Invito al valzer

Carl Maria von Weber (1786 - 5 giugno 1826): Aufforderung zum Tanz, rondò brillante per pianoforte op. 65, J 260 (1819); versione da concerto di Franz Liszt (1811 - 1886). Alexander Paley.


Lo stesso brano nella celebre orchestrazione (1841) di Hector Berlioz (1803 - 1869). Berliner Philharmoniker, dir. Herbert von Karajan.



L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

L’anima danzante del romanticismo: Carl Maria von Weber e l’invenzione del pianoforte moderno

Per comprendere l’approccio weberiano al pianoforte, bisogna partire dalla sua anatomia e dalla sua indole. Il nostro compositore aveva mani straordinariamente grandi, con una distanza tra il pollice e l’indice che gli permetteva di eseguire intervalli e accordi proibitivi per la maggior parte dei suoi contemporanei. Questa caratteristica fisica si tradusse in una scrittura pianistica unica: ampia, ariosa, ricca di salti acrobatici e di un uso innovativo dei registri estremi dello strumento. A differenza di Beethoven, il cui pianismo è spesso una lotta titanica contro la materia, o di Schubert, introspettivo e liederistico, Weber persegue l’ideale dello “stile brillante”. Per lui, il pianoforte deve stupire, deve luccicare, ma non deve mai perdere la propria grazia.
La tecnica non è mai fine a sé stessa, ma è un virtuosismo “narrativo”, dove ogni scala cromatica o glissando funge da colpo di scena teatrale. Nelle quattro grandi Sonate per pianoforte, il compositore esplora una gamma emotiva che va dal dramma tempestoso alla leggerezza più eterea. Egli tratta lo strumento come se fosse un’orchestra: i bassi profondi evocano i violoncelli e i corni, mentre le melodie nella mano destra imitano il canto di un soprano di agilità. Weber trasporta l’opera nel salotto di casa, rendendo il pianoforte un mezzo di narrazione psicologica.

Invito alla danza
Nel 1819, Weber è nel pieno della sua maturità. È un uomo di teatro, impegnato a Dresda, ma è anche un uomo profondamente innamorato della moglie, Caroline Brandt. A lei dedica il brano che rimarrà nella storia come il primo vero “valzer da concerto”: Aufforderung zum Tanz op. 65. Prima di Weber, il valzer era considerato una danza di consumo, musica funzionale da eseguire nelle sale da ballo per accompagnare il movimento fisico dei ballerini. Il compositore compie un gesto rivoluzionario: nobilita il valzer, lo eleva a forma d’arte autonoma e, soprattutto, gli conferisce una struttura programmatica. Non è più solo musica per ballare, ma è musica che racconta un ballo.

Aufforderung zum Tanz è un capolavoro di musica a programma (cioè musica che descrive una storia). Weber stesso fornì una spiegazione dettagliata della “trama” del brano, che si articola in tre sezioni distinte: l’Introduzione, il Valzer vero e proprio e l’Epilogo.
Il brano si apre con un Moderato in Re bemolle maggiore. Sentiamo un tema maschile nel registro grave (il cavaliere) che si rivolge con deferenza a un tema più acuto e timido (la dama). Il dialogo è esplicito:
— il cavaliere avanza la proposta (un fraseggio ascendente, deciso);
— la dama risponde con ritrosia (una breve frase discendente);
— il cavaliere insiste con maggior calore;
— la dama finalmente acconsente.
Seguono pochi battiti di attesa: i due si portano al centro della pista, l’eccitazione sale, e un travolgente glissando segna l’inizio della festa.
Successivamente, Weber sprigiona tutta la sua maestria ritmica. Il valzer non è monotono; è un susseguirsi di episodi che descrivono l’ebbrezza della danza. C’è il momento del brio travolgente, quello della conversazione sussurrata tra i due amanti mentre ruotano, e momenti di puro esibizionismo tecnico. La melodia è contagiosa, elegante, intrisa di quella Gemütlichkeit (comodità, calore) tipicamente tedesca, ma filtrata attraverso una raffinatezza parigina.
La genialità assoluta di Weber risiede tuttavia nella chiusura: dopo il climax del valzer, la musica improvvisamente tace e ritornano i temi iniziali. Il cavaliere ringrazia la dama con un inchino (lo stesso tema iniziale, ma più pacato); lei risponde con una riverenza e si ritira. Il silenzio che segue le ultime note è di una potenza poetica straordinaria: la festa è finita, rimane solo il ricordo di un incontro.

