Morton Feldman (12 gennaio 1926 - 1987): Rothko Chapel per soprano, contralto, coro, viola, celesta e percussioni (1971). Kirsten Drope, soprano; Ulrike Becker, contralto; Barbara Maurer, viola; Markus Stange, celesta; Meinhard Jenne, percussioni; SWR Vokalensemble Stuttgart, dir. Rupert Huber.
L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni
Il gigante silenzioso: l’universo musicale di Morton Feldman
Le origini e l’estetica dell’indeterminatezza
Morton Feldman è stato una delle figure cardine della musica classica del XX secolo e un pioniere della cosiddetta “indeterminatezza”. Nato a New York da immigrati ebrei russi, ricevette un’educazione musicale incentrata più sulla vibrante musicalità che sulla tecnica accademica, grazie alla sua prima insegnante Vera Maurina Press.
Feldman sviluppò uno stile inconfondibile caratterizzato da innovazioni notazionali uniche: la sua musica è nota per ritmi che sembrano fluttuare liberamente, sfumature di tonalità morbide e sfocate, e un andamento generalmente quieto che evolve attraverso pattern asimmetrici. Associato alla Scuola di New York — un gruppo sperimentale che includeva compositori come Christian Wolff ed Earle Brown — Feldman cercò di liberare il suono dalle gabbie dei sistemi compositivi tradizionali.
L’incontro con John Cage e la Scuola di New York
Un momento decisivo nella vita di Feldman avvenne all’inizio del 1950, durante un concerto della New York Philharmonic. Disturbato dalla reazione irrispettosa del pubblico verso una sinfonia di Webern, Feldman abbandonò la sala; nella hall incontrò John Cage, che era uscito per lo stesso motivo. Da quell’incontro nacque una profonda amicizia e una feconda collaborazione artistica. Incoraggiato da Cage, Feldman abbandonò l’armonia tonale e il serialismo per sperimentare sistemi di notazione non standard, come l’uso di griglie che indicavano la quantità di note da suonare ma non l’altezza specifica. Immerso nella scena artistica newyorkese, trasse grande ispirazione dall’espressionismo astratto (frequentando artisti come Jackson Pollock e Mark Rothko), arrivando a comporre opere dedicate a questi legami, come Rothko Chapel (1971) e l’opera Neither su testo di Samuel Beckett.
L’evoluzione stilistica e le opere monumentali
Intorno al 1970, lo stile di Feldman subì un cambiamento radicale: si allontanò dalla notazione grafica per tornare a una precisione ritmica rigorosa, inaugurando questa fase con l’opera Madame Press Died Last Week at Ninety. Curiosamente, fino al 1973 Feldman si mantenne lavorando nell’azienda tessile di famiglia, prima di accettare una cattedra all’Università di Buffalo. La fase finale della sua carriera è segnata dall’esplorazione degli estremi della durata. Le sue ultime composizioni, spesso caratterizzate da dinamiche molto silenziose e sviluppi lentissimi, raggiungono lunghezze straordinarie: dal Violin and String Quartet (circa due ore) fino al monumentale String Quartet II (oltre sei ore senza interruzioni). Feldman morì nel 1987 per un cancro al pancreas, lasciando in eredità una visione musicale che cercava di «ripulire tutto», lasciando spazio solo alla purezza del suono quieto.
Rothko Chapel
Considerata una delle sue opere più accessibili e toccanti, Rothko Chapel fu commissionata per l’omonima cappella interreligiosa a Houston, Texas, progettata per ospitare quattordici enormi tele scure (nere e viola prugna) del pittore espressionista astratto Mark Rothko. Rothko si suicidò nel 1970, prima dell’inaugurazione della cappella e, di conseguenza, il pezzo di Feldman divenne non solo un’opera ambientale, ma un vero e proprio requiem per l’amico pittore. L’intento di Feldman non era “decorare” lo spazio, ma permeare la stanza con un suono che avesse la stessa “scala” e immobilità dei quadri di Rothko.
