Allegro brillante ma non troppo

Jan Václav Dusík (Jan Ladislav Dussek; 1760 - 20 marzo 1812): Concerto in mi bemolle maggiore per pianoforte e orchestra op. 70 (1810). Jan Novotný, pianoforte; Orchestra filarmonica di Praga, dir. Leoš Svárovský.

  1. Allegro brillante ma non troppo
  2. Adagio, ma non troppo lento [14:30]
  3. Rondò: Allegretto moderato [19:45]

Nosferatu 1922-2022

Il 15 marzo 1922 ebbe luogo a Berlino la prima proiezione pubblica del film Nosferatu ‒ Eine Symphonie des Grauens diretto da Friedrich Wilhelm Murnau su una sceneggiatura che Henrik Galeen aveva liberamente tratto dal romanzo Dracula (1897) di Bram Stoker; questo film è unanimemente considerato uno dei capolavori del cinema muto.
La proiezione berlinese del 1922 fu accompagnata da un’orchestra che, sotto la guida di Hans Erdmann, eseguì una partitura scritta appositamente dal direttore stesso. Erdmann (1882 – 1942) è a tutti gli effetti il primo grande autore di colonne sonore cinematografiche; gli si deve fra l’altro un trattato (Allgemeines Handbuch der Film-Musik, 1927, scritto in collaborazione con Giuseppe Becce e Ludwig Brav) considerato una pietra miliare nella storia della musica per film.
La partitura di Erdmann per Nosferatu è stata recentemente ricostruita dai musicologi statunitensi Gillian B. Anderson e James Kessler. Grazie a un accurato restauro della pellicola, oggi è possibile vedere il film di Murnau accompagnato dalle musiche originali:



sopra: didascalie in tedesco;
sotto: didascalie in inglese.


A chi volesse approfondire segnalo:
una pagina del sito di Gillian Anderson ricca di informazioni, in particolare sulla partitura da lei ricostruita;
la voce su Hans Erdmann redatta da Ermanno Comuzio per l’Enciclopedia del cinema Treccani;
– un gustoso articolo del blogger Lucius Etruscus sulla vicenda dei diritti d’autore richiesti (invano) dalla vedova Stoker alla casa produttrice del film di Murnau;
una recensione del romanzo di Stoker pubblicata dalla blogger Elena Bergonti.

L’isola dei morti – IV

Sergej Vasil’evič Rachmaninov (1873 – 1943): Die Toteninsel, poema sinfonico op. 29 (1909) ispirato dall’omonimo dipinto di Arnold Böcklin. Orchestra sinfonica di Stato della Federazione russa, dir. Evgenij Fëdorovič Svetlanov.
Nel video si alternano le cinque versioni note del dipinto:
1a versione, 1880, oggi nella Öffentliche Kunstsammlung del Kunstmuseum di Basilea;
2a versione, 1880, Metropolitan Museum of Art di New York;
3a versione, 1883, Alte Nationalgalerie di Berlino;
4a versione, 1884, distrutta nel corso della seconda guerra mondiale;
5a versione, 1886, Museum der bildenden Künste, Lipsia.

Rachmaninov, op. 29

Kinderkonzerte 1 e 2

Franco Margola (1908 - 9 marzo 1992): Kinderkonzert n. 1 per pianoforte e orchestra (1954). Ruggero Ruocco, pianoforte; I Solisti Aquilani, dir. Vittorio Parisi.

  1. Allegro
  2. Aria: Larghetto [4:07]
  3. Allegro spigliato [8:32]

Franco Margola: Kinderkonzert n. 2 per violino e orchestra (1955): Irene Tella, violino. I Solisti Aquilani, dir. Vittorio Parisi.

  1. Allegro
  2. Sostenuto [5:31]
  3. Allegro finale [9:54]

Senza musica

Maurice Ravel (7 marzo 1875 - 1937): Boléro per orchestra (1928). London Symphony Orchestra, dir. Valerij Gergiev.

