Igor Stravinsky (Igor’ Fëdorovič Stravinskij; 1882 - 1971): Three Songs from William Shakespeare for mezzo-soprano, flute, clarinet and viola (1953). Anna Molnár, mezzo-soprano; Annamária Bán, flute; Csaba Pálfi, clarinet; Péter Tornyai, viola.
Musick to heare (Sonnet 8)
Musick to heare, why hear’st thou musick sadly?
Sweets with sweets warre not, ioy delights in ioy:
Why lou’st thou that which thou receaust not gladly,
Or else receau’st with pleasure thine annoy?
If the true concord of well tuned sounds,
By vnions married, do offend thine eare,
They do but sweetly chide thee, who confounds
In singlenesse the parts that thou should’st beare:
Marke how one string sweet husband to an other,
Strikes each in each by mutuall ordering;
Resembling sier, and child, and happy mother,
Who all in one, one pleasing note do sing:
Whose speechlesse song being many, seeming one,
Sings this to thee, thou single wilt proue none.
Full fadom five (Ariel’s song from The Tempest) [3:07]
Full fadom five thy Father lies,
Of his bones are Corrall made:
Those are pearles that were his eies,
Nothing of him that doth fade,
But doth suffer a Sea-change
Into something rich, & strange:
Sea-Nimphs hourly ring his knell.
Ding dong ding dong.
Harke now I heare them; ding dong bell.
Spring (cuckoo’s song from Love’s Labour’s Lost) [4:43]
When Daisies pied, and Violets blew,
And Cuckow-buds of yellow hew,
And Ladie-smockes all silver white,
Do paint the Medowes with delight,
The Cuckow then on everie tree
Mockes married men; for thus sings he,
Cuckow! Cuckow, Cuckow! O worde of feare,
Unpleasing to a married eare.
Take, O take those lips away,
That so sweetly were forsworn;
And those eyes, the break of day,
Lights that do mislead the morn:
But my kisses bring again
Seals of love, though seal’d in vain.
Hide, O hide those hills of snow
That thy frozen bosom bears,
On whose tops the pinks that grow
Are yet of those that April wears,
But first set my poor heart free,
Bound in those icy chains by thee.
La prima strofa si trova nella commedia di Shakespeare Misura per misura (atto IV, scena 1a), rappresentata per la prima volta nel 1604; non sappiamo su quale melodia fosse cantata. Prima e seconda strofa sono nel dramma Rollo Duke of Normandy, or The Bloody Brother, scritto in collaborazione da John Fletcher, Philip Massinger, Ben Jonson e George Chapman in data imprecisabile (comunque non prima del 1612). Non è dato di sapere se la seconda strofe sia un’aggiunta di Fletcher oppure se tanto Shakespeare quanto Fletcher si siano rifatti a una canzone popolare in voga ai loro tempi.
Il testo è stato musicato da diversi autori. Il primo in ordine cronologico fu John Wilson (1595 - 1674), il quale nel 1614 succedette a Robert Johnson quale primo compositore dei King’s Men, la compagnia teatrale cui apparteneva Shakespeare. Ascoltiamo il suo lavoro in… versione shakespeariana (ossia limitata alla sola prima strofa) interpretata da Alfred Deller (voce) e Desmond Dupré (liuto); e poi nella versione integrale cantata dal soprano Anna Dennis, accompagnata da Hanneke van Proosdij al clavicembalo, Elisabeth Reed alla viola da gamba e David Tayler all’arciliuto.
The first stanza is featured in Shakespeare’s play Measure for Measure (act 4, scene 1), first represented in 1604; we do not know to what tune it was sung. Both the stanzas feature in the play Rollo Duke of Normandy, or The Bloody Brother, co-written by John Fletcher, Philip Massinger, Ben Jonson and George Chapman and performed at an unspecified date (though not earlier than 1612). It is not known whether the second stanza is an addition by Fletcher or whether both Shakespeare and Fletcher drew on a popular song in vogue in their time.
These verses have been set to music by various composers. The first in chronological order was John Wilson (1595 - 1674), who in 1614 succeeded Robert Johnson as principal composer for the King’s Men, the theater company to which Shakespeare belonged. Let’s listen to his work in… a Shakespearean version (i.e. the first stanza only) performed by Alfred Deller (voice) and Desmond Dupré (lute); and then in the complete version sung by soprano Anna Dennis, accompanied by Hanneke van Proosdij on harpsichord, Elisabeth Reed on viola da gamba and David Tayler on archlute.
John Weldon (1676 - 1736): Take, O take those lips away per voce e continuo (c1707). Emma Kirkby, soprano; Anthony Rooley, liuto.
Robert Lucas de Pearsall (1795 - 1856), Take, O take those lips away per coro a 5 voci a cappella op. 6 (1830). Cantores Musicæ Antiquæ, dir. Jeffery Kite-Powell.
Mrs H. H. A. Beach (Amy Marcy Cheney Beach, 1867 - 1944): Take, O take those lips away per voce e pianoforte, n. 2 dei Three Shakespeare Songs op. 37 (1897). Virginia Mims, soprano.
Peter Warlock (pseudonimo di Philip Heseltine, 1894 - 1930): Take, O take those lips away per voce e pianoforte (1916-17). Benjamin Luxon, baritono; David Willison, pianoforte.
Roger Quilter (1877 - 1953): Take, O take those lips away per voce e pianoforte, n. 4 dei Five Shakespeare Songs op. 23 (1921). Philippe Sly, basso-baritono; Michael McMahon, pianoforte.
Madeleine Dring (1923 - 1977): Take, O take those lips away per voce e pianoforte (c1950). Michael Hancock-Child, tenore; Ro Hancock-Child, pianoforte.
Emma Lou Diemer (1927): Take, O take those lips away, da Three Madrigals per coro e pianoforte (1960). The Colorado Chorale, dir. Frank Eychaner.
Hugo de Lantins (attivo tra il 1420 e il 1430): Plaindre m’estuet de ma damme jolye, rondeau a 3 voci. Le Miroir de Musique, dir. Baptiste Romain.
P laindre m’estuet de ma damme jolye V ers tous amans qui par sa courtosie T out m’a failly sa foy qu’avoit promis A ultre de moy, tant que seroye vis, J amais changier ne devoit en sa vie. N e scay comment elle a fait départie D e moy. Certes ne le cuidesse mye E n tel deffault trouver, ce m’est [a]vis. M ais je scay bien que ja merancolie E [n] moy n’ara pour yceste follye. R enouveler volray malgré son vis D ’aultre damme dont mon cuer est souspris E t renuncer de tout sa compaignye.
Sigismondo d’India (c1582 - 19 aprile 1629): Voi ch’ascoltate, madrigale a 2 voci (pubblicato nel volume Le Musiche… Libro III a una e due voci, 1618, n. 1), su testo di Francesco Petrarca (Canzoniere, Sonetto I). Gloria Banditelli, mezzosoprano; Fabio Bonizzoni, clavicembalo.