L’innovazione tecnica e formale
Dal punto di vista tecnico, l’op. 65 è una sfida per ogni pianista. Richiede un controllo assoluto del tocco per differenziare le “voci” del dialogo iniziale e una resistenza atletica per mantenere il ritmo del valzer senza perdere la brillantezza nei passaggi di ottave e nelle scale rapide. Tuttavia, l’importanza storica dell’opera va oltre la tastiera: Weber ha inventato il valzer poetico. Senza questa composizione, non avremmo probabilmente i valzer di Chopin, né le grandi suite coreografiche di Čajkovskij né i poemi danzati di Johann Strauss figlio. Il compositore ha dimostrato che il ritmo ternario della danza popolare poteva contenere la nobiltà del sentimento e la complessità della forma classica.

L’eredità: l’orchestrazione di Berlioz e la versione da concerto di Liszt
Il successo del brano fu tale che nel 1841, quindici anni dopo la morte prematura di Weber, Hector Berlioz decise di orchestrarlo. Berlioz, che venerava Weber come un dio del Romanticismo, realizzò una trascrizione magistrale per inserire il brano come intermezzo danzato nella versione parigina del Der Freischütz. Quest’orchestrazione ha reso l’opera uno dei pezzi sinfonici più eseguiti al mondo, ma è nella versione originale per pianoforte che si coglie l’essenza della sfida di Weber: trasformare una cassa di legno e corde in un intero universo sociale, fatto di corteggiamenti, sguardi e sogni.
Se l’orchestrazione di Berlioz portò il capolavoro di Weber nelle grandi sale da concerto sinfoniche, fu Franz Liszt a restituirgli una nuova, folgorante vita sulla tastiera, elevandone il potenziale tecnico ai vertici del virtuosismo trascendentale. Nella sua revisione, il compositore ungherese non si limitò a una semplice trascrizione, ma operò una vera e propria “amplificazione sonora”: arricchì la tessitura originale con raddoppi di ottave, cascate di note rapide e un uso del registro grave che conferisce al brano una potenza quasi orchestrale.
Se Weber aveva immaginato un dialogo galante in un salotto aristocratico, Liszt trasforma quell’incontro in un evento monumentale da palcoscenico, dove la grazia del valzer originale viene proiettata verso la modernità attraverso una scrittura iper-atletica. Questo intervento non fu un atto di superbia, bensì un omaggio devoto: Liszt vedeva in Weber un precursore del proprio ideale di “musica dell’avvenire” e, con la sua versione da concerto, volle dimostrare che l’eleganza di quel valzer del 1819 possedeva una forza cinetica capace di sfidare i limiti del pianoforte moderno.

Weber: il padre silenzioso del moderno
La figura di Weber merita di essere riscoperta con la stessa passione che lui metteva nelle sue composizioni. Il suo approccio al pianoforte era totale: non si limitava a scrivere note, ma creava atmosfere. Fu uno dei primi a usare il pedale di risonanza con fini coloristici e non solo di sostegno, e le sue intuizioni armoniche aprirono la strada alle audacie di Wagner (che studiò ossessivamente le partiture di Weber).
Se la sua produzione operistica lo ha reso immortale in Germania, la sua produzione pianistica lo rende universale. Aufforderung zum Tanz non è solo un brano virtuosistico, ma è il manifesto di un’epoca in cui la musica smette di essere un piacere per l’udito e diventa un’esperienza per l’anima. In Weber, il pianoforte smette di essere uno strumento a percussione e diventa uno strumento a fiato, un’orchestra, una voce umana. E in quel valzer in re bemolle maggiore, continuiamo a sentire, dopo oltre due secoli, il battito del cuore di un uomo che sapeva trasformare la vita in una danza eterna, sospesa tra la terra dei mortali e il cielo degli ideali romantici.

