Rothko Chapel

Morton Feldman (12 gennaio 1926 - 1987): Rothko Chapel per soprano, contralto, coro, viola, celesta e percussioni (1971). Kirsten Drope, soprano; Ulrike Becker, contralto; Barbara Maurer, viola; Markus Stange, celesta; Meinhard Jenne, percussioni; SWR Vokalensemble Stuttgart, dir. Rupert Huber.



L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

Il gigante silenzioso: l’universo musicale di Morton Feldman

Le origini e l’estetica dell’indeterminatezza
Morton Feldman è stato una delle figure cardine della musica classica del XX secolo e un pioniere della cosiddetta “indeterminatezza”. Nato a New York da immigrati ebrei russi, ricevette un’educazione musicale incentrata più sulla vibrante musicalità che sulla tecnica accademica, grazie alla sua prima insegnante Vera Maurina Press.
Feldman sviluppò uno stile inconfondibile caratterizzato da innovazioni notazionali uniche: la sua musica è nota per ritmi che sembrano fluttuare liberamente, sfumature di tonalità morbide e sfocate, e un andamento generalmente quieto che evolve attraverso pattern asimmetrici. Associato alla Scuola di New York — un gruppo sperimentale che includeva compositori come Christian Wolff ed Earle Brown — Feldman cercò di liberare il suono dalle gabbie dei sistemi compositivi tradizionali.

L’incontro con John Cage e la Scuola di New York
Un momento decisivo nella vita di Feldman avvenne all’inizio del 1950, durante un concerto della New York Philharmonic. Disturbato dalla reazione irrispettosa del pubblico verso una sinfonia di Webern, Feldman abbandonò la sala; nella hall incontrò John Cage, che era uscito per lo stesso motivo. Da quell’incontro nacque una profonda amicizia e una feconda collaborazione artistica. Incoraggiato da Cage, Feldman abbandonò l’armonia tonale e il serialismo per sperimentare sistemi di notazione non standard, come l’uso di griglie che indicavano la quantità di note da suonare ma non l’altezza specifica. Immerso nella scena artistica newyorkese, trasse grande ispirazione dall’espressionismo astratto (frequentando artisti come Jackson Pollock e Mark Rothko), arrivando a comporre opere dedicate a questi legami, come Rothko Chapel (1971) e l’opera Neither su testo di Samuel Beckett.

L’evoluzione stilistica e le opere monumentali
Intorno al 1970, lo stile di Feldman subì un cambiamento radicale: si allontanò dalla notazione grafica per tornare a una precisione ritmica rigorosa, inaugurando questa fase con l’opera Madame Press Died Last Week at Ninety. Curiosamente, fino al 1973 Feldman si mantenne lavorando nell’azienda tessile di famiglia, prima di accettare una cattedra all’Università di Buffalo. La fase finale della sua carriera è segnata dall’esplorazione degli estremi della durata. Le sue ultime composizioni, spesso caratterizzate da dinamiche molto silenziose e sviluppi lentissimi, raggiungono lunghezze straordinarie: dal Violin and String Quartet (circa due ore) fino al monumentale String Quartet II (oltre sei ore senza interruzioni). Feldman morì nel 1987 per un cancro al pancreas, lasciando in eredità una visione musicale che cercava di «ripulire tutto», lasciando spazio solo alla purezza del suono quieto.

