Richard Strauss (11 giugno 1864 - 1949): Zueignung (Dedizione), Lied op. 10 n. 1 (1885, orchestrato nel 1940) su testo di Hermann von Gilm (1812 - 1864). Doppia dame Kiri Te Kanawa: con sir Georg Solti al pianoforte, e con la London Symphony Orchestra diretta da sir Andrew Davis.
Ja, du weißt es, teure Seele,
Daß ich fern von dir mich quäle,
Liebe macht die Herzen krank,
Habe Dank.
Einst hielt ich, der Freiheit Zecher,
Hoch den Amethysten-Becher,
Und du segnetest den Trank,
Habe Dank.
Und beschworst darin die Bösen,
Bis ich, was ich nie gewesen,
Heilig, heilig an’s Herz dir sank,
Habe Dank.
Sì, tu sai, anima cara,
che lontano da te sto in pena,
l’amore fa ammalare i cuori.
Ti rendo grazie!
Una volta io, ebbro di libertà,
levai alto il calice d’ametista,
e tu benedicesti la bevanda.
Ti rendo grazie!
E tenesti lontani i malvagi
finché io, come mai avevo fatto,
santo, santo, al tuo cuore mi sono votato.
Ti rendo grazie!
Ecco un musicista che, ormai anziano, riprende in mano una composizione di oltre mezzo secolo prima, un’opera che gli aveva procurato fama e successo, per rielaborarla e trasformarla in qualcosa di uguale e allo stesso tempo di diverso, un altro capolavoro, unico, proprio come unico era il primo. Questo è un uomo di genio.
L’approfondimento di Pierfrancesco Di Vanni
L’estasi della voce: Richard Strauss e il segreto di Zueignung
Se Richard Strauss è universalmente noto come il titano del poema sinfonico e il rivoluzionario dell’opera del Novecento con Salome ed Elektra, esiste un lato della sua produzione che pulsa di una luce più intima, calda e quasi diaristica: il Lied. Per lui, questo genere non era un esercizio marginale, ma un filo rosso che ha attraversato tutta la sua vita, dalla prima giovinezza fino al testamento spirituale dei Vier letzte Lieder. Al centro di questa produzione c’è un’ossessione d’amore: la voce di soprano, incarnata dalla moglie Pauline de Ahna, musa bisbetica e amatissima che ha plasmato il suo modo di scrivere per la voce umana. Tra le oltre duecento composizioni per voce e pianoforte, una brilla di una luce particolare: Zueignung. È il portale d’accesso al mondo straussiano, un inno che fonde l’ardore romantico con quella nobile eleganza che diventerà il marchio di fabbrica del compositore bavarese.
Il contesto: l’op. 10 e il risveglio di un genio
Nel 1885, Richard Strauss ha solo 21 anni. È un giovane direttore d’orchestra emergente, ancora sotto l’influenza del classicismo, protetto dal padre Franz (celebre cornista), ma già pronto a farsi travolgere dal “futurismo” di Wagner e Liszt. In quell’anno pubblica l’op. 10, una raccolta di otto Lieder su testi del poeta tirolese Hermann von Gilm. Nonostante la giovane età, il compositore già dimostra una maturità psicologica sbalorditiva. Non si limita a musicare delle parole, ma crea un’atmosfera sonora in cui il pianoforte non è un semplice accompagnatore, ma un partner psicologico che anticipa e commenta ogni emozione del testo.
Analisi di Zueignung Zueignung (Dedizione) è, nel profondo, un canto di gratitudine. Il testo di Gilm descrive un amore che ha attraversato il dolore, la coppa amara della vita e la liberazione spirituale, trovando la pace nella dedizione verso l’amato.
La prima strofa si apre con un accompagnamento in terzine di accordi ribattuti al pianoforte: è un battito cardiaco costante, un respiro profondo. Quando la voce entra con la frase «Ja, du weißt es, teure Seele», lo fa con una semplicità quasi colloquiale. Tuttavia, il tema è il dolore: il poeta ricorda come l’amore lo abbia fatto soffrire. Eppure, ogni strofa si chiude con il celebre ritornello: «Habe Dank».
Nella seconda strofa, l’atmosfera si fa più scura. Gilm parla di libertà perduta e del veleno della passione. Qui la scrittura di Strauss si fa più densa, i cromatismi aumentano, riflettendo la confusione interiore dell’amante. Ancora una volta, la tensione si scioglie però nel ringraziamento, un porto sicuro che riporta la calma.
È nella terza strofa che Strauss compie il miracolo, con la musica che inizia a salire e il ritmo che si fa più incalzante. Quando la voce intona «Heilig, heilig an’s Herz dir sank», Strauss spinge la cantante verso il registro acuto con una forza travolgente. Non è più un ringraziamento sussurrato: è un grido di estasi. L’ultimo «Habe Dank» è una delle vette più emozionanti della letteratura vocale: la melodia sale verso un climax luminoso, sostenuta da un pianoforte che ormai suona con lo spessore di un’intera orchestra.
Sebbene sia nato per pianoforte, Strauss orchestrò il brano molto più tardi, nel 1940, per il soprano Viorica Ursuleac. In questa versione, la magia del brano cambia pelle: gli archi fluttuanti e l’uso sapiente dei fiati trasformano il brano in una scena operistica in miniatura. Tuttavia, è nella versione originale per pianoforte che si coglie la purezza del gesto giovanile, quella vulnerabilità che rende la “dedizione” così universale.