Allegro con fuoco – III

Carl Maria von Weber (1786 - 5 giugno 1826): Sinfonia n. 1 in do maggiore op. 19, J 50 (1806-07, rev. 1810). Queensland Symphony Orchestra, dir. John Georgiadis.

  1. Allegro con fuoco
  2. Andante [7:57]
  3. Scherzo [14:16]
  4. Finale: Presto [18:22]


L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

L’alchimista del suono: Carl Maria von Weber e l’alba della sinfonia romantica

Il nome di Carl Maria von Weber evoca le atmosfere nebbiose delle foreste tedesche, il sibilo dei proiettili magici del Freischütz o l’eleganza aristocratica dell’Invito alla danza. Eppure, dietro il padre dell’opera romantica tedesca, si cela un sinfonista audace, un architetto del suono che, pur vivendo all’ombra titanica di Beethoven, riuscì a tracciare una via alternativa, fatta di colori brillanti, teatralità strumentale e un’intuizione timbrica che avrebbe cambiato per sempre il destino dell’orchestra moderna.

Il genio inquieto: Weber tra teatro e sala da concerto
Carl Maria von Weber non fu un compositore “puro” nel senso haydniano del termine. La sua vita fu un perenne vagabondaggio tra teatri di provincia, corti nobiliari e sale da concerto. Figlio di un impresario teatrale, egli crebbe letteralmente “dietro le quinte”. Questa familiarità con il palcoscenico influenzò profondamente il suo modo di concepire la musica strumentale: per lui, l’orchestra non era solo un insieme di strumenti che sviluppano temi astratti, ma un cast di personaggi capaci di narrare una storia. Mentre a Vienna Beethoven stava scardinando le forme classiche con la forza della logica e del conflitto drammatico (si pensi che la Sinfonia n. 1 di Weber nasce negli stessi anni della Quarta e della Quinta di Beethoven), Weber guardava altrove. Il suo riferimento era lo stile concertante, la brillantezza della scuola di Mannheim e una sensibilità tutta nuova per il “colore” strumentale.

L’estetica sinfonica di Weber: oltre il classicismo
Per il nostro, la sinfonia non era il luogo della riflessione filosofica o della lotta titanica, ma uno spazio di celebrazione, eleganza e, soprattutto, esplorazione timbrica. Il suo approccio alla produzione sinfonica si distingue per tre pilastri fondamentali:
— il primato del timbro: Weber è forse il primo compositore a considerare il colore di uno strumento importante quanto la melodia che esegue. I suoi fiati (clarinetti, corni e fagotti) non sono semplici rinforzi armonici, ma solisti dotati di una voce psicologica;
— la struttura “operistica”: spesso i suoi movimenti sinfonici sembrano scene d’opera senza parole. C’è un senso del gesto, del colpo di scena e del contrasto dinamico che tradisce la sua anima teatrale;
— il virtuosismo brillante: la sua musica trasuda un’energia giovanile e una propensione per il brio che la rende immediatamente comunicativa, lontana dalle austerità contrappuntistiche di certi contemporanei.

La Sinfonia n. 1 in do maggiore op. 19
Nel settembre del 1806, il ventenne Weber accettò l’incarico di direttore musicale presso la piccola ma raffinata corte del duca Eugenio di Württemberg-Öls. Fu un periodo di relativa quiete, lontano dalle turbolenze finanziarie che spesso lo tormentavano. Il duca era un eccellente oboista e disponeva di un’orchestra di alto livello, seppur ridotta nei ranghi. È in questo contesto che videro la luce le sue uniche due sinfonie, entrambe in do maggiore. La Sinfonia n. 1 fu completata in tempi brevissimi tra il dicembre 1806 e il gennaio 1807. Successivamente, nel 1810, Weber vi mise mano per una revisione, rendendola più fluida e adatta alla pubblicazione. Sebbene il compositore avesse solo vent’anni, la Sinfonia n. 1 non è un esercizio scolastico, ma è il lavoro di un esperto che conosce perfettamente i propri mezzi e che decide di sfidare la tradizione con un sorriso sfacciato.

