Quartetto per fiati

Milton Babbitt (10 maggio 1916 - 2011): Quartetto per strumenti a fiato (1953). Soni Ventorum: Felix Skowronek, flauto; William McColl, clarinetto; Arthur Grossman, fagotto; con Tad Margelli, oboe.

  1. Introduction
  2. Canons for clarinet [2:10]
  3. Trios for flute [4:53]
  4. Duets for bassoon [7:52]
  5. Cadenza and recitative for oboe [9:27]
  6. Finale [10:55]


L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

Milton Babbitt: tra serialismo e musica elettronica

Un enfant prodige tra jazz e numeri
Milton Byron Babbitt non è stato solo un compositore, ma una figura poliedrica che ha unito musica, matematica e teoria accademica. Nato a Philadelphia e cresciuto nel Mississippi, manifestò fin da bambino un talento straordinario: a quattro anni studiava il violino, per poi passare al clarinetto e al sassofono. La sua giovinezza fu intrisa di musica popolare e jazz; a soli sette anni già arrangiava canzoni e a tredici vinceva concorsi di composizione. La stampa locale lo definì un “ragazzo prodigio”, capace di sommare a mente i conti della spesa e dotato di orecchio assoluto. Questa doppia anima — quella del musicista creativo e quella del matematico analitico — avrebbe definito l’intera sua carriera.

L’ascesa accademica e la rivoluzione seriale
Sebbene inizialmente iscritto a matematica alla University of Pennsylvania, il compositore seguì la sua vera vocazione trasferendosi alla New York University per studiare musica. Qui si appassionò alla Seconda Scuola di Vienna e alla tecnica dodecafonica di Arnold Schoenberg. Babbitt non si limitò a comporre, ma divenne un teorico d’avanguardia: fu tra i pionieri del serialismo integrale, un sistema in cui non solo l’altezza delle note, ma anche il ritmo e le dinamiche venivano organizzati in serie rigorose. Durante la seconda guerra mondiale, le sue abilità matematiche furono messe al servizio dello sforzo bellico a Washington, ma il suo destino era nell’insegnamento. Divenne una colonna portante di Princeton e della Juilliard School, influenzando generazioni di artisti diversissimi tra loro, dal paroliere di musical Stephen Sondheim al chitarrista jazz Stanley Jordan.

Il malinteso del secolo: Who cares if you listen?
Uno dei momenti più controversi della sua vita avvenne nel 1958, quando la rivista High Fidelity pubblicò un suo articolo con il titolo provocatorio: «Who cares if you listen?». In realtà, il titolo originale di Babbitt era «Il compositore come specialista»: egli sosteneva che la composizione dovesse essere intesa come una forma di ricerca scientifica e accademica, svincolata dal bisogno del consenso popolare immediato. Nonostante il compositore abbia chiarito per tutta la vita di tenere profondamente all’ascolto del pubblico, quel titolo (scelto da un editore a sua insaputa) gli cucì addosso l’etichetta di compositore “distaccato” e d’élite, una fama che lo accompagnò fino alla morte.

L’esplorazione elettronica e il ritmo infinito
Attorno al 1960, Babbitt trovò nello sviluppo tecnologico lo strumento perfetto per le sue visioni. Grazie al sintetizzatore RCA Mark II, lavorò presso il Columbia-Princeton Electronic Music Center. A differenza di molti colleghi interessati solo a nuovi timbri, egli era affascinato dalla precisione millimetrica che la macchina offriva: con il sintetizzatore poteva realizzare strutture ritmiche di una complessità impossibile per un esecutore umano. Di questo periodo è celebre Philomel (1964), un’opera per soprano e nastro magnetico che fonde voce umana e suoni sintetizzati in un dialogo spettrale e innovativo.

L’eredità finale e la portmantonality
Negli ultimi decenni della sua lunga vita, Babbitt tornò a concentrarsi maggiormente sulla musica acustica. In questa fase, il suo stile seriale si fece ancora più raffinato, introducendo il concetto di portmantonality: una tecnica in cui le strutture seriali venivano coordinate per creare allusioni tonali o accordi familiari, giocando con doppi sensi musicali proprio come faceva con i titoli delle sue opere. Presidente dei prestigiosi BMI Student Composer Awards fino alla fine, il compositore si è spento nel 2011 a 94 anni. La sua figura rimane immortalata nel documentario Portrait of a Serial Composer, che celebra un uomo che ha visto nella musica non solo un’arte, ma una frontiera della conoscenza umana dove la logica più ferrea incontra l’immaginazione più libera.