Il successo del pezzo risiede nel suo equilibrio perfetto tra sentimento ed estetica. In un’epoca (la fine dell’Ottocento) in cui il Lied rischiava di diventare o troppo sentimentale o troppo complesso, Strauss trova una terza via: la nobiltà del canto. Eseguire questo brano richiede non solo una voce solida, ma una capacità di gestire il “fiato straussiano” – quelle lunghe frasi legate che sembrano non finire mai. Per gli ascoltatori, è un’esperienza quasi catartica: ci ricorda che la gratitudine è l’atto finale dell’amore vero.
I Lieder di Strauss sono giardini segreti pieni di fiori rari, ma Zueignung ne è senza dubbio il cancello d’oro. In pochi minuti, il compositore condensa l’intero arco dell’esperienza umana: la sofferenza, la ricerca e infine la pace profonda di chi può guardare l’altro negli occhi e dire, semplicemente, “grazie”. Ancora oggi, quando un soprano intona le ultime note di questo capolavoro, il tempo sembra fermarsi, lasciandoci sospesi in quel mondo di bellezza “sacra” che solo il genio di Monaco ha saputo dipingere così nitidamente.
James Horner (1953 - 22 giugno 2015): Titanic Suite, tratta dalla colonna sonora del film Titanic (1997) diretto da James Cameron. Coro del King’s College di Cambridge e London Symphony Orchestra diretti dall’autore.
L’approfondimento di Pierfrancesco Di Vanni
James Horner: dai Celti a Pandora, l’eredità sonora di un genio di Hollywood
Horner viene ricordato come un acclamato compositore americano di colonne sonore, con un impressionante portfolio di oltre 160 produzioni cinematografiche e televisive realizzate tra il 1978 e il 2015. La sua cifra stilistica distintiva risiedeva nella capacità di integrare elementi corali ed elettronici con orchestrazioni tradizionali, spesso arricchite da motivi ispirati dalla musica cosiddetta “celtica”. Questa fusione ha contribuito a creare atmosfere uniche e memorabili per il grande schermo.
Origini e formazione musicale
Nato a Los Angeles da genitori immigrati ebrei, James Horner era figlio di Harry Horner, un noto scenografo e direttore artistico di origine ceco-austriaca. Iniziò a suonare il pianoforte a cinque anni, dedicandosi poi anche al violino. Trascorse parte della sua giovinezza a Londra, studiando al Royal College of Music con György Ligeti. Rientrato negli Stati Uniti, frequentò la Verde Valley School in Arizona, per poi conseguire una laurea in musica alla University of Southern California e una laurea magistrale all’UCLA, dove studiò con Paul Chihara. Dopo alcune esperienze con l’American Film Institute e un breve periodo di insegnamento di teoria musicale all’UCLA, si dedicò interamente alla composizione per il cinema.
L’ascesa a Hollywood
I primi passi di Horner nel mondo del cinema furono segnati da collaborazioni con il regista e produttore di B-movie Roger Corman, componendo per film come The Lady in Red (1979), Humanoids from the Deep (1980) e I magnifici sette nello spazio (1980). La sua svolta avvenne nel 1982 con la colonna sonora di Star Trek II: L’ira di Khan, che lo consacrò come compositore di primo piano a Hollywood. Negli anni ’80 consolidò la sua fama con partiture per 48 ore (1982), Krull (1983), Cocoon, l’energia dell’universo (1985, prima di molte collaborazioni con Ron Howard), e ottenne la sua prima nomination all’Oscar per Aliens (1986) e per la canzone Somewhere Out There da Fievel sbarca in America.
Anni ’90: versatilità e apice creativo
Durante gli anni ’80, ’90 e 2000, Horner dimostrò una notevole versatilità, componendo musiche per film per famiglie (spesso prodotti dalla Amblin Entertainment di Spielberg) come Alla ricerca della valle incantata, Le avventure di Rocketeer, Casper e Jumanji. Il 1995 fu un anno particolarmente prolifico, con le acclamate colonne sonore per Braveheart e Apollo 13, entrambe nominate all’Oscar. Nel 1990, compose anche la nuova fanfara per gli Universal Pictures. Il culmine arrivò nel 1997 con Titanic, nonostante un precedente voto di non lavorare più con Cameron a causa dello stress vissuto durante Aliens.
Il nuovo millennio e le ultime opere
Dopo Titanic, Horner continuò a firmare colonne sonore per grandi produzioni come La tempesta perfetta, A Beautiful Mind (altra nomination all’Oscar), La maschera di Zorro e La casa di sabbia e nebbia (nomination all’Oscar). Si dedicò anche a progetti minori e compose il tema per il CBS Evening News (2006-11). La collaborazione con Cameron si rinnovò per Avatar (2009), un lavoro mastodontico che lo impegnò per oltre due anni e gli valse la decima nomination all’Oscar. Tra i suoi ultimi lavori figurano The Karate Kid (2010), The Amazing Spider-Man (2012) e, dopo una pausa di tre anni, Wolf Totem (2015), la sua quarta collaborazione con Jean-Jacques Annaud.
Opere orchestrali e la controversia del “borrowing”
Oltre al cinema, Horner compose opere orchestrali come il doppio concerto Pas de Deux (2014) e il concerto per quattro corni Collage (2015). Tuttavia, la sua carriera fu anche segnata da critiche per il presunto “borrowing” musicale, ovvero il riutilizzo di passaggi da sue composizioni precedenti o l’incorporazione di temi di compositori classici (Prokof’ev, Schumann, Šostakovič, Copland, Wagner, Orff, Chačaturjan) e contemporanei (Nino Rota, Raymond Scott). In un caso, per Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi (1989), l’uso non accreditato di un brano di Raymond Scott portò a un accordo extragiudiziale con Disney. Alcuni critici notarono anche somiglianze tra il tema principale di Braveheart e una melodia dell’anime giapponese 3×3 Eyes.