Di regola non propongo l’ascolto di composizioni molto fa­mo­se. Se ho deciso di fare un’eccezione con il Boléro è perché in rete su questo brano si possono trovare innumerevoli in­for­mazioni e opinioni, escluse (forse) un paio di considerazioni che a me paiono molto importanti, anzi fondamentali, e di queste ho intenzione di parlare.
Due premesse, una a proposito dell’autore e l’altra in merito alla composizione. Sono convinto che Ravel sia uno dei massimi musicisti del ‘900, artista di rara sensibilità e raf­fi­na­tezza, figura di rilievo assoluto neĺla storia dell’arte musicale del secolo passato; ritengo altresì che il Boléro non sia affatto la sua opera più significativa: è una composizione sui generis, lontanissima per stile, concezione e struttura da altre notevoli creazioni di Ravel, come per esempio il Quartetto in fa, Le Tombeau de Couperin. L’Enfant et les Sortilèges e soprattutto Gaspard de la nuit. Potete trovare nel web dovizia di particolari sulla genesi del Boléro, per cui spero che mi perdonerete se non mi soffermo sull’argomento.
Mi preme invece porre l’accento sulla definizione che di questo brano diede lo stesso Ravel:

« J’avais écrit une pièce qui durait dix-sept minutes et consistant entièrement en un tissu orchestral sans musique – en un long crescendo très progressif » (Avevo scritto un brano che durava diciassette minuti e che consisteva interamente in un tessuto orchestrale senza musica – in un lungo crescendo progressivo).

Il punto è: perché «senza musica»? Che cosa intende dire Ravel quando afferma che non c’è musica nel suo Boléro ? In realtà non è difficile dare una risposta a questa domanda.
Non diversamente dagli altri suoi colleghi compositori, Ravel ha una precisa concezione di quello che deve essere la composizione. Sono trascorsi molti secoli da quando i musicisti europei hanno abbandonato l’idea che comporre sia semplicemente inventare una bella melodia: questo avvenne intorno alla metà del XII secolo, anche se la svolta definitiva ebbe luogo nel Quattrocento. Da allora, comporre significa soprattutto elaborare: una o più idee musicali servono da fondamenta per la creazione di strutture complesse nelle quali le idee-base si ripresentano più volte in vesti sempre diverse, mutando ritmo, andamento, armonia, talvolta dando origine a intricati disegni polifonici e contrappuntistici. Quello della variazione è un principio proprio della musica, è anzi la natura stessa della musica: praticamente non esiste in nessun’altra forma di espressione artistica, salvo sporadici esperimenti (un noto esempio in ambito letterario è costituito dagli Esercizi di stile di Raymond Queneau, splendidamente tradotti in italiano da Umberto Eco). In generale, nelle composizioni di un buon musicista, anche in quelle più semplici, non troverete mai un’idea che venga riproposta due volte o più senza alcuna variante.
Inoltre, quando le idee musicali elaborate in una stessa composizione sono (almeno) due, hanno sempre qualità molto diverse, contrastanti: se una ha carattere prevalentemente ritmico, ben scandita, l’altra è ampia e distesa, cantabile. È con il contrasto che si crea la forma, la quale è «unità nella varietà».
Ebbene, nel Boléro non c’è niente di tutto questo. Non c’è contrasto: un unico periodo musicale, costituito da due frasi di andamento molto simile, si ripete invariato dall’inizio alla fine sopra una figurazione ritmica ossessiva, anche questa immutabile. Non ci sono variazioni. L’armonia è statica, non presenta alcuna modulazione salvo un estemporaneo passaggio dal do maggiore d’impianto al mi maggiore, otto battute prima della coda conclusiva, che ritorna al do. Non c’è contrappunto.
Ovvio dunque che per Ravel il Boléro sia un brano «senza musica», ossia «senza arte».

Ma questo non è del tutto vero, perché — e qui arrivo al secondo punto — una caratteristica peculiare del Boléro rivela la mano del grande compositore: l’orchestrazione.
L’orchestrazione è un’arte a sé, molto meno semplice di quanto potrebbe sembrare: richiede gusto, fantasia e una perfetta conoscenza di tutte le proprietà timbriche e foniche dei vari strumenti. La maestria di Ravel in questo campo è universalmente ri­co­nosciuta: non a caso fra i suoi lavori più riusciti si annovera l’or­che­stra­zione dei Quadri di un’esposizione di Musorgskij. Basta dare un’occhiata all’or­ga­nico nella prima pagina della partitura per intuire che il Boléro è un altro saggio magistrale di orchestrazione: la prima cosa che si nota è che prevede l’impiego alcuni strumenti inusuali, come la tromba piccola e soprattutto l’oboe d’amore, fratello settecentesco del ben più antico oboe tradizionale, rispetto al quale ha un timbro assai più dolce e carezzevole [nel video che ho scelto per questo articolo si può ascoltarne l’assolo a partire dal minuto 3:44].
Il «crescendo progressivo» del Boléro è ottenuto non solo mediante le opportune indicazioni dinamiche, ma anche e soprattutto attraverso una scelta attenta degli strumenti e degli impasti sonori.