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,
del vario stile in ch’io piango et ragiono
fra le vane speranze e ’l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.
Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;
et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.
Ripubblico questo breve articolo, dedicato a due piccoli gioielli della musica medievale, perché mi pare che abbia suscitato interesse. Alla prima delle due composizioni il presente blog deve il suo nome.
1. La danza gioiosa
A l’entrada del temps clar è uno dei più celebri brani del repertorio musicale medievale. È una balada (canzone a ballo) su testo in lingua d’oc, risalente al XII o all’inizio del XIII secolo, tramandataci dal manoscritto detto Chansonnier de Saint-Germain-des-Prés, oggi alla Bibliothèque Nationale de France, reliquia di considerevole importanza in quanto si tratta di una delle più antiche fonti di musica profana che ci siano pervenute: databile intorno agli anni 1230, è all’incirca contemporaneo del codice dei Carmina Burana.
In quanto assai famosa, A l’entrada del temps clar è stata anche assai maltrattata. YouTube ne offre numerose interpretazioni, e molte sono quelle insensatamente… fracassone, ove con grida più o meno sguaiate e abbondanza di percussioni si vorrebbero rendere evidenti le presunte origini e i pretesi caratteri popolareschi della composizione. Ma tutto questo sembra poco attendibile. All’epoca, la musica “popolare” — cioè, alla lettera, la musica del popolo, che chiamiamo così per contrapporla a quella eseguita nelle chiese e nelle corti aristocratiche — non era reputata degna di nota: le probabilità che un brano del repertorio popolare potesse essere preso in considerazione dal compilatore dello Chansonnier de Saint-Germain-des-Prés sono pressoché nulle. Del resto, nel manoscritto parigino la nostra balada, quantunque anonima, è inclusa nel gruppo dei componimenti trobadorici, e sappiamo bene che l’arte dei trovatori è tutto fuorché popolaresca. L’analisi del brano rivela tratti compositivi alquanto raffinati, tanto nel testo quanto nella melodia.
Dopo aver ascoltato tutto quanto YouTube ha da proporre in merito, di A l’entrada del temps clar ho infine scelto due interpretazioni che mi paiono interessanti per motivi differenti. La prima si trova in uno dei dischi che la Casa editrice Fratelli Fabbri allegò alla Storia della musica pubblicata nel 1964; ha tutto il fascino della semplicità: è esclusivamente cantata (non sono in grado di risalire ai nomi degli interpreti) e l’unico tipo di elaborazione musicale consiste nel canto antifonale, ossia nel contrapporre la voce solista femminile al coro maschile, affidando alternativamente all’una e all’altro strofe e refrain, seguendo una prassi esecutiva molto antica, denominata appunto alternatim. La seconda interpretazione adotta il medesimo criterio ma aggiunge alle voci un cospicuo numero di strumenti: l’ensemble è lo Studio der frühen Musik diretto da Thomas Binkley, ove spicca il bel timbro tenorile di Nigel Rogers.
Il testo è stato variamente interpretato, sia in senso letterale sia come allegoria, in qualche caso facendo riferimento a antichi riti pagani che celebravano la fine dell’inverno. «All’entrata del tempo chiaro», ossia all’inizio della primavera, una bella regina fiorente (aurilhosa, cioè «aprilosa»: ecco un bel neologismo di ottocento anni fa; piacque molto a Ezra Pound) invita tutti i giovani a unirsi a lei in una danza gioiosa, incurante della gelosia dell’anziano re, il quale tenta di disturbare la danza perché es en cremetar, ovvero teme fortemente — e a ragione — che la regina voglia curarsi non di un vecchio, bensì di «un leggiadro giovincello che ben sappia sollazzare la donna savorosa». E chi la vede danzare potrà a buon diritto dire che al mondo non esiste alcuna che sia pari alla regina gioiosa.
A l’entrada del temps clar, eya,
Per joia recomençar, eya,
E per jelos irritar, eya,
Vol la regina mostrar
Qu’el’es si amorosa.
A la vi’, a la via, jelos!
Laissatz nos, laissatz nos
Balar entre nos, entre nos.
El’ a fait pertot mandar, eya,
Non sia jusqu’a la mar, eya,
Piucela ni bachalar, eya,
Que tuit non vengan dançar
En la dansa joiosa.
A la vi’…
Lo reis i ven d’autra part, eya,
Per la dança destorbar, eya,
Que el es en cremetar, eya,
Que om no li volh emblar
La regin’aurilhosa.
A la vi’…
Mais per nient lo vol far, eya,
Qu’ela n’a sonh de vielhart, eya,
Mais d’un leugier bachalar, eya,
Qui ben sapcha solaçar
La domna saborosa.
A la vi’…
Qui donc la vezes dançar, eya,
E son gent cors deportar, eya,
Ben pogra dir de vertat, eya,
Qu’el mont non aja sa par
La regina joiosa.
A la vi’, a la via, jelos,
Laissatz nos, laissatz nos
Balar entre nos, entre nos.
2. Il fiore della vita
Se A l’entrada del temps clar è famosa, non altrettanto noto è che la sua melodia fu utilizzata da un anonimo esponente della cosiddetta Scuola di Notre-Dame come base per la composizione di un conductus a 3 voci. Il brano in questione s’intitola Veris ad imperia e ci è pervenuto tramite un altro importante manoscritto duecentesco, detto Antiphonarium mediceum in quanto conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, ma redatto a Parigi e interamente dedicato al repertorio della celebre scuola polifonica che fiorì nella capitale francese. Nell’ambito di tale repertorio, Veris ad imperia è uno dei non molti componimenti che adottano come tenor un canto non liturgico; si tratta anzi a tutti gli effetti di una composizione profana che parla di amori terreni e non spirituali, quelli che sbocciano in primavera e feriscono i cuori.
Fra le non molte interpretazioni di questo delizioso conductus proposte da YouTube ho scelto quella, agile e spigliata, del già citato Studio der frühen Musik diretto da Thomas Binkley.
Veris ad imperia, eya,
Renascuntur omnia, eya,
Amoris proemia, eya,
Corda premunt saucia
Querula melodia.
Gratia previa,
Corda marcentia
Media.
Vite vernat flos intra nos.
Suspirat Lucinia, eya,
Nostra sibi conscia, eya,
Impetrent suspiria, eya,
Quod sequatur venia,
Dirige vita via
Gratia previa
Vie dispendia
Gravia.
Vite vernat flos intra nos.
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.
Gaetano Braga (1829 - 1907): L’infinito per voce, violoncello e pianoforte. Amor Lilia Perez, mezzosoprano; Galileo Di Ilio, violoncello; Giuseppe Sabatini, pianoforte.