Vita personale, passione per il volo e tragica scomparsa
Horner era un appassionato pilota e possedeva diversi piccoli aerei. Sua moglie Sara ha rivelato che lui stesso si descriveva come affetto dalla sindrome di Asperger. Il 22 giugno 2015, all’età di 61 anni, James Horner perse tragicamente la vita in un incidente aereo mentre pilotava il suo Short Tucano nella Los Padres National Forest, in California. L’inchiesta del NTSB attribuì l’incidente all’incapacità del pilota di mantenere la distanza dal terreno durante manovre a bassa quota, citando come fattori contribuenti l’uso di farmaci da prescrizione.
Eredità postuma e tributi
Le colonne sonore per i suoi ultimi tre film, Southpaw, l’ultima sfida (2015, composta gratuitamente per amore del film), The 33 (2015) e I magnifici 7 (2016, scritta a sorpresa e scoperta postuma), furono completate e pubblicate postume. La sua scomparsa suscitò un’ondata di commozione nel mondo del cinema e della musica. Colleghi come Hans Zimmer, John Williams e registi come Ron Howard e James Cameron espressero il loro cordoglio. Céline Dion, la cui carriera fu profondamente segnata da My Heart Will Go On, lo ricordò con affetto. Molti film successivi, inclusi quelli per cui aveva composto le ultime musiche e Avatar, la via dell’acqua furono dedicati alla sua memoria.
Titanic Suite: analisi
La Titanic Suite è un magnifico compendio della colonna sonora del film omonimo, un’opera che racchiude in sé la grandezza, il romanticismo, la tragedia e la speranza narrate nella pellicola di James Cameron.
La musica inizia in modo quasi impercettibile con un tappeto sonoro elettronico basso e profondo, tipico di Horner, a cui si sovrappone un coro sintetizzato etereo e celestiale. Questo crea un’atmosfera di mistero, vastità e forse un presagio malinconico. L’ingresso degli archi acuti (violini) introduce una melodia lenta, struggente e riflessiva che riconosciamo come il “Tema di Rose” (o una sua variazione). L’arrangiamento è scarno, evocando ricordi lontani e la vastità dell’oceano. Il mood è introspettivo, toccante, quasi un sospiro musicale che prepara il terreno per la narrazione.
Successivamente, la musica cambia radicalmente: le uilleann pipes (cornamuse irlandesi), altro marchio di fabbrica di Horner, introducono con vigore il tema principale del film, noto come “Southampton”. Questo tema, dal forte sapore celtico, è gioioso, avventuroso e pieno di speranza. Si unisce il tin whistle (flauto a fischietto), che dialoga con le cornamuse, mentre una leggera percussione (che ricorda il bodhrán, un tipo di tamburo irlandese) scandisce un ritmo vivace ma non invadente. Gli archi forniscono un accompagnamento caldo e fluente, mentre il coro sintetizzato rimane sottotraccia, aggiungendo profondità. La dinamica cresce gradualmente, simboleggiando l’entusiasmo e la maestosità della partenza del “sogno” chiamato Titanic.
Il tema principale viene ripreso da una celestiale e struggente vocalizzazione femminile (nel film originale è di Sissel Kyrkjebø, qui probabilmente sintetizzata o campionata per la suite), che si libra alta sopra l’orchestra. Gli archi si fanno più ampi e lussureggianti, mentre gli ottoni aggiungono un tocco di solennità. Gli strumenti celtici, pur presenti, lasciano spazio alla grandezza orchestrale. Questa sezione evoca la bellezza, il romanticismo e l’immensità dell’oceano, con un’aura quasi spirituale. La dinamica raggiunge un picco emotivo per poi ritrarsi leggermente, creando un senso di meraviglia.
Il tema di “Southampton” ritorna con forza, questa volta affidato principalmente alla piena sezione degli archi, con un contrappunto più ricco e un maggiore coinvolgimento degli ottoni che ne sottolineano la maestosità. L’atmosfera è di trionfo e fiducia, la nave procede maestosa nel suo viaggio inaugurale. La dinamica è forte e imponente.
Dopo la fanfara orchestrale, la musica si ritira in un’atmosfera di intimità. Un delicato assolo di pianoforte introduce una versione tenera e introspettiva del “Tema di Rose”, già accennato nell’introduzione. Gli archi forniscono un accompagnamento discreto e caldo. Questa sezione è carica di romanticismo, dolcezza e una sottile vena di malinconia, riflettendo i momenti più personali e sentimentali della storia. La dinamica è prevalentemente piano, sottolineando la delicatezza del momento.
Gli archi sostengono note lunghe, creando un senso di attesa e sospensione. Ritornano i droni sintetizzati bassi, aggiungendo un elemento di sottile inquietudine. La melodia è quasi assente, lasciando spazio a un’atmosfera armonica che suggerisce un cambiamento imminente, un presagio oscuro che si insinua nella serenità precedente.
La tensione cresce rapidamente. Accordi dissonanti e potenti degli ottoni, percussioni martellanti (timpani, rullante) e ostinati urgenti degli archi creano un clima di caos e panico imminente. Frammenti tematici precedenti potrebbero essere percepiti, ma sono sovrastati dalla drammaticità della scrittura orchestrale. Questa è la rappresentazione sonora del disastro che si avvicina. La dinamica sale vertiginosamente fino a un fortissimo, esprimendo terrore e urgenza.