Il primo movimento si apre non con un tema solenne, ma con un’esplosione di energia tipicamente weberiana. Il tema principale è ritmico, quasi militare, ma viene immediatamente frammentato da interventi solistici dei legni. Ciò che colpisce è l’uso degli ottoni: i corni e le trombe non si limitano a segnare il ritmo, ma creano tessiture armoniche audaci. Weber evita la densità dello sviluppo beethoveniano preferendo una successione di episodi contrastanti. La sezione di sviluppo è sorprendente per le sue modulazioni repentine e per il modo in cui il compositore gioca con le dinamiche (improvvisi fortissimo seguiti da pianissimo sussurrati).
Il secondo movimento è il cuore pulsante della sinfonia e il momento in cui il Weber romantico si palesa con maggior forza. È un movimento cupo, quasi spettrale, che sembra anticipare le atmosfere notturne delle sue opere più famose. L’uso del fagotto e dell’oboe in registro basso crea una sonorità malinconica e misteriosa. Qui Weber sperimenta con l’armonia cromatica, creando un senso di inquietudine che era del tutto alieno alla sinfonia classica settecentesca. Sembra di ascoltare un’aria di un eroe tragico che medita in una foresta al chiaro di luna.
Lo Scherzo ci riporta invece alla realtà con una spinta ritmica irresistibile. È un brano di estrema agilità, dove Weber mette a dura prova la sezione degli archi. Il trio (sezione centrale) è una delizia per i legni: qui il compositore rende omaggio al suo protettore, il duca oboista, con passaggi virtuosistici che brillano per trasparenza e umorismo. Il contrasto tra la rusticità del tema principale e l’eleganza del trio è un esempio perfetto dell’arguzia di Weber.
Il finale è un tour de force di pura velocità e brillantezza. È un movimento che guarda alla tradizione dell’opera buffa italiana (Rossini non è lontano), ma filtrata attraverso la precisione strumentale tedesca. Il tema corre via senza sosta, con una scrittura orchestrale che richiede un virtuosismo collettivo notevole. È un finale che non cerca la catarsi, ma il piacere puro del suono e del movimento. In poco più di sei minuti, Weber chiude la sinfonia con un calderone ribollente di gioia e brio.

L’orchestra di weber: un nuovo colore nella tavolozza
Un elemento tecnico fondamentale da sottolineare nella Sinfonia n. 1 è l’equilibrio sonoro. Weber non usa un’orchestra enorme (mancano i tromboni, che userà magistralmente nelle opere), ma sfrutta ogni strumento al massimo delle sue possibilità timbriche. Il suo uso dei corni è leggendario: per Weber il corno è l’anima della Germania, il richiamo della caccia e del soprannaturale. Nell’opera, i corni hanno una presenza costante che conferisce al suono orchestrale una densità dorata.

Il dialogo a distanza con Beethoven
È inevitabile confrontare la Prima di Weber con la produzione di Beethoven. Se quest’ultimo è il “filosofo” della sinfonia, Weber ne è il “pittore”. Mentre il compositore di Bonn lavora sulla cellula tematica (il famoso “motivo del destino”), Weber lavora sulla melodia e sul colore. La Sinfonia n. 1 non ha l’ambizione di cambiare il mondo o di esprimere la lotta dell’uomo contro il fato; il suo obiettivo è affascinare, incantare e intrattenere l’ascoltatore con una narrazione sonora vibrante. Tuttavia, proprio questa “leggerezza” apparente nasconde una modernità radicale: l’idea che la musica possa essere suggestione atmosferica. Senza le sperimentazioni di questa composizione, non avremmo avuto l’orchestrazione di Berlioz o le fate dei Sogno di una notte di mezza estate di Mendelssohn.