Mario Castelnuovo-Tedesco (3 aprile 1895 - 1968): L’infinito per voce e pianoforte op. 22 (1921). Leonardo De Lisi, tenore; Anna Toccafondi, pianoforte.
The Protestation: A Sonnet
(Thomas Carew, 1595 - 1640)
No more shall meads be deck’d with flowers,
Nor sweetness dwell in rosy bowers,
Nor greenest buds on branches spring,
Nor warbling birds delight to sing,
Nor April violets paint the grove,
If I forsake [When once I leave] my Celia’s love.
The fish shall in the ocean burn,
And fountains sweet shall bitter turn;
The humble oak no flood shall know,
When floods shall highest hills o’er-flow;
Blacke Lethe shall oblivion leave,
If e’er my Celia I deceive.
Love shall his bow and shaft lay by,
And Venus’ doves want wings to fly;
The sun refuse to show his light,
And day shall then be turn’d to night;
And in that night no star appear,
If once I leave my Celia dear.
Love shall no more inhabit earth,
Nor lovers more shall love for worth,
Nor joy above in heaven dwell,
Nor pain torment poor souls in hell;
Grim death no more shall horrid prove,
If e’er I leave bright Celia’s love.
Love’s Constancy, sul testo di Carew, è fra le composizioni più note di Nicholas Lanier (1588 - 24 febbraio 1666); in rete se ne trovano varie interpretazioni: vi propongo l’ascolto di quelle che mi paiono le più interessanti.
Amanda Sidebottom, soprano, e Erik Ryding, liuto.
Anna Dennis, soprano; Hanneke van Proosdij, clavicembalo; Elisabeth Reed, viola da gamba; David Tayler, chitarra barocca.
La performance del soprano Ellen Hargis accompagnata da Paul O’Dette alla tiorba è accessibile soltanto su YouTube, in quanto il proprietario del video ne ha disattivata la visione in altri siti web. Potete ascoltarla qui.
Alban Berg (9 febbraio 1885 - 1935): Der Wein / Le Vin, aria da concerto per soprano e orchestra (1929) su poesie di Charles Baudelaire nella traduzione di Stefan George. Dorothy Dorow, soprano; Wiener Philharmoniker, dir. Karl Böhm.
Berg scelse di musicare la prima e le ultime due delle cinque poesie di Baudelaire che costituiscono il ciclo Le Vin, inserito nella raccolta Les Fleurs du mal (1857). La musica è adattata sia ai versi francesi sia alla traduzione tedesca che ne diede Stefan George nel 1901. Invertendo l’ordine originale delle due ultime poesie, Berg crea una forma tripartita ad arco, nella quale elementi e modi espressivi che caratterizzano la prima lirica tornano nella terza, mentre la seconda a sua volta è in forma di scherzo tripartito.
1. Die Seele des Weines ‒ L’Âme du vin
Des Weines Geist begann im Faß zu singen:
«Mensch, teurer Ausgestoßener, dir soll
Durch meinen engen Kerker durch erklingen
Ein Lied von Licht und Bruderliebe voll.
Ich weiß: am sengend heißen Bergeshange
Bei Schweiß und Mühe nur gedeih ich recht
Da meine Seele ich nur so empfange,
Doch bin ich niemals undankbar und schlecht.
Und dies bereitet mir die größte Labe,
Wenn eines Arbeitmatten Mund mich hält,
Sein heißer Schlund wird mir zum kühlen Grabe,
Das mehr als kalter Keller mir gefällt.
Hörst du den Sonntagsgesang aus frohem Schwarme?
Nun kehrt die Hoffnung prickelnd in mich ein:
Du stülpst die Ärmel, stützest beide Arme,
Du wirst mich preisen und zufrieden sein.
Ich mache deines Weibes Augen heiter,
Und deinem Sohne leih´ ich frische Kraft;
Ich bin für diesen zarten Lebensstreiter
Das Öl, das Fechtern die Gewandtheit schafft.
Und du erhältst von diesem Pflanzenseime,
Den Gott, der ewige Sämann, niedergießt,
Damit in deiner Brust die Dichtkunst keime,
die wie ein seltener Baum zum Himmel sprießt.»
Un soir, l’âme du vin chantait dans les bouteilles:
«Homme, vers toi je pousse, ô cher déshérité,
Sous ma prison de verre et mes cires vermeilles,
Un chant plein de lumière et de fraternité!
Je sais combien il faut, sur la colline en flamme,
De peine, de sueur et de soleil cuisant
Pour engendrer ma vie et pour me donner l’âme;
Mais je ne serai point ingrat ni malfaisant.
Car j’éprouve une joie immense quand je tombe
Dans le gosier d’un homme usé par ses travaux,
Et sa chaude poitrine est une douce tombe
Où je me plais bien mieux que dans mes froids caveaux.
Entends-tu retentir les refrains des dimanches
Et l’espoir qui gazouille en mon sein palpitant?
Les coudes sur la table et retroussant tes manches,
Tu me glorifieras et tu seras content.
J’allumerai les yeux de ta femme ravie;
À ton fils je rendrai sa force et ses couleurs
Et serai pour ce frêle athlète de la vie
L’huile qui raffermit les muscles des lutteurs.
En toi je tomberai, végétale ambroisie,
Grain précieux jeté par l’éternel Semeur,
Pour que de notre amour naisse la poésie
Qui jaillira vers Dieu comme une rare fleur!»
2. Der Wein der Liebenden ‒ Le Vin des amants
Prächtig ist heute die Weite −
Stränge und Sporen beiseite −
Reiten wir auf dem Wein
In den Feeenhimmel hinein!
Engel für ewige Dauer
Leidend im Fieberschauer ·
Durch des Morgens blauen Kristall
Fort in das leuchtende All!
Wir lehnen uns weich auf den Flügel
Des Windes der eilt ohne Zügel.
Beide voll gleicher Lust
Laß Schwester uns Brust an Brust
Fliehn ohne Rast und Stand
In meiner Träume Land!
Aujourd’hui l’espace est splendide!
Sans mors, sans éperons, sans bride,
Partons à cheval sur le vin
Pour un ciel féerique et divin!
Comme deux anges que torture
Une implacable calenture,
Dans le bleu cristal du matin
Suivons le mirage lointain!
Mollement balancés sur l’aile
Du tourbillon intelligent,
Dans un délire parallèle,
Ma soeur, côte à côte nageant,
Nous fuirons sans repos ni trêves
Vers le paradis de mes rêves!