Un colpo orchestrale massiccio segna il culmine della tragedia, seguito da un rapido diminuendo che porta quasi al silenzio. Rimangono solo suoni sintetizzati inquietanti e tremoli degli archi gravi, evocando lo shock, la devastazione e l’agghiacciante silenzio che segue il disastro. La dinamica crolla da fortissimo a un pianissimo spettrale.
Dal silenzio emerge nuovamente il suono del tin whistle, che intona la melodia iconica di My Heart Will Go On. Archi delicati e tappeti sonori sintetici creano una base armonica soffusa. La vocalizzazione femminile si unisce al flauto, riprendendo il tema con un’espressione di profonda tristezza, ma anche di amore duraturo e speranza. Il mood è intensamente toccante, un lamento che porta con sé il ricordo e la forza dei sentimenti. La dinamica è inizialmente contenuta, per poi crescere gradualmente in intensità emotiva.
Il “Tema di Rose” (Never an Absolution) ritorna, prima con gli archi, poi ripreso dai legni (probabilmente oboe o clarinetto), evocando un senso di ricordo e riflessione. L’orchestra si espande progressivamente, portando il tema a una piena espressione emotiva, grandiosa ma al contempo struggente. Il coro sintetizzato etereo, che aveva aperto la suite, ritorna, chiudendo il cerchio narrativo e sonoro. La musica raggiunge un ultimo culmine di intensità emotiva, per poi gradualmente dissolversi in un lungo e lento fade out, lasciando l’ascoltatore in uno stato di commossa contemplazione. La suite termina nel silenzio, lasciando risuonare l’eco delle emozioni vissute.
Horner dimostra in questa suite la sua maestria nell’utilizzare temi ricorrenti (leitmotiv) per caratterizzare personaggi ed emozioni. L’uso distintivo di strumenti “celtici” conferisce un’identità sonora unica alla colonna sonora, legandola alle radici irlandesi della storia e dei personaggi. Fondamentale è anche l’impiego di cori sintetizzati e vocalizzazioni eteree, che aggiungono una dimensione quasi soprannaturale e spirituale alla musica, amplificandone l’impatto emotivo.
La struttura della suite segue un chiaro arco narrativo ed emotivo:
– Introduzione/Nostalgia: un’apertura eterea e malinconica;
– Partenza/Speranza: l’introduzione del tema celtico, gioioso e avventuroso;
– Grandezza/Romanticismo: l’espansione orchestrale e vocale del tema principale e l’intimità del tema di Rose;
– Presagio/Dramma: la costruzione della tensione e l’esplosione orchestrale che simboleggia il disastro;
– Dolore/Speranza: l’introduzione del tema di My Heart Will Go On, un lamento carico di amore;
– Riflessione/Trascendenza: la ripresa del “Tema di Rose” e la conclusione eterea che chiude il cerchio.
La dinamica gioca un ruolo cruciale, passando da pianissimi sussurrati a fortissimi travolgenti, rispecchiando la vasta gamma di emozioni della storia.
Nel complesso, la Titanic Suite è un capolavoro di musica cinematografica che condensa efficacemente l’essenza emotiva e narrativa del film. Horner, con la sua abilità nel creare melodie memorabili, orchestrazioni evocative e un uso sapiente di elementi etnici ed elettronici, ha creato un’opera che trascende il film stesso, diventando un’esperienza d’ascolto potente e commovente, capace di evocare immagini e sentimenti profondi anche a distanza di anni. La suite è un testamento della sua capacità di toccare il cuore dell’ascoltatore, trasportandolo in un viaggio sonoro indimenticabile.
Maurice Ravel (7 marzo 1875 - 1937): Alborada del gracioso, n. 4 dei Miroirs per pianoforte (1906). Svjatoslav Richter.
L’alborada (ne abbiamo già incontrata una nel Capriccio di Rimskij-Korsakov) è una serenata che si fa alla mattina; corrisponde all’aubade francese e alla mattinata italiana, e ha forse origini medievali (l’alba dei trovatori provenzali).
Il gracioso è un personaggio comico del teatro spagnolo del Siglo de oro.
«Con Alborada del gracioso Ravel abborda un genere pittoresco d’altra specie rispetto agli episodi precedenti di Miroirs. La discorsività musicale è guidata dalla nervosa cadenza di un ritmo spagnolo; lo sviluppo della composizione è definito da una forma ben precisa, con scene di danza che si alternano al canto, a somiglianza della maggior parte dei pezzi che formano l’Iberia di Albéniz. In questa pagina, però, la valenza timbrica raveliana non ha nulla del languore sensuale o dell’evocazione nostalgica, tipici del musicista catalano, privilegiando per contro una asciuttezza di tocco, tra lo staccato e il martellato, che restituisce a meraviglia l’effetto delle strappate alle corde metalliche della chitarra, il crepitio ostinato delle nacchere, il battito cadenzato dei piedi dei ballerini. E anche l’amarezza malinconica della sezione centrale […] appare marcatamente stilizzata, prosciugata e ridotta ai suoi tratti essenziali, come un disegno a punta secca» (Alfred Cortot).
Lo stesso brano nella versione sinfonica completata da Ravel nel 1918. London Symphony Orchestra, dir. Claudio Abbado.
Un altro saggio magistrale di orchestrazione, arte in cui Ravel è impareggiabile.
Jacques Offenbach (20 giugno 1819 - 1880): Le Papillon, balletto in 2 atti e 4 scene (1860). London Symphony Orchestra, dir. Richard Bonynge.
