Under the silver moon

Joseph Barnby (1838 - 28 gennaio 1896): Sweet and low (1863), testo di Alfred Tennyson (da The Princess). New York Polyphony: Geoffrey Williams, controtenore; Steven Caldicott Wilson, tenore; Christopher Dylan Herbert, baritono; Craig Phillips, basso.
(«Geoff would like to apologize for wearing shorts to a video shoot».)

Sweet and low, sweet and low
 Wind of the western sea,
Low, low, breathe and blow,
 Wind of the western sea!
Over the rolling waters go,
Come from the dying moon, and blow,
 Blow him again to me,
While my little one, while my pretty one, sleeps.

Sleep and rest, sleep and rest,
 Father will come to thee soon;
Rest, rest, on mother’s breast,
 Father will come to thee soon;
Father will come to his babe in the nest,
Silver sails all out of the west
 Under the silver moon!
Sleep my little one, sleep my pretty one, sleep.



L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

Note sacre e rigore vittoriano: la vita straordinaria di Sir Joseph Barnby

Le origini e la formazione: un talento precoce
Nato a York nel 1838, Joseph Barnby respirò musica fin dalla nascita, essendo figlio d’arte (suo padre Thomas era un organista). Il suo percorso iniziò come corista presso la Cattedrale di York all’età di sette anni, una palestra fondamentale per la sua futura carriera. Dopo il cambiamento della voce a quindici anni, proseguì gli studi d’eccellenza alla Royal Academy of Music di Londra, sotto la guida di Cipriani Potter e Charles Lucas. Un aneddoto significativo del suo periodo studentesco riguarda la competizione per la prestigiosa borsa di studio «Mendelssohn», in cui fu sconfitto per un soffio da quello che sarebbe diventato un altro gigante della musica britannica: Arthur Sullivan.

L’ascesa professionale e la rottura dei pregiudizi
La carriera di Barnby come organista fu segnata da una costante ricerca dell’eccellenza liturgica. Nel 1862, presso la Chiesa di St Andrew a Londra, portò i servizi musicali a livelli qualitativi altissimi. Fu proprio qui che, nel 1864, Barnby compì un gesto rivoluzionario per l’epoca: diresse due inni composti da Alice Mary Smith. Si trattò, con ogni probabilità, della prima volta in assoluto che la musica liturgica composta da una donna veniva eseguita ufficialmente all’interno della Chiesa d’Inghilterra.

La direzione corale e il prestigio accademico
Barnby consolidò la propria fama soprattutto come direttore. Fondò il Barnby’s Choir e nel 1871 succedette a Charles Gounod alla guida della Royal Albert Hall Choral Society, ruolo che mantenne con dedizione fino alla morte. La sua influenza si estese anche all’ambito educativo: fu direttore musicale all’Eton College per diciassette anni e, nel 1892, divenne preside della Guildhall School of Music. Questi meriti professionali, uniti al suo contributo culturale, gli valsero il titolo di cavaliere nel luglio del 1892.

Innovazione e repertorio: da Bach a Wagner
Oltre che un prolifico compositore di inni (ne pubblicò ben 246), oratori e canti popolari (come la celebre ninna_nanna Sweet and Low), Barnby fu un instancabile promotore della grande musica europea. Fu un fervente sostenitore di J.S. Bach, proponendo un’esecuzione storica della Passione secondo Giovanni nel 1870 con un coro imponente di 500 voci. Ebbe inoltre il merito di far conoscere la musica sacra di Gounod al grande pubblico londinese e di organizzare una memorabile esecuzione concertistica del Parsifal di Wagner alla Royal Albert Hall nel 1884, nonostante non nutrisse una particolare simpatia per il genere operistico.

Visione critica e un’arguzia leggendaria
Barnby possedeva un’opinione netta sui suoi contemporanei: lodava la chiarezza di Sullivan, ma guardava con scetticismo i compositori morsi dal desiderio di produrre musica troppo “avanzata” o sperimentale. La sua immagine pubblica era quella di un uomo rigoroso ma dotato di un’ironia tagliente: un celebre aneddoto racconta di una giovane contralto che, durante un assolo di Handel, decise di variare la partitura aggiungendo una nota alta per mettere in mostra le proprie doti vocali. Quando la cantante si giustificò dicendo: «Sir Joseph, ho un mi alto e non vedo perché non mostrarlo», Barnby rispose prontamente: «Signorina, credo che lei abbia anche due ginocchia, ma spero vivamente che non voglia metterle in mostra qui». Il compositore si spense nel 1896 e, dopo un solenne funerale nella Cattedrale di St Paul, fu sepolto a West Norwood, lasciando un’impronta indelebile nella tradizione corale inglese.