3. Der Wein des Einsamen ‒ Le Vin du solitaire
Der sonderbare Blick der leichten Frauen
Der auf uns gleitet wie das weisse Licht
Des Mondes auf bewegter Wasserschicht −
Will er im Bade seine Schönheit schauen −
Der lezte Taler an dem Spielertisch
Ein frecher Kuß der hagern Adeline
Erschlaffenden Gesang der Violine
Der wie der Menschheit fernes Qualgezisch:
Mehr als dies alles schätz ich, tiefe Flasche,
Den starken Balsam den ich aus dir nasche
Und der des frommen Dichters Müdheit bannt.
Du giebst ihm Hoffnung, Liebe, Jugendkraft
Und Stolz − dies Erbteil aller Bettlerschaft −
Der uns zu Helden macht und Gottverwandt.
Le regard singulier d’une femme galante
Qui se glisse vers nous comme le rayon blanc
Que la lune onduleuse envoie au lac tremblant,
Quand elle y veut baigner sa beauté nonchalante;
Le dernier sac d’écus dans les doigts d’un joueur;
Un baiser libertin de la maigre Adeline;
Les sons d’une musique énervante et câline,
Semblable au cri lointain de l’humaine douleur,
Tout cela ne vaut pas, ô bouteille profonde,
Les baumes pénétrants que ta panse féconde
Garde au coeur altéré du poète pieux;
Tu lui verses l’espoir, la jeunesse et la vie,
– Et l’orgueil, ce trésor de toute gueuserie,
Qui nous rend triomphants et semblables aux Dieux!
Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525 - 2 febbraio 1594): Vergine bella, madrigale spirituale a 5 voci (1581) su testo di Francesco Petrarca (1ª strofe). Ensemble Officium, dir. Wilfried Rombach.
Vergine bella, che di sol vestita,
coronata di stelle, al sommo Sole
piacesti sí, che ’n te Sua luce ascose,
amor mi spinge a dir di te parole:
ma non so ’ncominciar senza tu’ aita,
et di Colui ch’amando in te si pose.
Invoco lei che ben sempre rispose,
chi la chiamò con fede:
Vergine, s’a mercede
miseria extrema de l’humane cose
già mai ti volse, al mio prego t’inchina,
soccorri a la mia guerra,
bench’i’ sia terra, et tu del ciel regina.
Es war einmal ein König,
Der hatt’ einen großen Floh,
Den liebt’ er gar nicht wenig,
Als wie seinen eig’nen Sohn.
Da rief er seinen Schneider,
Der Schneider kam heran;
« Da, miß dem Junker Kleider
Und miß ihm Hosen an! »
In Sammet und in Seide
War er nun angetan,
Hatte Bänder auf dem Kleide,
Hatt’ auch ein Kreuz daran,
Und war sogleich Minister,
Und hatt einen großen Stern.
Da wurden seine Geschwister
Bei Hof auch große Herrn.
Und Herrn und Frau’n am Hofe,
Die waren sehr geplagt,
Die Königin und die Zofe
Gestochen und genagt,
Und durften sie nicht knicken,
Und weg sie jucken nicht.
Wir knicken und ersticken
Doch gleich, wenn einer sticht.
(Wolfgang Goethe, Faust. Erster Teil )
C’era una volta un re
che aveva una grossa pulce
e l’amava non poco,
come se fosse suo figlio.
Così chiamò il sarto
e il sarto arrivò:
« Prendi le misure a questo signore
per gli abiti e per i pantaloni! »
Di velluto e di seta
fu dunque vestita,
aveva anche nastri
e aveva una croce su,
poi venne nominata ministro
e portava una grande stella.
Anche i suoi parenti a corte
diventarono gran signori.
E dame a cavalieri a corte
erano tormentati assai,
la regina e le cameriere
punte e morsicate,
ma non potevano schiacciarle
né cacciarle via.
Noi, chi ci punge e ci morde
lo schiacciamo e lo cacciamo subito!
Ludwig van Beethoven (1770 - 1827): Aus Goethes Faust («Es war einmal ein König»), Lied op. 75 n. 3 (1809). Dietrich Fischer-Dieskau, baritono; Gerald Moore, pianoforte.
Richard Wagner (1813 - 1883): Lieder des Mephistopheles I («Es war einmal ein König»), n. 4 delle Sieben Kompositionen zu Goethes „Faust“ WWV 15 (1831). Thomas Hampson, baritono; Geoffrey Parsons, pianoforte.
Ferruccio Busoni (1866 - 1924): Lied des Mephistopheles op. 9 no. 2, versione per baritono e pianoforte (1918). Dietrich Fischer-Dieskau, baritono; Jörg Demus, pianoforte.
Modest Petrovič Musorgskij (1839 - 1881): Canzone di Mefistofele nella cantina di Auerbach (Песня Мефистофеля в погребке Ауэрбаха, 1879); testo di Aleksandr Nikolaevič Strugoščikov, da Goethe. Sergej Lejferkus, baritono; Semën Skigin, pianoforte.
Жил был король когда-то,
При нём блоха жила,
Блоха… блоха!
Милей родного брата она ему была;
Блоха… ха, ха, ха! блоха?
Ха, ха, ха, ха, ха!… Блоха!
Зовёт король портного: ,,Послушай ты, чурбан!
Для друга дорогого
Сшей бархатный кафтан!“
Блохе кафтан? Ха, ха! Блохе?
Ха, ха, ха, ха, ха!
Кафтан? Ха, ха, ха!
Блохе кафтан?
Вот в золото и бархат
Блоха наряжена,
И полная свобода ей при дворе дана. Ха, ха!
Ха, ха! Блохе!
Король ей сан министра
И с ним звезду даёт,
За нею и другие пошли все блохи в ход.
Ха, ха!
И самой королеве,
И фрейлинам ея,
От блох не стало мочи,
Не стало и житья. Ха, ха!
И тронуть-то боятся,
Не то чтобы их бить.
А мы, кто стал кусаться,
Тотчас давай душить!
Michael Tippett (2 gennaio 1905 - 8 gennaio 1998): Over the sea to Skye per coro a cappella (1956). BBC Singers, dir. Stephen Cleobury.
Rielaborazione di una delle più belle melodie scozzesi di ogni tempo, il brano di Tippett si dipana su parte del testo che sir Harold Boulton (1859-1935) adattò alla melodia tradizionale e pubblicò nel 1884 con il titolo The Skye Boat Song; i versi fanno riferimento a un episodio semileggendario della vita di Carlo Edoardo Stuart, risalente a poco più di due mesi dopo la battaglia di Culloden, cioè a fine giugno 1746, quando Bonnie Prince Charlie, accompagnato da Flora MacDonald e altri giacobiti, attraversò in barca il Mar delle Ebridi, da South Uist a Skye.
Speed, bonnie boat, like a bird on the wing,
Onward! the sailors cry;
Carry the lad that’s born to be King
Over the sea to Skye.
Loud the winds howl, loud the waves roar,
Thunderclouds rend the air;
Baffled, our foes stand by the shore,
Follow they will not dare.
