Andante non tanto

Georgij L’vovič Catoire (1861 - 21 maggio 1926): Sinfonia in do minore op. 7 (1889). Royal Scottish National Orchestra, dir. Martin Yates.

  1. Allegro moderato e poco maestoso – Molto allegro
  2. Allegretto con moto e capriccioso [12:43]
  3. Andante non tanto [22:34]
  4. Allegro moderato ma con spirito [30:57]


L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

Georgij Catoire: l’anima francese della grande teoria musicale russa

Una dinastia tra commercio e cultura
Georgij L’vovič Catoire rappresenta un affascinante punto di convergenza tra la raffinatezza francese e la profondità accademica russa. Nato a Mosca da una famiglia di origini lorenesi, egli crebbe in un ambiente di alto prestigio sociale. Suo padre era un importante mercante e consigliere commerciale, mentre la famiglia era colonna portante della comunità cattolica moscovita. L’influenza dei Catoire sulla città era tale che ancora oggi il loro nome sopravvive nella toponomastica locale (come le stazioni ferroviarie Katuar). Nonostante una laurea in fisica e matematica conseguita nel 1884 e un iniziale coinvolgimento negli affari di famiglia, il richiamo della musica si rivelò irresistibile, portandolo ad abbandonare la carriera commerciale per dedicarsi interamente all’arte.

L’incontro con i giganti: la formazione artistica
Il percorso musicale del compositore fu segnato da incontri straordinari. Fu allievo di Karl Klindworth (stretto amico di Richard Wagner), che gli trasmise la passione per il dramma musicale tedesco, tanto da spingerlo a unirsi alla Società wagneriana nel 1879. La svolta decisiva avvenne nel 1886, quando fu presentato a Pëtr Il’ič Čajkovskij, il quale rimase colpito dal suo talento. Su raccomandazione di Čajkovskij, Catoire si perfezionò a San Pietroburgo con maestri del calibro di Rimskij-Korsakov e Ljadov, completando così una sintesi formativa unica che univa il rigore pietroburghese al lirismo moscovita.

Il magistero al Conservatorio e la rivoluzione teorica
Dal 1917 fino alla morte, Catoire fu professore al Conservatorio di Mosca, dove formò generazioni di compositori (tra cui Dmitrij Kabalevskij). Il suo contributo più duraturo, tuttavia, risiede nella teoria musicale. I suoi trattati, in particolare il Corso teorico di armonia e La forma musicale, rappresentarono una pietra miliare per il mondo russo. Catoire non si limitò a tradurre le teorie europee (come quelle di Riemann), ma le innovò, introducendo concetti originali sulle deviazioni tonali e una classificazione sistematica dei suoni non appartenenti all’accordo. Il suo lavoro scientifico ha gettato le basi per la moderna analisi musicale in Russia.

Una personalità sensibile in tempi turbolenti
Nonostante il prestigio accademico, la vita di Catoire non fu priva di ombre. Il pianista Aleksandr Goldenweiser lo descrisse come un uomo di rara cultura e modestia, quasi privo di amor proprio, ma profondamente ferito dal mancato riconoscimento pubblico del suo valore. Questa fragilità nervosa si manifestava in periodi di agorafobia e crisi creative. La sua vita fu sfiorata anche dai tumulti della Rivoluzione: nel 1919 fu arrestato, venendo rilasciato solo grazie all’intervento del rettore del Conservatorio. Oggi riposa nel cimitero moscovita Vvedenskoe.

L’eredità creativa e la discendenza
La sua produzione musicale, pur non vastissima, spazia dalla musica sinfonica, come il poema sinfonico Il novizio (ispirato dall’omonimo poema di Lermontov) e la Sinfonia in do minore, alla musica da camera e alle romanze su testi di grandi poeti russi (Apuchtin, Tjutčev, Solov’ëv, oltre allo stesso Lermontov). Le sue composizioni sono note per la complessità armonica e la finezza della scrittura, caratteristiche che hanno spinto interpreti leggendari come David Ojstrach, Mstislav Rostropovič e Marc-André Hamelin a includerle nel proprio repertorio. Il suo lascito continua anche attraverso una famiglia che ha dato i natali a numerosi musicisti e intellettuali (tra cui il critico e editore Nikita Struve), mantenendo vivo il nome di una dinastia che ha saputo trasformare il successo commerciale in una duratura nobiltà culturale.