Sweet and Low
Si tratta di un esempio magistrale di part-song vittoriano, dove la musica si fonde indissolubilmente con i versi di Alfred Tennyson per creare una ninna-nanna di rara delicatezza. Sebbene il brano sia stato originariamente concepito per coro misto (SATB), questa versione per quartetto vocale maschile conferisce al brano una sonorità densa, calda e vellutata.
Il brano segue una struttura strofica, rispettando le due stanze del poema di Tennyson. Il metro utilizzato è un 6/8, la scelta ritmica per eccellenza per una ninna-nanna, poiché evoca naturalmente il movimento oscillatorio di una culla o il moto calmo delle onde del mare citate nel testo.
La melodia è caratterizzata da una semplicità apparente, ma ricca di sfumature armoniche. Le parole «Sweet and low» sono intonate su una cellula melodica discendente che trasmette immediatamente un senso di rilassamento e abbandono. L’omofonia è quasi totale, trasformando il quartetto in un unico strumento armonico.
Nella sezione centrale di ogni strofa, Barnby introduce lievi tensioni cromatiche e modulazioni passeggere: queste “increspature” armoniche descrivono visivamente il movimento dell’acqua e la luce argentea della luna, senza però mai rompere la pace della composizione.
La gestione delle dinamiche è fondamentale: i cantori passano da un mezzoforte caldo a un pianissimo quasi sussurrato. Particolarmente suggestivo è il finale di ogni strofa, dove le voci si spengono gradualmente in una cadenza perfetta che simboleggia lo scivolare nel sonno profondo.
Barnby è un maestro nel sottolineare i fonemi del testo di Tennyson: si noti come la parola «low» venga spesso eseguita con una nota lunga e profonda che sembra ancorare la melodia al suolo, mentre nel passaggio «While my little one, while my pretty one, sleeps», la scrittura diventa leggermente più mossa, quasi a imitare il battito calmo di un cuore, per poi risolversi nella stasi finale.

Nel complesso, il pezzo emerge come un gioiello di equilibrio formale. La capacità del compositore di tradurre il sentimentalismo vittoriano in una forma nobile e mai banale trova nel quartetto maschile degli interpreti ideali, capaci di trasformare una semplice ninna nanna in una meditazione profonda sulla nostalgia, la famiglia e la pace domestica.

Barnby, Sweet and low

Tempo di dormire

Tarquinio Merula (1595 - 10 dicembre 1665): Or ch’è tempo di dormire, «canzonetta spirituale sopra la nanna» per soprano e basso continuo (pubblicata in Curtio Precipitato et altri Capricij composti in diversi modi vaghi e leggiadri a voce sola, 1638). La Venexiana: Monica Piccinini, soprano; Michele Palomba, tiorba; Chiara Granata, arpa; Claudio Cavina, cembalo e direzione.

Or ch’è tempo di dormire,
dormi, figlio, e non vagire,
perché tempo ancor verrà
che vagir bisognerà.
Deh ben mio,deh cor mio, fa
fa la ninna ninna na.

Chiudi quei lumi divini,
come fan gl’altri bambini,
perché tosto oscuro velo
priverà di lume il cielo.

O ver prendi questo latte
dalle mie mammelle intatte,
perché ministro crudele
ti prepara aceto e fiele.

Amor mio, sia questo petto
hor per te morbido letto,
pria che rendi ad alta voce
l’alma al Padre su la croce.

Posa hor queste membra belle,
vezzosette e tenerelle,
perché poi ferri e catene
gli daran acerbe pene.

Queste mani e questi piedi
ch’or con gusto e gaudio vedi,
Ahimé, com’in varii modi
passeran acuti chiodi.

Questa faccia graziosa
rubiconda, or più che rosa
Sputi e schiaffi sporcheranno
con tormento e grand’affanno.

Ah, con quanto tuo dolore,
sola speme del mio core,
questo capo e questi crini
passeran acuti spini.

Ah, ch’in questo divin petto,
amor mio, dolce, diletto,
vi farà piaga mortale,
empia lancia e di sleale.

Dormi dunque, figliol mio,
dormi pur, redentor mio,
perché poi con lieto viso
ci vedrem in Paradiso.

Or che dorme la mia vita,
del mio cor gioia compita,
taccia ognun con puro zelo,
taccian sin la terra e ’l cielo.

E fra tanto, io che farò?
Il mio ben contemplerò,
ne starò col capo chino
fin che dorme il mio bambino.

Ninna-nanna catalana

Anonimo (c1700): Mareta, no’m faces plorar. Montserrat Figueras e Arianna Savall, soprani; Hespèrion XXI, dir. Jordi Savall.

Mareta, mareta, no’m faces plorar,
compra’m la nineta avui qu’es el meu sant.
Que tinga la nina hermosos els ulls,
la cara molt fina i els cabells molt rull.

Marieta, Marieta, jo es cantaré
una cançoneta que ta adormiré.
Dorm-te, neneta, dorm si tens son.
Dorm-te, neneta, dorm si tens son.

Jordi Savall e Montserrat Figueras

And now to bed I hie


Francis Pilkington (c1565 - 1638): Rest, sweet nymphs, ayre (dal First Book of Songs or Airs of Four Parts, 1605, n. 6).
– versione per 1 voce e liuto: Valeria Mignaco (soprano) e Alfonso Marin;
– versione a 4 voci a cappella: Laudantes Consort.