Il Quartetto per strumenti a fiato
In quest’opera, pietra miliare del serialismo integrale americano, Babbitt applica con estremo rigore matematico la tecnica dodecafonica, non limitandosi a ordinare le altezze (le note), ma estendendo il controllo seriale anche alla durata, al ritmo e alle dinamiche.

Il brano si apre con un’esposizione densa e puntillista. In questa introduzione, i quattro strumenti non dialogano in modo tradizionale, ma sembrano scambiarsi atomi di suono. Le frasi sono brevi, separate da pause improvvise, con salti intervallari estremi che coprono l’intera estensione degli strumenti. Babbitt stabilisce qui il materiale genetico dell’opera: la combinatorialità. Si percepisce chiaramente come ogni nota sia pesata individualmente, con dinamiche che cambiano quasi su ogni singola emissione, creando una superficie sonora vibrante e imprevedibile.
Nel secondo movimento, il clarinetto assume un ruolo di guida, ma non nel senso di un solista accompagnato. La struttura è retta dal principio del canone, una delle forme predilette da Babbitt per la sua natura speculare. Tuttavia, non è un canone melodico orecchiabile: gli altri strumenti imitano le proporzioni ritmiche e gli intervalli del clarinetto in modo rigoroso. La tessitura si fa estremamente complessa e le linee si intrecciano in un contrappunto serrato dove le inversioni e i retrogradi della serie dodecafonica creano una rete di rimandi interni che l’orecchio percepisce come una continua variazione di un unico pensiero logico.
Il terzo movimento sposta invece l’attenzione sul flauto, riducendo spesso la trama a formazioni di trio (sebbene gli strumenti ruotino). Qui la musica acquista una qualità più aerea e guizzante. Il registro acuto del flauto domina la scena con trilli, note ribattute e accenti secchi. Babbitt sfrutta la velocità dello strumento per creare “nuvole” di punti sonori. Nonostante la frammentazione, emerge una coerenza ritmica quasi meccanica, tipica della ricerca del compositore sulla precisione temporale che lo porterà, pochi anni dopo, a lavorare con i sintetizzatori.
Con l’ingresso della sezione dedicata al fagotto, il colore del quartetto si scurisce. La densità diminuisce, lasciando spazio a duetti in cui il fagotto funge da perno. Il ritmo si fa più dilatato e diventa più facile seguire il gioco degli incastri. Qui emerge la maestria di Babbitt nel gestire i timbri: il fagotto balza da note gravi e profonde a suoni nasali nel registro acuto, interagendo in modo quasi “discorsivo” con gli altri fiati. È una sezione che mette in luce la trasparenza della scrittura seriale babbittiana.
Segue forse il momento più espressivo e drammatico dell’intero quartetto. L’oboe apre con una nota tenuta che sembra spezzare la frammentazione precedente. Il termine “recitativo” suggerisce un’andatura vicina al parlato, pur restando confinata nel rigore della serie. La “cadenza” non è una sezione virtuosistica fine a sé stessa, ma un’esplorazione solitaria delle possibilità timbriche dell’oboe. Gli altri strumenti intervengono con brevi commenti puntiformi, creando un’atmosfera sospesa, quasi teatrale, pur nella sua totale astrazione.
Il finale funge da sintesi strutturale e tutti i quattro strumenti tornano a interagire con la massima energia. Si ripresentano le caratteristiche dell’introduzione, ma con una spinta cinetica maggiore. Le tecniche dei canoni, dei trii e dei duetti sembrano sovrapporsi in un tour de force contrappuntistico. La musica accelera idealmente attraverso la fittezza degli eventi ritmici, portando la struttura a una conclusione improvvisa e asciutta. Non c’è una “risoluzione” tonale, ma la sensazione della chiusura di un cerchio logico perfetto.

