Folk songs: 5. Drunken sailor

Percy Grainger (8 luglio 1882 - 1961): Scotch Strathspey and Reel per coro e orchestra (1924). The Ambrosian Singers & English Chamber Orchestra, dir. Benjamin Britten.
Strathspey e reel sono danze tradizionali britanniche, di origine scozzese, in ritmo binario (2/2 o 4/4), la prima leggermente più lenta della seconda. La composizione di Grainger, il cui titolo completo è Scotch Strathspey and Reel inlaid with Several Irish and Scotch Tunes and Sea-Chanty, si fonda sopra un celebre canto marinaresco, Drunken Sailor (ovvero What Shall We Do with a/the Drunken Sailor? ), con melodia di probabile origine irlandese. Nelle due clip che seguono potete ascoltarlo in due diverse interpretazioni: del gruppo Irish Rovers la prima, più “tradizionale” e corredata dal testo; l’altra, più fantasiosa, è dei King’s Singers.



Voci dal silenzio

Ennio Morricone (1928 - 6 luglio 2020): Voci dal silenzio per voce recitante, voci registrate, coro e orchestra (2002). The Canticum Novum Singers e Roma Sinfonietta diretti dall’autore.

« L’ho composta sull’onda dell’emozione per la tragedia dell’11 settembre. Poi si è trasformata con il passare del tempo, è diventata un canto per tutte le tragedie, per tutte le stragi del mondo » (Ennio Morricone).

Folk songs: 2. The three ravens

Thomas Ravenscroft (c1582 - c1635): The three ravens. Versione per 1 voce e liuto: Alfred Deller e Desmond Dupré; versione per 4 voci e viol consort: Theatre of Voices diretto da Paul Hillier (voce solista Else Torp) e Fretwork.
Nell’interpretazione di Deller, le strofe sono accorpate a due a due.

There were three ravens sat on a tree,
  down a down, hay down, hay down,
There were three ravens sat on a tree,
  with a down,
There were three ravens sat on a tree,
They were as black as black could be,
  with a down, derry, derry, derry, down, down.

And one of them said to his mate:
Where shall we our breakfast take?

Down, [down] in yonder green field,
There lies a knight slain with his shield.

His hounds they lie down at his feet,
So well they their master keep.

His hawks they fly so eagerly,
There’s no fowl dare him come nie.

Down there comes a fallow doe,
As great with young as she might go.

She lift up his bloody head,
And kissed his wounds that were so red.

She got him up upon her back,
And carried him to earthen lake.

She buried him before the prime.
She was dead herself ere even-song time.

God send every gentleman
Such hawks, such hounds, and such a leman.

Non si hanno molte notizie su Ravenscroft, che però fu molto ammirato e stimato dai musicisti suoi contemporanei. Più che per le sue composizioni originali, è noto per un cospicuo numero di raffinati arrangiamenti di melodie tradizionali — qual è appunto The three ravens — che Ravenscroft pubblicò in tre diverse raccolte: Pammelia (1609), Deuteromelia: or The Second part of Musicks melodie (1609) e Melismata (1611).
Il nome di Ravenscroft comparirà spesso in questo blog 😉

Edward Frederick Brewtnall (1846-1902): The Three Ravens, acquerello su carta, c1883

Stelle e strisce in quattro quadri

Quadro I: In full glee
 

 
John Stafford Smith (1750 - 1836): The Anacreontic Song, or To Anacreon in Heav’n, canto bacchico su testo di Ralph Tomlinson composto a Londra intorno al 1775. Jacob Wright, voce solista; Jerry Blackstone, direttore.

To Anacreon, in Heav’n, where he sat in full glee,
A few sons of harmony sent a petition,
That he their inspirer and patron would be;
When this answer arrived from the jolly old Grecian –
Voice, fiddle and flute, no longer be mute.
I’ll lend ye my name, and inspire you to boot,
And, besides, I’ll instruct you, like me, to entwine,
The myrtle of Venus with Bacchus’s vine.

The news through Olympus immediately flew;
When Old Thunder pretended to give himself airs –
If these mortals are suffer’d their scheme to pursue,
The devil a goddess will stay above stairs.
Hark! already they cry in transports of joy.
Away to the Sons of Anacreon we’ll fly…
And there with good fellows, we’ll learn to entwine,
The myrtle of Venus with Bacchus’s vine.

The yellow-hair’d god, and his nine fusty maids,
From Helicon’s banks will incontinent flee.
Idalia will boast but of tenantless shades,
And the biforked hill a mere desert will be.
My Thunder, no fear on’t shall soon do its errand,
And dam’me! I’ll swing the ringleaders, I warrant.
I’ll trim the young dogs for thus daring to twine,
The myrtle of Venus with Bacchus’s vine.

Apollo rose up; and said, Pr’ythee ne’er quarrel,
Good King of the gods, with my vot’ries below!
Your thunder is useless – then, shewing his laurel,
Cry’d, Sic evitabile fulmen, you know!
Then over each head my laurels I’ll spread;
So my sons from your crackers no mischief shall dread,
Whilst snug in their club-room, they jovially twine,
The myrtle of Venus with Bacchus’s vine.

Next Momus got up, with his risible phiz;
And swore with Apollo he’d cheerfully join –
The full tide of harmony still shall be his,
But the song, and the catch, and the laugh shall be mine;
Then, Jove, be not jealous of these honest fellows.
Cry’d Jove, We relent, since the truth you now tell us;
And swear by Old Styx that they long shall entwine,
The myrtle of Venus with Bacchus’s vine.

Ye sons of Anacreon, then, join hand in hand;
Preserve unanimity, friendship and love.
‘Tis your’s to support what’s so happily plan’d;
You’ve the sanction of gods, and the fiat of Jove.
While thus we agree, our toast let it be.
May our club flourish happy, united, and free!
And long may the sons of Anacreon entwine,
The myrtle of Venus with Bacchus’s vine.

Sul modello dell’Anacreontic Song di Tomlinson è esemplata l’ode Defence of Fort McHenry, composta da Francis Scott Key per celebrare la vittoria dei soldati statunitensi e della popolazione di Baltimora sulla flotta inglese il 14 settembre 1814. In seguito il testo di Francis Scott Key, adattato alla musica di John Stafford Smith, divenne un canto patriottico, e nel 1931 fu ufficialmente adottato quale inno nazionale degli Stati Uniti d’America, oggi noto con il titolo The Star-Spangled Banner.


Quadro II: La versione di Igor’
 

 
The Star-Spangled Banner nella versione orchestrale curata da Igor’ Stravinskij nei primi anni 1940. National Symphony Orchestra, dir. Gianandrea Noseda.

Una pubblica esecuzione di questa versione si sarebbe dovuta tenere a Boston nel gennaio del 1944, con la Boston Symphony Orchestra diretta dal compositore stesso, ma fu depennata dal programma del concerto a causa di un curioso incidente: la polizia locale avvertì Stravinskij dell’esistenza di una legge che proibiva la manomissione, parziale o integrale, dell’inno nazionale, aggiungendo che ogni trasgressione sarebbe stata punita con un’ammenda di 100 dollari.
(La polizia di Boston era però in errore: una legge c’era davvero, ma si limitava a vietare l’uso dell’inno come musica da ballo o da intrattenimento.)
In effetti Stravinskij aveva modificato l’armonizzazione originale: perciò, per quanto dispiaciuto, rinunciò a dirigere il brano.