Preludio – Atto I, scena 1a: inizio
Atto I, scena 1a: fine [9:23]
Atto I, scena 2a: inizio [16:53]
Atto I, scena 2a: Valse des rayons [18:36]
Atto I, scena 2a: fine [23:10]
Atto II, scena 1a: inizio [30:30]
Atto II, scena 1a: continuazione [32:26]
Atto II, scena 1a: fine [39:42]
Atto II, scena 2a: Pas de deux [41:52]
Apoteosi [53:06]
Composto sopra un soggetto di Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges e Maria Taglioni, il balletto andò in scena per la prima volta all’Opéra di Parigi, Salle Le Peletier, il 26 novembre 1860, con la coreografia di M. Taglioni; fra gli interpreti, Emma Livry (Farfalla), Louis Mérante (Djalma), Louise Marquet (Hamza) e Berthier (Patimate).
Trama. ATTO I: l’azione si svolge in Circassia. La fata Hamza, ormai anziana, cerca invano di sedurre il principe Djalma, il cui bacio le restituirebbe magicamente bellezza e giovinezza. La giovane Farfalla, alla quale il principe dedica le proprie attenzioni, si burla della fata, suscitandone l’ira: Hamza infatti la trasforma nell’insetto da cui trae il nome. Catturata dalle dame di corte, Farfalla viene riconosciuta da Djalma, che le dà la libertà. Ma Hamza è vigile e riduce nuovamente Farfalla in prigionia; a questo punto Patimate, servo della fata, rivela che Farfalla è figlia dell’emiro e tempo prima era stata rapita da Hamza.
ATTO II: la rivelazione di Patimate costringe Hamza a restituire Farfalla al padre, il quale promette la fanciulla in sposa al principe. Nel momento in cui i due giovani stanno per baciarsi, la fata malvagia riesce a intrufolarsi fra loro: davvero il bacio le ridona giovinezza e bellezza. Ma il principe continua a respingerla, sicché Hamza, indispettita, induce in lui un magico sonno e ritrasforma Farfalla in insetto, mentre il palazzo dell’emiro diventa un giardino incantato. Nella casa di Hamza, Farfalla viene attratta dalla luce delle torce: volando troppo vicino alla fiamma si brucia le ali e precipita nel vuoto, ma viene salvata dal principe, che prendendola fra le braccia spezza il sortilegio: Farfalla, riprese sembianze umane, potrà sposare Djalma mentre Hamza, per punizione, viene trasformata in una statua.
Dame Elizabeth Violet Maconchy Le Fanu (1907 - 11 novembre 1994): Sinfonia per doppia orchestra d’archi (1953). London Symphony Orchestra, dir. Vernon Handley.
Allegro molto
Lento [4:50]
Allegro scherzando [11:40]
Passacaglia: Lento sostenuto – Allegro – Lento [15:10]
Erich Wolfgang Korngold (29 maggio 1897 - 1957): Concerto in re maggiore per violino e orchestra op. 35 (1945). Gil Shaham, violino; London Symphony Orchestra, dir. André Previn.
Arthur Benjamin (1893 - 10 aprile 1960): Storm Clouds Cantata per soprano, coro e orchestra su testo di Dominic Bevan Wyndham Lewis (1934); versione rimaneggiata da Bernard Herrmann (1956). Barbara Howitt, soprano; Covent Garden Opera Chorus e London Symphony Orchestra, dir. B. Herrmann.
La cantata fu composta appositamente per la celeberrima «scena dello sparo», che si svolge nella Royal Albert Hall di Londra, nel film L’uomo che sapeva troppo (The Man Who Knew Too Much, 1934) di Alfred Hitchcock; per il rifacimento del 1956 fu ancora utilizzata la musica di Benjamin, ma apportando alcune modifiche al testo e, curate da Herrmann, alla partitura.
Testo
(versione del 1956)
Soprano:
There came a whispered terror on the breeze.
And the dark forest shook.
Coro:
And on the trembling trees came nameless fear.
And panic overtook each flying creature of the wild.
Soprano:
All save the child.
Around whose head screaming,
The night-birds wheeled and shot away.
Coro:
Finding release from that which drove them onward like their prey.
Finding release the storm-clouds broke.
And drowned the dying moon.
The storm-clouds broke.
Finding release!
Sofija Asgatovna Gubajdulina (24 ottobre 1931): In tempus praesens, concerto per violino e orchestra (2007). Anne-Sophie Mutter, violino; London Symphony Orchestra, dir. Valerij Gergiev.
Pyotr Ilyich Tchaikovsky (1840 - 1893): Romeo and Juliet, overture-fantasy in B minor for orchestra, after Shakespeare’s tragedy, 1st version (1869). London Symphony Orchestra; Geoffrey Simon, conductor.
Tchaikovsky: Romeo and Juliet, definitive version (1880). London Symphony Orchestra; Valerij Gergiev, conductor.
This piece has no opus number: the reason is that Tchaikovsky honestly did not want to claim full authorship, since main themes and some elements of the structure were suggested to him by Mily Balakirev.
Frederick Delius (29 gennaio 1862 - 1934): Walk to the Paradise Garden, interludio sinfonico per l’opera A Village Romeo and Juliet (1907). London Symphony Orchestra, dir. sir John Barbirolli.
Hector Berlioz (1803 - 1869): «Une puce gentille», dalla légende dramatique La damnation de Faust (1846, da Goethe), parte 2ª, scena 6ª. Gabriel Bacquier, baritono; London Symphony Orchestra, dir. Georges Prêtre.
Une puce gentille
chez un prince logeait.