Nel complesso, l’opera è un esempio di bellezza matematica tradotta in suono. Babbitt non cerca di compiacere l’ascoltatore con melodie familiari, ma lo invita a esplorare un universo di relazioni pure tra le note. La sua musica è come una scultura di ghiaccio: solida nella sua struttura, trasparente, complessa nei dettagli rifrangenti e dotata di una purezza che non ammette ornamenti superflui.

Milton Babbitt

Petite Symphonie

Charles Gounod (1818 - 18 ottobre 1893): Petite Symphonie per flauto, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 corni e 2 fagotti (1885). The Saint Paul Chamber Orchestra, dir. Christopher Hogwood.

  1. Adagio – Allegretto
  2. Andante cantabile
  3. Scherzo: Allegro moderato
  4. Finale: Allegretto


L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

Charles Gounod: il maestro dalle molte anime, tra melodia sacra e trionfi lirici

Charles-François Gounod, figura eminente della musica francese del XIX secolo, ha lasciato un’impronta indelebile con un’opera vasta e variegata, che spazia dal sacro al profano, dall’opera al coro. La sua vita fu un percorso intenso di formazione, esplorazione spirituale e successi clamorosi, non senza aspre critiche.

Le origini e la formazione musicale (1818-42)
Nato a Parigi, fu il secondogenito del pittore François-Louis Gounod e di Victoire Lemachois. Rimasto orfano di padre all’età di cinque anni, fu la madre, insegnante di pianoforte, a impartirgli le prime lezioni, rivelando precocemente il suo talento. Dopo gli studi al Lycée Saint-Louis, Gounod si immerse nello studio musicale, perfezionando l’armonia con Antoine Reicha e poi, al Conservatorio di Parigi, con Jacques Fromental Halévy, e la composizione con Jean-François Lesueur. Il suo talento fu presto riconosciuto: nel 1839 vinse il prestigioso Grand Prix de Rome con la cantata Fernand. Il soggiorno a Villa Medici gli permise di approfondire la musica religiosa, in particolare quella di Palestrina. Nel 1842, a Vienna, ebbe l’opportunità di assistere a una rappresentazione del Flauto magico di Mozart, esperienza che lo segnò profondamente, e di far eseguire la sua seconda messa con orchestra.

Tra vocazione sacerdotale e debutto compositivo (1843-1860)
Tornato a Parigi nel 1843, Gounod assunse il ruolo di organista e maestro di cappella presso la Chiesa delle Missioni estere. Questo periodo fu caratterizzato da una profonda riflessione spirituale: nel 1847 ottenne il permesso di indossare l’abito ecclesiastico, frequentò corsi di teologia a Saint-Sulpice e ascoltò i sermoni di Lacordaire. Tuttavia, le giornate rivoluzionarie del 1848 lo portarono a rinunciare alla vocazione sacerdotale e a lasciare l’incarico. L’anno successivo, grazie all’appoggio della celebre Pauline Viardot, Gounod ottenne il libretto di Sapho da Émile Augier, la sua prima opera, che debuttò all’Opéra il 16 aprile 1851, senza riscuotere un grande successo. Nel 1852 sposò Anna Zimmerman. Parallelamente, presiedette gli Orphéons della Città di Parigi dal 1852 al 1860, componendo numerosi cori come Le Vin des Gaulois. Nel 1860, la sua dedizione alla musica sacra lo portò a partecipare al Congresso per la restaurazione del canto gregoriano.