Quadro III: Le variazioni di Paine
 

 
John Knowles Paine (1839 - 1906): Concert Variations on «The Star-Spangled Banner» per organo op. 3 n. 2 (1861). Andrew Meagher.


Quadro IV: Lo yankee vagabondo
 

 
Giacomo Puccini (1858-1924): «Dovunque al mondo», da Madama Butterfly (1904), atto I. Luciano Pavarotti e Michel Sénéchal, tenori; Robert Kerns, baritono; Chor der Wiener Staatsoper e Wiener Philharmoniker diretti da Herbert von Karajan.

In terra aliena

Philippe de Monte (1521 - 4 luglio 1603): Super flumina Babylonis, mottetto per doppio coro a 8 voci sul testo del Salmo 137 (modificato). The Sixteen, dir. Harry Christophers.

Super flumina Babylonis illic sedimus et flevimus dum recordaremur tui, Sion.
Illic interrogaverunt nos qui captivos abduxerunt nos verba cantionum.
Quomodo cantabimus canticum Domini in terra aliena?
In salicibus in medio ejus suspendimus organa nostra.

Sumer is icumen in

Sumer is icumen in

L’esempio più antico di onomatopea musicale che io conosca è l’imitazione del canto del cuculo su cui si fonda il brano che vedete qui sopra, scritto su una pagina del codice Harley 978 della British Library: la cosiddetta « rota di Reading » (dal nome dell’abbazia in cui il manoscritto era un tempo conservato), ossia Sumer is icumen in. Non conosciamo il nome dell’autore, ma è possibile che si tratti di « W. de Wycombe », precentore del priorato di Leominster, Herefordshire, il cui nome è così riportato sul manoscritto.
Questo celebre canone (rota = round) risale a quasi ottocento anni fa ed è la più antica com­po­si­zione polifonica a sei voci che ci sia pervenuta. Il testo, in inglese medio (Middle English), descrive la natura all’inizio dell’estate:

Sumer is icumen in,
Lhude sing cuccu!
Groweþ sed and bloweþ med
And springþ þe wde nu.
Sing cuccu!
Awe bleteþ after lomb,
Lhouþ after calue cu.
Bulluc sterteþ, bucke uerteþ,
Murie sing cuccu!
Cuccu, cuccu, wel singes þu cuccu;
Ne swik þu nauer nu.

Pes : Sing cuccu nu.

È arrivata l’estate,
canta a piena voce, cucù!
Germoglia il seme e fiorisce il prato,
il bosco rinasce a nuova vita.
Canta, cucù!
La pecora bela per il suo agnello,
il vitello muggisce alla mucca,
salta il toro, il cervo emette fiati,
canta con gioia, cucù!
Cucù, cucù, come canti bene, cucù!
Ora non smettere più.

Pes : Canta, cucù, adesso.

Indicazioni per l’esecuzione del canone (scritte con inchiostro nero):

Hanc rotam cantare possunt quatuor socii. A paucioribus autem quam a tribus aut saltem duobus non debet dici, preter eos qui dicunt pedem. Canitur autem sic. Tacentibus ceteris, unus inchoat cum hiis qui tenent pedem. Et cum venerit ad primam notam post crucem, inchoat alius, et sic de ceteris. Singuli vero repausent ad pausaciones scriptas, et non alibi, spacio unius longe note.

Possono cantare questa rota quattro persone. Non può essere eseguita da meno di tre o al minimo due, oltre a quelli che cantano il pes. Per cantare si procede in questo modo. Mentre gli altri stanno zitti, uno inizia la rota insieme con i due che cantano il pes. Ma quando il primo arriva alla prima nota dopo la croce, un secondo cantore inizia da capo. Gli altri seguono allo stesso modo. Ogni cantore deve rimanere in silenzio, per la durata di una longa, dov’è indicata la pausa, ma non altrove.

Indicazioni per l’esecuzione del pes (in rosso):

1ª voce: Hoc repetit unus quociens opus est, faciens pausacionem in fine.

Una voce ripete questa parte tante volte quante sono necessarie, facendo una pausa alla fine.

2ª voce: Hoc dicit alius, pausans in medio, et non in fine, sed immediate repetens principium.

Un’altra voce canta questa parte facendo una pausa a metà, ma non alla fine, e poi rico­min­ciando immediatamente.

Oltre che sul testo in medio inglese scritto con inchiostro nero, il canone può essere cantato sul testo latino scritto in rosso:

Perspice christicola,
Que dignacio,
Celicus agricola
Pro vitis vicio.
Filio
Non parcens exposuit
Mortis exicio.
Qui captivos semivivos
A supplicio
Vite donat,
Et secum coronat
In coeli solio.

Guarda, o cristiano,
quale onore:
l’agricoltore celeste
per il vizio della vite,
il figlio
non risparmiando, lo espose
al destino della morte.
A voi peccatori, semivivi
per il peccato,
Egli dona la vita
e vi incorona con sé
al soglio celeste.

 
Sumer is icumen in eseguito dallo Hilliard Ensemble.
 

Sumer is icumen in, trascrizione in notazione moderna

Qui gioventù finisce

 
Jan Pieterszoon Sweelinck (1562 - 1621): Mein junges Leben hat ein End, Lied spirituale a 4 voci. Nederlands Kamerkoor, dir. Paul van Nevel.

Mein junges leben hat ein end,
mein freud und auch mein leid,
Mein arme seele soll behend
Scheiden von meinem leib.
Mein leben kan nicht länger stehn,
Es ist sehr schwach, es muß vergehn,
Es fährt dahin mein freud.

Es fährt dahin ein weiten weg
Die seel, mit grossem leid,
Den leib man traurig ins grab legt,
Wie aschen er zerstäubt,
Als wenn er nie gewesen wär,
Auch nimmermehr wär kommen her,
Aus meine mutterleid.

Ich scheide, arme welt, von dir,
Verlassen muß ich dich!
Ich habe keine freude hier,
Von dir muß scheiden ich:
Es bleibet mir hier keine ruh,
Man drück mir dann die augen zu:
Das muß ich klagen dir.

Ich klag nicht, das ich scheiden soll
Von dir, du scnöde welt,
Allein mein herz ist traurens voll,
Daß mich mein sünd üb’rfällt,
Die ich mein tag begangen hab,
Die hilft mir von dem leben ab,
Und bringt den leib ins grab.

O Jesu Christ, du höchster Gott!
Was hab ich doch gethan!
All meine sünd und missethat
Klagen mich heftig an:
Dennoch will ich verzagen nicht
Vor dein’m göttlichen angesicht,
Um gnad ruf ich dich an.

Ach Herre Gott! mein creutz und noth
Ertrag ich mit geduld,
Und bitte dich, Herr Jesu Christ!
Wollst mir verzeihn mein schuld,
Hilf das ich dich recht fassen kan,
Ach nim dich eine gnädig an
Und ewiglich nicht laß.


Sweelinck: 6 Variazioni sul Lied Mein junges Leben hat ein End SwWV 324. Monica Czausz all’organo Hildebrandt (1723) della chiesa di Störmthal (Sassonia).


