Henry Barraud (1900 - 28 dicembre 1997): Symphonie de Numance (1952). Orchestre National de l’ORTF, dir. Georges Tzipine.
- Ouverture
- Nocturne [6:55]
- Interludes dramatiques [13:25]

Henry Barraud (1900 - 28 dicembre 1997): Symphonie de Numance (1952). Orchestre National de l’ORTF, dir. Georges Tzipine.

Johann Gottfried Schwanenberger (28 dicembre 1737 - 1804): Sonata in si bemolle maggiore. Fernando De Luca, clavicembalo.
Questa Sonata fu erroneamente attribuita a Franz Joseph Haydn (Hob.XVI:17). Per la verità, non siamo sicuri nemmeno che sia di Schwanenberger.
![]()
Julius Rietz (28 dicembre 1812 - 1877): Lustspiel-Ouverture op. 18 (1841). Rheinklang Orchester, Düsseldorf, dir. Florian Merz.

Paul Hindemith (1895 - 28 dicembre 1963): Der Schwanendreher, concerto per viola e piccola orchestra sopra antichi temi popolari germanici (1935). Tabea Zimmermann, viola; Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks, dir. David Shallom.

Bernard van Dieren (27 dicembre 1887 - 1936): Elegie per violoncello e orchestra op. 1 (1908). Christopher Bunting, violoncello; Royal Philharmonic Orchestra, dir. Myer Fredman.

Stephen Albert (1941 - 27 dicembre 1992): Sinfonia n. 2 (1992). Orchestra filarmonica russa, dir. Paul Polivinick.
L’orchestrazione di questo lavoro è stata portata a termine da Sebastian Currier dopo la morte di Albert, vittima di un incidente stradale.

Ernst Boehe (27 dicembre 1880 - 1938): Taormina, poema sinfonico op. 9 (1906). Deutsche Staatsphilharmonie Rheinland-Pfalz, dir. Werner Andreas Albert.
![]()
Endre Szervánszky (27 dicembre 1911 - 1977): Primo Quintetto per strumenti a fiato (1953). Blaasquintet Vindur.

Louis-Noël Belaubre (27 dicembre 1932 - 2017): Danses vives et mélancoliques per chitarra op. 47 (2014). Alberto Mesirca.
Heikki Suolahti (1920 - 27 dicembre 1936): Sinfonia piccola (1935), revisione di Tauno Hannikainen (1938). Orchestra non identificata, dir. Ari Angervo.

Johann Georg Pisendel (26 dicembre 1687 - 1755): Imitation des caractères de la danse (c1725-35). Freiburger Barockorchester, dir. Gottfried von der Goltz.

Earle Brown (26 dicembre 1926 - 2002): Folio per esecutori non precisati (1952). Nils Vigeland, pianoforte; Eberhard Blum, flauto; Frances-Marie Uitti, violoncello.

Noël Gallon (1891 - 26 dicembre 1966): Récit et Allegro per fagotto e pianoforte (1938). Kristin Wolfe Jensen, fagotto; Vivienne Spy, pianoforte.

Sir Lennox Berkeley (1903 - 26 dicembre 1989): Sinfonia n. 4 (1977-78). BBC National Orchestra of Wales, dir. Richard Hickox.