L’apice dell’opera e le sfide della critica (1858-67)
Gli anni ’50 e ’60 segnarono l’apice della sua carriera operistica. Nel 1858, in occasione dell’anniversario della nascita di Molière, fu rappresentato con successo l’opéra-comique Le Médecin malgré lui, su libretto di Jules Barbier e Michel Carré, con cui avrebbe spesso collaborato. Ma fu il 1859 a consacrarlo: la sua opera Faust, basata sull’opera di Goethe, debuttò al Théâtre-Lyrique riscuotendo un successo clamoroso, con 70 repliche solo nel primo anno. Seguirono nel 1860 gli opéra-comiques Philémon et Baucis e La Colombe. Nonostante il trionfo di Faust, Gounod affrontò anche critiche feroci. La Reine de Saba, creata nel 1862, si fermò dopo sole quindici rappresentazioni e fu stroncata da Paul Scudo, critico della “Revue des deux Mondes”, che lo accusò di emulare i «cattivi musicisti della Germania moderna» come Liszt e Wagner, avvertendolo di essere «irrimediabilmente perduto» se avesse persistito. Nel marzo 1863, Gounod incontrò Frédéric Mistral, dal cui poema Mirèio (Mireille) avrebbe tratto un libretto. Si trasferì a Saint-Rémy-de-Provence, dove la musica si impregnò dell’atmosfera del Midi, un periodo di pace e ispirazione. L’opera Mireille fu creata a Parigi nel marzo 1864, ottenendo però un successo solo moderato. Il riscatto arrivò nel 1867, quando Roméo et Juliette, durante l’Esposizione universale, fu accolta con un successo entusiastico.

Gli anni britannici, il ritorno e il crepuscolo sacro (1870-93)
Nel 1870, fuggendo l’invasione tedesca della Francia, Gounod si trasferì in Inghilterra, dove instaurò una liaison di quattro anni con la cantante Georgina Weldon. Durante questo periodo, vide l’insuccesso di Les deux Reines de France (1872) e il successo patriottico di Jeanne d’Arc, un dramma storico che ravvivò lo spirito nazionale francese. Nel 1874 Gounod lasciò la Gran Bretagna e tornò in Francia, dove si stabilì a Parigi nel 1878 e vi rimase fino alla morte. Nella parte finale della sua vita, Gounod si dedicò prevalentemente alla musica religiosa, componendo un gran numero di messe e due oratori maggiori: La Rédemption (1882) e Mors et vita (1885). Morì il 18 ottobre 1893 a Saint-Cloud, appena dopo aver completato il Requiem in do maggiore, considerato il suo canto del cigno. I funerali, dieci giorni dopo, furono nazionali e si tennero nell’imponente Chiesa della Madeleine, con l’intervento di figure come Camille Saint-Saëns e Théodore Dubois all’organo, e Gabriel Fauré alla direzione della maîtrise che, secondo il desiderio di Gounod, eseguì la Messa gregoriana dei defunti.

L’impronta musicale: un catalogo vario e persistente
Gounod ha lasciato un patrimonio di circa 500 opere musicali, la cui influenza si estende ancora oggi. È celebre soprattutto per le sue opere liriche: Faust, la sua opera più iconica, con il grandioso valzer che conclude il I atto e con arie celebri come «Le Veau d’or» di Mefistofele, l’“aria dei gioielli di Marguerite” «Ah! je ris», il coro dei soldati «Gloire immortelle de nos aïeux», la musica di balletto della Notte di Valpurga e il coro finale degli angeli «Sauvée, Christ est ressuscité»; Roméo et Juliette: un altro grande successo, con la celebre valse di Giulietta «Je veux vivre» e l’aria del tenore «Ah! lève-toi, soleil!»; Mireille: basata sul poema provenzale di Frédéric Mistral; Cinq-Mars: un’opera storica, rielaborata più volte, che presenta arie come «Nuit resplendissante» e «Ô chère et vivante image».
Il catlogo delle opere di Gounod include anche altri lavori significativi: due sinfonie (1855) e una Petite Symphonie per nove strumenti a fiato (1885); cinque quartetti per archi; la celebre Ave Maria, basata sul primo preludio del Clavicembalo ben temperato di Bach (originariamente non destinato all’esecuzione liturgica), e il Requiem in do maggiore; composizioni strumentali quali la Marche funèbre d’une marionnette (1872), che divenne famosa globalmente come sigla del programma televisivo Alfred Hitchcock presenta, e la Marche pontificale (1869) che fu adottata nel 1949 come inno nazionale del Vaticano; e numerose e delicate mélodies, su testi di poeti quali Alfred de Musset, Alphonse de Lamartine, Théophile Gautier e Jean Racine, oltre a testi di sua stessa mano.