L’eredità di un’opera prima
Perché oggi dovremmo concentrarci sulla Sinfonia n. 1 di Carl Maria von Weber? In primo luogo, perché è una delle più felici espressioni dello stile Biedermeier in musica, quel periodo di transizione in cui l’ordine classico inizia a sciogliersi nel calore della sensibilità romantica. In secondo luogo, perché ci mostra un Weber meno conosciuto, un giovane genio che si cimenta con la forma più nobile della musica strumentale prima di dedicarsi anima e corpo alla riforma del teatro musicale. La revisione del 1810 dimostra come il compositore, nonostante il successo crescente come operista, tenesse a queste pagine sinfoniche. Egli sapeva che la sua capacità di far “parlare” gli strumenti era la sua firma più autentica.
La Sinfonia n. 1 è molto più di una curiosità storica: è un’opera di un vigore contagioso, che riflette l’ottimismo e l’inquietudine di un’epoca di grandi cambiamenti. Carl Maria von Weber, con la sua zoppia fisica ma la sua agilità mentale sovrumana, è riuscito a infondere nella sinfonia un’anima teatrale che ne ha scosso le fondamenta. Riascoltarla oggi significa riscoprire le radici di quel Romanticismo che avrebbe dominato l’Ottocento. Significa immaginare un giovane compositore che, tra una serata a corte e un viaggio in carrozza, trova il tempo di scrivere pagine di una freschezza intramontabile, ricordandoci che la musica, prima di essere struttura o filosofia, è innanzitutto incanto. Weber rimane, citando le parole di Richard Wagner (che lo venerava come un padre spirituale), «il più tedesco dei compositori», ma nella sua opera parla un linguaggio universale: quello della gioia creativa che non conosce confini tra il palco e la platea.

Quintetto con clarinetto – IV

Carl Maria von Weber (18 novembre 1786 – 1826): Quintetto in si bemolle maggiore per clarinetto e archi op. 34 (J 182). Venancio Rius, clarinet; Enrique Palomares e Albert Skuratov, violini; Santiago Cantó, viola; David Barona, violoncello.

  1. Allegro
  2. Fantasia: Adagio ma non troppo [11:42]
  3. Menuetto: Capriccio presto [18:02]
  4. Rondò: Allegro giocoso [23:38]

Weber op. 34

Metamorfosi – V

Paul Hindemith (1895 - 1963): Symphonic Metamorphosis of Themes by Carl Maria von Weber (1943). SWR Symphonieorchester, dir. Dima Slobodeniouk.

  1. Allegro (Weber: Allegro, tutto ben marcato op. 60 n. 4)
  2. Scherzo (Turandot): Moderato (Weber: Turandot, musiche di scena op. 37) [4:25]
  3. Andantino (Weber: Andantino con moto op. 10 n. 2) [12:27]
  4. Marsch (Weber: Marcia. Maestoso op. 60 n. 7) [16:50]

Un’accurata guida all’ascolto delle Symphonic Metamorphosis, firmata da Sergio Sablich, si trova nel sito l’Orchestra Virtuale del Flaminio.
Di questa composizione avevamo già incontrato il II movimento nell’ambito della ricerca sulle «melodie itineranti», nella fattispecie quando ci siamo occupati dell’air chinois citato nel Dictionnaire de musique di Jean-Jacques Rousseau.

Jubel-Ouvertüre: Dio salvi il re

Carl Maria von Weber (18 novembre 1786 - 1826): Jubel-Ouvertüre per orchestra op. 59 (1818). Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks, dir. Rafael Kubelík.

Composta fra il 2 e l’11 settembre 1818, la Jubel-Ouvertüre fu eseguita il 20 dello stesso mese al Teatro dell’Opera di Dresda nell’ambito di un concerto organizzato per cele­brare il cinquantesimo anniversario dell’insediamento di Federico Augusto di Sassonia. La parte conclusiva dell’ouverture [7:01] consiste in una elaborata orchestrazione di God Save the King — o, meglio, di Heil dir im Siegerkranz, uno dei numerosi inni cui, nel corso dei secoli, il loyal song britannico ha prestato la propria melodia.

Quel cosacco al di là del Danubio

Anonimo: Їхав козак за Дунай (Ikhav kozak za Dunaj, Cavalcò un cosacco al di là del Danubio), canto tradizionale ucraino, qui interpretato dal cantante e virtuoso di bandura Taras Kom­pa­ni­čenko, da Kiev, con il suo ensemble. Il testo è attribuito al poeta ucraino Semen Klimovskij (1705 - 1785).
Portato nell’Europa occidentale dai soldati dell’esercito zarista in guerra contro Napoleone, questo canto divenne noto nei Paesi di lingua tedesca con il titolo Schöne Minka; nella prima metà dell’Ottocento ispirò diversi compositori.


