Invito al valzer

Carl Maria von Weber (1786 - 5 giugno 1826): Aufforderung zum Tanz, rondò brillante per pianoforte op. 65, J 260 (1819); versione da concerto di Franz Liszt (1811 - 1886). Alexander Paley.


Lo stesso brano nella celebre orchestrazione (1841) di Hector Berlioz (1803 - 1869). Berliner Philharmoniker, dir. Herbert von Karajan.



L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

L’anima danzante del romanticismo: Carl Maria von Weber e l’invenzione del pianoforte moderno

Per comprendere l’approccio weberiano al pianoforte, bisogna partire dalla sua anatomia e dalla sua indole. Il nostro compositore aveva mani straordinariamente grandi, con una distanza tra il pollice e l’indice che gli permetteva di eseguire intervalli e accordi proibitivi per la maggior parte dei suoi contemporanei. Questa caratteristica fisica si tradusse in una scrittura pianistica unica: ampia, ariosa, ricca di salti acrobatici e di un uso innovativo dei registri estremi dello strumento. A differenza di Beethoven, il cui pianismo è spesso una lotta titanica contro la materia, o di Schubert, introspettivo e liederistico, Weber persegue l’ideale dello “stile brillante”. Per lui, il pianoforte deve stupire, deve luccicare, ma non deve mai perdere la propria grazia.
La tecnica non è mai fine a sé stessa, ma è un virtuosismo “narrativo”, dove ogni scala cromatica o glissando funge da colpo di scena teatrale. Nelle quattro grandi Sonate per pianoforte, il compositore esplora una gamma emotiva che va dal dramma tempestoso alla leggerezza più eterea. Egli tratta lo strumento come se fosse un’orchestra: i bassi profondi evocano i violoncelli e i corni, mentre le melodie nella mano destra imitano il canto di un soprano di agilità. Weber trasporta l’opera nel salotto di casa, rendendo il pianoforte un mezzo di narrazione psicologica.

Invito alla danza
Nel 1819, Weber è nel pieno della sua maturità. È un uomo di teatro, impegnato a Dresda, ma è anche un uomo profondamente innamorato della moglie, Caroline Brandt. A lei dedica il brano che rimarrà nella storia come il primo vero “valzer da concerto”: Aufforderung zum Tanz op. 65. Prima di Weber, il valzer era considerato una danza di consumo, musica funzionale da eseguire nelle sale da ballo per accompagnare il movimento fisico dei ballerini. Il compositore compie un gesto rivoluzionario: nobilita il valzer, lo eleva a forma d’arte autonoma e, soprattutto, gli conferisce una struttura programmatica. Non è più solo musica per ballare, ma è musica che racconta un ballo.

Aufforderung zum Tanz è un capolavoro di musica a programma (cioè musica che descrive una storia). Weber stesso fornì una spiegazione dettagliata della “trama” del brano, che si articola in tre sezioni distinte: l’Introduzione, il Valzer vero e proprio e l’Epilogo.
Il brano si apre con un Moderato in Re bemolle maggiore. Sentiamo un tema maschile nel registro grave (il cavaliere) che si rivolge con deferenza a un tema più acuto e timido (la dama). Il dialogo è esplicito:
— il cavaliere avanza la proposta (un fraseggio ascendente, deciso);
— la dama risponde con ritrosia (una breve frase discendente);
— il cavaliere insiste con maggior calore;
— la dama finalmente acconsente.
Seguono pochi battiti di attesa: i due si portano al centro della pista, l’eccitazione sale, e un travolgente glissando segna l’inizio della festa.
Successivamente, Weber sprigiona tutta la sua maestria ritmica. Il valzer non è monotono; è un susseguirsi di episodi che descrivono l’ebbrezza della danza. C’è il momento del brio travolgente, quello della conversazione sussurrata tra i due amanti mentre ruotano, e momenti di puro esibizionismo tecnico. La melodia è contagiosa, elegante, intrisa di quella Gemütlichkeit (comodità, calore) tipicamente tedesca, ma filtrata attraverso una raffinatezza parigina.
La genialità assoluta di Weber risiede tuttavia nella chiusura: dopo il climax del valzer, la musica improvvisamente tace e ritornano i temi iniziali. Il cavaliere ringrazia la dama con un inchino (lo stesso tema iniziale, ma più pacato); lei risponde con una riverenza e si ritira. Il silenzio che segue le ultime note è di una potenza poetica straordinaria: la festa è finita, rimane solo il ricordo di un incontro.