Rothko Chapel
Considerata una delle sue opere più accessibili e toccanti, Rothko Chapel fu commissionata per l’omonima cappella interreligiosa a Houston, Texas, progettata per ospitare quattordici enormi tele scure (nere e viola prugna) del pittore espressionista astratto Mark Rothko. Rothko si suicidò nel 1970, prima dell’inaugurazione della cappella e, di conseguenza, il pezzo di Feldman divenne non solo un’opera ambientale, ma un vero e proprio requiem per l’amico pittore. L’intento di Feldman non era “decorare” lo spazio, ma permeare la stanza con un suono che avesse la stessa “scala” e immobilità dei quadri di Rothko.
La scelta strumentale è fondamentale per l’atmosfera del brano: la viola agisce come protagonista, o meglio, come l’osservatore solitario nella cappella e il suo timbro scuro, malinconico e umano si contrappone alla vastità del coro. Quest’ultimo è trattato quasi sempre senza parole, utilizzato come uno strumento per creare “muri” di suono o risonanze spettrali. La celesta introduce invece una dimensione eterea, verticale, puntillistica, mentre le percussioni sono usate come marcatori temporali e coloristici.
L’opera è concepita come un unico movimento continuo, suddivisibile in sezioni basate sul cambiamento di tessitura e materiale tematico.
L’apertura è affidata un motivo di quattro note dei timpani, scarno e quasi marziale, ma suonato pianissimo. Questo gesto ritmico funge da “cornice”, definendo uno spazio temporale dilatato.
Subito dopo entra la viola, che espone linee melodiche frammentate, lunghe e statiche. Notiamo qui la tipica scrittura di Feldman: note che vengono lasciate decadere nel silenzio.
Il coro entra trattando la voce come pura frequenza (senza vibrato è spesso richiesto da Feldman). Le armonie sono dissonanti ma morbide, con accordi a grappolo (cluster) che si stendono come veli di colore, imitando le sfumature impercettibili delle tele di Rothko. La celesta interviene sporadicamente con accordi isolati, creando un senso di distanza verticale. In questa prima fase, c’è una continua alternanza tra la “narrazione” solitaria della viola e l’oggettività statica del coro e delle percussioni.
Man mano che il pezzo procede, la struttura diventa più astratta e Feldman abbandona spesso la pulsazione percepibile. Egli utilizza metri mutevoli (3/2, 2/2, 5/4) e gruppi irregolari (terzine, quintine) che rendono il ritmo liquido, evitando un “battere” forte. Il coro inizia a dividersi creando tessiture più dense, con momenti in cui esplode in accordi forti e dissonanti, quasi delle “grida” soffocate, per poi tornare immediatamente al pianissimo. Questi momenti rappresentano forse l’angoscia esistenziale legata alla tragedia di Rothko. Il soprano emerge dal tessuto corale con note acute e tenute, portando una luce improvvisa in un ambiente sonoro prevalentemente scuro (dominato da viola, coro in registro medio-basso e timpani). La voce del soprano sembra fluttuare sopra la pesantezza del resto dell’ensemble.
Verso la fine dell’opera, avviene un cambiamento radicale e sorprendente, unico nella produzione matura di Feldman. L’atmosfera sospesa e atonale cede il passo a una sezione quasi tonale e ritmicamente stabile. Il vibrafono introduce un ostinato ritmico dolce e regolare, creando un tappeto armonico consonante.
La viola intona una melodia modale, cantabile, di sapore chiaramente ebraico. Feldman compose questa melodia quando aveva 15 anni. Il suo riutilizzo qui è sia un riferimento alle comuni origini ebraico-russe di Feldman e Rothko che la memoria che irrompe nel presente astratto. Mentre lo strumento suona questa melodia “ingenua” e toccante, il coro sostiene l’armonia con vocalizzi dolci: è come se, dopo aver attraversato l’oscurità e l’intensità della cappella, si aprisse una porta verso un ricordo d’infanzia o verso una trascendenza luminosa.
La conclusione è affidata a una dissolvenza: la musica non finisce, semplicemente smette di esserci. In Rothko Chapel, Feldman riesce a tradurre in musica l’esperienza visiva dell’arte di Rothko: l’ascoltatore è invitato a “entrare” nel suono, perdendo la cognizione del tempo cronologico. Il compositore cura ogni singola nota, ogni pausa e ogni sfumatura dinamica per creare un’intimità radicale, richiedendo un ascolto attivo e paziente che dà però un senso di profonda, spirituale quiete.

Fearful symmetry

Béla Bartók (1881 - 26 settembre 1945): Musica per archi, percussione e celesta Sz 106, BB 114 (1936; lavoro commissionato da Paul Sacher per celebrare il 10° anniversario dell’en­semble Basler Kammer­orchester). RIAS-Symphonie-Orchester, dir. Ferenc Fricsay (registrazione del 1953).

  1. Andante tranquillo
  2. Allegro
  3. Adagio
  4. Allegro molto


L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

La Musica per archi, percussione e celesta di Béla Bartók, composta nel 1936, è un capolavoro che esemplifica la maestria del compositore ungherese nell’uso del contrappunto, delle architetture formali simmetriche e di un linguaggio armonico innovativo. L’opera, commissionata da Paul Sacher, è divisa in quattro movimenti, ciascuno con un carattere e una struttura distinti.