Exquisite variations he was now describing on an air Youth here has End by Jans Pieter Sweelinck, a Dutchman of Amsterdam where the frows come from.

Si diffondeva ora sulle deliziose variazioni sull’aria Qui gioventù finisce di Jans Pieter Sweelinck, un olandese di Amsterdam dove fanno le frau.

(James Joyce, Ulisse ; traduzione di Giulio de Angelis)


Chiel Meijering (15 giugno 1954): Mein junges Leben hat (k)ein End per quartetto d’archi (2007), rielaborazione delle variazioni di Sweelinck. Utrecht Stringquartet.

SwWV 324

Et erit in pace memoria eius

Pomponio Nenna (battezzato il 13 giugno 1556 - 1608): Ecce quomodo moritur iustus, mottetto a 4 voci. Petit Chœur Liturgique de Saint-Claude de Tassin, dir. Bernard Barbier.

Ecce quomodo moritur iustus
Et nemo percipit corde
Et viri iusti tolluntur
Et nemo considerat.
A facie iniquitatis sublatus est iustus
Et erit in pace memoria eius.
Tamquam agnus coram tondente
Se obmutuit et non aperuit os suum
De angustia ed de judicio sublatus est
Et erit in pace memoria eius.

Responsori di Natale, 1622

Power & Gibbons

Leonel Power (fra il 1370 e il 1385 - 5 giugno 1445): Gloria a 5 voci. Pro Cantione Antiqua.


Orlando Gibbons (1583 - 5 giugno 1625): Almighty and everlasting God, anthem a 4 voci. Coro del St John’s College di Cambridge.

Almighty and everlasting God,
mercifully look upon our infirmities,
and in all our dangers and necessities
stretch forth thy right hand to help and defend us,
through Christ our Lord. Amen.

Il Ballo delle Ingrate

Claudio Monteverdi (1567 - 1643): Il Ballo delle Ingrate, balletto in stile recitativo su testo di Ottavio Rinuccini; commissionato da Vincenzo I Gonzaga e andato in scena a Mantova il 4 giugno 1608 in occasione dei festeggiamenti per le nozze (celebrate il 20 febbraio 1608) di Francesco IV Gonzaga con Margherita di Savoia.
Si compone di alcune azioni coreografiche precedute da una sinfonia ad libitum e tenute insieme da interventi cantati, secondo la struttura del ballet de cour francese; l’organico prevede soprano (Amore), mezzosoprano (Venere), contralto, tenori e baritono (quattro ombre degli Inferi) e basso (Plutone), più otto danzatrici (le anime delle Ingrate), mentre la parte strumentale è costituita da «cinque viole da brazzo, clavicembano e chitarone, li quali istrumenti si raddoppiano secondo il bisogno della grandezza del loco in cui devesi rapresentare».
Amore: Antonella Gianese; Venere: Mirella Golinelli; Plutone: Salvo Vitale; Una dell’Ingrate: Lavinia Bertotti. Ensemble Concerto, dir. Roberto Gini.

  1. Sinfonia: Grave (di Salamone Rossi)
  2. Dialogo: Amore, Venere e Plutone [2:12]
  3. Duetto «Ecco, ecco ver noi» (Amore e Venere) [16:36]
  4. Entrata e Ballo [18:47]
  5. Aria «Dal tenebroso orror» (Plutone) [24:24]
  6. Lamento «Ahi troppo» (Una dell’Ingrate) [32:34]

AMORE:

De l’implacabil Dio
Eccone giunt’al Regno,
Seconda, O bella Madre, il pregar mio.

VENERE:

Non tacerà mia voce
Dolci lusinghe e prieghi
Fin che l’alma feroce
Del Re severo al tuo voler non pieghi.

AMORE:

Ferma, Madre, il bel piè, non por le piante
Nel tenebroso impero,
Che l’aer tutto nero
Non macchiass’il candor del bel sembiante:
Io sol n’andrò nella magion oscura,
E pregand’il gran Re trarrotti avante.

VENERE:

Va’ pur come t’aggrada. Io qui t’aspetto,
Discreto pargoletto.

Udite, Donne, udite! I saggi detti
Di celeste parlar nel cor servate:
Chi, nemica d’amor, nei crudi affetti
Armerà il cor nella fiorita etate,

Sentirà come poscia arde a saetti
Quando più non avrà grazia e beltate,
E in vano risonerà, tardi pentita,
Di lisce e d’acque alla fallace aita.

PLUTONE:

Bella madre d’Amor, che col bel ciglio
Splender l’Inferno fai sereno e puro,
Qual destin, qual consiglio
Dal ciel t’ha scorto in quest’abisso oscuro?

VENERE:

O de la morte innumerabil gente
Tremendo Re, dal luminoso cielo
Traggemi a quest’orror materno zelo:
Sappi che a mano a mano
L’unico figlio mio di strali e d’arco
Arma, sprezzato arcier, gli omer e l’ali.

PLUTONE:

Chi spogliò di valore l’auree saette
Che tante volte e tante
Giunsero al cor de l’immortal Tonnante?

VENERE:

Donne, che di beltate e di valore
Tolgono alle più degne il nome altero,
Là, nel Germano Impero,
Di cotanto rigor sen van armate,
Che di quadrell’aurate
E di sua face il foco
Recansi a scherzo e gioco.

PLUTONE:

Mal si sprezza d’Amor la face e’l telo.
Sallo la terra e’l mar, l’inferno e’l cielo.

VENERE:

Non de’ più fidi amanti
Odon le voci e i pianti.
Amor, Costanza, Fede
Non pur ombra trovar può di mercede.
Questa gli altrui martiri
Narra ridendo. E quella
Sol gode d’esser bella
Quando tragge d’un cor pianti e sospiri.
Invan gentil guerriero
Move in campo d’honor, leggiadro e fiero.
Indarno ingegno altero
Freggia d’eterni carmi
Beltà che non l’ascolta e non l’aprezza.
Oh barbara fierezza!
Oh cor di tigre e d’angue!
Mirar senza dolore
Fido amante versar lagrime e sangue!
E per sua gloria, e per altrui vendetta
Ritrovi in sua faretra Amor saetta!

PLUTONE :

S’invan su l’arco tendi
I poderosi strali,
Amor che speri, e che soccorso attendi?

AMORE:

Fuor de l’atra caverna
Ove piangono invan, di Speme ignude,
Scorgi, Signor, quell’empie e crude!
Vegga, vegga sull’Istro
Ogni anima superba
A qual martir cruda beltà si serba!

PLUTONE:

Deh! Chi ricerchi, Amor!
Amor, non sai che dal carcer profondo
Cale non è che ne rimeni al mondo?

AMORE:

So che dal bass’Inferno
Per far ritorno al ciel serrato è il varco.
Ma chi contrasta col tuo poter eterno?

PLUTONE:

Saggio signor se di sua possa è parco.

VENERE:

Dunque non ti rammenti
Che Proserpina bella a coglier fiori
Guidai sul monte degli eterni ardori?
Deh! Per quegli almi contenti,
Deh! Per quei dolci amori,
Fa nel mondo veder l’ombre dolenti!