La Sinfonia in do minore
Opera di straordinaria densità sonora e complessità armonica, rappresenta uno dei rari esempi di sinfonismo tardo-romantico russo che fonde il lirismo di Čajkovskij con la ricchezza cromatica di Wagner e le prime avvisaglie del misticismo di Skrjabin.
Il primo movimento si apre con un’introduzione di grande respiro (Poco maestoso). Sin dalle prime battute, Catoire stabilisce un’atmosfera cupa e solenne in do minore. Il tema viene enunciato dai legni e dagli archi gravi, sostenuti da interventi perentori degli ottoni che conferiscono un tono tragico e quasi fatale. Poco dopo, la musica subisce un’accelerazione organica entrando nel Molto allegro, dove il ritmo si fa frenetico e nervoso. Il primo tema è caratterizzato da un disegno degli archi inquieto, quasi febbrile, tipico della scuola moscovita. L’orchestrazione è densa e il compositore satura lo spettro sonoro con fitte trame di contrappunto. Il secondo tema, più lirico e disteso, introduce una vena di malinconia più dolce, quasi “francese” nella sua eleganza, mettendo in luce la straordinaria capacità del compositore di modulare attraverso armonie inaspettate. Lo sviluppo è un tour de force di trasformazioni tematiche dove la tensione cresce fino a una ripresa grandiosa, culminando in una coda che ribadisce con forza il carattere drammatico del do minore.
Il secondo movimento funge da Scherzo, ma con un carattere peculiare definito dal termine “capriccioso”. Qui Catoire abbandona la pesantezza del primo movimento per esplorare una scrittura più leggera e trasparente. L’inizio è dominato da dialoghi serrati tra i legni e pizzicati degli archi, creando un’atmosfera quasi fiabesca ma venata di ironia. Non è uno scherzo “rustico” alla Brahms, bensì un brano di estrema raffinatezza ritmica. La sezione centrale (il trio) offre un momento di maggiore stabilità melodica, ma il ritorno del tema principale riporta l’ascoltatore in un mondo di ombre fuggevoli e guizzi strumentali, chiudendosi con una precisione quasi cameristica.
L’Andante è il cuore emotivo della Sinfonia. In questo movimento, Catoire esprime la sua natura di melodista raffinato. Il brano inizia con una melodia estatica affidata agli archi, che si snoda attraverso una serie di progressioni armoniche sensuali e sofisticate. L’uso dei legni (oboe e clarinetto in particolare) aggiunge un sapore pastorale e contemplativo. Rispetto ai movimenti precedenti, qui la densità orchestrale si dirada per lasciare spazio a un’espressività più intima. Tuttavia, verso la metà del movimento, la musica raggiunge picchi di intensità quasi straziante, dove il dolore sembra trasformarsi in una preghiera nobile e composta, prima di spegnersi dolcemente in un finale di assoluta serenità.
Il Finale è un movimento di grande energia e risolutezza. Il tema principale, enunciato con vigore, ha un carattere eroico che cerca di riscattare la tragicità del do minore iniziale. Il ritmo è martellante, “con spirito”, spingendo l’orchestra verso una progressione incessante. Il compositore utilizza qui una struttura ciclica: si avvertono echi dei temi del primo movimento, quasi a voler tirare le fila dell’intera narrazione sinfonica. La sezione degli ottoni è particolarmente sollecitata, fornendo una base potente per i voli dei violini. Dopo una serie di episodi contrastanti che oscillano tra il dubbio e la certezza, la sinfonia si avvia verso una coda di rara potenza sonora. Negli ultimi minuti, l’intera compagine orchestrale si lancia in un finale trionfale che sancisce la vittoria della luce sull’oscurità iniziale, chiudendo l’opera con una solennità che lascia l’ascoltatore colmo di un senso di compiutezza monumentale.
Nel complesso, l’opera emerge come un capolavoro di equilibrio formale e audacia armonica. Nonostante la complessità della scrittura, Catoire è stato capace di creare un’opera organica, dove la scienza contrappuntistica e teorica non soffoca mai l’emozione genuina e la bellezza timbrica.

