The Bohemian Girl

Michael William Balfe (1808 - 20 ottobre 1870): Ouverture per l’opera The Bohemian Girl (1843). London Symphony Orchestra, dir. Richard Bonynge.



L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

Dal violino alla leggenda: trionfi, opere e vita di Michael William Balfe

Un talento multiforme tra Irlanda ed Europa
Michael William Balfe è stato uno dei compositori irlandesi più importanti del XIX secolo, celebre soprattutto per i suoi lavori operistici e, in particolare, per il capolavoro The Bohemian Girl. La sua carriera artistica, durata oltre quarant’anni, è stata straordinariamente versatile: prima violinista prodigio, poi cantante d’opera e infine prolifico compositore di almeno 29 opere, circa 250 canzoni e diverse cantate. Accanto alla composizione, Balfe si distinse anche come direttore d’orchestra, guidando per ben sette anni la stagione dell’opera italiana all’Her Majesty’s Theatre di Londra e dirigendo celebrità dell’epoca.

Dagli esordi precoci all’apprendistato tra Italia e Francia
Nato a Dublino da una famiglia di musicisti (il padre era maestro di ballo e violinista), il giovane mostrò un talento precoce, componendo una polacca all’età di sette anni. Trasferitosi a Londra dopo la morte del padre, suonò nell’orchestra del Theatre Royal di Drury Lane fino a diventarne il leader. Grazie a un mecenate, si trasferì a Roma nel 1825; in Italia ebbe modo di approfondire gli studi con Ferdinando Paër e con il celebre basso rossiniano Filippo Galli. Fu poi a Parigi, dove entrò in contatto con figure chiave come Cherubini e Rossini, e nel 1827 debuttò come cantante nel ruolo di Figaro nel Barbiere di Siviglia. In seguito tornò in Italia, dove visse per circa otto anni e iniziò a comporre. A Palermo, nel 1829, produsse la sua prima opera completa, I rivali di sé stessi; due anni più tardi sposò la cantante ungherese Lina Roser, da cui ebbe quattro figli. La permanenza di Balfe in Italia fu segnata anche da qualche fallimento artistico, come il tentativo di “migliorare” un’opera di Meyerbeer, ma in generale consolidò la sua reputazione internazionale.

Il trionfo compositivo e il fenomeno globale di The Bohemian Girl
Rientrato a Londra nel 1835, Balfe ottenne immediati successi con The Siege of Rochelle e The Maid of Artois. Negli anni successivi alternò la produzione inglese a quella francese, lavorando a Parigi per l’Opéra-Comique e l’Opéra. Tuttavia, il culmine della sua carriera arrivò il 27 novembre 1843 al Theatre Royal di Drury Lane con la prima rappresentazione di The Bohemian Girl. L’opera fu un trionfo sensazionale: replicata per oltre cento serate, venne presto messa in scena a New York, Sydney, in tutta Europa e tradotta in diverse lingue (come La Zingara in Italia e La Bohémienne in Francia), consacrandolo a livello planetario.

La maturità, la direzione d’orchestra, l’eredità artistica
Tra il 1846 e il 1852, Balfe ricoprì il prestigioso ruolo di direttore musicale all’Her Majesty’s Theatre, dove ebbe il merito di introdurre le opere di Verdi al pubblico londinese e di dirigere il debutto della celebre soprano Jenny Lind. Nonostante i suoi impegni direttoriali, continuò a comporre instancabilmente: creò cantate innovative come l’Inno delle Nazioni (1851) per la Grande Esposizione di Londra, numerose opere in inglese e canzoni di enorme popolarità, fra le quali può essere annoverata la celeberrima aria «I Dreamt I Dwelt in Marble Halls», il brano simbolo dell’opera The Bohemian Girl. Ritiratosi nel 1864 in campagna, morì nel 1870 all’età di 62 anni. Fu sepolto a Londra nel Kensal Green Cemetery e ricordato con monumenti commemorativi a Westminster Abbey e in altre sedi londinesi. Sebbene oggi gran parte della sua vasta produzione operistica e orchestrale (che comprende 29 opere, una sinfonia e svariate cantate) sia raramente eseguita, The Bohemian Girl rimane l’emblema duraturo del suo genio melodico.

L’ouverture di The Bohemian Girl
Questo brano è un affascinante e ben strutturato biglietto da visita per una delle opere più amate del XIX secolo. Balfe, maestro nel fondere la cantabilità del belcanto italiano, la fastosità del grand opéra francese e la freschezza della tradizione melodica britannica, costruisce in questa pagina orchestrale un vero e proprio mosaico tematico che anticipa i climi emotivi dell’opera.