Ho un’ultima considerazione da fare a proposito del Boléro di Ravel – ma è un’opinione personale, quindi siete liberi di non tenerne conto: questo brano «senza musica» è comunque una delle composizioni più sensuali che io conosca, e credo che per riuscire a ottenere un simile effetto ripetendo più volte invariata la stessa tiritera sia necessaria tutta l’arte di un musicista fuori del comune.

Insomma, pur tenendo sempre ben presente che il Boléro non è la com­po­si­zione più rappresentativa dello stile di Ravel, bisogna comunque ammettere che è un capolavoro.
Senza musica.

Boléro

Scacciapensieri & mandora

Johann Georg Albrechtsberger (1736 - 7 marzo 1809): Concerto in fa maggiore per scacciapensieri, mandora e orchestra. Fritz Mayer: scacciapensieri; Dieter Kirsch, mandora; Münchener Kammerorchester, dir. Hans Stadlmaier.

  1. Allegro Moderato
  2. Andante
  3. Menuett: Moderato
  4. Finale: Allegro molto


Miserere 1750

František TůmaFrantišek Tůma (1704 - 1774): Miserere mei, Deus (Salmo 50). Ensemble da camera Currende, dir. Erik van Nevel.

  1. Miserere mei
  2. Amplius lava me [3:07]
  3. Tibi soli peccavi [6:47]
  4. Ecce enim [8:22]
  5. Asperges me [10:41]
  6. Auditui meo [12:28]
  7. Averte faciem tuam [14:56]
  8. Sacrificium Deo [16:20]
  9. Benigne fac Domine [19:03]
  10. Gloria Patri [21:26]

Miserere 1723

Charles-Hubert Gervais (1671 - 1744): Miserere (c1723-44). Gerlinde Sämann e Lisa Rothländer, soprani; Robert Morvai, tenore e contraltista; Nils Giebelhausen, tenore; Matthias Horn, basso; Capella Cathedralis Fulda e L’arpa festante, dir. Franz-Peter Huber.

Gervais - Miserere frontespizio

Nulla in mundo pax sincera

Antonio Vivaldi (4 marzo 1678 – 1741): Nulla in mundo pax sincera, mottetto per soprano, due violini, viola e basso continuo RV 630. Emma Kirkby, soprano; Academy of Ancient Music, dir. Christopher Hogwood.

Aria

Nulla in mundo pax sincera
sine felle; pura et vera,
dulcis Jesu, est in te.

Inter poenas et tormenta
vivit anima contenta
casti amoris sola spe.

Recitativo

Blando colore oculos mundus decepit
at occulto vulnere corda conficit;
fugiamus ridentem, vitemus sequentem,
nam delicias ostentando arte secura
vellet ludendo superare.

Aria

Spirat anguis
inter flores et colores
explicando tegit fel.
Sed occulto factus ore
homo demens in amore
saepe lambit quasi mel.

Alleluia.

RV 630

Čajkovskij: Le Stagioni – 2


Pëtr Il’ič Čajkovskij (1840 - 1893): Времена года / Les Saisons op. 37a (1875-76), 2. Февраль: Масляница / Février: Carnaval. Versione originale: Valentyna Lysycja, pianoforte. Trascrizione per orchestra di Aleksandr Gauk (1893 - 1963): Orchestra da camera di Mosca, dir. Constantine Orbelian.
Brano originariamente pubblicato nel febbraio 1876 sul periodico sanpietroburghese «Нувеллист» (Nuvellist), associato a un distico di Pëtr Andreevič Vjazemskij:

Скоро масляницы бойкой
Закипит широкий пир.
Presto il vivace carnevale
eromperà in una grande festa.