La Petite Symphonie
Dedicata alla Société de musique de chambre pour instruments à vent fondata da Paul Taffanel nel 1879, rappresenta un magnifico esempio della capacità del compositore francese di coniugare l’eleganza classica con la ricchezza melodica romantica, creando un’opera che è al contempo intima e virtuosistica. L’opera, eseguita per la prima volta il 30 aprile 1885 alla Salle Pleyel con Taffanel stesso al flauto, e pubblicata solo diciannove anni dopo, è una celebrazione delle sonorità e delle capacità espressive degli strumenti a fiato, offrendo un dialogo continuo e brillante tra le diverse voci.
La scelta di una formazione così specifica – flauto, due oboi, due clarinetti, due corni e due fagotti – permette a Gounod di esplorare una tavolozza timbrica ricca ma trasparente. L’attributo petite del titolo non si riferisce a una mancanza di sostanza musicale, ma piuttosto alla natura cameristica e all’eleganza leggera che pervade l’intera opera, lontana dalle massicce sonorità orchestrali di una sinfonia tradizionale.

Il primo movimento si apre con un Adagio, dove i due corni introducono un’atmosfera solenne e avvolgente con accordi sostenuti e caldi. Seguono le altre sezioni di fiati, aggiungendo strati armonici che costruiscono una breve ma intensa introduzione. Le dinamiche sono contenute, suggerendo un tono riflessivo e quasi contemplativo, che evoca l’aspetto più sacro della produzione di Gounod. L’espressività è palpabile, anche nella brevità di questa sezione.
Senza soluzione di continuità, il movimento si anima bruscamente con l’Allegretto. Il flauto emerge con una melodia agile, brillante e gioiosa, caratterizzata da rapide figurazioni e un piglio vivace. Subito dopo, gli oboi riprendono ed elaborano il tema, creando un dialogo serrato e spensierato. I clarinetti e i fagotti forniscono un accompagnamento ritmico e armonico dinamico, spesso con arpeggi gorgoglianti o passaggi saltellanti che aggiungono leggerezza. Il movimento è un vero e proprio tour de force di scrittura per fiati, con passaggi virtuosistici che si alternano a momenti di maggiore lirismo, ma sempre mantenendo un’energia contagiosa. L’interazione tra gli strumenti è costante: il tema passa agilmente da un flauto brillante a oboi cantabili, clarinetti arguti e fagotti giocosi. Le sezioni tutti sono incisive e dinamiche, contrastando con le tessiture più trasparenti dei passaggi solistici. Il movimento procede con una chiara forma sonata, con una ripresa espositiva evidente e uno sviluppo che esplora frammenti tematici e armonie più audaci, prima di tornare alla ricapitolazione che porta a una coda effervescente.
Il secondo movimento offre un netto contrasto, immergendosi in un’atmosfera di profonda liricità e dolcezza. Il carattere cantabile è immediatamente percepibile, con una melodia espressiva e distesa. In questa esecuzione, si nota chiaramente come gli oboi prendano il comando della melodia principale, con il flauto che spesso si unisce o raddoppia, aggiungendo brillantezza. I corni forniscono una base armonica stabile e calda, mentre clarinetti e fagotti tessono controcanti fluidi o un delicato accompagnamento. La musica si sviluppa con grazia, alternando momenti di melodia sostenuta a brevi fioriture che adornano le frasi. Le dinamiche sono attentamente calibrate, con crescendi e diminuendi che esaltano l’espressività intrinseca del movimento. Il movimento si conclude con una riproposizione del tema principale, sfumando dolcemente e lasciando un’impressione di serena bellezza.
Lo Scherzo irrompe con un’energia e un ritmo contagiosi, fedele al suo nome che suggerisce un carattere giocoso e vivace. Il tempo è veloce e il tema principale è frammentato, caratterizzato da staccati e passaggi rapidi che si scambiano tra flauto e clarinetti. I fagotti aggiungono un tocco di umorismo e leggerezza con i loro interventi puntuali. La sezione centrale, il trio, porta un cambiamento di umore, introducendo un tema più ampio e cantabile, con un sapore quasi rustico e una strumentazione più piena. Qui i corni e i fagotti sono particolarmente prominenti, creando un contrasto efficace con l’agilità dello scherzo. Dopo il trio, lo Scherzo torna nella sua forma iniziale, riprendendo il suo slancio ritmico e la sua tessitura vivace. La coda finale è un’accelerazione mozzafiato, che conduce il movimento a una conclusione scattante ed esaltante.
Il Finale si apre con un gesto grandioso e imponente, dove l’intero nonetto esegue un’affermazione forte e dichiarativa, stabilendo un carattere trionfale. Il tema principale, rapido e accattivante, è subito introdotto e presenta un’alternanza di scale veloci e arpeggi distribuiti tra i fiati. Si alternano momenti di tutti energici a sezioni più liriche o riflessive, che servono a costruire la tensione prima di nuove esplosioni di energia. Le modulazioni armoniche sono sapientemente gestite, ampliando la portata espressiva del pezzo. Verso la conclusione, il movimento si intensifica progressivamente, accumulando sonorità e virtuosismi fino a un finale enfatico e celebrativo.

