Philippe de Vitry (31 ottobre 1291 - 1361): Garrit gallus flendo dolorose / In nova fert, mottetto isoritmico a 3 voci (c1315). Lumina Ensemble, dir. Anna Pope.
Triplum
Garrit gallus flendo dolorose,
luget quippe gallorum concio
que satrape traditur dolose,
excubino sedens officio.
Atque vulpes, tamquam vispilio,
in Belial vigens astucia
de leonis consensu proprio
monarchisat, atat angaria.
Rursus, ecce, Jacob familia
Pharaone altero fugatur;
non ut olim Iude vestigia
subintrare potens, lacrimatur.
in deserto fame flagellatur,
adiutoris carens armatura,
quamquam clamat, tamen spoliatur,
continuo forsan moritura.
O miserum exulum vox dura!
Q gallorum garritus doloris,
cum leonis cecitas obscura
fraudi paret vulpis proditoris.
Eius fastus sustinens erroris
insurgito: alias labitur
et labetur quod habes honoris,
«quod mox in facinus tardis
ultoribus itur.»
Motetus
«In nova fert animus mutatas
dicere formas»:
draco nequam quem olim penitur
mirabili crucis potencia
debellavit Michael inclitus,
mox Absolon munitus gracia,
mox Ulixis gaudens facundia,
mox lupinis dentibus armatus,
sub Tersitis miles milicia
rursus vivit in vulpem mutatus,
cauda cuius, lumine privatus
leo, vulpe imperante, paret.
Oves suggit pullis saciatus.
Heu! suggere non cessat et aret
ad nupcias carnibus non caret.
Ve pullis mox, ve ceco leoni!
Coram Christo tandem ve draconi.
Tenor
[senza testo]
Secondo alcuni studiosi, il testo farebbe riferimento alle vessazioni e al pesante regime di tassazione cui dovettero sottostare i francesi per effetto della guerra di Fiandra (1297-1305). Nell’allegoria, la concio gallorum rappresenterebbe dunque i francesi, nella volpe sarebbe da identificarsi Enguerrand de Marigny, gran ciambellano di Filippo il Bello, mentre quest’ultimo sarebbe raffigurato nel leone cieco.
L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni
Il canto del gallo e le metamorfosi del tempo: i segreti del mottetto Garrit gallus flendo dolorose / In nova fert di Philippe de Vitry
Nei primi anni del XIV secolo, il panorama musicale europeo fu scosso da una rivoluzione estetica e intellettuale che avrebbe ridefinito per sempre i confini dell’arte dei suoni. Al centro di questo sisma culturale, noto come Ars Nova, si trova la figura monumentale di Philippe de Vitry, teorico, poeta, vescovo e compositore di ineguagliabile ingegno. Il suo mottetto Garrit gallus flendo dolorose / In nova fert rappresenta uno dei sommi manifesti di questa nuova era.
Contesto storico-culturale: la Francia del 1315 e l’Ars nova
Per comprendere appieno il brano in esame, è necessario immergersi nella Francia del secondo decennio del XIV secolo. Il regno era governato da Luigi X, in un periodo di forte instabilità politica, carestie, tensioni sociali e profonde riforme amministrative e giudiziarie. È l’epoca in cui la borghesia e la burocrazia statale iniziano a sgretolare il monopolio feudale, un processo segnato drammaticamente da eventi come la caduta e l’esecuzione (nel 1315) di Enguerrand de Marigny, influente gran ciambellano di Filippo il Bello.
In campo musicale, il trattato Ars nova musicae (spesso attribuito allo stesso Vitry, o comunque espressione diretta della sua cerchia) codificava una nuova libertà ritmica. Fino ad allora, l’èra che verrà poi detta dell’Ars vetus o antiqua (dominata dalla cosiddetta Scuola di Notre-Dame di Parigi) era rimasta vincolata ai modi ritmici basati su raggruppamenti ternari, considerati simbolo di perfezione divina. L’Ars nova legittimò la suddivisione binaria (il “tempo imperfetto”), la divisione della semibreve e una complessità notazionale senza precedenti, permettendo ai compositori di manipolare il tempo con una precisione quasi scientifica. Philippe de Vitry visse al crocevia tra la corte reale e gli ambienti ecclesiastici di Parigi e Avignone. La sua musica riflette la mentalità scolastica del tempo: l’amore per la tassonomia, la simmetria e la costruzione logica rigorosa.
Architettura testuale e politica: il “gallo” che piange e le metamorfosi
Il mottetto medievale è, per sua natura, un genere polifonico e politestuale, in cui voci diverse cantano testi differenti – talvolta in lingue diverse o con prospettive contrastanti – simultaneamente. Nel caso di Garrit gallus, la struttura a tre voci prevede un triplum (la voce superiore), un motetus (la voce intermedia) e un tenor (la voce fondamentale, che sostiene la struttura).
Il testo della voce superiore si apre con un’immagine potente: «Il gallo canta piangendo dolorosamente». Il gallo è il simbolo tradizionale della Francia (gioco di parole linguistico e politico); il testo è una lamentazione feroce e dolente sullo stato di decadenza del regno, la corruzione dei costumi, la perdita della giustizia e l’oppressione dei deboli. Viene dipinto un quadro apocalittico in cui i valori tradizionali sono stati rovesciati: si pensa che questo testo possa essere una diretta allusione alla morte di Enguerrand de Marigny e alle purghe politiche che seguirono, colpendo la classe dirigente francese. La voce del gallo non è più un trionfale annuncio dell’alba, ma un grido di lutto.