Speed, bonnie boat, like a bird on the wing…
Though the waves leap, soft shall ye sleep,
Ocean’s a royal bed.
Rocked in the deep, Flora will keep
Watch by your weary head.
Speed, bonnie boat, like a bird on the wing…
Many’s the lad fought on that day,
Well the Claymore could wield,
When the night came, silently lay
Dead on Culloden’s field.
Speed, bonnie boat, like a bird on the wing…
Burned are their homes, exile and death
Scatter the loyal men;
Yet ere the sword cool in the sheath
Charlie will come again.
The Skye Boat Song viene frequentemente cantato sui versi dedicati al medesimo soggetto da Robert Louis Stevenson (n. 42 della raccolta Songs of Travel, 1892):
Sing me a song of a lad that is gone,
Say, could that lad be I?
Merry of soul he sailed on a day
Over the sea to Skye.
Mull was astern, Rùm on the port,
Eigg on the starboard bow;
Glory of youth glowed in his soul;
Where is that glory now?
Sing me a song of a lad that is gone…
Give me again all that was there,
Give me the sun that shone!
Give me the eyes, give me the soul,
Give me the lad that’s gone!
Sing me a song of a lad that is gone…
Billow and breeze, islands and seas,
Mountains of rain and sun,
All that was good, all that was fair,
All that was me is gone.
Sing me a song of a lad that is gone…
Con il testo di Stevenson leggermente modificato, in relazione alla storia narrata («a lad» diventa così «a lass»), The Skye Boat Song è parte fondamentale della colonna sonora di una recente serie televisiva di successo. L’elaborazione musicale è di Dominik Hauser, la voce di Kathryn Jones.
Fra le interpretazioni esclusivamente strumentali, la più nota è certo quella di sir James Galway accompagnato da The Chieftains.
Carlo Edoardo Stuart ritratto da Allan Ramsay (1745)
Tristan Schulze (1964): Radetzkymarsch (da Johann Strauß padre) per orchestra (1998). Wiener Kammerorchester, dir. Aleksej Igudesman.
«Tutti i concerti di piazza – che avevano luogo sotto il balcone del signor capitano distrettuale – avevano inizio con la Marcia di Radetzky. Benché i membri della banda ne avessero una conoscenza tale da poterla suonare nel pieno della notte e del sonno senza ricevere indicazioni, il direttore riteneva necessario leggere ogni singola nota dello spartito. E, come se provasse la Marcia di Radetzky per la prima volta con i suoi musicisti, ogni domenica alzava con militare e musicale coscienziosità il capo, la bacchetta, lo sguardo e, di volta in volta, li rivolgeva tutti e tre contemporaneamente verso i segmenti del cerchio, di cui lui occupava il centro, che sembravano aver bisogno dei suoi comandi. I severi tamburi rullavano, i dolci flauti sibilavano e i benevoli piatti squillavano. Sui volti di tutti gli ascoltatori sbocciava un sorriso pago e assorto, mentre il sangue ribolliva nelle loro gambe. Pur stando fermi, avevano la sensazione di marciare. Le ragazze più giovani trattenevano il respiro e socchiudevano le labbra. Gli uomini più maturi lasciavano ciondolare la testa e ripensavano alle loro manovre. Le donne anziane sedevano nel vicino parco e le loro piccole testine grigie oscillavano. Ed era estate.»
(Joseph Roth, La Marcia di Radetzky, traduzione di Sara Cortesia)
Sylvio Lazzari (30 dicembre 1857 - 1944): Effet de nuit, tableau symphonique (1901) ispirato da una poesia di Paul Verlaine (da Eaux-fortes, 1866). Orchestre du Capitole de Toulouse, dir. Michel Plasson.
La nuit. La pluie. Un ciel blafard que déchiquette
De flèches et de tours à jour la silhouette
D’une ville gothique éteinte au lointain gris.
La plaine. Un gibet plein de pendus rabougris
Secoués par le bec avide des corneilles
Et dansant dans l’air noir des gigues nonpareilles,
Tandis, que leurs pieds sont la pâture des loups.
Quelques buissons d’épine épars, et quelques houx
Dressant l’horreur de leur feuillage à droite, à gauche,
Sur le fuligineux fouillis d’un fond d’ébauche.
Et puis, autour de trois livides prisonniers
Qui vont pieds nus, un gros de hauts pertuisaniers
En marche, et leurs fers droits, comme des fers de herse,
Luisent à contresens des lances de l’averse.
Perotino (c1160 - c1230): Sederunt principes, organum quadruplum sul graduale della messa di Santo Stefano (composto forse nel 1199). The Early Music Consort of London, dir. David Munrow.
Fonti del testo sono il Salmo 118, vv. 23a e 86b, e il 108, v. 26:
118: 23a Sederunt principes, et adversum me loquebantur:
86b et iniqui persecuti sunt me.
108: 26a Adjuva me, Domine Deus meus:
26b salvum me fac propter misericordiam tuam.
Mi chiesi se l’Abate non avesse scelto di far cantare quel graduale proprio quella notte, quando ancora erano presenti alla funzione gli inviati dei principi, per ricordare come da secoli il nostro ordine fosse pronto a resistere alla persecuzione dei potenti, grazie al suo privilegiato rapporto col Signore, Dio degli eserciti. E invero l’inizio del canto diede una grande impressione di potenza.
Sulla prima sillaba se iniziò un coro lento e solenne di decine e decine di voci, il cui suono basso riempì le navate e aleggiò sopra le nostre teste, e tuttavia sembrava sorgere dal cuore della terra. Né s’interruppe, perché mentre altre voci incominciavano a tessere, su quella linea profonda e continua, una serie di vocalizzi e melismi, esso — tellurico — continuava a dominare e non cessò per il tempo intero che occorre a un recitante dalla voce cadenzata e lenta per ripetere dodici volte l’Ave Maria. E quasi sciolte da ogni timore, per la fiducia che quell’ostinata sillaba, allegoria della durata eterna, dava agli oranti, le altre voci (e massime quelle dei novizi) su quella base petrosa e solida innalzavano cuspidi, colonne, pinnacoli di neumi liquescenti e subpuntati. E mentre il mio cuore stordiva di dolcezza al vibrare di un climacus o di un porrectus, di un torculus o di un salicus, quelle voci parevano dirmi che l’anima (degli oranti e mia che li ascoltavo), non potendo reggere alla esuberanza del sentimento, attraverso di essi si lacerava per esprimere la gioia, il dolore, la lode, l’amore, con slancio di sonorità soavi. Intanto, l’ostinato accanirsi delle voci ctonie non demordeva, come se la presenza minacciosa dei nemici, dei potenti che perseguitavano il popolo del Signore, permanesse irrisolta. Sino a che quel nettunico tumultuare di una sola nota parve vinto, o almeno convinto e avvinto dal giubilo allelujatico di chi vi si opponeva, e si sciolse su di un maestoso e perfettissimo accordo e su un neuma resupino.