Rest, sweet nymphs, let golden sleep
Charm your star brighter eyes,
While my lute the watch doth keep
With pleasing sympathies.
Lulla, lullaby. Lulla, lullaby.
Sleep sweetly, sleep sweetly,
Let nothing affright ye,
In calm contentments lie.

Dream, fair virgins, of delight
And blest Elysian groves,
While the wandring shades of night
Resemble your true loves.
Lulla, lullaby. Lulla, lullaby.
Your kisses, your blisses,
Send them by your wishes,
Although they be not nigh.

Thus, dear damsels, I do give
‘Good night’, and so am gone:
With your hearts’ desires long live,
Still joy, and never moan.
Lulla, lullaby. Lulla, lullaby.
Hath pleased you and eased you,
And sweet slumber seized you,
And now to bed I hie.

Berceuse bretonne

Elsa Respighi (nata Olivieri Sangiacomo; 24 marzo 1894 - 1996): Berceuse bretonne per soprano e pianoforte (1919). Selena Colombera, soprano; Ilaria Torresan, pianoforte.

A coté de ta mère
fais ton petit dodo
san savoir que ton père
s’en est allé sur l’eau.
La vague est en colère
et murmure la-la,
a coté de ta mère
fais dodo, mon p’tit gas.
Pour te bercer, je chante,
fais bien vite dodo,
car dans ma voix tremblante,
j’étouffe un long sanglot.
Quand la mer est méchante
mon cœur sonne le glas;
mais il faut que je chante,
fais dodo mon p’tit gas.
Si la douleur m’agite,
lorsque tu fais dodo,
c’est qu’un jour on se quitte
tu seras matelot.
Sur la mer maudite
un jour, tu t’enira,
ne grandis pas trop vite,
fais dodo, mon p’tit gas.

Ninna-nanna su due note che strombazzano

Jehan Alain (1911 - 1940): Berceuse sur deux notes qui cornent per organo JA 7bis (agosto 1929). Francine Nguyen-Savaria.
Secondo Marie-Claire Alain, questa tenera e dolcissima ninna-nanna fu ispirata a suo fratello Jehan da un guasto dell’organo di casa Alain (era stato costruito dal loro genitore, Albert): a causa del guasto, un do# e un re# risuonavano in continuazione, anche senza che ne fossero premuti i tasti corrispondenti.

È per Paola 🙂

Alain, Berceuse sur deux notes qui cornent

Varianti – I

Fryderyk Chopin (1810 - 1849): Berceuse per pianoforte op. 57 (1843-44). Arturo Benedetti Michelangeli.

Non sappiamo con precisione quando Chopin cominciò a lavorare alla Berceuse, ma certo la composizione dovette essere molto tormentata: ci sono pervenuti abbozzi pieni di cancellature e correzioni, e il manoscritto in bella copia, contenente cioè la versione «definitiva», manca in realtà delle due misure iniziali, che evidentemente Chopin aggiunse all’ultimo momento, subito prima che l’opera fosse stampata. Sappiamo inoltre che originariamente il brano doveva intitolarsi Varianti, e che il nome fu mutato nell’attuale dietro suggerimento di alcuni amici del musicista; «il termine Varianti è certo il più indicato per definire la forma della Berceuse, che non consiste in un tema con variazioni ma piuttosto nel divenire di un tema» (Piero Rattalino). La Berceuse è in effetti un’opera «sperimentale», fra le più interessanti creazioni dell’ultimo periodo di Chopin. La mano sinistra — che «è il direttore d’orchestra», come diceva Fryderyk ai propri allievi — disegna al basso un «ostinato» sul quale una breve frase melodica si dissolve in sedici variazioni (o varianti) che si succedono senza soluzione di continuità, in un continuo fiorire di meravigliosi arabeschi: «ed ecco che abbiamo una ninnananna che scoraggia chiunque dall’idea di scriverne un’altra» (Arthur Hedley). L’insieme è straordinariamente dolce, di una delicatezza ineffabile (non vi sono indicazioni dinamiche che oltrepassino il piano) e fa pensare a una magica improvvisazione. Poco prima della fine, una strana dissonanza — un do♭ — aggiunge un’aura di mistero, poi il brano si chiude in un mormorio sommesso.

Sonya’s Lullaby

 
Oliver Knussen (12 giugno 1952 - 2018): Sonya’s Lullaby op. 16 (1977). Melanie Spanswick, pianoforte.

« The word Lullaby is used in the sense of an incantation to sleep; Sonya is my daughter, who was a four-month-old insomniac in October 1977 when the first sketch of this piece was written. Formally the music is, I hope, self-explanatory –- but perhaps it is worth mentioning that an initials stimulus toward the piano writing was the harmonic exploitation of overtones produced from the lowest register of the instrument by composers as diverse as Brahms, Scriabin, Copland and Carter » (Oliver Knussen).

La Berceuse di Yngve Sköld

Yngve Sköld (29 aprile 1899 – 1992): Berceuse (1930), versione per complesso di strumenti a fiato. GöteborgsMusiken, dir. Jerker Johansson.


Il medesimo brano nella trascrizione per violino e archi di Jerker Johansson. Jan Stigmer, violino; Camerata Romana, dir. Thord Svedlund.