Nel complesso, l’opera è molto più di un semplice esercizio di scrittura per fiati e dimostra la maestria del compositore nell’orchestrazione, la sua vena melodica inesauribile e la sua capacità di creare un’atmosfera coerente attraverso quattro movimenti distinti. Si tratta di una composizione che, pur mantenendo un respiro “piccolo” nel senso cameristico, offre una grande ricchezza musicale e un piacere d’ascolto duraturo, confermando il genio di Gounod ben oltre le sue opere liriche più celebri.

Gounod, Petite Symphonie

Pastorales de Noël

André Jolivet (1905 - 20 dicembre 1974): Pastorales de Noël per flauto, fagotto e arpa (1943). Hélène Boulègue, flauto; David Sattler, fagotto; Nicolas Tulliez, arpa.

  1. L’Étoile: Simple et sans lenteur
  2. Les Mages: Très modèré [3:37]
  3. La Vierge et l’enfant: Simple [6:51]
  4. Entrée et danse des bergers: Souple [9:35]

Altre composizioni di Jolivet in questo blog (cliccare sul titolo):

Un omaggio di Rimskij-Korsakov a Beethoven

Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov (1844 - 21 giugno 1908): Quintetto in si bemolle maggiore per flauto, clarinetto, fagotto, corno e pianoforte (1876). Les Vents Français: Emmanuel Pahud, flauto; Paul Meyer, clarinetto; Gilbert Audin, fagotto; Radovan Vlatković, corno; Eric Le Sage, pianoforte.

  1. Allegro con brio
  2. Andante
  3. Rondò: Allegretto

Nel repertorio di composizioni da camera per strumenti a fiato ho trovato diverse cose preziose, come l’Ottetto op. 103 di Beethoven, la Serenata op. 44 di Dvořák, quella op. 7 di Richard Strauss e molto altro. Il Quintetto di Rimskij-Korsakov non sarà forse un capolavoro, ma a me è par­ti­co­lar­mente caro. L’autore affermò di aver composto il I movimento «nello stile classico di Beethoven»; in realtà l’omaggio al Maestro di Bonn non si limita all’imitazione dello stile beethoveniano né alla mera adozione di uno schema strutturale. Ascoltate con attenzione i due temi, adeguatamente contrastanti l’uno con l’altro, e scoprirete che sono direttamente ispirati dalla Nona Sinfonia: l’uno scaturisce da un motivo del primo tema del I movimento, l’altro è una sorta di parafrasi dell’inno Alla Gioia.

Per due fagotti – I

Hinrich Philip Johnsen (1716 o 1717 - 12 febbraio 1779): Concerto in fa maggiore per due fagotti e orchestra (c1751). Mats Klingfors e Christian Beuse, fagotti; Concerto Copenhagen, dir. Andrew Manze.

  1. Moderato
  2. Cantabile, largo e staccato [6:26]
  3. Vivace [10:17]

fagotti

Oboe & fagotto

Georg Christoph Wagenseil (29 gennaio 1715 - 1777): Concerto in mi bemolle maggiore per oboe, fagotto e orchestra WWV 345. Susanne Regel, oboe; Rainer Johannsen, fagotto; Echo du Danube, dir. Alexander Weimann.