L’innovazione tecnica e formale
Dal punto di vista tecnico, l’op. 65 è una sfida per ogni pianista. Richiede un controllo assoluto del tocco per differenziare le “voci” del dialogo iniziale e una resistenza atletica per mantenere il ritmo del valzer senza perdere la brillantezza nei passaggi di ottave e nelle scale rapide. Tuttavia, l’importanza storica dell’opera va oltre la tastiera: Weber ha inventato il valzer poetico. Senza questa composizione, non avremmo probabilmente i valzer di Chopin, né le grandi suite coreografiche di Čajkovskij né i poemi danzati di Johann Strauss figlio. Il compositore ha dimostrato che il ritmo ternario della danza popolare poteva contenere la nobiltà del sentimento e la complessità della forma classica.

L’eredità: l’orchestrazione di Berlioz e la versione da concerto di Liszt
Il successo del brano fu tale che nel 1841, quindici anni dopo la morte prematura di Weber, Hector Berlioz decise di orchestrarlo. Berlioz, che venerava Weber come un dio del Romanticismo, realizzò una trascrizione magistrale per inserire il brano come intermezzo danzato nella versione parigina del Der Freischütz. Quest’orchestrazione ha reso l’opera uno dei pezzi sinfonici più eseguiti al mondo, ma è nella versione originale per pianoforte che si coglie l’essenza della sfida di Weber: trasformare una cassa di legno e corde in un intero universo sociale, fatto di corteggiamenti, sguardi e sogni.
Se l’orchestrazione di Berlioz portò il capolavoro di Weber nelle grandi sale da concerto sinfoniche, fu Franz Liszt a restituirgli una nuova, folgorante vita sulla tastiera, elevandone il potenziale tecnico ai vertici del virtuosismo trascendentale. Nella sua revisione, il compositore ungherese non si limitò a una semplice trascrizione, ma operò una vera e propria “amplificazione sonora”: arricchì la tessitura originale con raddoppi di ottave, cascate di note rapide e un uso del registro grave che conferisce al brano una potenza quasi orchestrale.
Se Weber aveva immaginato un dialogo galante in un salotto aristocratico, Liszt trasforma quell’incontro in un evento monumentale da palcoscenico, dove la grazia del valzer originale viene proiettata verso la modernità attraverso una scrittura iper-atletica. Questo intervento non fu un atto di superbia, bensì un omaggio devoto: Liszt vedeva in Weber un precursore del proprio ideale di “musica dell’avvenire” e, con la sua versione da concerto, volle dimostrare che l’eleganza di quel valzer del 1819 possedeva una forza cinetica capace di sfidare i limiti del pianoforte moderno.

Weber: il padre silenzioso del moderno
La figura di Weber merita di essere riscoperta con la stessa passione che lui metteva nelle sue composizioni. Il suo approccio al pianoforte era totale: non si limitava a scrivere note, ma creava atmosfere. Fu uno dei primi a usare il pedale di risonanza con fini coloristici e non solo di sostegno, e le sue intuizioni armoniche aprirono la strada alle audacie di Wagner (che studiò ossessivamente le partiture di Weber).
Se la sua produzione operistica lo ha reso immortale in Germania, la sua produzione pianistica lo rende universale. Aufforderung zum Tanz non è solo un brano virtuosistico, ma è il manifesto di un’epoca in cui la musica smette di essere un piacere per l’udito e diventa un’esperienza per l’anima. In Weber, il pianoforte smette di essere uno strumento a percussione e diventa uno strumento a fiato, un’orchestra, una voce umana. E in quel valzer in re bemolle maggiore, continuiamo a sentire, dopo oltre due secoli, il battito del cuore di un uomo che sapeva trasformare la vita in una danza eterna, sospesa tra la terra dei mortali e il cielo degli ideali romantici.

Quel cosacco al di là del Danubio

Anonimo: Їхав козак за Дунай (Ikhav kozak za Dunaj, Cavalcò un cosacco al di là del Danubio), canto tradizionale ucraino, qui interpretato dal cantante e virtuoso di bandura Taras Kom­pa­ni­čenko, da Kiev, con il suo ensemble. Il testo è attribuito al poeta ucraino Semen Klimovskij (1705 - 1785).
Portato nell’Europa occidentale dai soldati dell’esercito zarista in guerra contro Napoleone, questo canto divenne noto nei Paesi di lingua tedesca con il titolo Schöne Minka; nella prima metà dell’Ottocento ispirò diversi compositori.


Carl Maria von Weber (1786 - 1826): [9] Variations sur un air russe per pianoforte op. 40, J. 179 (1814-15). Alexander Paley.