L’ouverture si apre con un’introduzione lenta e meditativa, caratterizzata da una tinta orchestrale scura ma nobile. I corni e i leggeri interventi dei fiati dominano l’avvio, creando un’atmosfera quasi notturna e silvestre. Questo espediente timbrico non è casuale: evoca immediatamente l’ambientazione boschiva e il mondo misterioso dei gitani attorno a cui ruota la trama dell’opera. Le dinamiche fluttuano dolcemente tra piano e mezzoforte, con frasi sospese che creano un senso di attesa e introspezione. Non c’è ancora la spinta teatrale esplicita, ma piuttosto un respiro lirico profondo che cattura subito l’attenzione dell’ascoltatore.
Con un brusco e teatrale cambio di tempo, l’orchestra scatta in un Allegro vivace e brillante. L’atmosfera cambia radicalmente: subentrano ritmi puntati, accenti marcati e squilli di ottoni che conferiscono al brano un carattere militaresco e festoso al tempo stesso. Qui Balfe mostra la sua abilità nel gestire la grande orchestra sinfonica con la verve tipica dell’opera comica e del melodramma brillante. Si susseguono sezioni in cui i leggeri motivi dei flauti e dei clarinetti si contrappongono ai robusti interventi dei bassi e degli archi. L’orchestrazione è trasparente ma energica, pensata per far risaltare la cantabilità anche nei momenti di maggiore movimento ritmico. È una sezione che anticipa i momenti più dinamici, corali e drammatici della partitura.
Il momento più alto e riconoscibile dell’intera ouverture giunge circa a metà brano, quando la tempesta ritmica si placa per lasciare spazio a un’oasi di pura poesia. L’orchestra rallenta e introduce una dolce melodia, inizialmente esposta con delicatezza dai legni sostenuti da un accompagnamento armonico fluido e cullante degli archi. Il compositore dimostra qui il suo straordinario talento melodico: la frase musicale è costruita su ampi archi cantabili, tipici del romanticismo britannico e influenzati dal lirismo italiano. Questa sezione funge da gancio emotivo potentissimo, offrendo all’ascoltatore un sapore di nostalgia e sogno prima del ritorno alla grandiosità sinfonica.
La parte conclusiva dell’ouverture riprende i temi briosi ascoltati nell’Allegro centrale, conducendoli verso un epilogo pirotecnico. Il tempo si fa via via più stringente e l’intera compagine orchestrale viene mobilitata in un imponente crescendo. I fiati e gli ottoni raddoppiano le linee melodiche, mentre i rulli di timpani aumentano la tensione teatrale. Il brano si chiude con una serie di cadenze orchestrali definitive e accordi potenti che risolvono la tensione accumulata. È il classico finale d’effetto pensato per strappare l’applauso del pubblico in sala prima ancora che si alzi il sipario, confermando la perfetta padronanza di Balfe nella scrittura per il teatro musicale.

Biancaneve circassa

Jacques Offenbach (20 giugno 1819 - 1880): Le Papillon, balletto in 2 atti e 4 scene (1860). London Symphony Orchestra, dir. Richard Bonynge.

  1. Preludio – Atto I, scena 1a: inizio
  2. Atto I, scena 1a: fine [9:23]
  3. Atto I, scena 2a: inizio [16:53]
  4. Atto I, scena 2a: Valse des rayons [18:36]
  5. Atto I, scena 2a: fine [23:10]
  6. Atto II, scena 1a: inizio [30:30]
  7. Atto II, scena 1a: continuazione [32:26]
  8. Atto II, scena 1a: fine [39:42]
  9. Atto II, scena 2a: Pas de deux [41:52]
  10. Apoteosi [53:06]

Composto sopra un soggetto di Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges e Maria Taglioni, il balletto andò in scena per la prima volta all’Opéra di Parigi, Salle Le Peletier, il 26 novembre 1860, con la coreografia di M. Taglioni; fra gli interpreti, Emma Livry (Farfalla), Louis Mérante (Djalma), Louise Marquet (Hamza) e Berthier (Patimate).

Trama. ATTO I: l’azione si svolge in Circassia. La fata Hamza, ormai anziana, cerca invano di sedurre il principe Djalma, il cui bacio le restituirebbe magicamente bellezza e giovinezza. La giovane Farfalla, alla quale il principe dedica le proprie attenzioni, si burla della fata, suscitandone l’ira: Hamza infatti la trasforma nell’insetto da cui trae il nome. Catturata dalle dame di corte, Farfalla viene riconosciuta da Djalma, che le dà la libertà. Ma Hamza è vigile e riduce nuovamente Farfalla in prigionia; a questo punto Patimate, servo della fata, rivela che Farfalla è figlia dell’emiro e tempo prima era stata rapita da Hamza.
ATTO II: la rivelazione di Patimate costringe Hamza a restituire Farfalla al padre, il quale promette la fanciulla in sposa al principe. Nel momento in cui i due giovani stanno per baciarsi, la fata malvagia riesce a intrufolarsi fra loro: davvero il bacio le ridona giovinezza e bellezza. Ma il principe continua a respingerla, sicché Hamza, indispettita, induce in lui un magico sonno e ritrasforma Farfalla in insetto, mentre il palazzo dell’emiro diventa un giardino incantato. Nella casa di Hamza, Farfalla viene attratta dalla luce delle torce: volando troppo vicino alla fiamma si brucia le ali e precipita nel vuoto, ma viene salvata dal principe, che prendendola fra le braccia spezza il sortilegio: Farfalla, riprese sembianze umane, potrà sposare Djalma mentre Hamza, per punizione, viene trasformata in una statua.