Comme sa propre fille,
le brave homme l’aimait,
et, l’histoire assure,
à son tailleur un jour
lui fit prendre mesure
pour un habit de cour.
L’insecte, plein de joie
dès qu’il se vit paré
d’or, de velours, de soie,
et de crois décoré.
Fit venir de province
ses frères et ses sœurs
qui, par ordre du prince,
devinrent grands seigneurs.
Mais ce qui fut bien pire,
c’est que les gens de cour,
sans en oser rien dire,
se grattaient tout le jour.
Cruelle politique!
Ah! plaignons leur destin,
et, dès qu’une nous pique,
écrasons-la soudain!
Walter Braunfels (1882 - 1954): Phantastische Erscheinungen eines Themas von Berlioz op. 25 (1914-17). ORF Radio-Symphonieorchester Wien, dir. Dennis Russell Davies.
Alexandre Luigini (1850 - 1906): Ballet égyptien op. 12 (1875). London Symphony Orchestra, dir. Richard Bonynge.
Rappresentato per la prima volta al Grand Théâtre di Lione il 13 gennaio 1875, il balletto di Luigini acquisì una certa notorietà undici anni più tardi, nel 1886, quando fu eseguito nel corso di una rappresentazione lionese dell’Aida, come introduzione al II atto.
Dame Elizabeth Violet Maconchy Le Fanu (1907 - 11 novembre 1994): Serenata concertante per violino e orchestra (1962). Manoug Parikian, violino; London Symphony Orchestra, dir. Vernon Handley.
Michael William Balfe (1808 - 20 ottobre 1870): «I dreamt that I dwelt in marble halls», aria di Arline (soprano) dall’opera The Bohemian Girl (1843), atto II, scena 1a. Dame Joan Sutherland, soprano; London Symphony Orchestra, dir. Richard Bonynge (registrazione del 1962).
I dreamt that I dwelt in marble halls,
With vassals and serfs at my side,
And of all who assembled within those walls,
That I was the hope and the pride.
I had riches too great to count, could boast
Of a high ancestral name;
But I also dreamt, which pleas’d me most,
That you lov’d me still the same.
I dreamt that suitors sought my hand,
That knights upon bended knee,
And with vows no maiden heart could withstand,
They pledg’d their faith to me.
And I dreamt that one of that noble host
Came forth my hand to claim;
But I also dreamt, which charm’d me most,
That you lov’d me still the same.
Aram Il’ič Chačaturjan (1903 - 1978): «Gopak», dal balletto Gajane (1942). Wiener Philharmoniker diretti dall’autore.
Pëtr Il’ič Čajkovskij (1840 - 1893): Gopak, dall’opera Mazeppa (atto I, scena 1a), rappresentata per la prima volta nel 1884. London Symphony Orchestra, dir. Geoffrey Simon.
Modest Musorgskij (1839 - 1881): Gopak, dall’opera comica La fiera di Soročynci (atto III, scena 2ª); Musorgskij ne scrisse il libretto (basato sull’omonimo racconto di Gogol’) e lavorò alla partitura fra il 1874 e il 1880, lasciandola però incompiuta. Eseguito da Katja Emec al violino, con orchestra non identificata (sopra), e dall’Orchestra sinfonica accademica di Stato dell’URSS diretta da Evgenij Svetlanov.
Nella tavola dei Peanuts (del 19 ottobre 1952) che apre questa pagina Charles Schulz ha inserito alcune battute tratte da una riduzione per pianoforte del Gopak di Musorgskij.
Richard Strauss (1864 - 1949): September, Lied per voce e orchestra (Vier letzte Lieder, n. 2; 1948) su testo di Hermann Hesse. Lucia Popp, soprano; London Symphony Orchestra, dir. Michael Tilson Thomas.
Der Garten trauert,
kühl sinkt in die Blumen der Regen.
Der Sommer schauert
still seinem Ende entgegen.
Golden tropft Blatt um Blatt
nieder vom hohen Akazienbaum.
Sommer lächelt erstaunt und matt
in den sterbenden Gartentraum.
Lange noch bei den Rosen
bleibt er stehn, sehnt sich nach Ruh.
Langsam tut er die [großen]
müdgeword’nen Augen zu.
(Il giardino è in lutto, fredda scivola tra i fiori la pioggia. Rabbrividendo l’estate si avvia silente verso la fine.
A foglia a foglia l’oro cade a terra dall’alto albero d’acacia. L’estate sorride, stupita e languida, nel sogno del giardino morente.
A lungo ancora vicino alle rose sembra sopravvivere, ma anela al riposo. Lentamente chiude i [grandi] suoi occhi ormai stanchi.)
Constant Lambert (23 agosto 1905 - 21 agosto 1951): The Rio Grande, cantata per voce solista, coro, pianoforte, ottoni, archi e percussione (1927) su testo di Sacheverell Sitwell. Jean Temperley, mezzosoprano; London Madrigal Singers, dir. Christopher Bishop; London Symphony Orchestra, dir. André Previn.
By the Rio Grande
They dance no sarabande
On level banks like lawns above the glassy, lolling tide;
Nor sing they forlorn madrigals
Whose sad note stirs the sleeping gales
Till they wake among the trees and shake the boughs,
And fright the nightingales;
But they dance in the city, down the public squares,
On the marble pavers with each colour laid in shares,
At the open church doors loud with light within.
At the bell’s huge tolling,
By the river music, gurgling, thin
Through the soft Brazilian air.