PLUTONE:

Troppo, troppo possenti
Bella madre d’Amore,
Giungon del tuo pregar gli strali al cuore!
Udite! Udite! Udite!
O dell’infernal corte
Fere ministre, udite!

OMBRE D’INFERNO:

Che vuoi? Ch’imperi?

PLUTONE:

Aprite aprite aprite
Le tenebrose porte
De la prigion caliginosa e nera!
E de l’Anime Ingrate
Trahete qui la condannata schiera!

VENERE:

Non senz’altro diletto
Di magnanimi Regi
Il piè porrai ne l’ammirabil tetto!
Ivi, di fabri egregi
Incredibil lavoro,
O quanto ammirerai marmorii fregi!
D’ostro lucent’ e d’oro
Splendon pompose le superbe mura!
E per Dedalea cura,
Sorger potrai tra l’indorate travi,
Palme e trionfi d’innumerabil Avi.
Ne minor meraviglia
Ti graverà le ciglia,
Folti Theatri rimirando e scene,
Scorno del Tebro e de la dotta Atene!
Qui incominciano apparire le Donne Ingrate,
et Amore e Venere così dicono:

AMORE e VENERE:

Ecco ver noi l’adolorate squadre
Di quell’alme infelici. Oh miserelle!
Ahi vista troppo oscura!
Felici voi se vi vedeva il fato
Men crude e fere, o men leggiadre e belle!
Plutone rivolto verso Amore e Venere così dice:

PLUTONE:

Tornate al bel seren, celesti Numi!
Rivolto poi all’Ingrate, così segue:

PLUTONE:

Movete meco, voi d’Amor ribelle!
Con gesti lamentevoli, le Ingrate a due a due
incominciano a passi gravi a danzare la presente entrata,
stando Plutone nel mezzo, camminando a passi naturali e gravi.
Giunte tutte al posto determinato,
incominciano il ballo come segue.
Danzano il ballo sino a mezzo;
Plutone si pone in nobil postura,
rivolto verso la Principessa e Damme, così dice:

PLUTONE:

Dal tenebroso orror del mio gran Regno
Fugga, Donna, il timor dal molle seno!
Arso di nova fiamma al ciel sereno
Donna o Donzella per rapir non vegno.
E quando pur de vostri rai nel petto
Languisce immortalmente il cor ferito,
Non fora disturbar Plutone ardito
Di cotanta Regina il lieto aspetto.
Donna al cui nobil crin non bassi fregi
Sol pon del Cielo ordir gli eterni lumi,
Di cui l’alma virtù, gli aurei costumi
Farsi speglio dovrian Monarchi e Regi.
Scese pur dianzi Amor nel Regno oscuro.
Preghi mi fè ch’io vi scorgessi avanti
Queste infelici, ch’in perpetui pianti
Dolgonsi invan che non ben sagge furo.
Antro è la giù, di luce e d’aer privo,
Ove torbido fumo ogni hor s’aggira:
Ivi del folle ardir tardi sospira
Alma ch’ingrata hebbe ogni amante a schivo.
Indi le traggo e ve l’addito e mostro,
Pallido il volto e lagrimoso il ciglio,
Per che cangiando homai voglie e consiglio
Non piangete ancor voi nel negro chiostro.
Vaglia timor di sempiterni affanni,
Se forza in voi non han sospiri e prieghi!
Ma qual cieca ragion vol che si nieghi
Qual che malgrado alfin vi tolgon gli anni?
Frutto non è di riserbarsi al fino.
Trovi fede al mio dir mortal beltate.
Poi rivolto al Anime Ingrate, così dice:
Ma qui star non più lice, Anime Ingrate.
Tornate al lagrimar nel Regno Inferno!
Qui ripigliano le Anime Ingrate la seconda parte
del Ballo al suono come prima,
la qual finita Plutone così gli parla:
Tornate al negro chiostro,
Anime sventurate,
Tornate ove vi sforza il fallir vostro!
Qui tornano al Inferno al suono della prima entrata,
nel modo con gesti e passi come prima,
restandone una in scena, nella fine facendo il lamento
come segue; e poi entra nell’Inferno:

UNA delle INGRATE:

Ahi troppo è duro!
Crudel sentenza, e vie più crude pene!
Tornar a lagrimar nell’antro oscuro!
Aer sereno e puro,
Addio per sempre! Addio per sempre,
O cielo, o sole! Addio lucide stelle!
Apprendete pietà, Donne e Donzelle!

QUATTRO INGRATE insieme:

Apprendete pietà, Donne e Donzelle!

Segue UNA delle INGRATE:

Al fumo, a gridi, a pianti,
A sempiterno affanno!
Ahi! Dove son le pompe, ove gli amanti!
Dove, dove sen vanno
Donne che si pregiate al mondo furo?
Aer sereno e puro,
Addio per sempre! Addio per sempre,
O cielo, o sole! Addio lucide stelle!
Apprendete pietà, Donne e Donzelle!

Il Canto degli italiani e l’Inno delle nazioni

 
Ecco un interessante cortometraggio, forse un po’ didascalico ma comunque molto ben fatto: scrit­to (prendendo spunto dalle memorie di Vittorio Bersezio) e diretto da Maurizio Benedetti, racconta come nacque il nostro inno nazionale. Il quale non è poi così brutto come sono soliti pensare gli italiani, anzi. Verdi ne era entusiasta, tanto che lo inserì nell’Inno delle nazioni, una cantata per tenore, coro e orchestra composta su testo di Arrigo Boito: commissionata per la cerimonia di apertura dell’Esposizione internazionale di Londra del 1862, venne eseguita per la prima volta allo Her Majesty’s Theatre il 24 maggio (giorno genetliaco della regina Vittoria) di quell’anno.
La storia della prima esecuzione è alquanto curiosa. Verdi aveva inizialmente concepito la cantata per il tenore Achille Tamberlick, ma alla partecipazione di questi si era opposto Michele Costa, mu­si­cista inglese di origine italiana cui sarebbe spettato il compito di concertare la partitura, insieme con quelle di altri lavori composti per l’occasione. Costa non volle concedere il permesso a Tamberlick in quanto il tenore era stato da lui scritturato per il Covent Garden. Verdi modificò dunque la parte del tenore («Bardo») riscrivendola per soprano («Una del Popolo») e l’affidò per l’esecuzione a Therese Tietjens.
Nell’Inno delle nazioni sono citati, oltre a Fratelli d’Italia, anche God save the Queen (cantato in lingua inglese) e La Marseillaise. A un certo punto, nella sezione conclusiva, i tre inni risuonano contemporaneamente.
Infine fu deciso di non eseguire la composizione di Verdi durante la cerimonia inaugurale del­l’Espo­sizione, probabilmente per non indispettire Napoleone III con la citazione della Marseillaise, che all’epoca non era l’inno nazionale francese — così come, del resto, il Canto degli italiani non era l’inno nazionale italiano.

Giuseppe Verdi (1813-1901): Inno delle nazioni. Francesco Meli, tenore; Orchestra e coro del Teatro Regio di Torino, dir. Gianandrea Noseda.