  1. Allegro assai
  2. Andantino più tosto allegro [5:34]
  3. Presto [11:31]

Vino vecchio in bottiglie nuove

Gordon Jacob (5 luglio 1895 - 1984): Old Wine in New Bottles per 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni e 2 trombe (1959). US Air Force Air Combat Command Heritage of America Band, dir. Lowell E. Graham.

  1. The Wraggle Taggle Gipsies
  2. The Three Ravens
  3. Begone, Dull Care
  4. Early One Morning

«Sonata solo da Sig.re Barba»

Daniel Dal Barba (5 maggio 1715 - 1801): Sonata in re maggiore per violino e basso continuo (1747). Valerio Losito, violino barocco; Diego Leverić, arciliuto; Andrea Lattarulo, violoncello; Cecilia Medi, fagotto barocco; Carlo Calegari, contrabbasso; Federico Del Sordo, clavicembalo.

  1. Adagio
  2. Allegro
  3. Capriccio variato

Di notte

Eugène Bozza (4 aprile 1905 - 1991): Trois Pièces pour une musique de nuit per flauto, oboe, clarinetto e fagotto (1954). Ensemble Corrélatif: Christian Strube, flauto; Marion Klotz, oboe; Matthias Beltz, clarinetto; Anne Weber-Krüger, fagotto.

  1. Andantino [0:26]
  2. Allegro vivo [2:07]
  3. Moderato [4:25]

Sinfonia concertante – II

Jean-Baptiste Bréval (1753 - 18 marzo 1823): Sinfonia concertante in fa maggiore per flauto, fagotto e orchestra op. 31. Bernard Chapron, flauto; Gilbert Audin, fagotto; Orchestre de Chambre, dir. Bernard Calmel.

  1. Maestoso
  2. Andante [10:01]
  3. Rondò [16:04]

Grande Symphonie de salon

Antonín Reicha (26 febbraio 1770 - 1836): Grande Symphonie de salon n. 1 in re minore-maggiore per 9 strumenti solisti (oboe, clarinetto, fagotto, corno, 2 violini, viola, violoncello e contrabbasso; 1825). Le Concert de la Loge, dir. Julien Chauvin.

  1. Adagio – Allegro
  2. Adagio [13:40]
  3. Minuetto: Allegro [20:53]
  4. Finale: Allegro vivace [24:52]

Allegro con moto – I

Heinrich Hofmann (13 gennaio 1842 - 1902): Ottetto per flauto, clarinetto, fagotto, corno, 2 violini, viola e violoncello op. 80 (1886). John Wion, flauto, e Bronx Arts Ensemble.

  1. Allegro molto
  2. Andante sostenuto [6:23]
  3. Gavotte: Allegro con moto [13:12]
  4. Moderato – Allegro vivo [17:14]

Gruppen

Karlheinz Stockhausen (1928 - 5 dicembre 2007): Gruppen per 3 orchestre (1957). hr-Sinfonie­orchester e Ensemble Modern, dir. Matthias Pintscher, Lucas Vis e Paul Fitzsimon.

Stockhausen spiega: «Per “gruppo” si intende un numero determinato di suoni collegati secondo rapporti affini tra loro su un piano superiore di percezione, quello del gruppo appunto. I vari gruppi di una composizione si distinguono per diversi tipi di proporzioni, per diversa struttura, ma sono correlati fra loro nel senso che non è possibile comprendere le proprietà di un gruppo se non in rapporto al grado di affinità che queste presentano con le proprietà di altri gruppi».
Per l’esecuzione di Gruppen sono necessari 109 esecutori ripartiti in 3 orchestre pressappoco uguali ma distanziate: il suono, movendosi da un’orchestra all’altra, crea una musica «spaziale», non solo in senso visivo ma anche acustico e strutturale.