The Comendador and Alguacil are there
On horseback, hid with feathers, loud and shrill
Blowing orders on their trumpets like a bird’s sharp bill
Through boughs, like a bitter wind, calling
They shine like steady starlight while those other sparks are failing
In burnished armour, with their plumes of fire,
Tireless while all others tire.
The noisy streets are empty and hushed is the town
To where, in the square, they dance and the band is playing;
Such a space of silence through the town to the river
That the water murmurs loud –
Above the band and crowd together;
And the strains of the sarabande,
More lively than a madrigal,
Go hand in hand
Like the river and its waterfall
As the great Rio Grande rolls down to the sea.
Loud is the marimba’s note
Above these half -salt waves,
And louder still the tympanum,
The plectrum, and the kettle-drum,
Sullen and menacing
Do these brazen voices ring.
They ride outside,
Above the salt-sea’s tide.
Till the ships at anchor there
Hear this enchantment,
Of the soft Brazilian air,
By those Southern winds wafted,
Slow and gentle,
Their fierceness tempered
By the air that flows between.
Georg Friedrich Händel (1685 - 1759): «Ombra mai fu», aria dal I atto dell’opera Serse HWV 40 (1738). Andreas Scholl, controtenore; Akademie für Alte Musik Berlin.
Per comporre il Serse Händel si avvalse non solo del libretto di Nicolò Minato rimaneggiato da Silvio Stampiglia che era servito a Giovanni Bononcini 44 anni prima, ma anche di alcune delle musiche dello stesso Bononcini. L’opera non ebbe molta fortuna e fu cancellata dal cartellone dopo sei sole rappresentazioni. Nel corso dell’Ottocento, però, l’aria che apre il I atto fu riscoperta e, riarrangiata come brano strumentale per organici diversi, divenne una delle composizioni più famose del musicista sassone con il titolo Largo di Händel. Eccone una versione sinfonica (London Symphony Orchestra diretta da George Szell) e una organistica (Alexander Jörk):
Ho pensato di dedicare la giornata di oggi interamente a Jean Françaix, nel 110° anniversario della nascita. Spero che le sue arguzie musicali siano di vostro gradimento e, soprattutto, che riescano a strapparvi un sorriso 🙂
Jean Françaix (23 maggio 1912 - 1997): Concertino per pianoforte e orchestra (1932). Claude Françaix, pianoforte; London Symphony Orchestra, dir. Antal Dorati.
Matthias Georg Monn (9 aprile 1717 - 1750): Concerto in sol minore per violoncello e orchestra. Jaqueline Du Pré, violoncello; Valda Aveling, clavicembalo; London Symphony Orchestra, dir. sir John Barbirolli.
Sergej Sergeevič Prokof’ev (1891 - 1953): Поручик Киже (Il tenente Kižé), suite op. 60 tratta dalla colonna sonora del film omonimo di Aleksandr Fajncimmer (1934). London Symphony Orchestra, dir. André Previn.
Рождение Киже (Nascita di Kižé)
Романс (Romanza) [4:20]
Свадьба Киже] (Nozze di Kižé) [8:25]
Тройка (Trojka) [11:20]
Похороны Киже (Funerale di Kižé) [14:05]
La sceneggiatura del film è ricavata da un racconto di Jurij Tynjanov (1894-1943) in cui si mette alla berlina l’assurda burocrazia militare dell’epoca di Paolo I, alla fine del XVIII secolo. In sostanza succede questo: copiando un ordine del giorno, un cancelliere del reggimento Preobraženskij incappa in un errore di trascrizione, invece di scrivere Подпоручики же…, «Per quanto riguarda i tenenti…», gli sfugge un Подпоручик Киже che letteralmente significa «Il sottotenente Kižé»: e così dà nome a un sottufficiale che non esiste. Prima che ci si accorga dell’errore, il documento finisce nelle mani dell’imperatore, il quale vuole sapere chi sia questo militare e che cosa abbia fatto di tanto rilevante da finire per essere citato in un ordine del giorno. Prova tu a dire a uno zar che si è sbagliato, se ne hai il coraggio… Superfluo dire che nessuno osa, anzi: si decide di inventare ipso facto il curriculum di Kižé. Favorevolmente colpito, il sovrano stabilisce che il valoroso soldato venga promosso e chiede di essere poi costantemente informato su di lui e sulle sue azioni. E così gli si racconta di volta in volta che Kižé, caduto in disgrazia, è stato esiliato in Siberia, ma poi ottiene il perdono, viene reintegrato nell’esercito, è promosso capitano, poi colonnello e infine generale. A questo punto lo zar vuole conoscerlo di persona: impossibile, si è ammalato, sta tanto male e non può muoversi. Allora l’imperatore si recherà di persona al suo capezzale: troppo tardi, maestà, Kižé è morto. Sinceramente addolorato, lo zar fa predisporre grandiosi funerali di stato.
Questo post è dedicato a Luisella del blog Tra Italia e Finlandia, che ha pubblicato un articolo sulla composizione di Prokof’ev, sottolineando il fatto che fra la «Romanza», II movimento della suite, e la canzone di Sting Russians vi sia una singolare somiglianza 🙂
Aimé Maillart (24 marzo 1817 - 1871): Ouverture per Les Dragons de Villars (1856), opéra-comique in 3 atti su libretto di Lockroy (alias Joseph-Philippe Simon) e Eugène Cormon. London Symphony Orchestra, dir. Richard Bonynge.
Maurice Ravel (7 marzo 1875 - 1937): Boléro per orchestra (1928). London Symphony Orchestra, dir. Valerij Gergiev.