Le Papillon

Balletto egiziano

Alexandre Luigini (1850 - 1906): Ballet égyptien op. 12 (1875). London Symphony Orchestra, dir. Richard Bonynge.

Rappresentato per la prima volta al Grand Théâtre di Lione il 13 gennaio 1875, il balletto di Luigini acquisì una certa notorietà undici anni più tardi, nel 1886, quando fu eseguito nel corso di una rappresentazione lionese dell’Aida, come introduzione al II atto.

In marble halls

Michael William Balfe (1808 - 20 ottobre 1870): «I dreamt that I dwelt in marble halls», aria di Arline (soprano) dall’o­pera The Bohemian Girl (1843), atto II, scena 1a. Dame Joan Sutherland, soprano; London Symphony Orchestra, dir. Richard Bonynge (registrazione del 1962).

I dreamt that I dwelt in marble halls,
With vassals and serfs at my side,
And of all who assembled within those walls,
That I was the hope and the pride.
I had riches too great to count, could boast
Of a high ancestral name;
But I also dreamt, which pleas’d me most,
That you lov’d me still the same.

I dreamt that suitors sought my hand,
That knights upon bended knee,
And with vows no maiden heart could withstand,
They pledg’d their faith to me.
And I dreamt that one of that noble host
Came forth my hand to claim;
But I also dreamt, which charm’d me most,
That you lov’d me still the same.


La rivisitazione di Enya.
 

Balfe, Marble halls

Nel cor più non mi sento

Giovanni Paisiello (1740 - 1816): «Nel cor più non mi sento», duetto, dal II atto dell’opera L’amor contrastato, ossia La molinarella (libretto di Giuseppe Palomba, 1788; ripresa nel 1790 con il titolo La molinara). Renata Tebaldi, soprano (esegue soltanto la 1a strofe); New Philharmonia Orchestra, dir. Richard Bonynge.

Nel cor più non mi sento
brillar la gioventù.
Cagion del mio tormento,
Amor, sei colpa tu.
Mi pizzichi, mi stuzzichi,
mi pungichi, mi mastichi;
Che cosa è questa, ohimè?
Pietà, pietà, pietà!
Amore è un certo che,
che disperar mi fa!


Bonifazio Asioli (30 agosto 1769 - 1832): Sonata in sol maggiore per pianoforte op. 8 n. 1. Vladimir Plešakov.

  1. Presto
  2. Adagio [6:22]
  3. Tema («Nel cor più non mi sento» di Paisiello), 10 variazioni e Epilogo [11:18]


Ludwig van Beethoven (1770 - 1827): 6 Variazioni per pianoforte su «Nel cor più non mi sento» WoO 70 (1795). Wilhelm Kempff.
Sulla genesi di questa composizione si racconta il seguente aneddoto. Una sera Beethoven si trovava a teatro per assistere a una rappresentazione della Molinara; quando fu eseguito il noto duetto «Nel cor più non mi sento», una dama gli disse: «Avevo alcune variazioni su questo tema, ma le ho perdute». Durante la notte Beethoven compose sei variazioni sul tema di Paisiello e il mattino successivo le inviò alla signora con questa intitolazione: Variazioni ecc. perdute per la — ritrovate per Luigi van Beethoven. Sie sind so leicht, daß die Dame sie wohl a vista sollte spielen können (sono così facili che la signora dovrebbe essere in grado di eseguirle a prima vista).


Niccolò Paganini (1782 - 1840): Introduzione e variazioni sul tema «Nel cor più non mi sento» per violino solo (1821). Leonid Kogan.


Giovanni Bottesini (1821 - 1889): Variazioni su «Nel cor più non mi sento» per contrabbasso e pianoforte op. 23. Gabriele Ragghianti, contrabbasso; Pier Narciso Masi, pianoforte.

L’ultima speme

Fabio Campana (14 gennaio 1819 - 1882): L’ultima speme, romanza per voce e pianoforte su testo di Pietro Welponer. Dame Joan Sutherland, soprano; Richard Bonynge, pianoforte.

Da una vergine adorato
che più bella Iddio creò,
fui felice, fui beato
quanto in cielo esser si può.

Ah!, ma quel tempo è trapassato
come lampo che brillò,
come stella in ciel nebbiato
che rifulse e s’oscurò.

Come rapido baleno
quella vergine mancò:
Dio la volle, e dal mio seno
al suo seno ella volò.

Ah!, che mi resta?, in terra, solo,
speme alcuna io più non ho.
Verso il Ciel scioglierò il volo
e nel Ciel la rivedrò.