Johann Nepomuk Hummel (1778 - 1837): Variazioni per flauto, violoncello e pianoforte op. 78 n. 2 (1818). Ilma Ensemble: Rosa Sanz, flauto; David Olivares, violoncello; Hernán Milla, pianoforte.


Aleksandr Aleksandrovič Aljab’ev (1787 - 1851): Variazioni sul tema ucraino «Cavalcò un cosacco al di là del Danubio» per violino e orchestra. Aleksandr Trostjanskij, violino; Orchestra Musica Viva, dir. Aleksandr Rudin.


Ludwig van Beethoven (1770 - 1827): Air cosaque: Schöne Minka, ich muß scheiden per canto, violino, violoncello e pianoforte, n. 16 dei Lieder verschiedener Völker WoO 158 (1816-18). Dorothee Wohlgemuth, soprano; Georg Poplutz, tenore; Martin Haunhorst, violino; Bernhard Schwarz, violoncello; Rainer Maria Klaas, pianoforte.

Schöne Minka, ich muß scheiden, ach du fühlest nicht das Leiden,
fern auf freudelosen Heiden, fern zu sein von dir!
Finster wird der Tag mir scheinen, einsam werd ich gehn und weinen;
auf den Bergen, in den Hainen ruf ich, Minka, dir.

Nie werd ich von dir mich wenden; mit den Lippen, mit den Händen
werd ich Grüße zu dir senden von entfernten Höhn.
Mancher Mond wird noch vergehen, ehe wir uns wiedersehen;
ach, vernimm mein letztes Flehen: bleib mir treu und schön!

Du, mein Olis, mich verlassen? Meine Wange wird erblassen;
alle Freuden werd ich hassen, die sich freundlich nahn.
Ach, den Nächten und den Tagen werd ich meinen Kummer klagen;
alle Lüfte werd ich fragen, ob sie Olis sahn!

Tief verstummen meine Lieder, meine Augen schlag ich nieder;
aber seh ich dich einst wieder, dann wird’s anders sein.
Ob auch all die frischen Farben deiner Jugendblüte starben:
ja, mit Wunden und mit Narben bist du, Süßer mein!


Beethoven: Air russe: Schöne Minka, variazioni per flauto e pianoforte op. 107 n. 7 (1817-18). Jean-Pierre Rampal, flauto; Robert Veyron-Lacrois, pianoforte.


Auguste Franchomme (10 aprile 1808 - 1884): Air russe varié pour violoncelle avec accompagnement de quintuor op. 32 (1845). Anner Bylsma, violoncello; L’Archibudelli.


Ma non è finita. Ritroviamo il tema musicale in brani molto più recenti, come per esempio questa canzone proposta negli anni 1940 da Dinah Shore (statunitense di origini russe) e più tardi ripresa da Sandie Shaw:


Alla fine, proporrei di tornare a est per ascoltare il Coro Kubanskij:

Їхав козак за Дунай.
Сказав: «Дівчино, прощай!
Ти, конику вороненький
Неси та й гуляй!»

Та було б, та було б не ходити,
Та було б, та було б не любити,
Та було б, та було б та й не знаться
Чим тепер, чим тепер росставаться!

Постій, постій, козаче,
Твоя дівчина плаче.
«Як ти мене покидаєш!
Тільки подумай!»

Лучше було б, лучше було б не ходити
Лучше було б, лучше було б не любити
Лучше було б, лучше було б та й не знаться
Чим тепер, чим тепер росставаться

«Білих ручок не ламай.
Ясних очок не стирай.
Мене з війни зі славою
К собі ожидай!»

Та було б, та було б не ходити…

«Не хочу я нічого
Тільки тебе одного.
Будь здоров ти, мій миленький
А все пропадай!»

Лучше було б, лучше було б не ходити…

Cavalcò un cosacco al di là del Danubio.
Disse: «Mia bella, addio!
E tu, mio buon cavallo nero,
portami via, andiamo!»

Sarebbe stato meglio non partire,
sarebbe stato meglio non amare,
sarebbe stato meglio non conoscerci
che doverci lasciare ora!

Aspetta, aspetta, cosacco,
la tua bella sta piangendo.
«Mi vuoi abbandonare!
Pensaci bene!»

Sarebbe stato meglio non partire,
sarebbe stato meglio non amare,
sarebbe stato meglio non conoscerci
che doverci lasciare ora!

Non torcerti quelle mani bianche,
non strofinarti quegli occhi chiari,
aspettami: dalla guerra
tornerò coperto di gloria.

Sarebbe stato meglio non partire…

Non voglio nessun altro,
sei tu quello che desidero.
Prenditi cura di te, caro:
solo questo mi sta a cuore.

Sarebbe stato meglio non partire…