La voce intermedia adotta una strategia intertestuale colta e spiazzante. Il suo incipit è lo stesso delle Metamorfosi di Ovidio: «In nova fert animus mutatas dicere formas corpora» (Questo nuovo spirito mi spinge a parlare delle forme mutate dei corpi). Utilizzando la poesia classica pagana all’interno di un mottetto sacro/politico, Vitry stabilisce un parallelismo raffinato: così come le divinità di Ovidio trasformano i corpi in piante, animali o fonti, la Francia contemporanea sta subendo una “metamorfosi” mostruosa e innaturale a causa dell’avidità e della corruzione morale. La citazione ovidiana offre una lente mitologica attraverso cui decodificare la crisi politica contemporanea.
Il tenor, infine, è privo di un testo esteso cantato e funge da pilastro architettonico dell’edificio: la sua funzione è puramente strutturale, il tempo geometrico su cui si regge l’intera composizione.
La struttura musicale: il trionfo dell’isoritmia
L’elemento più rivoluzionario della composizione è l’applicazione sistematica dell’isoritmia (letteralmente “stesso ritmo”), una tecnica che diventerà il pilastro della musica colta del XIV secolo, perfezionata poi da Guillaume de Machault. Essa si fonda sulla divisione del tenor in due componenti strutturali indipendenti ma interconnesse:
– il color: la componente melodica, ovvero una sequenza di altezze (note) che si ripete identica più volte nel corso del brano;
– la talea: la componente ritmica, ovvero uno schema di durate che viene sovrapposto al color.
Spesso, la talea è più corta del color, il che significa che lo schema ritmico si ripete più volte prima che la melodia del tenore sia completata, creando un effetto di “spostamento” ciclico straordinariamente affascinante per l’ascoltatore attento, sebbene quasi impercettibile a un primo ascolto intuitivo.
In Garrit gallus Vitry non confina l’isoritmia al solo tenor (come spesso accadeva), ma la estende talvolta anche alle voci superiori (isoritmia incrociata o taleae condivise), creando un’unità organica totale. Le due voci superiori si muovono in contrappunto serrato, impiegando frequentemente la tecnica dell’hoquetus, in cui le voci si alternano rapidamente nel silenzio e nel suono, creando un effetto “singhiozzante” di grande tensione drammatica.
Il linguaggio armonico e mensurale
Dal punto di vista ritmico, il brano sfrutta le novità dell’Ars nova: l’uso del tempus imperfectum cum prolatione perfecta (o simili combinazioni mensurali) permette una flessibilità metrica in cui le suddivisioni binarie e ternarie convivono. Armonicamente, siamo in un’epoca di transizione. Sebbene l’organizzazione sia ancora fortemente basata sulla consonanza di quinte, ottave e quarte (eredità medievale), l’uso di terze e seste inizia a fare capolino con maggiore frequenza, addolcendo la severità verticale e anticipando la sensibilità protorinascimentale. Le cadenze sono logiche, mirate a risolvere le tensioni create dai dissonanti passaggi di passaggio e dalle sospensioni ritmiche.
Estetica e ricezione: la cattedrale del suono
Ascoltare questo mottetto oggi richiede uno sforzo di ricalibrazione dell’orecchio. Non siamo di fronte al melodramma ottocentesco, né alla melodia immediata della musica pop o barocca. Siamo di fronte a un’arte cerebrale, astratta, profondamente legata alla concezione medievale della musica come scientia (una delle sette arti liberali, precisamente associata al Quadrivium, insieme all’aritmetica, alla geometria e all’astronomia).
Il filosofo e storico dell’arte Erwin Panofsky ha notato una profonda analogia strutturale tra l’architettura gotica (le grandi cattedrali francesi dello stesso periodo) e la Scolastica (nonché la polifonia coeva). Come una cattedrale gotica, il mottetto isoritmico esibisce la sua struttura con orgoglio: niente è nascosto. I pilastri (il tenor), le volte a crociera (l’intreccio tra triplum e motetus), le proporzioni geometriche (l’isoritmia) sono perfettamente visibili (o meglio, udibili) a chi possiede le chiavi di lettura.
La complessità di Garrit gallus non è fine a sé stessa: il rigore matematico serve a dare ordine al caos del lamento politico. Il pianto del gallo, pur essendo emotivamente carico di dolore, viene incanalato e sublimato in una forma di perfezione eterna. La crisi terrena (la Francia che muta tragicamente) viene così superata e redenta dalla stabilità immutabile della forma numerica e musicale.
Conclusione
L’opera rimane uno dei monumenti più sbalorditivi della storia della musica occidentale. Il compositore ha qui dimostrato che la musica può essere contemporaneamente un veicolo di acuta critica politica, un omaggio alla grande letteratura classica e un laboratorio d’avanguardia per l’innovazione tecnica. Quando Petrarca lodò Vitry quale «poëta nunc unicus Galliarum», aveva ben chiara la portata di quest’arte. Nel tessuto fitto e rigoroso del pezzo, il passato medievale e la modernità del XIV secolo si stringono la mano, inaugurando quella via maestra della composizione occidentale che farà della forma, del numero e dell’espressione i suoi pilastri fondamentali.