Il primo movimento è un perfetto esempio di fuga, in una forma rivisitata dal compositore con la sua personale sensibilità e linguaggio armonico. Il tema d’apertura è introdotto da un’unica viola con la sordina, creando un’atmosfera misteriosa e intimistica. Il carattere “tranquillo” è evidente nella dinamica pianissimo e nell’andamento lento. La sordina, specificata per gli archi, contribuisce a un timbro velato e soffuso, enfatizzando il carattere etereo dell’introduzione.
Il soggetto, chiaramente esposto dalla prima viola, è caratterizzato da intervalli di seconda minore e di tritono, che immediatamente introducono la sonorità dissonante e tesa tipica di Bartók: questi intervalli saranno elementi cardine che genereranno tensione e condurranno lo sviluppo armonico del movimento. Successivamente, il soggetto viene presentato da altri strumenti, ciascuno che entra sul tritono della nota precedente, creando una sensazione di espansione e tensione crescente.
Questo approccio non convenzionale alla fuga, con le voci che entrano su intervalli così distanti, disorienta l’ascoltatore rispetto al tradizionale contrappunto barocco, creando un’atmosfera sospesa e quasi metafisica.
Si assiste poi a un infittirsi delle entrate e un graduale arricchimento della tessitura sonora, con ogni gruppo di archi che presenta il soggetto o una sua risposta, contribuendo a un’espansione del registro e della complessità armonica. La dinamica resta prevalentemente bassa, ma la crescente densità delle voci suggerisce una tensione latente. Segue una progressione in cui le viole e i violini, con le viole prima e il violoncello poi, entrano in maniera contrappuntistica, creando un intarsio di voci che si sovrappongono e si rispondono.
Bartók utilizza un’orchestra di soli archi divisa in gruppi distinti, ma anche all’interno di questi gruppi gli strumenti mantengono una certa individualità timbrica, dando risalto a ogni linea melodica anche quando la tessitura è molto fitta.
Man mano che il movimento si avvicina al suo punto culminante, Bartók inizia a sciogliere le sordine e a incrementare la dinamica con un costante crescendo. L’effetto è un’intensificazione graduale del suono, che da velato diventa sempre più aperto e brillante. L’utilizzo di glissandi negli archi e nel pianoforte aggiunge un senso di movimento inarrestabile e di vertigine, accentuando il pathos emotivo.
Il crescendo culmina in un fortissimo, con l’ingresso di piatti e timpani che rinforzano l’attacco finale, conferendo un’energia dirompente alla coda del movimento. L’impiego delle percussioni in questa fase è cruciale per marcare il climax e per introdurre un elemento di contrasto timbrico.
Dopo il culmine drammatico, il movimento rallenta progressivamente, riducendo la dinamica e ritornando gradualmente alla sonorità con la sordina. La tessitura si dirada e il ritmo si allarga, preparando l’ascoltatore alla conclusione più riflessiva.
La sezione finale è caratterizzata da una sorta di “smaterializzazione” del suono, dove le voci degli archi si attenuano e il timpano suona un ritmo cadenzato ma molto morbido, quasi un battito cardiaco lontano. Questo porta a un finale in pianississimo e poco rallentando con le note, che sembrano dissolversi nell’aria.

Il secondo movimento contrasta nettamente con l’atmosfera introspettiva e severa del primo, ed è caratterizzato da una vitalità ritmica intensa, un’orchestrazione vivace e un costante senso di urgenza.
Esso si apre con un’esplosione di energia, data dall’ingresso percussivo del timpano, con una dinamica in forte e una scansione ritmica quasi ossessiva. A questo si aggiungono immediatamente il pianoforte che presenta il tema principale in un registro acuto e gli archi che entrano con rapide figurazioni pizzicate. Il tema è ritmicamente molto incisivo, il pizzicato degli archi accentua l’effetto ritmico e secco del pianoforte.
Il movimento si sviluppa con un contrappunto serrato e una tessitura orchestrale densa. Qui Bartók prescrive un’esecuzione leggera e giocosa, ma che mantiene comunque una certa vivacità. Vengono utilizzati effetti come gli staccati e i pizzicati negli archi per creare un dialogo serrato tra le diverse sezioni.
Il compositore divide ulteriormente le sezioni degli archi, permettendo a ciascun sottogruppo di contribuire con linee melodiche distinte, creando un effetto di stratificazione sonora. La dinamica rimane robusta, con passaggi in fortissimo e le figurazioni ritmiche si fanno sempre più complesse.
Come nel primo movimento, Bartók costruisce un climax dinamico e strutturale. Gli archi intensificano il suono e si raggiunge l’apice con l’intervento dei piatti e del timpano che martellano ritmi energici, mentre gli archi continuano con figurazioni virtuose e veloci. Segue poi un graduale rallentamento e una diminuzione della dinamica, con gli strumenti che perdono progressivamente la loro intensità, preparando il terreno per la transizione verso il movimento successivo.