CORO DI POPOLO

Gloria pei cieli altissimi,
Pei culminosi monti,
Pel limpidi orizzonti
Gemmati dí splendor.
In questo dí giocondo
Balzi di gioia il mondo,
Perché vicino agli uomini
È il regno dell’Amor,
Gloria! I venturi popoli
Ne cantin la memoria,
Gloria pei cieli! … Gloria!

BARDO

Spettacolo sublime! … ecco … dai lidi
Remoti della terra, ove rifulge
Cocentemente il sol, ove distende
Bianco manto la neve, una migrante
Schiera di navi remigar per l’acque
Degli ampli oceani, ed affollarsi tutte
Verso un magico Tempio, ed in quel Tempio
Spandere a mille a mille i portentosi
Miracoli del genio! … E fuvvi un giorno
Che passò furïando, quel bïeco
Fantasma della guerra; allora udissi
Un cozzar d’armi, un saettar di spade,
Un tempestar di carri e di corsieri,
Un grido di trionfo … e un uluante
Urlo… e colà ove fumò di sangue
Il campo di battaglia, un luttuoso
Campo santo levarsì, e un’elegia
Di preghiere, di pianti e di lamenti…
Ma in oggi un soffio di serena Dea
Spense quell’ire, e se vi furono in campo
Avversarii crudeli, oggi non v’ha
In quel Tempio che Umana Fratellanza,
E a Dio che ’l volle alziam di laudi un canto.

TUTTI

Signor, che sulla terra
Rugiade spargi e fior
E nembi di fulgori
E balsami d’amor;
Fa che la pace torni
Coi benedetti giorni,
E un mondo di fratelli
Sarà, la terra allor.

BARDO

Salve, Inghilterra, Regina dei mari,
Di libertà vessillo antico!
O Francia,
Tu, che spargesti il generoso sangue
Per una terra incatenata, salve, o Francia, salve!
O Italia, o Patria mia,
Che il cielo benigno ti sia propizio ancora,
Fino a quel dí che libera tu ancor risorga al sole!


Mameli & Novaro

 
Inno delle nazioni

Wind Horse

Pauline Oliveros (30 maggio 1932 - 2016): Wind Horse per coro (1989). Holy Cross College Choir, dir. David Harris.

Nella tradizione tibetana, il «cavallo del vento» (lung-ta) rappresenta un principio vitale affine al qi cinese e al prana indiano; raffigurato al centro delle bandiere di preghiera, porta tre gioielli in fiamme (ratna): il cavallo è il simbolo della velocità e della trasformazione della sfortuna in buona fortuna, i tre gioielli simboleggiano il Buddha, il Dharma e il Sangha, ovvero i tre pilastri della filosofia buddhista.
Pauline Oliveros usa un mandala del cavallo del vento come una sorta di mappa sulla quale il brano viene preparato e eseguito.

Il ricordo di te

Clément Janequin (c1485 - 1558): Quand contremont verras retourner Loyre, chanson a 4 voci (pubblicata nell’antologia Livre 6: XXV chansons nouvelles, 1550, n. 1). Ensemble «Clément Janequin».

Quand contremont verras retourner Loyre
Et ses poissons en l’air prendre pasture,
Les corbeaux blancs laissant noire vesture,
Alors de toy n’aurai plus de mémoire.

Che pena è quest’amare

John Bedyngham (c1420 - c1460): O rosa bella, canzone su testo di Leonardo Giustinian. The Medieval Ensemble Of London, dir. Peter e Timothy Davies.

O rosa bella, o dolce anima mia,
non mi lassar morire in cortesia.

Ay lasso mi dolente, dezo finire
per ben servire e lialment’amare.

O dio d’amore, che pena è quest’amare,
vedi ch’io moro tutt’hora per ‘sta iudia.

Soccoremi ormai del mio languire,
cor del corpo mio, non mi lassar morire.

I’ t’ho donato il cor

Magistro Rofino ovvero Francesco Patavino (c1478 - c1556): Un cavalier di Spagna, frottola a 3 voci (dall’Apografo Miscellaneo Marciano). Anonima Frottolisti.

Un cavalier di Spagna
cavalca per la via,
dal pe’ d’una montagna,
cantando per amor d’una fantina:
«Voltate in qua do bella donzellina
voltate un poco a me per cortesia,
dolce speranza mia ch’io moro per amor,
bella fantina,
i’ t’ho donato il cor.»

Appresso una fontana
Vidi sentar la bella
Soletta in terra piana
Con una ghirlanda di fresca herbecina.
«Voltate in qua do bella donzellina
Voltate un poco a me lucente stella.
Deh non m’esser ribella,
Chè moro per tuo amor.
Bella fantina,
i’ t’ho donato il cor.»

Weimar, 20 maggio 1714

Johann Sebastian Bach (1685-1750): Erschallet, ihr Lieder, erklinget, ihr Saiten, cantata BWV 172 per la Pentecoste. The Bach Ensemble, dir. Joshua Rifkin.