Perotino (c1160 - c1230): Sederunt principes, organum quadruplum sul graduale della messa di Santo Stefano (composto forse nel 1199). The Early Music Consort of London, dir. David Munrow.
Fonti del testo sono il Salmo 118, vv. 23a e 86b, e il 108, v. 26:
118: 23a Sederunt principes, et adversum me loquebantur:
86b et iniqui persecuti sunt me.
108: 26a Adjuva me, Domine Deus meus:
26b salvum me fac propter misericordiam tuam.
Mi chiesi se l’Abate non avesse scelto di far cantare quel graduale proprio quella notte, quando ancora erano presenti alla funzione gli inviati dei principi, per ricordare come da secoli il nostro ordine fosse pronto a resistere alla persecuzione dei potenti, grazie al suo privilegiato rapporto col Signore, Dio degli eserciti. E invero l’inizio del canto diede una grande impressione di potenza.
Sulla prima sillaba se iniziò un coro lento e solenne di decine e decine di voci, il cui suono basso riempì le navate e aleggiò sopra le nostre teste, e tuttavia sembrava sorgere dal cuore della terra. Né s’interruppe, perché mentre altre voci incominciavano a tessere, su quella linea profonda e continua, una serie di vocalizzi e melismi, esso — tellurico — continuava a dominare e non cessò per il tempo intero che occorre a un recitante dalla voce cadenzata e lenta per ripetere dodici volte l’Ave Maria. E quasi sciolte da ogni timore, per la fiducia che quell’ostinata sillaba, allegoria della durata eterna, dava agli oranti, le altre voci (e massime quelle dei novizi) su quella base petrosa e solida innalzavano cuspidi, colonne, pinnacoli di neumi liquescenti e subpuntati. E mentre il mio cuore stordiva di dolcezza al vibrare di un climacus o di un porrectus, di un torculus o di un salicus, quelle voci parevano dirmi che l’anima (degli oranti e mia che li ascoltavo), non potendo reggere alla esuberanza del sentimento, attraverso di essi si lacerava per esprimere la gioia, il dolore, la lode, l’amore, con slancio di sonorità soavi. Intanto, l’ostinato accanirsi delle voci ctonie non demordeva, come se la presenza minacciosa dei nemici, dei potenti che perseguitavano il popolo del Signore, permanesse irrisolta. Sino a che quel nettunico tumultuare di una sola nota parve vinto, o almeno convinto e avvinto dal giubilo allelujatico di chi vi si opponeva, e si sciolse su di un maestoso e perfettissimo accordo e su un neuma resupino.
Pronunciato con fatica quasi ottusa il “sederunt”, s’innalzò nell’aria il “principes”, in una grande e serafica calma. Non mi domandai più chi fossero i potenti che parlavano contro di me (di noi), era scomparsa, dissolta l’ombra di quel fantasma sedente e incombente.
[…]
Ora il coro stava intonando festosamente lo “adjuva me”, di cui la a chiara lietamente si espandeva per la chiesa, e la stessa u non appariva cupa come quella di “sederunt”, ma piena di santa energia. I monaci e i novizi cantavano, come vuole la regola del canto, col corpo diritto, la gola libera, la testa che guarda in alto, il libro quasi all’altezza delle spalle in modo che vi si possa leggere senza che, abbassando il capo, l’aria esca con minore energia dal petto. Ma l’ora era ancora notturna e, malgrado squillassero le trombe della giubilazione, la caligine del sonno insidiava molti dei cantori i quali, persi magari nell’emissione di una lunga nota, fiduciosi nell’onda stessa del cantico, a volte reclinavano il capo, tentati dalla sonnolenza. Allora i veglianti, anche in quel frangente, ne esploravano i volti col lume, a uno a uno, per ricondurli appunto alla veglia, del corpo e dell’anima.
(Umberto Eco, Il nome della rosa:
Sesta giornata, Mattutino;
Bompiani, Milano 1980)
Jehan Alain (1911 - 1940): Noël nouvelet, elaborazione per coro a 3 voci miste a cappella JA 101 (1938). Camerata Saint-Louis, dir. Georges Guillard.

Anonimo del XV secolo: Noël nouvelet, testo e melodia del XV secolo. Petits Chanteurs du Mont-Royal.
Noël nouvelet, Noël chantons ici.
Dévotes gens disons à Dieu merci.
Chantons Noël, pour le roi nouvelet.
Noël nouvelet, Noël chantons ici.
Quand je m’éveillai et eus assez dormi.
Ouvris les yeux, vis un arbre fleuri.
Dont il sortait un bouton merveilleux,
Noël nouvelet, Noël chantons ici.
D’un oiselet bientôt le chant ouïs,
Qui aux pasteurs disait: Partez d’ici.
En Bethleem trouverez l’agnelet.
Noël nouvelet, Noël chantons ici.
En Bethleem, Marie et Joseph vis.
L’âne et le boeuf, l’enfant couché au lit.
La crèche était au lieu d’un bercelet.
Noël nouvelet, Noël chantons ici.
L’étoile y vis qui la nuit éclaircit.
Qui d’Orient dont elle était sortie
En Bethleem les trois Rois amenait,
Noël nouvelet, Noël chantons ici.
L’un portait l’or, l’autre la myrrhe aussi,
L’autre l’encens qu’il faisait bon sentir.
Du Paradis semblait le jardinet,
Noël nouvelet, Noël chantons ici.
Marcel Dupré (1886 - 1971): Variations sur un Noël per organo op. 20 (1922). Vincenzo Allevato.

Perotino (c1160 - c1230): Viderunt omnes, organum quadruplum sul graduale della 3ª messa di Natale (composto forse nel 1198). The Early Music Consort of London, dir. David Munrow.
Fonte del testo è il Salmo 97, vv. 3b, 4a e 2:
3b Viderunt omnes fines terræ salutare Dei nostri.
4a Jubilate Deo, omnis terra.
2a Notum fecit Dominus salutare suum;
2b ante conspectum gentium revelavit justitiam suam.