Pronunciato con fatica quasi ottusa il “sederunt”, s’innalzò nell’aria il “principes”, in una grande e serafica calma. Non mi domandai più chi fossero i potenti che parlavano contro di me (di noi), era scomparsa, dissolta l’ombra di quel fantasma sedente e incombente.
[…]
Ora il coro stava intonando festosamente lo “adjuva me”, di cui la a chiara lietamente si espandeva per la chiesa, e la stessa u non appariva cupa come quella di “sederunt”, ma piena di santa energia. I monaci e i novizi cantavano, come vuole la regola del canto, col corpo diritto, la gola libera, la testa che guarda in alto, il libro quasi all’altezza delle spalle in modo che vi si possa leggere senza che, abbassando il capo, l’aria esca con minore energia dal petto. Ma l’ora era ancora notturna e, malgrado squillassero le trombe della giubilazione, la caligine del sonno insidiava molti dei cantori i quali, persi magari nell’emissione di una lunga nota, fiduciosi nell’onda stessa del cantico, a volte reclinavano il capo, tentati dalla sonnolenza. Allora i veglianti, anche in quel frangente, ne esploravano i volti col lume, a uno a uno, per ricondurli appunto alla veglia, del corpo e dell’anima.
(Umberto Eco, Il nome della rosa:
Sesta giornata, Mattutino;
Bompiani, Milano 1980)
Pëtr Il’ič Čajkovskij (1840 - 1893): Времена года / Les Saisons op. 37a (1875-76), 12. Декабрь: Святки / Décembre: Noël. Versione originale: Valentyna Lysycja, pianoforte. Trascrizione per orchestra di Aleksandr Gauk (1893 - 1963): Orchestra da camera di Mosca, dir. Constantine Orbelian.
Anche questo brano fu originariamente pubblicato sul periodico sanpietroburghese «Нувеллист» (Nuvellist), nel dicembre 1876; in epigrafe, alcuni versi di Vasilij Žukovskij (dalla ballata Светлана, Svetlana, 1808-12):
Раз в крещенский вечерок
Девушки гадали:
За ворота башмачок,
Сняв с ноги, бросали.
Un tempo, la notte di Natale,
le fanciulle interrogavano il futuro:
si sfilavano una pantofola
gettandola oltre il cancello.
Pëtr Il’ič Čajkovskij (1840 - 1893): Времена года / Les Saisons op. 37a (1875-76), 11. Ноябрь: На тройке / Novembre: Troïka. Versione originale: Valentyna Lysycja, pianoforte. Trascrizione per orchestra di Aleksandr Gauk (1893 - 1963): Orchestra da camera di Mosca, dir. Constantine Orbelian.
Questa composizione fu pubblicata nel 1876, sul numero di novembre del periodico sanpietroburghese «Нувеллист» (Nuvellist), associata a versi di N. A. Nekrasov:
Не гляди же с тоской на дорогу,
И за тройкой вослед не спеши,
И тоскливую в сердце тревогу
Поскорей навсегда затуши.
Non guardare la strada con malinconia,
non aver fretta di recuperare il ritardo con la trojka,
e cancella per sempre la tristezza
che brucia nel tuo cuore.
David Monrad Johansen (8 novembre 1888 – 1974): Voluspaa, cantata per 3 voci soliste, coro e orchestra op. 15 (1926). Kari Frisell, soprano; Else Nedberg, contralto; Odd Wolstad, basso; Det Norske Solistkor, dir. Rolf Hovey; Filharmonisk Selskaps Orkester, dir. Øivin Fjeldstad. Registrazione del 1969.
Voluspaa o Vǫluspá (La profezia della veggente) è il primo e il più celebre dei ventinove canti che costituiscono l’Edda maggiore o Edda poetica, raccolta di poemi medievali in lingua norrena tramandati dal manoscritto islandese noto come Codex Regius ; quest’ultimo risale al Duecento, ma i testi in esso contenuti sono certamente assai più antichi.
Figura centrale della musica norvegese nel periodo compreso fra le due guerre mondiali, Johansen aderì al partito fascista Nasjonal Samling e durante l’occupazione tedesca della Norvegia appoggiò il governo collaborazionista di Vidkun Quisling; per questo motivo, dopo la guerra, nell’ambito del cosiddetto Norske landssvikoppgjøret (Purga dei traditori della patria), Johansen fu processato per tradimento e condannato a cinque anni di lavori forzati (poi ridotti a quattro).
Antoine Busnois (c1430 - 6 novembre 1492): Je ne puis vivre ainsy, bergerette a 3 voci (c1460). Ensemble Pomerium, dir. Alexander Blachly.
La bergerette è un virelai provvisto di un’unica strofe; la sua struttura è dunque refrain – strofe – refrain.
A Busnois piaceva molto giocare con le note e con le parole. Il testo di questa composizione è un acrostico che rivela il nome della persona cui è dedicata.
Je ne puis vivre ainsy toujours Au main que j’aye en mes dolours Quelque confort Une seule heure ou mains ou fort Et tou les jours Leaument serviray amours Jusqu’a la mort. Noble femme de nom et d’armes, Escript vous ay ce dittier-cy.
Des ieux plourant a chauldes larmes Affin qu’ayes de moy merchy. Quant a moi, je me meurs boncours Velant les nuits, faisant cent tours En criant fort Vengence en a Dieu, car a grant tort Je noye en plours Lors qu’au besoin me fault secours Et Pitie dort.
Philippe de Vitry (31 ottobre 1291 - 1361): O canenda vulgo per compita / Rex quem metrorum / Rex regum, mottetto a 4 voci. Ensemble Sequentia.
Il brano celebra Roberto d’Angiò, detto il Saggio (1277 - 1343), re di Napoli dal 1309; il sovrano non è citato nel testo, ma le lettere iniziali dei versi del motetus (2a voce) ne formano il nome (acrostico). Secondo varie testimonianze dell’epoca, Roberto d’Angiò fu un munifico mecenate e protettore delle arti, e in particolare amava la musica, dilettandosi nel cantare e nel comporre.
Il testo del triplum è una feroce invettiva contro un denigratore del re. Chi fosse questo vituperevole personaggio non ci è dato di sapere.
Triplum
O canenda vulgo per compita
ab eterno belial dedita
seculorum nephanda rabies
et delira canum insanies.
quem cum nequis carpere dentibus
criminaris neque lactrattibus
damnum colens tu quid persequeris
virum iustum et tuo deseris
rege regi quem decor actuum
illuminat quem genus strenuum
et sanctorum multa affinitas
sibi facta lux splendor claritas
corruscantem reddit pre ceteris
quemadmodum nocturnis syderis
iubar phebus perventus abtulit
dei proth dolor lapsum pertulit
iherusalem dominum proprium
ihesum spernens habes in socium.