Il terzo movimento è un ritorno all’atmosfera meditativa e profonda, ma con un’intensità emotiva ancora maggiore. Presenta un’architettura a ponte o a specchio, tipica di Bartók, dove il centro del movimento è il punto di massima densità e complessità emotiva.
Esso si apre con il ticchettio sinistro del timpano che stabilisce immediatamente un’atmosfera carica di mistero e presagio. Lo xilofono entra subito dopo, esponendo un motivo frammentato e dissonante. Bartók sfrutta l’intera gamma delle percussioni, creando una trama sonora estremamente delicata e suggestiva. Gli archi, anch’essi con la sordina, si uniscono in una progressione ascendente lenta e quasi spettrale, con dinamiche sempre basse.
Il motivo dello xilofono si ripresenta, stavolta in una versione amplificata, con le viole e i violoncelli che tessono un contrappunto denso e intricato. Bartók qui accentua l’uso degli intervalli di tritono e di seconda minore, che rendono l’armonia incerta e ricca di tensione latente. Questa sezione si chiude con un ritorno al registro basso e a dinamiche sommesse.
Il movimento si espande liricamente e Bartók impiega temi più melodici, anche se sempre caratterizzati da una certa malinconia e inquietudine. Le sonorità “con sordina” degli archi continuano a dominare, creando un effetto di suono ovattato e remoto.
Qui il contrappunto si fa più elaborato, con le voci che si imitano e si intrecciano, esplorando l’intera gamma espressiva degli archi. La dinamica subisce variazioni sottili, dal pianissimo al mezzoforte, delineando un paesaggio emotivo in costante cambiamento ma sempre controllato. La celesta e l’arpa, con i loro suoni scintillanti e cristallini, aggiungono un tocco di colore e un senso di magia, come un flebile raggio di luce nell’ombra. Le loro entrate sono spesso associate a glissandi e arpeggi rapidi, che contribuiscono a questa dimensione eterea.
La sezione successiva rappresenta il climax emotivo, dove la tensione raggiunge il suo apice. Qui il tema si espande in tutta la sua potenza, con accordi densi e dissonanti che creano una sensazione di profonda angoscia o, per contro, di liberazione. Il pianoforte e le percussioni (in particolare i piatti) tornano a rinforzare il suono, sottolineando l’importanza di questo passaggio.
Il ritmo poi si frammenta e la musica si avvia verso una sorta di collasso. Vengono impiegati pizzicati violenti e dissonanti, uniti a glissandi che creano un effetto di discesa vertiginosa e di caos. Questa fase, altamente drammatica, prepara il ritorno alla calma.
Si ha una ripresa del materiale tematico della seconda sezione, ma con una veste orchestrale e dinamica ridotta. Il suono torna gradualmente al “con sordino” e le dinamiche si abbassano, mentre gli archi elaborano il tema in modo più intimo e frammentato, creando un’atmosfera di distacco e rassegnazione.
La sezione seguente ripresenta il ticchettio del timpano e i frammenti melodici iniziali, ma con una dinamica ancora più tenue. La musica si dissolve lentamente, con le ultime note degli archi che svaniscono nel silenzio, lasciando un senso di vuoto e di sospensione. Il movimento si conclude come è iniziato, in un’atmosfera misteriosa, ma ora arricchita dall’esperienza emotiva di tutto il percorso.