Hieronymus Praetorius (1560 - 1629): In dulci iubilo, mottetto a 8 voci. Julie Gaulke e Simone Lo Castro eseguono tutte le parti.
In dulci jubilo
Nun singet und seid froh!
Unsers Herzens Wonne
Liegt in praesepio;
Und leuchtet wie die Sonne
Matris in gremio.
Alpha es et O!
O Jesu parvule
Nach dir ist mir so weh!
Tröst’ mir mein Gemüte
O puer optime
Durch alle deine Güte
O princeps gloriae.
Trahe me post te!
O Patris caritas!
O Nati lenitas!
Wir wären all verloren
Per nostra crimina
So hat er uns erworben
Coelorum gaudia
Eia, wären wir da!
Ubi sunt gaudia
Nirgend mehr denn da!
Da die Engel singen
Nova cantica,
Und die Schellen klingen
In regis curia.
Eia, wären wir da!

Gaston Litaize (1909 - 1991): Variations sur un Noël angevin, da 12 Pièces pour grand orgue (1937). Bert van Stam all’organo della Cattedrale di san Bavone in Haarlem.

Perotino il Grande (magister Perotinus Magnus ovvero Pérotin, c1160 - c1230): Beata viscera, conductus monodico; testo probabilmente di Philippe le Chancelier. Ensemble Tonus Peregrinus.
Testo completo (nell’interpretazione dell’ensemble Tonus Peregrinus sono omesse le strofe 2, 3 e 5) e traduzione:
|
1. Beata viscera Marie virginis cuius ad ubera rex magni nominis, veste sub altera vim celans numinis, dictavit federa Dei et hominis.
|
Beato il grembo della vergine Maria, al cui seno un re di nome illustre, celando sotto altra veste la propria divina natura, stabilì l’alleanza di Dio con l’uomo.
|
|
2. Populus gentium sedens in tenebris surgit ad gaudium partus tam celebris: Iudea tedium fovet in latebris, cor gerens conscium delicet funebris.
|
Il popolo delle nazioni, che sedeva nelle tenebre, si alza in piedi per la gioia di un parto tanto illustre: la Giudea cova il disgusto di nascosto, avendo nel cuore la consapevolezza di una colpa funesta.
|
|
3. Fermenti pessimi qui fecem hauserant, ad panis azimi promisa properant: sunt Deo proximi qui longe steterant, et hi novissimi qui primi fuerant.
|
Chi aveva inghiottito il fondo di un lievito pessimo si affretta alle promesse del pane azzimo: sono più vicini a Dio coloro che erano stati lontani, e ultimi quelli che erano stati i primi.
|
|
4. Partum quem destruis, Iudea misera! De quo nos arguis, quem docet littera; si nova respuis, crede vel vetera, in hoc quem astruis Christum considera.
|
Quale parto distruggi, infelice Giudea! Ci accusi di quanto la lettera insegna; se rifiuti i fatti nuovi, credi almeno a quelli vecchi, in ciò che aggiungi riconosci il Cristo.
|
|
5. Te semper implicas errore patrio; dum viam indicas errans in invio: in his que predicas, sternis in medio bases propheticas sub evangelio.
|
Ancora ti avviluppi nell’errore dei tuoi padri, mentre indichi la strada vagando in luoghi impraticabili: in ciò che proclami dissemini nel mezzo basi profetiche sotto il vangelo.
|
|
6. Legis mosayce clausa misteria; nux virge mystice nature nescia; aqua de silice, columpna previa, prolis dominice signa sunt propera.
|
Della legge mosaica chiusi i misteri; il frutto della mistica verga ignoto alla natura; acqua dalla roccia, colonna che precede, della prole del Signore sono segni impetuosi.
|
|
7. Solem, quem libere, dum purus oritur in aura cernere visus non patitur, cernat a latere dum repercutitur, alvus puerpere, qua totus clauditur.
|
Il sole che liberamente, mentre nitido sorge nell’aria, guardare non è possibile, lo si osservi di lato mentre si riflette, grembo della madre in cui tutto è racchiuso.
|

Juan García de Zéspedes (c1619 - 1678): Ay que me abraso, villancico-guaracha. Caranzalem: Pilar Almalé, canto e viola da gamba; Elena Escartín, canto e flauto dolce; Paula Brieba, chitarra barocca.
Ay que me abraso, ay,
divino Dueño, ay,
en la hermosura, ay,
de tus ojuelos, ay.
Ay cómo llueven, ay,
ciento luçeros, ay,
rayos de gloria, ay,
rayos de fuego, ay.
En la guaracha, ay,
le festinemos, ay,
mientras el niño, ay,
se rinde al sueño, ay.
Toquen y baylen, ay,
porque tenemos, ay,
fuego en la nieve, ay,
nieve en el fuego, ay.
Ay, que me abraso, ay,
divino Dueño, ay,
en la hermosura, ay,
de tus ojuelos, ay.
Con citazione di Canarios di Gaspar Sanz 🙂

Buon Natale, ay!
Mauricio Kagel (24 dicembre 1931 - 2008): Dressur per strumenti a percussione in legno (tre esecutori; 1977). Yale Percussion Group: Candy Chiu, John Corkill e Ian Rosenbaum.