  1. Erschallet, ihr Lieder, erklinget, ihr Saiten, coro
  2. Wer mich liebet, der wird mein Wort halten, recitativo [3:56]
  3. Heiligste Dreieinigkeit, aria [4:51]
  4. O Seelenparadies, aria [7:18]
  5. Komm, laß mich nicht länger warten, duetto [12:17]
  6. Von Gott kömmt mir ein Freudenschein, corale [16:28]
  7. Erschallet, ihr Lieder, erklinget, ihr Saiten (ripetizione del n. 1) [17:57]
BWV 172 Erschallet, ihr Lieder, erklinget, ihr Saiten
testo 1, 3-5. Salomo Franck (probabilmente)
2. Giovanni 14/23
6. Philipp Nicolai: Wie schön leuchtet der Morgenstern, 4ª strofe
liturgia am ersten Pfingstfesttag (I giorno di Pentecoste)
 Epistola: Atti 2/1-13
 Vangelo: Giovanni 14/23-31, Gesù promette lo Spirito Santo
1ª esecuzione 1ª versione: Weimar, 20 maggio 1714
2ª versione: Lipsia, 13 maggio 1731
organico 1ª versione: SATB soli, coro SATB; tromba I, II e III, timpani, flauto traverso, oboe, oboe d’amore, violino I e II, viola I e II, fagotto, continuo
2ª versione: SATB soli, coro SATB; tromba I, II e III, timpani, oboe, organo obbligato, violino I e II, viola I e II, violoncello obbligato, fagotto, continuo
1ª edizione 1ª versione: J. S. Bach: Neue Ausgabe sämtlicher Werke (NBA), Kassel &c. 1959
2ª versione: J. S. Bachs Werke (BGA), Lipsia 1888
1. Coro
tromba I-III, timpani, violino I-II,
viola I-II, fagotto, continuo
Erschallet, ihr Lieder, erklinget, ihr Saiten!
O seligste Zeiten!
Gott will sich die Seelen zu Tempeln bereiten.
Risonate, canti, vibrate, corde!
O tempi beati!
Dio prepara le nostre anime affinché siano il Suo tempio.
2. Recitativo (B)
continuo
Wer mich liebet, der wird mein Wort halten; und mein Vater wird ihn lieben, und wir werden zu ihm kommen und Wohnung bei ihm machen. Chi mi ama osserverà la mia parola; e il Padre mio l’amerà, e noi verremo a Lui e presso di Lui avremo la nostra dimora.
3. Aria (B)
tromba I-III, timpani,
fagotto, continuo
Heiligste Dreieinigkeit,
Großer Gott der Ehren,
Komm doch, in der Gnadenzeit
Bei uns einzukehren,
Komm doch in die Herzenshütten,
Sind sie gleich gering und klein,
Komm und lass dich doch erbitten,
Komm und ziehe bei uns ein!
Santissima Trinità,
gran Dio di gloria,
vieni, nel tempo della grazia
volgiti a noi,
entra nello scrigno dei nostri cuori,
benché sia piccolo e angusto,
vieni e lascia che ti preghiamo,
vieni ed entra in noi!
4. Aria (T)
violino I-II e viola I-II all’unisono,
continuo
O Seelenparadies,
Das Gottes Geist durchwehet,
Der bei der Schöpfung blies,
Der Geist, der nie vergehet;
Auf, auf, bereite dich,
Der Tröster nahet sich.
O paradiso dell’anima,
dove aleggia lo Spirito che Dio
soffiò alla creazione,
lo Spirito che mai passerà;
su, su, prepàrati,
il Consolatore si avvicina.
5. Duetto (SA)
violino, violoncello obbligato,
organo obbligato
Sopran (Seele) – Komm, lass mich nicht länger warten,
 Komm, du sanfter Himmelswind,
 Wehe durch den Herzensgarten!
Alt (Heiliger Geist) – Ich erquicke dich, mein Kind.
Sopran – Liebste Liebe, die so süße,
 Aller Wollust Überfluss,
 Ich vergeh, wenn ich dich misse.
Alt – Nimm von mir den Gnadenkuss.
Sopran – Sei im Glauben mir willkommen,
 Höchste Liebe, komm herein!
 Du hast mir das Herz genommen.
Alt – Ich bin dein, und du bist mein!
Soprano (l’Anima) – Vieni, non farmi attendere oltre,
 vieni, dolce vento del cielo,
 soffia nel giardino del mio cuore!
Contralto (lo Spirito Santo) – Ti darò nuova vita, piccola mia.
Soprano – Carissimo amore, che sei così dolce,
 fonte inesauribile di ogni delizia,
 senza te morirei.
Contralto – Ricevi da me il bacio della grazia.
Soprano – Sii il benvenuto nella fede,
 amore supremo, entra in me!
 Tu mi hai preso il cuore.
Contralto – Io sono tuo e tu sei mia!
6. Corale
violino I-II, viola I-II,
fagotto, continuo
Von Gott kommt mir ein Freudenschein,
wenn du mit deinen Äugelein
mich freundlich tust anblicken.
O Herr Jesu, mein trautes Gut,
dein Wort, dein Geist, dein Leib und Blut
mich innerlich erquicken!
Nimm mich
freundlich
in dein’ Arme,
daß ich warme
werd’ von Gnaden!
Auf dein Wort komm’ ich geladen.
Da Dio giunge a me una luce di gioia,
quando il Tuo sguardo benigno
si volge a me con amicizia.
O Signore Gesù, mio bene supremo,
la Tua parola, il Tuo spirito, il Tuo corpo e il Tuo sangue
mi rinnovano interiormente.
Accoglimi
come un amico
nelle tue braccia,
riscaldami
con la tua grazia!
Sono stato invitato dalla tua parola.

La 1ª versione si conclude con la ripetizione del Coro iniziale.

Monteverdi: il Quarto Libro dei madrigali a 5 voci

 
Claudio Monteverdi (9 maggio 1567 - 1643): Il quarto libro dei madrigali a 5 voci (1603). Concerto Italiano, dir. Rinaldo Alessandrini.


1. Ah, dolente partita (Battista Guarini)

Ah, dolente partita,
ah, fin de la mia vita!
Da te part’e non moro?
E pur i’ provo la pena de la morte,
e sento nel partire
un vivace morire
che dà vita al dolore,
per far che moia immortalment’il core.

2. Cor mio, mentre vi miro (Battista Guarini) [3:35]

Cor mio, mentre vi miro,
visibilmente mi trasform’in voi.
E, trasformato poi,
in un solo sospir l’anima spiro.
O bellezza mortale,
o bellezza vitale,
poi che sì tosto un core
per te rinasce e per te nato more.

3. Cor mio, non mori? [5:53]

Cor mio, non mori? e mori!
L’idolo tuo, ch’è tolto
a te, fia tosto in altrui braccia accolto.
Deh, spezzati mio core,
lascia, lascia con l’aura anco l’ardore,
ch’esser non può che ti riserbi in vita
senza speme ed aita.
Su, mio cor mori. Io moro, io vado a Dio,
dolcissimo ben mio.

4. Sfogava con le stelle (Ottavio Rinuccini) [8:41]

Sfogava con le stelle
un infermo d’amore
sotto notturno ciel il suo dolore.
E dicea fisso in loro:
«O imagini belle
de l’idol mio ch’adoro,
sì com’a me mostrate
mentre così splendete
la sua rara beltate,
così mostraste a lei
i vivi ardori miei:
la fareste col vostr’aureo sembiante
pietosa sì come me fate amante».

5. Volgea l’anima mia soavemente (Battista Guarini) [12:12]

Volgea l’anima mia soavemente
quel suo caro e lucente
sguardo, tutto beltà, tutto desire,
verso me scintillando e parea dire:
«Dam’il tuo cor, ché non altrond’i’ vivo».
E mentr’il cor sen vola ove l’invita
quella beltà infinita,
sospirando gridai: «Misero e privo
del cor, chi mi dà vita?»
Mi rispos’ella in un sospir d’amore:
«Io, che son il tuo core».

6. Anima mia, perdona (Battista Guarini)
1a parte [16:02]

Anima mia, perdona
a chi t’è cruda sol dove pietosa
esser non può, perdona a questa,
nei detti e nel sembiante
rigida tua nemica, ma nel core
pietosissima amante.
E se pur hai desio di vendicarti,
deh, qual vendetta aver puoi tu maggiore
del tuo proprio dolore?

2a parte [18:57]

Che se tu se’ il cor mio,
come se’ pur malgrado
del ciel e de la terra,
qualor piangi e sospiri,
quelle lagrime tue son il mio sangue,
quei sospir il mio spirto
e quelle pen’e quel dolor che senti
son miei, non tuoi tormenti.

7. Luci serene e chiare (Ridolfo Arlotti) [22:19]

Luci serene e chiare,
voi m’incendete, voi, ma prov’il core
nell’incendio diletto, non dolore.
Dolci parole e care,
voi mi ferite, voi, ma prova il petto
non dolor ne la piaga, ma diletto.
O miracol d’Amore,
alma ch’è tutta foco e tutta sangue
si strugg’e non si duol, muor e non langue.

8. La piaga c’ho nel core (Aurelio Gatti) [25:50]

La piaga c’ho nel core,
donna, onde lieta sei,
colpo è degli occhi tuoi, colpa dei miei:
gli occhi miei ti miraro,
gli occhi tuoi mi piagaro:
ma come avien che sia
comune il fallo e sol la pena mia?