Con il quarto movimento si ritorna all’energia e alla brillantezza del secondo, ma con un carattere ancora più concitato e virtuosistico. Costituisce la parte più vivace dell’opera, caratterizzata da rapide figurazioni e un contrappunto serrato.
L’apertura è affidata agli archi che eseguono figurazioni in pizzicato, creando un effetto percussivo e scattante. Il timpano e il pianoforte si uniscono immediatamente, rinforzando il ritmo propulsivo e aggiungendo un elemento di energia. Il tema è basato su cellule ritmiche brevi e ripetute, che generano un senso di urgenza e ininterrotto movimento.
Il movimento sviluppa poi il suo carattere virtuosistico attraverso un intricato contrappunto fugato. Le diverse sezioni degli archi si inseguono con grande velocità e precisione, mentre il pianoforte e le percussioni forniscono un sostegno ritmico inarrestabile. La dinamica rimane costantemente alta, con frequenti indicazioni di fortissimo per sottolineare la potenza e la brillantezza dell’esecuzione. Bartók qui utilizza la sua tecnica di “notte della natura”, con suoni quasi selvaggi e primordiali che si mescolano con passaggi di grande chiarezza e trasparenza orchestrale.
Si raggiunge l’apice con un’esplosione di virtuosismo: tutte le sezioni degli archi suonano all’unisono o in densi cluster, creando un suono imponente e massiccio, mentre il pianoforte e le percussioni intervengono con forza, sottolineando gli accenti ritmici e contribuendo a un grande senso di strepitio. Il finale è estremamente rapido, con una scrittura virtuosistica che spinge gli esecutori al limite delle loro capacità.
La cadenza conclusiva è una sintesi di tutto il materiale tematico precedente, con i temi che si ripresentano in un’ultima, grandiosa affermazione. La musica si conclude con un fortissimo secco e deciso, che lascia nell’ascoltatore un senso di potente risoluzione.

Nel complesso, l’opera si distingue per la sua straordinaria forza e originalità. In essa, Bartók riesce a fondere elementi della tradizione contrappuntistica barocca con il suo linguaggio armonico moderno, caratterizzato da dissonanze audaci e strutture simmetriche. L’uso innovativo della strumentazione, in particolare l’integrazione delle percussioni e della celesta con gli archi, crea un universo sonoro unico e affascinante.
Il primo movimento, con la sua forma fugata e la progressione per tritoni, stabilisce immediatamente l’approccio intellettuale e la tensione emotiva dell’opera, mentre il secondo movimento offre un contrappunto ritmico e scherzando. Il terzo, Adagio, approfondisce l’esplorazione emotiva, creando un climax di grande intensità, e infine l’Allegro molto è un trionfo di energia e virtuosismo che riassume e chiude l’opera con una forza travolgente. In conclusione, la capacità del compositore di creare un’architettura formale così coerente e allo stesso tempo così ricca di contrasti emotivi è ciò che rende questa musica un pilastro del repertorio del XX secolo.

Due O blu

Hanns Jelinek (5 dicembre 1901 - 1969): Two blue O’s per celesta, cla­vi­cem­balo, arpa, percussioni e contrabbasso (1959). Michiyoshi Inoue, celesta; Reiko Honsho, clavicembalo; Ma­tsue Yamahata, arpa; Tomoyuki Okada e Mitsuaki Imamura, percussioni; il con­trab­bassista è ignoto.

  1. Organpoint
  2. Ostinato

Gruppen

Karlheinz Stockhausen (1928 - 5 dicembre 2007): Gruppen per 3 orchestre (1957). hr-Sinfonie­orchester e Ensemble Modern, dir. Matthias Pintscher, Lucas Vis e Paul Fitzsimon.

Stockhausen spiega: «Per “gruppo” si intende un numero determinato di suoni collegati secondo rapporti affini tra loro su un piano superiore di percezione, quello del gruppo appunto. I vari gruppi di una composizione si distinguono per diversi tipi di proporzioni, per diversa struttura, ma sono correlati fra loro nel senso che non è possibile comprendere le proprietà di un gruppo se non in rapporto al grado di affinità che queste presentano con le proprietà di altri gruppi».
Per l’esecuzione di Gruppen sono necessari 109 esecutori ripartiti in 3 orchestre pressappoco uguali ma distanziate: il suono, movendosi da un’orchestra all’altra, crea una musica «spaziale», non solo in senso visivo ma anche acustico e strutturale.