Carl Maria von Weber (1786 - 1826): [9] Variations sur un air russe per pianoforte op. 40, J. 179 (1814-15). Alexander Paley.


Johann Nepomuk Hummel (1778 - 1837): Variazioni per flauto, violoncello e pianoforte op. 78 n. 2 (1818). Ilma Ensemble: Rosa Sanz, flauto; David Olivares, violoncello; Hernán Milla, pianoforte.


Aleksandr Aleksandrovič Aljab’ev (1787 - 1851): Variazioni sul tema ucraino «Cavalcò un cosacco al di là del Danubio» per violino e orchestra. Aleksandr Trostjanskij, violino; Orchestra Musica Viva, dir. Aleksandr Rudin.


Ludwig van Beethoven (1770 - 1827): Air cosaque: Schöne Minka, ich muß scheiden per canto, violino, violoncello e pianoforte, n. 16 dei Lieder verschiedener Völker WoO 158 (1816-18). Dorothee Wohlgemuth, soprano; Georg Poplutz, tenore; Martin Haunhorst, violino; Bernhard Schwarz, violoncello; Rainer Maria Klaas, pianoforte.

Schöne Minka, ich muß scheiden, ach du fühlest nicht das Leiden,
fern auf freudelosen Heiden, fern zu sein von dir!
Finster wird der Tag mir scheinen, einsam werd ich gehn und weinen;
auf den Bergen, in den Hainen ruf ich, Minka, dir.

Nie werd ich von dir mich wenden; mit den Lippen, mit den Händen
werd ich Grüße zu dir senden von entfernten Höhn.
Mancher Mond wird noch vergehen, ehe wir uns wiedersehen;
ach, vernimm mein letztes Flehen: bleib mir treu und schön!

Du, mein Olis, mich verlassen? Meine Wange wird erblassen;
alle Freuden werd ich hassen, die sich freundlich nahn.
Ach, den Nächten und den Tagen werd ich meinen Kummer klagen;
alle Lüfte werd ich fragen, ob sie Olis sahn!

Tief verstummen meine Lieder, meine Augen schlag ich nieder;
aber seh ich dich einst wieder, dann wird’s anders sein.
Ob auch all die frischen Farben deiner Jugendblüte starben:
ja, mit Wunden und mit Narben bist du, Süßer mein!


Beethoven: Air russe: Schöne Minka, variazioni per flauto e pianoforte op. 107 n. 7 (1817-18). Jean-Pierre Rampal, flauto; Robert Veyron-Lacrois, pianoforte.


Auguste Franchomme (10 aprile 1808 - 1884): Air russe varié pour violoncelle avec accompagnement de quintuor op. 32 (1845). Anner Bylsma, violoncello; L’Archibudelli.


Ma non è finita. Ritroviamo il tema musicale in brani molto più recenti, come per esempio questa canzone proposta negli anni 1940 da Dinah Shore (statunitense di origini russe) e più tardi ripresa da Sandie Shaw:


Alla fine, proporrei di tornare a est per ascoltare il Coro Kubanskij:

Їхав козак за Дунай.
Сказав: «Дівчино, прощай!
Ти, конику вороненький
Неси та й гуляй!»

Та було б, та було б не ходити,
Та було б, та було б не любити,
Та було б, та було б та й не знаться
Чим тепер, чим тепер росставаться!

Постій, постій, козаче,
Твоя дівчина плаче.
«Як ти мене покидаєш!
Тільки подумай!»

Лучше було б, лучше було б не ходити
Лучше було б, лучше було б не любити
Лучше було б, лучше було б та й не знаться
Чим тепер, чим тепер росставаться

«Білих ручок не ламай.
Ясних очок не стирай.
Мене з війни зі славою
К собі ожидай!»

Та було б, та було б не ходити…

«Не хочу я нічого
Тільки тебе одного.
Будь здоров ти, мій миленький
А все пропадай!»