9. Voi pur da me partite (Battista Guarini) [28:19]

Voi pur da me partite, anima dura,
né vi duol il partire:
ohimè, quest’è un morire
crudele, e voi gioite?
Quest’è vicino aver l’ora suprema,
e voi non la sentite?
Oh meraviglia di durezza estrema:
esser alma d’un core
e separarsi e non sentir dolore!

10. A un giro sol de’ belli occhi lucenti (Battista Guarini) [32:30]

A un giro sol de’ belli occhi lucenti
ride l’aria d’intorno,
e ’l mar s’acqueta e i venti,
e si fa il ciel d’un altro lume adorno.
Sol io le luci ho lagrimose e meste:
certo quando nasceste,
così crudel e ria,
nacque la morte mia.

11. Ohimè, se tanto amate (Battista Guarini) [34:47]

Ohimè, se tanto amate
di sentir dir ohimè, deh, perché fate
chi dice ohimè morire?
S’io moro, un sol potrete
languido e doloroso ohimè sentire,
ma se, cor mio, volete
che vita abbia da voi, e voi da me,
avrete mill’e mille dolci ohimè.

12. Io mi son giovinetta (Giovanni Boccaccio) [37:46]

«Io mi son giovinetta,
e rido e canto alla stagion novella»,
cantava la mia dolce pastorella,
quando subitamente
a quel canto il cor mio
cantò, quasi augellin vago e ridente:
«Son giovinetto anch’io,
e rido e canto alla gentil e bella
primavera d’Amore
che ne’ begli occhi tuoi fiorisce». Ed ella:
«Fuggi, se saggio sei (disse) l’ardore,
fuggi, ch’in questi rai
primavera per te non sarà mai».

13. Quell’augellin che canta (Battista Guarini, Il pastor fido I/1) [40:05]

Quell’augellin che canta
sì dolcemente e lascivetto vola
or da l’abete al faggio
ed or dal faggio al mirto,
s’avesse umano spirto,
direbb’ardo d’amor, ardo d’amore,
ma ben arde nel core
e chiam’il suo desio,
che li rispond’ardo d’amor anch’io.
Che sii tu benedetto,
amoroso, gentil, vago augelletto.

14. Non più guerra, pietate (Battista Guarini) [42:00]

Non più guerra, pietate,
pietate, occhi miei belli,
trionfanti, a che v’armate
contr’un cor ch’è già pres’e vi si rende?
Ancidete i rubelli,
ancidete chi s’arma e si difende,
non chi, vinto, v’adora.
Volete voi ch’io mora?
Morrò pur vostro e del morir l’affanno
sentirò sì, ma sarà vostr’il danno.

15. Sì, ch’io vorrei morire (Maurizio Moro) [44:40]

Sì, ch’io vorrei morire
ora ch’io bacio, Amore,
la bella bocca del mio amato core.
Ahi, cara e dolce lingua,
datemi tanto umore
che di dolcezza in questo sen m’estingua.
Ahi, vita mia, a questo bianco seno
deh, stringetemi fin ch’io venga meno.
Ahi bocca, ahi baci, ahi lingua, i’ torn’a dire
sì, ch’io vorrei morire.

16. Anima dolorosa, che vivendo [48:52]

Anima dolorosa, che vivendo
tanto peni e tormenti
quant’odi e parli e pensi e miri e senti,
ancor spiri? che speri? Ancor dimori
in questa viva morte? in quest’inferno
de le tue pene eterno?
mori, misera, mori,
ché tardi più, che fai?
Perché, mort’al piacer, vivi al martire?
perché vivi al morire?
Consuma il duol che ti consuma omai,
di questa morte che par vita uscendo:
mori, meschina, al tuo morir morendo.

17. Anima del cor mio [52:05]

Anima del cor mio,
poi che da me, misera me, ti parti,
s’ami confort’alcun a’ miei martiri,
non isdegnar ch’almen ti segu’anch’io
solo co’ miei sospiri
e sol per rimembrarti
ch’in tante pen’e in così fiero scempio
vivrò d’amor di vera fede esempio.

18. Longe da te, cor mio [54:27]

Longe da te, cor mio,
struggomi di dolore,
di dolcezza e d’amore.
Ma torna omai, deh, torna: e se ’l destino
strugger vorammi ancor a te vicino,
sfavilli e splenda il tuo bel lume amato,
ch’io n’arda e mora, e morirò beato.

19. Piagn’ e sospira (Torquato Tasso, Gerusalemme conquistata VIII/6) [57:16]

Piagn’ e sospira: e quand’i caldi raggi
fuggon le greggi a la dolce ombr’assise,
ne la scorza de’ pini o pur de’ faggi
segnò l’amato nome in mille guise,
e de la sua fortuna i gravi oltraggi
E in rileggendo poi le proprie note
spargea di pianto le vermiglie gote.

 
MonteverdiClaudio Monteverdi

Sera

Hugo Alfvén (1º maggio 1872 - 8 maggio 1960): Aftonen (Sera) per coro (1942) su testo di Hermann Sätherberg. The Real Group.

Skogen står tyst, himlen är klar
Hör, huru tjusande vallhornet lullar
Kvällssolens bloss sig stilla sänker
Sänker sig ner uti den lugna, klara våg
Ibland dälder, gröna kullar
eko kring nejden far.

(Il bosco è slilenzioso, il cielo è sereno, ascolta l’incantevole ninnananna dal corno del pastore. Il bagliore rosso del sole scende silente nella sera, sprofonda fra le onde calme e luminose. Fra valli e verdi colline l’eco risuona qua e là.)

…quia non sunt

Giaches de Wert (c1535 - 6 maggio 1596): Vox in Rama audita est, dal Secondo Libro de motetti a cinque voci (1581). Coro Currende, dir. Erik van Nevel.

Vox in Rama audita est,
ploratus et ululatus multus:
Rachel plorans filios suos,
noluit consolari, quia non sunt.

Un grido s’è udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli, non vuole essere consolata, perché non sono più (Matteo 2:18).

Amenissime mortelle

Giaches de Wert (c1535 - 6 maggio 1596): Vaghi boschetti di soavi allori, madrigale a 5 voci (dal Settimo libro de madrigali a cinque voci, 1581, n. 6) su testo di Ludovico Ariosto (Orlando furioso VI:21). La Compagnia del Madrigale.

Vaghi boschetti di soavi allori,
di palme e d’amenissime mortelle,
cedri et aranci ch’avean frutti e fiori
contesti in varie forme e tutte belle,
facean riparo ai fervidi calori
de’ giorni estivi con lor spesse ombrelle;
e tra quei rami con sicuri voli
cantando se ne giano i rosignuoli.

Fortunati amanti

Giaches de Wert (c1535 - 6 maggio 1596): Tirsi morir volea, madrigale a 7 voci (dal Settimo Libro de madrigali, 1581) su testo di Battista Guarini. Ensemble Voces Suaves.