Di regola non propongo l’ascolto di composizioni molto famose. Se ho deciso di fare un’eccezione con il Boléro è perché in rete su questo brano si possono trovare innumerevoli informazioni e opinioni, escluse (forse) un paio di considerazioni che a me paiono molto importanti, anzi fondamentali, e di queste ho intenzione di parlare.
Due premesse, una a proposito dell’autore e l’altra in merito alla composizione. Sono convinto che Ravel sia uno dei massimi musicisti del ‘900, artista di rara sensibilità e raffinatezza, figura di rilievo assoluto neĺla storia dell’arte musicale del secolo passato; ritengo altresì che il Boléro non sia affatto la sua opera più significativa: è una composizione sui generis, lontanissima per stile, concezione e struttura da altre notevoli creazioni di Ravel, come per esempio il Quartetto in fa, Le Tombeau de Couperin. L’Enfant et les Sortilèges e soprattutto Gaspard de la nuit. Potete trovare nel web dovizia di particolari sulla genesi del Boléro, per cui spero che mi perdonerete se non mi soffermo sull’argomento.
Mi preme invece porre l’accento sulla definizione che di questo brano diede lo stesso Ravel:
« J’avais écrit une pièce qui durait dix-sept minutes et consistant entièrement en un tissu orchestral sans musique – en un long crescendo très progressif » (Avevo scritto un brano che durava diciassette minuti e che consisteva interamente in un tessuto orchestrale senza musica – in un lungo crescendo progressivo).
Il punto è: perché «senza musica»? Che cosa intende dire Ravel quando afferma che non c’è musica nel suo Boléro ? In realtà non è difficile dare una risposta a questa domanda.
Non diversamente dagli altri suoi colleghi compositori, Ravel ha una precisa concezione di quello che deve essere la composizione. Sono trascorsi molti secoli da quando i musicisti europei hanno abbandonato l’idea che comporre sia semplicemente inventare una bella melodia: questo avvenne intorno alla metà del XII secolo, anche se la svolta definitiva ebbe luogo nel Quattrocento. Da allora, comporre significa soprattutto elaborare: una o più idee musicali servono da fondamenta per la creazione di strutture complesse nelle quali le idee-base si ripresentano più volte in vesti sempre diverse, mutando ritmo, andamento, armonia, talvolta dando origine a intricati disegni polifonici e contrappuntistici. Quello della variazione è un principio proprio della musica, è anzi la natura stessa della musica: praticamente non esiste in nessun’altra forma di espressione artistica, salvo sporadici esperimenti (un noto esempio in ambito letterario è costituito dagli Esercizi di stile di Raymond Queneau, splendidamente tradotti in italiano da Umberto Eco). In generale, nelle composizioni di un buon musicista, anche in quelle più semplici, non troverete mai un’idea che venga riproposta due volte o più senza alcuna variante.
Inoltre, quando le idee musicali elaborate in una stessa composizione sono (almeno) due, hanno sempre qualità molto diverse, contrastanti: se una ha carattere prevalentemente ritmico, ben scandita, l’altra è ampia e distesa, cantabile. È con il contrasto che si crea la forma, la quale è «unità nella varietà».
Ebbene, nel Boléro non c’è niente di tutto questo. Non c’è contrasto: un unico periodo musicale, costituito da due frasi di andamento molto simile, si ripete invariato dall’inizio alla fine sopra una figurazione ritmica ossessiva, anche questa immutabile. Non ci sono variazioni. L’armonia è statica, non presenta alcuna modulazione salvo un estemporaneo passaggio dal do maggiore d’impianto al mi maggiore, otto battute prima della coda conclusiva, che ritorna al do. Non c’è contrappunto.
Ovvio dunque che per Ravel il Boléro sia un brano «senza musica», ossia «senza arte».
Ma questo non è del tutto vero, perché — e qui arrivo al secondo punto — una caratteristica peculiare del Boléro rivela la mano del grande compositore: l’orchestrazione.
L’orchestrazione è un’arte a sé, molto meno semplice di quanto potrebbe sembrare: richiede gusto, fantasia e una perfetta conoscenza di tutte le proprietà timbriche e foniche dei vari strumenti. La maestria di Ravel in questo campo è universalmente riconosciuta: non a caso fra i suoi lavori più riusciti si annovera l’orchestrazione dei Quadri di un’esposizione di Musorgskij. Basta dare un’occhiata all’organico nella prima pagina della partitura per intuire che il Boléro è un altro saggio magistrale di orchestrazione: la prima cosa che si nota è che prevede l’impiego alcuni strumenti inusuali, come la tromba piccola e soprattutto l’oboe d’amore, fratello settecentesco del ben più antico oboe tradizionale, rispetto al quale ha un timbro assai più dolce e carezzevole [nel video che ho scelto per questo articolo si può ascoltarne l’assolo a partire dal minuto 3:44].
Il «crescendo progressivo» del Boléro è ottenuto non solo mediante le opportune indicazioni dinamiche, ma anche e soprattutto attraverso una scelta attenta degli strumenti e degli impasti sonori.
Ho un’ultima considerazione da fare a proposito del Boléro di Ravel – ma è un’opinione personale, quindi siete liberi di non tenerne conto: questo brano «senza musica» è comunque una delle composizioni più sensuali che io conosca, e credo che per riuscire a ottenere un simile effetto ripetendo più volte invariata la stessa tiritera sia necessaria tutta l’arte di un musicista fuori del comune.
Insomma, pur tenendo sempre ben presente che il Boléro non è la composizione più rappresentativa dello stile di Ravel, bisogna comunque ammettere che è un capolavoro.
Senza musica.