Falsi celebri

L’articoletto che segue, piccolo omaggio a Umberto Eco (1932 - 19 febbraio 2016), prende in esame alcuni apocrifi di successo 🙂


Remo Giazotto (1910 - 1998): Adagio in sol minore per archi e basso continuo (1957) noto come Adagio di Albinoni. Berliner Philharmoniker, dir. Herbert von Karajan.
Compositore e musicologo, Giazotto compilò fra l’altro il catalogo sistematico delle opere di Tomaso Albinoni (1671-1751). Nel 1958 diede alle stampe l’Adagio attribuendone la paternità al maestro veneziano: si tratterebbe di una sonata a tre della quale sopravvivono soltanto il basso numerato e due frammenti della parte del I violino, dallo stesso Giazotto rinvenuti manoscritti nella Sächsische Landesbibliothek di Dresda. «L’elaboratore ha proceduto alla realiz­zazione del basso numerato superstite sul quale, avvalendosi di due episodi melodici (sei battute in tutto), ha creato e disposto un nesso narrativo che aderisse con assoluta fedeltà al tessuto armonico che il basso numerato originale suggeriva», spiegò lo studioso romano. Dopo la morte del quale, però, si è appurato che la Biblioteca di Dresda non conserva alcun frammento corrispondente alla descrizione, ragion per cui si ritiene che l’Adagio sia interamente opera di Remo Giazotto.


Ludwig NohlLudwig van Beethoven (1770 - 1827) o Ludwig Nohl (1831 - 1885): Für Elise (1810?). Ivo Pogorelich, pianoforte.
La composizione oggi universalmente nota con il titolo Für Elise (Per Elisa) fu scoperta quarant’anni dopo la morte di Beethoven, nel 1867, a Monaco, presso una collezione privata, dallo studioso e scrittore tedesco Ludwig Nohl (nel ritrattino qui a sinistra). Il manoscritto, oggi perduto, secondo la testimonianza di Nohl era datato 27 aprile 1810. Ci si è a lungo interrogati sull’identità della dedicataria: poiché non risulta che Beethoven conoscesse di persona una Elise — si è parlato di Elisabeth Röckel (1793–1883), una cantante tedesca che all’epoca godeva di una certa notorietà, ma non v’è prova che i due si siano incontrati — l’opinione più diffusa è che il nome riportato sulla partitura fosse in realtà Therese (ossia Therese Malfatti von Rohrenbach zu Dezza, amata da Beethoven) e che Nohl abbia mal interpretato la grafia del compositore.
Il brano è incluso nel catalogo beethoveniano come n. 59 dei Werke ohne Opuszahl (WoO = composizioni senza numero d’opus). Va però detto che, dopo accurati studi, il musicologo italiano Luca Chiantore (vedere qui) è giunto alla conclusione che Per Elisa non sia di Beethoven: il vero autore sarebbe proprio Nohl.


Autore non identificato: Valzer in mi bemolle maggiore, attribuito a Fryderyk Chopin (1810 - 1849). Arturo Benedetti Michelangeli, pianoforte.
Di questa composizione — per la verità simile più a un Ländler che a un valzer — l’unica copia manoscritta di cui abbiamo notizia si trovava nell’album personale di Emilia Elsner (figlia di uno dei maestri di Chopin), ove però non era riportato il nome del suo autore; l’album, che conteneva alcuni brani certamente di Chopin, è andato perduto, ma era stato esaminato alla fine dell’Ottocento dal letterato e musicografo polacco Ferdynand Hoesick, il quale ne pubblicò il contenuto in un volume di supplemento all’edizione Breitkopf & Härtel delle opere complete chopiniane (Lipsia, 1902). Il Valzer in mi bemolle, a ben vedere, non ha assolutamente nulla dello stile di Chopin: opinione di diversi studiosi è che l’attribuzione al maestro polacco debba considerarsi una svista di Hoesick.