Tirsi morir volea,
Gl’occhi mirando di colei ch’adora;
Quand’ella, che di lui non meno ardea,
Gli disse: «Ahimè, ben mio,
Deh, non morir ancora,
Che teco bramo di morir anch’io.»
Frenò Tirsi il desio,
Ch’ebbe di pur sua vit’allor finire;
E sentea morte,e non poter morire.
E mentr’il guardo suo fisso tenea
Ne’ begl’occhi divini
E’l nettare amoroso indi bevea,
La bella Ninfa sua, che già vicini
Sentea i messi d’Amore,
Disse, con occhi languidi e tremanti:
«Mori, cor mio, ch’io moro.»
Cui rispose il Pastore:
«Ed io, mia vita, moro.»

Così moriro i fortunati amanti
Di morte sì soave e sì gradita,
Che per anco morir tornaro in vita.

I giorni oscuri e le dogliose notti

Giaches de Wert (c1535 - 6 maggio 1596): Mia benigna fortuna, madrigale 5 voci (pubblicato nel Nono Libro de madrigali a cinque et sei voci, 1588, n. 7) su testo di Francesco Petrarca (Canzoniere CCCXXXII). Huelgas Ensemble, dir. Paul van Nevel.

Mia benigna fortuna e ‘l viver lieto,
i chiari giorni et le tranquille notti
e i soavi sospiri e ‘l dolce stile
che solea resonare in versi e ‘n rime,
vòlti subitamente in doglia e ‘n pianto,
odiar vita mi fanno, et bramar morte.

Crudel, acerba, inexorabil Morte,
cagion mi dài di mai non esser lieto,
ma di menar tutta mia vita in pianto,
e i giorni oscuri et le dogliose notti.
I mei gravi sospir’ non vanno in rime,
e ‘l mio duro martir vince ogni stile.

Apparve, e li rimproverò

Leonhard Paminger (1495 - 3 maggio 1567): Discumbentibus illis, mottetto a 4 voci (pubblicato in Novum et insigne opus musicum II, 1538, n. 41). Paminger-Ensemble.

Discumbentibus illis undecim apostolis,
apparuit Jesus, et exprobavit illis,
quod his qui ipsum vidissent resurrexisse non credidissent,
et dicebat illis:

Ite in universum mundum, et praedicate Evangelium omni creaturae.
Qui crediderit, et baptizatus fuerit, salvus erit. Alleluia.
Qui vero non crediderit, condemnabitur.

Signa eos qui in me credunt, haec sequentur:
Per nomen meum daemonia ejicient, linguis loquent novis, serpentes tollent.
Et si quid laetale biberint, non eis nocebit,
super aegros manus imponent, et bene habebunt.
Itaque Dominus quidem postquam locutus est, assumptus est in coelum,
et sedet ad dextris Dei. llli vero egressi praedicaverunt ubique Domino.

Due Magnificat di Robert Fayrfax

Robert Fayrfax (23 aprile 1464 - 1521): Magnificat «O bone Ihesu» a 3-5 voci (trascritto nel Lambeth Choirbook, n. 15). Ensemble The Cardinall’s Musick, dir. Andrew Carwood.


Robert Fayrfax: Magnificat «regale» a 5 voci (trascritto nell’Eton Choirbook, n. 75). Stessi interpreti.
Non è ben chiaro perché il brano abbia questo titolo; si suppone che il Magnificat sia stato composto per il King’s College di Cambridge e che da questo (in latino «Collegium regale») abbia preso nome.
Il Lambeth Choirbook e l’Eton Choirbook sono due degli unici tre libri corali inglesi (il terzo è il Caius Choirbook) dell’epoca precedente la Riforma anglicana pervenuti fino a noi. L’Eton Choirbook fu redatto fra il 1490 e il 1500 e ulteriormente ampliato presumibilmente fra il 1510 e il 1515. Il Lambeth (o Arundel) Choirbook e il Caius Choirbook vennero ultimati verso la fine degli anni 1520.

Fayrfax, Magnificat Regale

Pro ovibus et grege

Orlando di Lasso (1530/32 - 1594): Surrexit pastor bonus, mottetto a 5 voci (pubblicato in Sacrae cantiones quinque vocum, 1562, n. 19); responsorio del Mattutino del lunedì di Pasqua. Good Shepherd Choir, dir. Kris Rizzotto.

Surrexit pastor bonus,
qui animam suam posuit pro ovibus suis,
et pro grege suo mori dignatus est, alleluia.

La mente m’è confusa – VII

Hans Leo Hassler von Roseneck (1564 - 1612): Mein Gmüth ist mir verwirret, Lied a 5 voci (pub­blicato con il n. 24 nella raccolta Lustgarten Neuer Teutscher Gesäng, Balletti, Galliarden und Intraden mit 4. 5. 6. und 8. Stimmen, 1601). Ensemble Diapason.

Mein Gmüth ist mir verwirret,
das macht ein Jungfrau zart,
bin ganz und gar verirret,
mein Herz das kränckt sich hart,
hab tag und nacht kein Ruh,
führ allzeit grosse klag,
thu stets seufftzen und weinen,
in trauren schier verzag.

Ach daß sie mich thet fragen,
was doch die uersach sei,
warum ich führ solch klagen,
ich wolt irs sagen frei,
daß sie allein die ist,
die mich so sehr verwundt,
köndt ich ir Hertz erweichen,
würd ich bald wider g’sund.

Reichlich ist sie gezieret,
mit schön thugend ohn Ziel,
höflich wie sie gebüret,
ihrs gleichen ist nicht viel,
für andern Jungfraun zart
führt sie allzeit den Preiß,
wann ichs anschau, vermeine,
ich sei im Paradeiß.

Ich kann nicht ganz erzehlen,
Ihr schon und tugend viel,
Fur all’n wollt ich’s erwehlen,
wär es nur auch ihr will,
Dass sie ihr Herz und Lieb
geg’n mir wendet allzeit,
So wurd mein Schmerz und klagen,
verkehrt in grosse Freud.

[Aber ich muß auffgeben,
und allzeit traurig sein,
solts mir gleich kosten Leben,
das ist mein gröste Pein,
dann ich bin ir zu schlecht,
darumb sie mein nicht acht,
Gott wolts für leid bewahren,
durch sein Göttliche macht.]

Ed ecco il Lied di Hassler che ha fornito la melodia ad alcuni fra i più famosi e amati corali luterani. Il testo, ascrivibile forse allo stesso compositore, racconta le sofferenze patite da un giovanotto un po’ svenevole, innamorato cotto di una fanciulla carina assai: la mente m’è confusa — dice il nostro amico — per via di « ein Jungfrau zart », una dolce verginella. A confronto con la versione adattata ai testi spirituali, noterete sicuramente che la melodia originale è spiccatamente più vivace e saltellante, grazie a un arguto e ben dosato uso dell’emiolia, cioè dell’alternarsi di ritmo binario e ternario.

Per concludere, si segnala che al novero dei brani musicali costruiti sopra la melodia di Hassler va aggiunta, fra varie altre cose, una canzone di Paul Simon. Il cantautore statunitense dichiarò di averla composta traendo spunto dal corale inserito nella Matthäus-Passion. « Non scrivo canzoni apertamente politiche », aggiunse Simon, « ma questa si avvicina molto al genere, poiché è stata scritta subito dopo l’elezione di Nixon »; vi si racconta di com’è difficile la vita negli States, del duro lavoro, della stanchezza e, guarda un po’, della confusione: il titolo è American Tune, Melodia americana…

Hassler, Mein Gmüth