— Organico —
Orchestra 1:
1 flauto (anche ottavino)
1 flauto contralto
1 oboe
1 corno inglese
1 clarinetto
1 fagotto
2 corni
2 trombe
2 tromboni
1 bassotuba
4 percussionisti: 1 marimbaphone (5 ottave; oppure 4 ottave + xilofono per la 5a), 1 Glockenspiel, 5 campanacci da mucca (sospesi, senza battacchio), 1 tamtam grande, piatti piccoli, piatti medi, piatti grandi, 2 tamburi a fessura, 4 tomtom e/o tumba e bongo, 1 cassa rullante con cordiera, 1 tamburo basco
1 Glockenspiel a tastiera (o celesta)
1 arpa
10 violini
2 viole
4 violoncelli
2 contrabbassi

Orchestra 2:
2 flauti (il I anche ottavino)
1 oboe
1 clarinetto piccolo
1 sassofono contralto (anche clarinetto)
1 sassofono baritono
1 fagotto
3 corni
2 trombe
1 trombone tenor-basso
1 trombone basso
4 percussionisti: 1 vibrafono, 14 campane tubolari, 4 campanacci da mucca (sospesi, senza battacchio), 1 tam-tam medio, piatti piccoli, piatti medi, piatti grandi, 2 tamburi a fessura, 4 tomtom e/o tumba e bongo, 1 cassa rullante con cordiera, 1 tamburo basco, 1 raganella, 2 triangoli (acuto e grave)
1 pianoforte a coda senza coperchio
1 chitarra elettrica
8 violini
4 viole
2 violoncelli
2 contrabbassi

Orchestra 3:
1 flauto (anche ottavino)
1 oboe
1 corno inglese
1 clarinetto
1 clarinetto basso
1 fagotto
3 corni
2 trombe
2 tromboni
1 trombone contrabbasso (o bassotuba)
4 percussionisti: 1 xilorimba o marimbaphone (4 ottave), 4 campanacci da mucca (sospesi, senza battacchio), 1 tam-tam piccolo, piatti piccoli, piatti medi, piatti grandi, 2 tamburi a fessura, 4 tomtom e/o tumba e bongo, 1 cassa rullante con cordiera, 1 tamburo basco
1 celesta (5 ottave)
1 arpa
8 violini
4 viole
2 violoncelli
2 contrabbassi

Studio e esperienza mi hanno insegnato che la musica “nuova” ha sempre suscitato analoghe reazioni. La “seconda prattica” di Monteverdi fu ferocemente avversata dal teorico Artusi, una composizione oggi amatissima come la Sinfonia K 550 di Mozart fece inorridire i primi ascoltatori con le sue dissonanze inusitate, e così via. Per contro, quando ho occasione di parlare della complessità di un brano di Bach, quando spiego che cosa s’intende per contrappunto doppio o imitato, non di rado mi succede di vedere che le reazioni degli astanti rasentano l’incredulità, come se alla maggior parte delle persone risulti inverosimile che una composizione del passato possa essere tanto complessa, come se ciò che sembrava ormai acquisito fosse improvvisamente diventato incomprensibile. Oggi, come ai tempi di Monteverdi o a quelli di Mozart, per comprendere l’arte bisognerebbe prima capire le necessità dalle quali scaturisce. Si deve solo decidere se si ha voglia di farlo oppure no.

Chansons de Bilitis – II

Claude Debussy (1862 - 25 marzo 1918): Chansons de Bilitis, 12 brani per 2 flauti, 2 arpe e celesta L2 102 (1900-01) per accompagnare la recitazione degli omonimi poemetti di Pierre Louÿs.
La partitura originale (perduta) è stata ricostruita, sulla base del materiale autografo superstite, da Pierre Boulez (1954), da Arthur Hoérée (1971) e da Rudolf Escher (1972).

  1. Chant pastoral
  2. Les comparaisons
  3. Les contes
  4. Chanson
  5. La partie d’osselets
  6. Bilitis
  7. Le tombeau sans nom
  8. Les courtisanes égyptiennes
  9. L’eau pure du bassin
  10. La danseuse aux crotales
  11. Le souvenir de Mnasidica
  12. La pluie du matin

Nel 1914 Debussy rielaborò sei di questi brani (nn. 1, 7, 4, 10, 8 e 12) per pianoforte a 4 mani con il titolo Six Épigraphes antiques (L2 139).
Sulle Chansons de Bilitis di Debussy si trovano in rete, fra l’altro, uno studio in italiano (qui) e uno in francese (qui).


Bilitis, illustrazione di George Barbier
Bilitis, illustrazione di George Barbier
Bilitis, illustrazione di George Barbier
Illustrazioni di George Barbier (1922).