Johann Peter Kellner? (1705 - 1772): Toccata e Fuga in re minore per organo, attribuita a Johann Sebastian Bach (BWV 565). Michel Chapuis, organo.
Della questione si parlava già all’inizio degli anni 1980: «la composizione organistica nota come Toccata e fuga in re minore, n. 565 del Bach-Werke-Verzeichnis di Wolfgang Schmieder, è opera di Johann Sebastian Bach?» si chiedevano, fra gli altri, Peter Williams (BWV 565: A toccata in D minor for organ by J.S.Bach?, in «Early Music» 9/3, 1981) e David Humphreys (The D minor Toccata BWV 565, ibid. 10/2, 1982). La discussione è tuttora viva, ma è assai probabile che nelle prossime edizioni del catalogo bachiano dovremo andare a cercare il numero 565 fra le opere spurie.
Riassumendo:

  • Il più antico manoscritto noto della Toccata e fuga è una copia eseguita da Johann Ringk (1717-1778), allievo di J. P. Kellner, a sua volta allievo di Bach. Studiando il documento, Williams è giunto a questa con­clusione: non si tratta di un’opera originale, bensì della trascrizione di un brano ori­gi­na­ria­mente concepito per violino solo.

  • Humphreys ha attribuito il brano appunto a Johann Peter Kellner, allievo di Bach intorno al 1729 e maestro di Ringk.

  • Bernhard Billeter ritiene invece che si tratti di un adattamento di un brano clavicembalistico (Bachs Toccata und Fuge d-moll für Orgel BWV 565 – ein Cembalowerk?, in «Die Musik­forschung» 50/1, 1997).

  • Nel 1995 Rolf Dietrich Claus ha pubblicato uno studio (Zur Echtheit von Toccata und Fuge d-moll BWV 565, Colonia, Verlag Dohr) nel quale sostiene che la composizione, di probabile origine violinistica, non può essere un’opera giovanile di Bach – come si era sempre pensato, ritenendo di poter così giustificare le sue molte incongruenze – e giunge alla conclusione che debba essere attribuita a un compositore della generazione dei figli di Bach. Nella 2ª edizione ampliata (1999) Claus risponde punto per punto a coloro che avevano criticato e confutato le sue tesi.

  • Nel 2000 Stephan Emele presenta una dissertazione dedicata a Kellner (Ein Beispiel der mitteldeutschen Orgelkunst des 18. Jahrhunderts: Johann Peter Kellner), considerato quale probabile autore della Toccata e fuga in re minore. L’analisi stilistica è dettagliata e abbastanza convincente (si veda il sito della Johann-Peter-Kellner-Gesellschaft).

  • Nel 2005 Eric Lewin Altschuler ipotizza che tanto la Toccata e Fuga BWV 565 quanto la Ciaccona della Seconda Partita per violino BWV 1004 potessero essere in origine brani per liuto (Were Bach’s Toccata and Fugue BWV565 and the Ciaccona from BWV1004 Lute Pieces?, in «The Musical Times» 146/1893).

Penso che chiunque abbia un po’ di dimestichezza con le composizioni del Kantor di Lipsia difficilmente potrà trovarsi in totale disaccordo con gli studiosi sopra menzionati: BWV 565 non sembra essere di Bach; la magniloquenza fine a sé stessa, l’elementare semplicità dell’armonia, l’inconsistenza del contrappunto sono rivelatrici. Il vero Bach è altrove.

Primavera silenziosa

Steven Stucky (1949 – 14 febbraio 2016): Silent Spring, poema sinfonico (2011). Pittsburgh Symphony Orchestra, dir. Manfred Honeck.
Il brano fu composto per celebrare il cinquantenario della pubblicazione del celebre saggio omonimo di Rachel Carson, saggio che diede origine al movimento ambientalista.

Suite barocca – I

Johann Joseph Fux (1660 - 13 febbraio 1741): Ouverture (Suite) in sol minore K 355 (pubblicata in Concentus Musico-Instrumentalis op. 1, 1701). Armonico Tributo Austria, dir. Lorenz Duftschmid.

  1. Ouverture: Grave – Allegro – Grave
  2. Riga(u)don – Trio Bouré [3:13]
  3. Aire la Double: Andante [6:12]
  4. Menuet [9:33]
  5. Aria in Canone: Poco allegro [10:53]
  6. Passacaille [13:01]

La più bella apocalisse

John Luther Adams (1953): Become Ocean per orchestra (2013). Seattle Symphony Orchestra, dir. Ludovic Morlot.
Questa composizione, cui è stato assegnato il Premio Pulitzer per la musica nel 2014, è stata definita dal critico statunitense Alex Ross « the loveliest apocalypse in musical history ».