I muri bianchi di Endenich

Giorgio Colombo Taccani (25 febbraio 1961): I muri bianchi di Endenich per pianoforte (2011). Adele D’Aronzo.

« Robert Schumann trascorre gli ultimi due anni di vita nel manicomio di Endenich, presso Bonn. Assistito amorevolmente dalla moglie Clara e da Brahms, vede divenire sempre più precari i rapporti con il mondo reale.

« I muri bianchi di Endenich trae il proprio spunto iniziale nella risonanza di questa situazione esistenziale dolorosamente frantumata: la tensione che accompagna quasi tutte le scelte figurali, sempre parossistiche ed eccessive, si disgrega in continui cambi di scena e in frenetiche rincorse di situazioni diverse, appena mitigate da brevi ripiegamenti più silenziosi.

« Con un’impostazione strutturale apertamente asimmetrica, questo convulso alternarsi di apparizioni repentine si blocca di colpo nell’ultima estesa sezione del lavoro, volutamente uniforme ed elementare: una lunga successione di accordi in fortissimo attraversa lentamente tutta la tessitura del pianoforte dall’acuto al grave.

« Come anche precedentemente, ma forse ora in modo più chiaro, emergono frammenti provenienti dalla Seconda Sonata per pianoforte di Schumann, a partire dai quali è costruito l’intero brano. »

(Giorgio Colombo Taccani)

La Guamina, l’Alcenagina e la Pomponazza

Adriano Banchieri (1568 - 1634): tre brani dalla raccolta Canzoni alla francese a quattro voci per sonare… Libro II (1596):
– n. 7, La Guamina (di Gioseffo Guami)
– n. 6, L’Alcenagina sopra Vestiva i colli (madrigale di Palestrina) [2:11]
– n. 5, La Pomponazza [4:26]
Ensemble The King’s Noyse.

L'Alcenagina

Il Rachmaninov inglese

York Bowen (22 febbraio 1884 – 1961): Twenty-Four Preludes in All Major and Minor Keys per pianoforte op. 102 (1938). Joop Celis.


   1. Moderato appassionato in do maggiore
   2. Andante tranquillo in do minore [1:04]
   3. Andante grazioso in re bemolle maggiore [3:21]
   4. Allegro con fuoco in do diesis minore [5:16]



   5. Allegro risoluto in re maggiore
   6. Andante con moto in re minore [1:34]
   7. Andantino amabile in mi bemolle maggiore [4:30]
   8. Poco lento, serioso in mi bemolle minore [6:24]



   9. Allegro risoluto e ritmico in mi maggiore
 10. Moderato, a capriccio in mi minore [1:43]
 11. Andante con moto e grazioso in fa maggiore [3:18]
 12. Allegro con fuoco in fa minore [6:00]



 13. Andante tranquillo in sol bemolle maggiore
 14. Allegretto scherzando in fa diesis minore [2:15]
 15. Allegretto grazioso in sol maggiore [3:36]
 16. Moderato semplice in sol minore [5:20]



 17. Andante molto espressivo in la bemolle maggore
 18. Allegro con fuoco in sol diesis minore [1:55]
 19. Andantino con moto in la maggiore [4:05]
 20. Allegro con fuoco in la minore [6:05]



 21. Andante piacevole in si bemolle maggiore
 22. Allegro molto e con fuoco in si bemolle minore [2:33]
 23. Andante con moto in si maggiore [3:54]
 24. Moderato serioso e tragico in si minore [5:42]


Concors discordia – II

Orlando di Lasso (1530/32 - 1594): Multarum hic resonat, mottetto profano a 5 voci (pubblicato in Moduli quinis vocibus nunquam hactenus editi, 1571, n. 1). Collegium Vocale e Knabenchor Hannover, dir. Philippe Herreweghe.

Multarum hic resonat concors discordia vocum,
  In te virtutum vox mage grata sonat.
Religio, doctrina, genus, laus bellica, dulces
  Efficiunt animi cum probitate modos.
Quarum quod numeros Princeps expleveris author,
  Perfectum numeris hoc tibi sacrat opus.

Čajkovskij: Le Stagioni – 2


Pëtr Il’ič Čajkovskij (1840 - 1893): Времена года / Les Saisons op. 37a (1875-76), 2. Февраль: Масляница / Février: Carnaval. Versione originale: Valentyna Lysycja, pianoforte. Trascrizione per orchestra di Aleksandr Gauk (1893 - 1963): Orchestra da camera di Mosca, dir. Constantine Orbelian.
Brano originariamente pubblicato nel febbraio 1876 sul periodico sanpietroburghese «Нувеллист» (Nuvellist), associato a un distico di Pëtr Andreevič Vjazemskij:

Скоро масляницы бойкой
Закипит широкий пир.
Presto il vivace carnevale
eromperà in una grande festa.

Falsi celebri

L’articoletto che segue, piccolo omaggio a Umberto Eco (1932 - 19 febbraio 2016), prende in esame alcuni apocrifi di successo 🙂


Remo Giazotto (1910 - 1998): Adagio in sol minore per archi e basso continuo (1957) noto come Adagio di Albinoni. Berliner Philharmoniker, dir. Herbert von Karajan.
Compositore e musicologo, Giazotto compilò fra l’altro il catalogo sistematico delle opere di Tomaso Albinoni (1671-1751). Nel 1958 diede alle stampe l’Adagio attribuendone la paternità al maestro veneziano: si tratterebbe di una sonata a tre della quale sopravvivono soltanto il basso numerato e due frammenti della parte del I violino, dallo stesso Giazotto rinvenuti manoscritti nella Sächsische Landesbibliothek di Dresda. «L’elaboratore ha proceduto alla realiz­zazione del basso numerato superstite sul quale, avvalendosi di due episodi melodici (sei battute in tutto), ha creato e disposto un nesso narrativo che aderisse con assoluta fedeltà al tessuto armonico che il basso numerato originale suggeriva», spiegò lo studioso romano. Dopo la morte del quale, però, si è appurato che la Biblioteca di Dresda non conserva alcun frammento corrispondente alla descrizione, ragion per cui si ritiene che l’Adagio sia interamente opera di Remo Giazotto.