Лучше було б, лучше було б не ходити…

Cavalcò un cosacco al di là del Danubio.
Disse: «Mia bella, addio!
E tu, mio buon cavallo nero,
portami via, andiamo!»

Sarebbe stato meglio non partire,
sarebbe stato meglio non amare,
sarebbe stato meglio non conoscerci
che doverci lasciare ora!

Aspetta, aspetta, cosacco,
la tua bella sta piangendo.
«Mi vuoi abbandonare!
Pensaci bene!»

Sarebbe stato meglio non partire,
sarebbe stato meglio non amare,
sarebbe stato meglio non conoscerci
che doverci lasciare ora!

Non torcerti quelle mani bianche,
non strofinarti quegli occhi chiari,
aspettami: dalla guerra
tornerò coperto di gloria.

Sarebbe stato meglio non partire…

Non voglio nessun altro,
sei tu quello che desidero.
Prenditi cura di te, caro:
solo questo mi sta a cuore.

Sarebbe stato meglio non partire…

Air chinois

Alcuni temi musicali pubblicati con funzioni esplicative da Jean-Jacques Rousseau nel Dictionnaire de musique (1768) sono stati poi inseriti in composizioni più o meno celebri. Per esempio, una melodia di ranz des vaches fornì a Rossini lo spunto per alcune pagine, fra cui la famosa scena finale, del Guillaume Tell (1828).
Questo «air chinois», invece,

venne utilizzato da Carl Maria von Weber in una Overtura cinese scritta nel 1805 e poi confluita nelle musiche di scena composte per una rappresentazione della Turandot che Schiller aveva tratto dall’omonimo lavoro di Gozzi. Più recentemente Paul Hindemith impiegò lo stesso tema, desunto dall’Overtura cinese di Weber, nelle Metamorfosi sinfoniche.
Il medesimo «air chinois» ispirò inoltre una sere di variazioni sinfoniche al com­po­si­to­re bri­tan­ni­co di origine belga Eugene Aynsley Goossens.


Carl Maria von Weber (1786 - 1826): Ouverture e Marcia [a 4:22] per Turandot op. 37, J. 75 (1809). City of Birmingham Symphony Orchestra, dir. Lawrence Foster.


Paul Hindemith (1895 - 1963): Scherzo (Turandot), da Symphonic Metamorphosis of Themes by Carl Maria von Weber (1943). Berliner Philharmoniker diretti dall’autore (1955).
Il titolo originale dell’opera è in inglese: Hindemith si era stabilito negli Stati Uniti nel 1940 e le Metamorfosi furono eseguite per la prima volta il 20 gennaio 1944 dalla New York Philharmonic-Symphony Orchestra diretta da Artur Rodziński.
(Penso che Hindemith sia un compositore sottovalutato; questo Scherzo è sem­pli­ce­mente geniale.)


Eugene Aynsley Goossens (1893 - 1962): Variations on a Chinese Theme per orchestra op. 1 (1911-12). Melbourne Symphony Orchestra, dir. Vernon Handley.

Semitono fluttuante

Jean Françaix (23 maggio 1912 - 1997): Quasi improvvisando per ensemble di fiati (1978). Bläser Ensemble Mainz, dir. Klaus Rainer Schöll.

«Il direttore d’orchestra berlinese Heinz Zeebe mi aveva canticchiato Beliner Luft. Rientrato a Parigi, vorrei cantare il famoso refrain a mia moglie, ma non c’è verso di riportarlo alla mia mente! Ricordo solo che s’inizia con un semitono fluttuante. Nel corso della ricerca, approdo a una sinfonia di Beethoven, al Clavicembalo ben temperato di Bach (dopo una incursione in Per Elisa), all’Invitation à la valse di Weber, poi a una polacca di Chopin. Infine, in un trionfante crescendo, riesco a ritrovare la melodia di Paul Lincke, impreziosita da un ritmo di rumba cui si aggrappa in extremis il soggetto di una fuga bachiana, usato come controsoggetto. Ma questo interesserà solo agli iniziati…» (Jean Françaix)

Berliner Luft