione, dove Florestan è rinchiuso ormai da due anni, e tentare di aiutarlo, Leonore si traveste da uomo, assume il nome di Fidelio e si fa assoldare quale inserviente dal carceriere Rocco, un uomo di buon cuore che ha una figlia, Marzelline. Tutto questo è l’antefatto: la prima scena si svolge nel cortile della prigione, davanti all’abitazione di Rocco e Marzelline; quest’ultima è corteggiata da Jaquino, un dipendente del padre, ma è segretamente innamorata di Fidelio; Jaquino cerca di farsi benvolere da Marzelline, ma la giovane lo respinge. Giungono Fidelio e Rocco; il carceriere ha intuito quali siano i sentimenti della figlia e medita di darla in sposa a Fidelio. Consapevole di aver suscitato la simpatia di Rocco, Fidelio gli chiede di poter scendere con lui nei sotterranei: sa infatti che vi è rinchiuso un prigioniero importante e spera che questi sia Florestan. Intanto Pizarro viene a sapere che il ministro Don Fernando, sospettando irregolarità nella gestione del carcere, intende compiervi un’ispezione; Pizarro teme che Don Fernando scopra la prigionia di Florestan, amico carissimo del ministro, e decide di sopprimere il proprio nemico: comunica perciò a Rocco che il re ha condannato a morte Florestan e offre una borsa piena di monete d’oro al carceriere se ucciderà egli stesso il prigioniero. Rocco non ha cuore di accettare, tuttavia non può rifiutare di eseguire gli ordini del governatore: dovrà dunque procurare sepoltura al condannato, e in questo si farà aiutare da Fidelio. Più tardi, quando Fidelio e Marzelline gli chiedono di lasciare uscire dalle celle per breve tempo i prigionieri, Rocco accondiscende. Ma sopraggiunge Pizarro, che vedendo i carcerati in libertà va su tutte le furie; Rocco riesce a chetarlo, ricordandogli l’ordine che ha ricevuto e che sta per eseguire. I prigionieri, fra i quali non v’è Florestan, devono però ritornare in cella.

Fidelio in una figurina dell’estratto di carne

ATTO II. Florestan è incatenato in una cella sot­ter­ranea; sfinito, nel delirio crede di vedere Leonore e di poter fuggire con lei in un regno di libertà e felicità. Rocco scende nel sot­ter­ra­neo per svuotare una ci­ster­na in cui conta di gettare il corpo del condannato; il carceriere è ac­com­pa­gnato da Fidelio/Leonore, che vede il marito, gli si avvicina e lo riconosce. So­spet­tava già che il pri­gioniero da sop­pri­mere fosse Florestan, e ora ne ha la conferma. In quel momento giunge Pizarro, deciso a uccidere con le proprie mani Florestan, ma Leonore si rivela e fa scudo al marito con il proprio corpo, poi minaccia il governatore con una pistola. Uno squillo di tromba annuncia l’arrivo di Don Fernando: Pizarro non ha scampo. Rocco rivela le trame del governatore al ministro, che fa uscire dalle celle i prigionieri e consegna solennemente a Leonore le chiavi con cui la donna stessa ridà la libertà a Florestan.