GLC

Scacco matto

Sir Arthur Bliss (1891 - 27 marzo 1975): Checkmate, balletto in 1 scena con un prologo (1937). Royal Scottish National Orchestra, dir. David Lloyd-Jones.

  1. Prologue. The Players: Moderato maestoso
  2. Dance of the red Pawns: Allegro con spirito, scherzando [5:26]
  3. Dance of the Four Knights: Allegro moderato sempre robustamente [7:52]
  4. Entry of the Black Queen: L’istesso tempo [11:42]
  5. The Red Knight’s Mazurka: Moderato giojosamente [17:13]
  6. Ceremony of the Red Bishops: Largamente (misticamente) [20:51]
  7. Entry of the Red Castles: Allegro molto deciso [23:03]
  8. Entry of the Red King and Queen: Grave [25:27]
  9. The Attack: Allegro impetuoso e brillante [27:14]
  10. The Duel: Maestoso moderato e molto appassionato [34:17]
  11. The Black Queen dances: Allegretto dispettoso [42:43]
  12. Finale. Checkmate: Andante poco sostenuto – Allegro vivace e feroce [46:26]

Sinfonia orientale

Benjamin Godard (1849 - 10 gennaio 1895): Symphonie orientale op. 84 (1884). Royal Scottish National Orchestra, dir. Martin Yates.

I singoli movimenti della Sinfonia sono ispirati da altrettanti componimenti poetici di autori diversi, fra i quali lo stesso Godard; le poesie sono riportate sulla partitura nella forma qui sotto indicata.

I. Les Éléphants (Leconte de Lisle): Andante con moto

Le sable rouge est comme une mer sans limite,
Et qui flambe, muette, affaissée en son lit.
Une ondulation immobile remplit
L’horizon aux vapeurs de cuivre où l’homme habite.
[…]
Tel l’espace enflammé brûle sous les cieux clairs;
Mais, tandis que tout dort aux mornes solitudes,
Les éléphants rugueux, voyageurs lents et rudes,
Vont au pays natal à travers les déserts.

D’un point de l’horizon, comme des masses brunes,
Ils viennent, soulevant la poussière et l’on voit,
Pour ne point dévier du chemin le plus droit,
Sous leur pied large et sûr crouler au loin les dunes.
[…]
L’oreille en éventail, la trompe entre les dents,
Ils cheminent, l’œil clos. Leur ventre bat et fume,
Et leur sueur dans l’air embrasé monte en brume,
Et bourdonnent autour mille insectes ardents.

Mais qu’importent la soif et la mouche vorace,
Et le soleil cuisant leur dos noir et plissé?
Ils révent en marchant du pays délaissé,
Des forêts de figuiers où s’abrita leur race.

Ils reverront le fleuve échappé des grands monts,
Où nage en mugissant l’hippopotame énorme;
Où, blanchis par la lune, et projetant leur forme,
Ils descendaient pour boire en écrasant les joncs.

Aussi, pleins de courage et de lenteur ils passent
Comme une ligne noire, au sable illimité;
Et le désert reprend son immobilité
Quand les lourds voyageurs à l’horizon s’effacent.


II. Chinoiserie (Auguste de Châtillon): Allegro moderato [5:35]

On entendait, au lointain,
Tinter un son argentin
De triangles, de sonnettes,
De tambourins, de clochettes;
C’étaient des gens de Nankin,
Des Mandarins en goguette,
Qui revenaient d’une fête,
D’une fête de Pékin.


III. Sara la Baigneuse (Victor Hugo): Andantino con moto [9:22]

Sara, belle d’indolence,
Se balance
Dans un hamac, au-dessus
Du bassin d’une fontaine
Toute pleine
D’eau puisée à l’Ilyssus;

Et la frêle escarpolette
Se reflète
Dans le transparent miroir,
Avec la baigneuse blanche
Qui se penche,
Qui se penche pour se voir.
[…]
Mais Sara la nonchalante
Est bien lente
A finir ses doux ébats;
Toujours elle se balance
En silence,
Et va murmurant tout bas:

“Oh ! si j’étais capitane,
“Ou sultane,
“Je prendrais des bains ambrés,
“Dans un bain de marbre jaune,
“Prés d’un trône,
“Entre deux griffons dorés !