Motetus
Rex quem metrorum depingit prima figura Omne tenens in se quod dat natura beatis Basis iusticie troianus iulius ausu Ecclesie tuctor machabeus hector in arma Rura colens legum scrutator theologie Temperie superans augustum iulius hemo Virtutes cuius mores genus actaque nati Scribere non possem possint tuper ethera scribi.
Contratenor
[senza testo.]
Tenor
Rex regum.
(O indicibile follia dei nostri tempi, possa tu essere cantata a tutti su ogni strada, condannata all’inferno per l’eternità, delirio di cani pazzi! Perché perseguiti l’uomo giusto, colui che non puoi lacerare con i tuoi denti né accusare con i tuoi latrati, cercando la sua distruzione, e perché abbandoni il tuo re, che la bellezza delle opere reali illumina, che l’ascendenza nobilita e che le tante affinità con i santi, la luce che è sua, lo splendore, la limpidezza rendono più brillante di chiunque altro, allo stesso modo in cui Febo sorgendo sembra spegnere il bagliore delle stelle notturne? Tu hai come unico compagno lo stesso peccato contro Dio, miserabile a dirsi, che Gerusalemme ha commesso nel respingere il suo legittimo Signore, Gesù.
Il re che la prima lettera di questi versi raffigura racchiude in sé tutte le cose che la natura dona ai beati. È la base della giustizia, uno Iulo di Troia per il suo coraggio, un guardiano della Chiesa, un Maccabeo [cioè un guerriero valoroso, NdT], un Ettore in armi, che protegge il proprio Paese osservando allo stesso tempo le leggi della teologia, superando Giulio Augusto in temperanza. Poiché non saprei descrivere a parole le virtù, il carattere, la famiglia e le azioni di un uomo così ricco di qualità, possano queste cose essere scritte lassù nei cieli.
Dominick Argento (27 ottobre 1927 - 2019): Six Elizabethan Songs (1958). Barbara Bonney, soprano; André Previn, pianoforte.
Spring (Thomas Nashe, 1567-1601: da Summer’s Last Will and Testament, 1592)
Spring, the sweet Spring, is the year’s pleasant king;
Then blooms each thing, then maids dance in a ring,
Cold doth not sting, the pretty birds do sing,
Cuckoo, jug-jug, pu-we, to-witta-woo!
The palm and may make country houses gay,
Lambs frisk and play, the shepherd pipes all day,
And we hear aye birds tune this merry lay,
Cuckoo, jug-jug, pu-we, to-witta-woo!
The fields breathe sweet, the daisies kiss our feet,
Young lovers meet, old wives a-sunning sit,
In every street these tunes our ears do greet,
Cuckoo, jug-jug, pu-we, to-witta-woo!
Spring! The sweet Spring!
Sleep (Samuel Daniel, 1562-1619: da Delia, 1592)
Care-charmer Sleep, son of the sable Night,
Brother to Death, in silent darkness born,
Relieve my anguish and restore thy light,
With dark forgetting of my cares, return;
And let the day be time enough to mourn
The shipwreck of my ill-adventur’d youth:
Let waking eyes suffice to wail their scorn,
Without the torment of the night’s untruth.
Cease, dreams, th’ images of day-desires
To model forth the passions of the morrow;
Never let rising sun approve you liars,
To add more grief to aggravate my sorrow.
Still let me sleep, embracing clouds in vain;
And never wake to feel the day’s disdain.
Winter (William Shakespeare, 1564-1616: da Love’s Labour’s Lost V/2, 1597)
When icicles hang by the wall
And Dick the shepherd blows his nail,
And Tom bears logs into the hall,
And milk comes frozen home in pail;
When blood is nipt and ways be foul,
Then nightly sings the staring owl:
Tu-who!
Tu-whit! Tu-who! — A merry note!
While greasy Joan doth keel the pot.
When all aloud the wind doth blow,
And coughing drowns the parson’s saw,
And birds sit brooding in the snow,
And Marian’s nose looks red and raw;
When roasted crabs hiss in the bowl
Then nightly sings the staring owl:
Tu-who!
Tu-whit! Tu-who! — A merry note!
While greasy Joan doth keel the pot.
Dirge (Shakespeare: da Twelfth Night II/4, 1602)
Come away, come away, death,
And in sad cypress let me be laid;
Fly away, fly away, breath;
I am slain by a fair cruel maid.
My shroud of white, stuck all with yew,
O prepare it!
My part of death, no one so true
Did share it.
Not a flower, not a flower sweet,
On my black coffin let there be strown;
Not a friend, not a friend greet
My poor corpse, where my bones shall be thrown:
[A thousand, thousand sighs to save,]
Lay me, O where
Sad true lover never find my grave,
To weep there!
Diaphenia (Henry Constable, 1562-1613: Damelus’ Song to his Diaphenia, c1600)
Diaphenia, like the daffadowndilly,
White as the sun, fair as the lily,
Heigh ho, how I do love thee!
I do love thee as my lambs
Are belovèd of their dams:
How blest were I if thou would’st prove me.
Diaphenia, like the spreading roses,
That in thy sweets all sweets encloses,
Fair sweet, how I do love thee!
I do love thee as each flower
Loves the sun’s life-giving power;
For dead, thy breath to life might move me.
Diaphenia, like to all things blessèd,
When all thy praises are expressèd,
Dear joy, how I do love thee!
As the birds do love the spring,
Or the bees their careful king, —
Then in requite, sweet virgin, love me!
Hymn (Ben Jonson, 1572-1637: Hymn to Diana)
Queen and huntress, chaste and fair,
Now the sun is laid to sleep,
Seated in thy silver chair,
State in wonted manner keep:
Hesperus entreats thy light,
Goddess excellently bright.
Earth, let not thy envious shade
Dare itself to interpose;
Cynthia’s shining orb was made
Heav’n to clear when day did close;
Bless us then with wishèd sight,
Goddess excellently bright.
Lay thy bow of pearl apart,
And thy crystal shining quiver;
Give unto the flying hart
Space to breathe, how short so-ever:
Thou that mak’st a day of night,
Goddess excellently bright.
Egon Wellesz (21 ottobre 1885 - 1974): Idyllen, fünf Klavierstücken zu Gedichten von Stefan George op. 21 (1917). Margarete Babinsky.
In ruhig fließender Bewegung
…Kostbarer wie sie die Quelle verstreut
Schmächtigem Springbrunn Funken entstieben…
Werden sie leuchten, leuchten mir heut?
Werd ich die süßen Traumaugen lieben?
(Gartenfrühlinge.)
Schwebend [3:05]
…In umschwärmendem Chor
Und in zitternder Jagd
Nach den Wiesen die Woge
Nach Silber Smaragd
So folgen dir froh
Die dein lächeln erkürt…
O mein tag mir so gross
Und so schnell mir entführt!