— Organico —
Orchestra 1:
1 flauto (anche ottavino)
1 flauto contralto
1 oboe
1 corno inglese
1 clarinetto
1 fagotto
2 corni
2 trombe
2 tromboni
1 bassotuba
4 percussionisti: 1 marimbaphone (5 ottave; oppure 4 ottave + xilofono per la 5a), 1 Glockenspiel, 5 campanacci da mucca (sospesi, senza battacchio), 1 tamtam grande, piatti piccoli, piatti medi, piatti grandi, 2 tamburi a fessura, 4 tomtom e/o tumba e bongo, 1 cassa rullante con cordiera, 1 tamburo basco
1 Glockenspiel a tastiera (o celesta)
1 arpa
10 violini
2 viole
4 violoncelli
2 contrabbassi

Orchestra 2:
2 flauti (il I anche ottavino)
1 oboe
1 clarinetto piccolo
1 sassofono contralto (anche clarinetto)
1 sassofono baritono
1 fagotto
3 corni
2 trombe
1 trombone tenor-basso
1 trombone basso
4 percussionisti: 1 vibrafono, 14 campane tubolari, 4 campanacci da mucca (sospesi, senza battacchio), 1 tam-tam medio, piatti piccoli, piatti medi, piatti grandi, 2 tamburi a fessura, 4 tomtom e/o tumba e bongo, 1 cassa rullante con cordiera, 1 tamburo basco, 1 raganella, 2 triangoli (acuto e grave)
1 pianoforte a coda senza coperchio
1 chitarra elettrica
8 violini
4 viole
2 violoncelli
2 contrabbassi

Orchestra 3:
1 flauto (anche ottavino)
1 oboe
1 corno inglese
1 clarinetto
1 clarinetto basso
1 fagotto
3 corni
2 trombe
2 tromboni
1 trombone contrabbasso (o bassotuba)
4 percussionisti: 1 xilorimba o marimbaphone (4 ottave), 4 campanacci da mucca (sospesi, senza battacchio), 1 tam-tam piccolo, piatti piccoli, piatti medi, piatti grandi, 2 tamburi a fessura, 4 tomtom e/o tumba e bongo, 1 cassa rullante con cordiera, 1 tamburo basco
1 celesta (5 ottave)
1 arpa
8 violini
4 viole
2 violoncelli
2 contrabbassi

Studio e esperienza mi hanno insegnato che la musica “nuova” ha sempre suscitato analoghe reazioni. La “seconda prattica” di Monteverdi fu ferocemente avversata dal teorico Artusi, una composizione oggi amatissima come la Sinfonia K 550 di Mozart fece inorridire i primi ascoltatori con le sue dissonanze inusitate, e così via. Per contro, quando ho occasione di parlare della complessità di un brano di Bach, quando spiego che cosa s’intende per contrappunto doppio o imitato, non di rado mi succede di vedere che le reazioni degli astanti rasentano l’incredulità, come se alla maggior parte delle persone risulti inverosimile che una composizione del passato possa essere tanto complessa, come se ciò che sembrava ormai acquisito fosse improvvisamente diventato incomprensibile. Oggi, come ai tempi di Monteverdi o a quelli di Mozart, per comprendere l’arte bisognerebbe prima capire le necessità dalle quali scaturisce. Si deve solo decidere se si ha voglia di farlo oppure no.

Due Jean-Baptiste Loeillet

Jean-Baptiste Loeillet, detto «Loeillet di Londra» (18 novembre 1680 - 1730): Triosonata in fa maggiore op. 2 n. 2 (1725). Ensemble Pro Musica Antiqua.

  1. Largo
  2. Allegro
  3. Largo
  4. Allegro

Jean-Baptiste Loeillet, detto «Loeillet di Gand» (1688 - c1720): Triosonata in la minore op. 1 n. 1 (1710). Daniel Rothert, flauto dolce; Vanessa Young, violoncello; Ketil Haugsand, clavicembalo.

  1. Largo
  2. Allegro
  3. Adagio
  4. Giga: Allegro

I due Jean-Baptiste erano cugini di primo grado. In passato l’omonimia creò qualche problema di attribuzione: nel 1909 il compositore francese Alexandre Béon (1862 - 1912) arrangiò per violino, violoncello e pianoforte una triosonata del Loeillet di Londra e l’attribuì al Loeillet di Gand. L’arrangiamento in questione è molto bello; eccolo nell’interpretazione dell’Eroica Trio:

  1. Largo
  2. Allegro con spirito [4:18]
  3. Adagio [6:00]
  4. Allegro [7:16]