“J’aurais le hamac de soie
“Qui se ploie
“Sous le corps prêt à pâmer;
“J’aurais la molle ottomane
“Dont émane
“Un parfum qui fait aimer.”
[…]
Ainsi se parle en princesse,
Et sans cesse
Se balance avec amour,
La jeune fille rieuse,
Oublieuse
Des promptes ailes du jour.
[…]


IV. Le rêve de la Nikia (Benjamin Godard): Quasi adagio [15:36]

Elle est jeune, elle est belle; et pourtant la tristesse
Assombrit ses grands yeux.
Aucun penser d’amour ne charme sa jeunesse.
Son cœur ambitieux
Rêve d’une contrée, inconue et lointaine,
Où d’un peuple puissant
Et respecté de tous, elle deviendrait reine.
Là-bas, à l’Occident,
Sont de grandes cités aux splendeurs sans pareilles;
Là, la Science et l’Art,
Au souffle du Génie, enfantent des merveilles!…
Son beau rêve, au hasard,
Vers ces mondes nouveaux, l’emporte sur son aile.
Son cœur ambitieux
N’a nul penser d’amour. Elle est jeune, elle est belle,
Et pourtant la tristesse assombrit ses grands yeux.


V. Marche turque (Godard): Tempo di marcia [21:55]

Là – Allah – Ellalah!
Que les chrétiens maudits périssent sous la hache
Et que Mahomet règne! Il n’est point de cœur lâche
Parmi les fiers soldats du Prophète sacré.
Que dans tout l’Univers Allah soit adoré!


Das flehende Lied

Richard Strauss (1864 - 8 settembre 1949): Notturno, Lied con orchestra op. 44 n. 1 (1899) su testo di Richard Dehmel (da Erscheinung, pubblicata nella raccolta Erlösungen, 1891). Linda Finnie, mezzosoprano; Royal Scottish National Orchestra, dir. Neeme Järvi.

Hoch hing der Mond; das Schneegefild
lag weit und öde um mich her,
wie meine Seele bleich und leer.
Und neben mir – so stumm und wild,
so stumm und kalt wie meine Not,
als wollt’ er weichen nimmermehr,
saß starr – und wartete – der Tod.

Da kam es her, wie einst so mild,
so bang und sacht,
aus ferner Nacht;
so kummerschwer
kam seiner Geige Hauch daher,
und vor mir stand sein stilles Bild.

Der mich umflochten wie ein Band,
daß meine Blüte nicht zerfiel
und daß mein Herz die Sehnsucht fand,
die große Sehnsucht ohne Ziel:
dar stand er nun in öden land,
und stand so trüb und feierlich,
und sah nicht auf, noch grüßte mich, –
nur seine Töne ließ er irr’n
und weinen durch die kühle Flur,
und mir entgegen schaute nur
auf seiner Stirn,
als wär’s ein Auge hohl und fahl,
der tiefen Wunde dunkles Mal.

Und trüber quoll das trübe Lied,
und quoll so heiß, und wuchs und schwoll,
so heiß und voll
wie Leben, das nach Liebe glüht, –
wie Liebe, die nach Leben schreit,
nach ungenoßner Seligkeit,

so wehevoll,
so wühlend quoll
das strömende Lied und flutete, –
und leise leise blutete
und strömte mit
ins bleiche schneefeld, rot und fahl,
der tiefen Wunde dunkles Mal.

Und müder glitt die müde Hand,
und vor mir stand
ein bleicher Tag,
ein ferner bleicher Jugendtag,
da Starr im Sand
zerfallen seine Blüte lag,
da seine Sehnsucht sich vergaß
in ihrer Schwermut Uebermaß
und seiner Traurigkeiten müd
zum Ziel Er schritt, –
und liet auf schrie das wienende Lied,
das wühlende, und flutete,
und seiner Saiten Klage schnitt
und seine Stirme blutete
und weinte mit
in meiner starre Seelennot,
als sollt’ ich hören ein Gebot,
als sollt’ ich fühlen, was ich litt,
und fühlen alles Leidens Schuld
und alles Lebens warme Huld, –
und also, blutend, wandt’ er sich
ins bleiche Dunkel – und verblich.