John Dunstable (o Dunstaple; c1390 - 24 dicembre 1453): Quam pulchra es, mottetto a 3 voci. The Hilliard Ensemble.
Quam pulchra es et quam decora,
carissima, in deliciis;
statura tua assimilata est palmae,
et ubera tua botris;
caput tuum ut Carmelus,
collum tuum sicut turris eburnea.
Veni, dilecte mi,
ingrediamur in agrum;
videamus si flores fructus parturierunt,
si floruerunt mala punica;
ibi dabo tibi ubera mea.
Alleluia.
John Dunstable: Descendi in ortum meum, mottetto a 4 voci. ArsNovaSacra Vocal Ensemble.
Descendi in ortum meum,
ut viderem poma convallium
et inspicerem si floruissent vineae
et germinassent mala punica.
Revertere Sunamitis ut intueamur te.

Eino Tamberg (1930 - 24 dicembre 2010): Sinfonia n. 1 op. 57 (1978). Eesti Riiklik Sümfooniaorkester, dir. Neeme Järvi.

Richard Rodney Bennett (1936 - 24 dicembre 2012): Isadora, suite dal balletto (1981). BBC Concert Orchestra, dir. Barry Wordsworth.
Isadora è un balletto in 2 atti creato per la compagnia del Royal Ballet da Kenneth MacMillan; il soggetto prende spunto dalla vita e dall’arte della celebre danzatrice statunitense Isadora Duncan (1877 o 1878 - 1927).

Luciano Chailly (1920 - 24 dicembre 2002): Sonate tritematiche n. 1 per pianoforte (1952) e n. 8 per violino e pianoforte (1958). Anna Tifu, violino; Alfonso Alberti, pianoforte.

Joseph Bodin de Boismortier (23 dicembre 1689 - 1755): Deuxième Sérénade ou Simphonie françoise. Le Concert Spirituel, dir. Hervé Niquet.

Michele Novaro (23 dicembre 1818 - 1885): Venezia, ode per canto e pianoforte (1849) su testo di Arnaldo Fusinato. Leonardo De Lisi, tenore; Vito Maggiolino, pianoforte.
È fosco l’aere, è l’ora bruna,
è tutta in gemiti la mia laguna,
in solitaria malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia!
Tra i rotti nugoli dell’occidente
i raggi perdonsi del sol morente,
è mesto sibilo per l’aria bruna
l’ultimo gemito della laguna.
Passa una gondola della città.
«Ehi, dalla gondola, qual novità?»
«Il morbo infuria, il pan ci manca,
sul ponte sventola bandiera bianca!»
Oh! no, non splendere su tanti guai,
Sole d’Italia, non splender mai;
e sulla veneta spenta fortuna
si eterni il gemito della laguna.
Venezia! l’ultima ora è venuta;
illustre martire, tu sei perduta…
Il morbo infuria, il pan ti manca,
sul ponte sventola bandiera bianca!
Ma non le ignivome palle roventi,
né i mille fulmini su te stridenti,
troncaro ai liberi tuoi dì lo stame…
Viva Venezia!
Muore di fame!
Sulle tue pagine scolpisci, o Storia,
l’altrui nequizie e la sua gloria,
e grida ai posteri tre volte infame
chi vuol Venezia morta di fame!
Viva Venezia!
L’ira nemica la sua risuscita
virtude antica;
ma il morbo infuria, ma il pan le manca…
Sul ponte sventola bandiera bianca!
Ed ora infrangasi qui sulla pietra,
finché è ancor libera,
questa mia cetra.
A te, Venezia,
l’ultimo canto,
l’ultimo bacio,
l’ultimo pianto!
Ramingo ed esule in suol straniero,
vivrai, Venezia, nel mio pensiero;
vivrai nel tempio qui del mio core,
come l’imagine del primo amore.
Ma il vento sibila,
ma l’onda è scura,
ma tutta in tenebre
è la natura:
le corde stridono,
la voce manca…
Sul ponte sventola
bandiera bianca!
Michele Novaro musicò anche l’attuale inno nazionale italiano: ne abbiamo parlato qui.