La scelta strumentale è fondamentale per l’atmosfera del brano: la viola agisce come protagonista, o meglio, come l’osservatore solitario nella cappella e il suo timbro scuro, malinconico e umano si contrappone alla vastità del coro. Quest’ultimo è trattato quasi sempre senza parole, utilizzato come uno strumento per creare “muri” di suono o risonanze spettrali. La celesta introduce invece una dimensione eterea, verticale, puntillistica, mentre le percussioni sono usate come marcatori temporali e coloristici.
L’opera è concepita come un unico movimento continuo, suddivisibile in sezioni basate sul cambiamento di tessitura e materiale tematico.
L’apertura è affidata un motivo di quattro note dei timpani, scarno e quasi marziale, ma suonato pianissimo. Questo gesto ritmico funge da “cornice”, definendo uno spazio temporale dilatato.
Subito dopo entra la viola, che espone linee melodiche frammentate, lunghe e statiche. Notiamo qui la tipica scrittura di Feldman: note che vengono lasciate decadere nel silenzio.
Il coro entra trattando la voce come pura frequenza (senza vibrato è spesso richiesto da Feldman). Le armonie sono dissonanti ma morbide, con accordi a grappolo (cluster) che si stendono come veli di colore, imitando le sfumature impercettibili delle tele di Rothko. La celesta interviene sporadicamente con accordi isolati, creando un senso di distanza verticale. In questa prima fase, c’è una continua alternanza tra la “narrazione” solitaria della viola e l’oggettività statica del coro e delle percussioni.
Man mano che il pezzo procede, la struttura diventa più astratta e Feldman abbandona spesso la pulsazione percepibile. Egli utilizza metri mutevoli (3/2, 2/2, 5/4) e gruppi irregolari (terzine, quintine) che rendono il ritmo liquido, evitando un “battere” forte. Il coro inizia a dividersi creando tessiture più dense, con momenti in cui esplode in accordi forti e dissonanti, quasi delle “grida” soffocate, per poi tornare immediatamente al pianissimo. Questi momenti rappresentano forse l’angoscia esistenziale legata alla tragedia di Rothko. Il soprano emerge dal tessuto corale con note acute e tenute, portando una luce improvvisa in un ambiente sonoro prevalentemente scuro (dominato da viola, coro in registro medio-basso e timpani). La voce del soprano sembra fluttuare sopra la pesantezza del resto dell’ensemble.
Verso la fine dell’opera, avviene un cambiamento radicale e sorprendente, unico nella produzione matura di Feldman. L’atmosfera sospesa e atonale cede il passo a una sezione quasi tonale e ritmicamente stabile. Il vibrafono introduce un ostinato ritmico dolce e regolare, creando un tappeto armonico consonante.
La viola intona una melodia modale, cantabile, di sapore chiaramente ebraico. Feldman compose questa melodia quando aveva 15 anni. Il suo riutilizzo qui è sia un riferimento alle comuni origini ebraico-russe di Feldman e Rothko che la memoria che irrompe nel presente astratto. Mentre lo strumento suona questa melodia “ingenua” e toccante, il coro sostiene l’armonia con vocalizzi dolci: è come se, dopo aver attraversato l’oscurità e l’intensità della cappella, si aprisse una porta verso un ricordo d’infanzia o verso una trascendenza luminosa.
La conclusione è affidata a una dissolvenza: la musica non finisce, semplicemente smette di esserci. In Rothko Chapel, Feldman riesce a tradurre in musica l’esperienza visiva dell’arte di Rothko: l’ascoltatore è invitato a “entrare” nel suono, perdendo la cognizione del tempo cronologico. Il compositore cura ogni singola nota, ogni pausa e ogni sfumatura dinamica per creare un’intimità radicale, richiedendo un ascolto attivo e paziente che dà però un senso di profonda, spirituale quiete.


Daniel Rogers Pinkham jr (1923 - 18 dicembre 2006): Concertante per organo, celesta e percussione (1963). Stella O’Neill, organo; Katie Hughes, celesta; Michael Barnes, percussione; Jacob Ottmer, timpani.
Hanns Jelinek (5 dicembre 1901 - 1969): Two blue O’s per celesta, clavicembalo, arpa, percussioni e contrabbasso (1959). Michiyoshi Inoue, celesta; Reiko Honsho, clavicembalo; Matsue Yamahata, arpa; Tomoyuki Okada e Mitsuaki Imamura, percussioni; il contrabbassista è ignoto. 