Und bebend hört’ ich mir entgehn,
entfliehn das Lied, und wie so zart
so zitternd ward
der langen Töne fernes Flehn, –
da fühlte ich kalt ein Rauschen wehn
und grauenschwer
die Luft sich rühren um mich her,
und wollte bebend doch ihn sehn,
sein Lauschen sehn,
Der wartend saß bei meiner Not,
und wandte mich, – da lag es kahl.
das bleiche Feld: und still und fahl
zog fern vondannen – auch der Tod.

Hoch hing der Mond; und mild und müd
hinschwand es in die leere Nacht,
das flehende Lied, –
und schwand und schied,
des toten Freundes flehendes Lied.

Concerto per orchestra – V (Thea Musgrave 95)

Dame Thea Musgrave (27 maggio 1928): Concerto per orchestra (1967). Royal Scottish National Orchestra, dir. Alexander Gibson.

« It is one of a series of works (including the 2nd and 3rd Chamber Concertos), in which the composer has been preoccupied with the search for “vivid dramatic forms for abstract instrumental music”. This has led her to explore the possibilities for freeing the vertical aspect of the music from the rigid control of the barline – or, in this case, from the conductor’s beat – without losing control of the overall musical content, so that, whatever the arbitrary melodic coincidence, the harmonic sense is always clear. Besides being a virtuoso work for orchestra, this is also a ‘concerto’ in the more usual sense of a conflict between solo and tutti. This conflict is muted at first, becoming more intense as the tempo increases throughout the work, and ending with a fierce musical confrontation.
« The five sections are played without a break. In the opening Adagio, various solo instruments unfold slow, expressive ideas which are later overlaid by more spiky, fanfare-like figurations suggested by the first entry of the trumpet. The tutti background is almost entirely static: basically a single note (E flat) resolving on to closely-spaced chords. The divisions between solo and tutti are intentionally blurred by the changing instrumentation. In the andante velato the sustained background is formed by a series of chords – a continuous, though slow-moving harmonic ostinato – on the strings and brass. Above and around these, as in the first section, legato melodic lines contrast with fragmentary rhythmic fanfares and cadenza-like flourishes. These ‘solo’ elements gradually suffuse the whole texture, encouraging the break-up of the sustained harmonic background – which only then returns to form the final cadence chord.
« In the third section – calmo – a gently shifting, rather neutral background is provided by some of the solo strings, while others interweave freer, more brilliant passages between the staccato chords (always in equal note-lengths) of wind and brass which insist on a return to a regular rhythmic pulse. The tempo quickens as these elements weave into the beginnings of a full orchestral tutti, dramatically interrupted at its first climax by the solo clarinet who, during the course a of a wild and uninhibited cadenza, incites other instruments to join in. This he eventually does, in spite of their initial reluctance and three attempts by the tutti orchestra to take over. In an extended cadenza – Tempo rubato ma fantastico – the clarinet gradually enlarges his concertante group, spurring it on to ever more frenzied activity. During this, the tutti orchestra has little chance to assert itself but, as the soloists reach a climax of complexity, it starts to regain control, – finally submerging the rebellious elements (with the clarinet the last to admit defeat) as it moves into the final presto. The warring instruments resolve to co-operate in this tutti section, although the clarinet cannot resist a few penultimate wistful reminiscences of the opening sections of the work. » (Susan Bradshaw, https://www.wisemusicclassical.com)

Il volo impossibile

 
Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov (1844 - 21 giugno 1908): interludio sinfonico dal 1° quadro del III atto dell’opera La fiaba dello zar Saltan (1900), noto con il titolo Il volo del calabrone. Royal Scottish National Orchestra, dir. Neeme Järvi.
 

«Tout d’abord poussé par ce qui se fait en aviation, j’ai appliqué aux insectes les lois de la résistance de l’air, et je suis arrivé avec M. Sainte-Laguë à cette conclusion que leur vol est impossible» (Antoine Magnan, Le Vol des insectes, 1934).

Ballo in maschera

Aram Il’ič Chačaturjan (6 giugno 1903 - 1978): Suite dalle musiche di scena (1941) per il dramma Il ballo in maschera (Маскарад, 1835) di Michail Lermontov. Royal Scottish National Orchestra, dir. Neeme Järvi.

  1. Valzer
  2. Notturno [3:56]
  3. Mazurka [7:27]
  4. Romanza [10:05]
  5. Galop (Polka) [13:12]