(Tag-Gesang.)
Mäßig [6:49]
…Ein rauschendes Geflitter
Entzückt und quält – macht schwer und frei.
Ein Schwanken süß und bitter
Ein Singen sonder Melodei…
(Morgenschauer.)
Verträumt [10:21]
Frühe nacht verwirrt die ebnen Bahnen
Kalte Traufe trübt die Weiher
Glückliche Apolle und Dianen
Hüllen sich in nebelschleier…
(Die Gärten schließen.)
Langsam. Frei im Vortrag [13:33]
Wie eine tiefe Weise
Die uns gejubelt und gestöhnt
In neuem Paradeise
Noch lockt und rührt wenn schon vertönt.
(Blaue Stunde.)
Pëtr Il’ič Čajkovskij (1840 - 1893): Времена года / Les Saisons op. 37a (1875-76), 10. Октябрь: Осенняя песнь / Octobre: Chant d’automne. Versione originale: Valentyna Lysycja, pianoforte. Trascrizione per orchestra di Aleksandr Gauk (1893 - 1963): Orchestra da camera di Mosca, dir. Constantine Orbelian.
Il dolente Canto autunnale fu pubblicato nell’ottobre 1876 sul periodico sanpietroburghese «Нувеллист» (Nuvellist), associato a versi di Aleksej Kostantinovič Tolstoj (1858):
Осень. Обсыпается весь наш бедный сад,
Листья пожелтелые по ветру летят…
Autunno. Si spoglia il nostro povero giardino,
foglie ingiallite che volano nel vento…
Di Octobre, indubbiamente uno dei «mesi» più famosi della raccolta, esistono vari adattamenti per strumenti diversi. Ecco come l’esegue sull’arpa Pauline Haas:
Il brano è stato trascritto per clarinetto e quartetto d’archi da Tōru Takemitsu (1930 - 1996). Rob Patterson, clarinetto; Hrabba Atladottir e Mathew Oshidam, violini; Elizabeth Prior, viola; Evgeny Tonkha, violoncello.
Claudin de Sermisy (c1490 - 13 ottobre 1562): Secourez moy, chanson a 4 voci (pubblicata nella raccolta Trente et sept chansons musicales a quatre parties, 1531); testo di Clément Marot. Ensemble «Clément Janequin».
Secourez-moi ma dame par amours
Ou autrement la mort me vient quérir.
Autre que vous ne peut donner secours
À mon las coeur lequel s’en va mourir.
Hélas, hélas, venez tôt secourir
Celui qui vit pour vous en grand tristesse,
Car de son coeur vous êtes la maîtresse.
Heinrich Schütz (8 ottobre 1585 - 1672): Di marmo siete voi SWV 17, madrigale a 5 voci (n. 17 del Primo libro de madrigali, 1611) su testo di Giambattista Marino. The Consort of Musicke, dir. Anthony Rooley.
Di marmo siete voi,
donna, a colpi d’amore,
al pianto mio,
e di marmo son io
alle vostr’ire e agli strali suoi
per natura,
per amor io costante
e voi dura.
Ambo siam sassi
e l’un e l’altro è scoglio,
io di fé e voi d’orgoglio.
Igor’ Fëdorovič Stravinskij (1882-1971): The Owl and the Pussycat per voce e pianoforte (1966) su testo di Edward Lear. Adrienne Albert, mezzosoprano; Robert Craft, pianoforte.
The Owl and the Pussy-cat went to sea
In a beautiful pea-green boat,
They took some honey, and plenty of money,
Wrapped up in a five-pound note.
The Owl looked up to the stars above,
And sang to a small guitar,
‘O lovely Pussy! O Pussy my love,
What a beautiful Pussy you are,
You are,
You are!
What a beautiful Pussy you are!’
Pussy said to the Owl, ‘You elegant fowl!
How charmingly sweet you sing!
O let us be married! too long we have tarried:
But what shall we do for a ring?’
They sailed away, for a year and a day,
To the land where the Bong-tree grows
And there in a wood a Piggy-wig stood
With a ring at the end of his nose,
His nose,
His nose,
With a ring at the end of his nose.
‘Dear pig, are you willing to sell for one shilling
Your ring?’ Said the Piggy, ‘I will.’
So they took it away, and were married next day
By the Turkey who lives on the hill.
They dined on mince, and slices of quince,
Which they ate with a runcible spoon;
And hand in hand, on the edge of the sand,
They danced by the light of the moon,
The moon,
The moon,
They danced by the light of the moon.
Mátyás Seiber (1905 - 24 settembre 1960): The Owl and the Pussycat per voce, violino e chitarra (1956) su testo di Edward Lear. Beáta Máthé, mezzosoprano; Zoltán Benedekfi, violino; Dávid Pavlovits, chitarra.
The Owl and the Pussy-cat went to sea
In a beautiful pea-green boat,
They took some honey, and plenty of money,
Wrapped up in a five-pound note.
The Owl looked up to the stars above,
And sang to a small guitar,
‘O lovely Pussy! O Pussy my love,
What a beautiful Pussy you are,
You are,
You are!
What a beautiful Pussy you are!’
Pussy said to the Owl, ‘You elegant fowl!
How charmingly sweet you sing!
O let us be married! too long we have tarried:
But what shall we do for a ring?’
They sailed away, for a year and a day,
To the land where the Bong-tree grows
And there in a wood a Piggy-wig stood
With a ring at the end of his nose,
His nose,
His nose,
With a ring at the end of his nose.
‘Dear pig, are you willing to sell for one shilling
Your ring?’ Said the Piggy, ‘I will.’
So they took it away, and were married next day
By the Turkey who lives on the hill.
They dined on mince, and slices of quince,
Which they ate with a runcible spoon;
And hand in hand, on the edge of the sand,
They danced by the light of the moon,
The moon,
The moon,
They danced by the light of the moon.
Gabriel Fauré (1845 - 1924): Automne, mélodie op. 18 n. 3 (1878), testo di Armand Silvestre (1837 - 1901). Janine Devost (1932 - 1985), soprano; David Selig, pianoforte.
Automne au ciel brumeux, aux horizons navrants,
Aux rapides couchants, aux aurores pâlies,
Je regarde couler, comme l’eau du torrent,
Tes jours faits de mélancolie.
Sur l’aile des regrets mes esprits emportés,
– Comme s’il se pouvait que notre âge renaisse! –
Parcourent, en rêvant, les coteaux enchantés,
Où jadis sourit ma jeunesse!
Je sens, au clair soleil du souvenir vainqueur,
Refleurir en bouquet les roses deliées,
Et monter à mes yeux des larmes, qu’en mon coeur,
Mes vingt ans avaient oubliées!