Ludwig NohlLudwig van Beethoven (1770 - 1827) o Ludwig Nohl (1831 - 1885): Für Elise (1810?). Ivo Pogorelich, pianoforte.
La composizione oggi universalmente nota con il titolo Für Elise (Per Elisa) fu scoperta quarant’anni dopo la morte di Beethoven, nel 1867, a Monaco, presso una collezione privata, dallo studioso e scrittore tedesco Ludwig Nohl (nel ritrattino qui a sinistra). Il manoscritto, oggi perduto, secondo la testimonianza di Nohl era datato 27 aprile 1810. Ci si è a lungo interrogati sull’identità della dedicataria: poiché non risulta che Beethoven conoscesse di persona una Elise — si è parlato di Elisabeth Röckel (1793–1883), una cantante tedesca che all’epoca godeva di una certa notorietà, ma non v’è prova che i due si siano incontrati — l’opinione più diffusa è che il nome riportato sulla partitura fosse in realtà Therese (ossia Therese Malfatti von Rohrenbach zu Dezza, amata da Beethoven) e che Nohl abbia mal interpretato la grafia del compositore.
Il brano è incluso nel catalogo beethoveniano come n. 59 dei Werke ohne Opuszahl (WoO = composizioni senza numero d’opus). Va però detto che, dopo accurati studi, il musicologo italiano Luca Chiantore (vedere qui) è giunto alla conclusione che Per Elisa non sia di Beethoven: il vero autore sarebbe proprio Nohl.


Autore non identificato: Valzer in mi bemolle maggiore, attribuito a Fryderyk Chopin (1810 - 1849). Arturo Benedetti Michelangeli, pianoforte.
Di questa composizione — per la verità simile più a un Ländler che a un valzer — l’unica copia manoscritta di cui abbiamo notizia si trovava nell’album personale di Emilia Elsner (figlia di uno dei maestri di Chopin), ove però non era riportato il nome del suo autore; l’album, che conteneva alcuni brani certamente di Chopin, è andato perduto, ma era stato esaminato alla fine dell’Ottocento dal letterato e musicografo polacco Ferdynand Hoesick, il quale ne pubblicò il contenuto in un volume di supplemento all’edizione Breitkopf & Härtel delle opere complete chopiniane (Lipsia, 1902). Il Valzer in mi bemolle, a ben vedere, non ha assolutamente nulla dello stile di Chopin: opinione di diversi studiosi è che l’attribuzione al maestro polacco debba considerarsi una svista di Hoesick.


Johann Peter Kellner? (1705 - 1772): Toccata e Fuga in re minore per organo, attribuita a Johann Sebastian Bach (BWV 565). Michel Chapuis, organo.
Della questione si parlava già all’inizio degli anni 1980: «la composizione organistica nota come Toccata e fuga in re minore, n. 565 del Bach-Werke-Verzeichnis di Wolfgang Schmieder, è opera di Johann Sebastian Bach?» si chiedevano, fra gli altri, Peter Williams (BWV 565: A toccata in D minor for organ by J.S.Bach?, in «Early Music» 9/3, 1981) e David Humphreys (The D minor Toccata BWV 565, ibid. 10/2, 1982). La discussione è tuttora viva, ma è assai probabile che nelle prossime edizioni del catalogo bachiano dovremo andare a cercare il numero 565 fra le opere spurie.
Riassumendo:

  • Il più antico manoscritto noto della Toccata e fuga è una copia eseguita da Johann Ringk (1717-1778), allievo di J. P. Kellner, a sua volta allievo di Bach. Studiando il documento, Williams è giunto a questa con­clusione: non si tratta di un’opera originale, bensì della trascrizione di un brano ori­gi­na­ria­mente concepito per violino solo.

  • Humphreys ha attribuito il brano appunto a Johann Peter Kellner, allievo di Bach intorno al 1729 e maestro di Ringk.

  • Bernhard Billeter ritiene invece che si tratti di un adattamento di un brano clavicembalistico (Bachs Toccata und Fuge d-moll für Orgel BWV 565 – ein Cembalowerk?, in «Die Musik­forschung» 50/1, 1997).

  • Nel 1995 Rolf Dietrich Claus ha pubblicato uno studio (Zur Echtheit von Toccata und Fuge d-moll BWV 565, Colonia, Verlag Dohr) nel quale sostiene che la composizione, di probabile origine violinistica, non può essere un’opera giovanile di Bach – come si era sempre pensato, ritenendo di poter così giustificare le sue molte incongruenze – e giunge alla conclusione che debba essere attribuita a un compositore della generazione dei figli di Bach. Nella 2ª edizione ampliata (1999) Claus risponde punto per punto a coloro che avevano criticato e confutato le sue tesi.

  • Nel 2000 Stephan Emele presenta una dissertazione dedicata a Kellner (Ein Beispiel der mitteldeutschen Orgelkunst des 18. Jahrhunderts: Johann Peter Kellner), considerato quale probabile autore della Toccata e fuga in re minore. L’analisi stilistica è dettagliata e abbastanza convincente (si veda il sito della Johann-Peter-Kellner-Gesellschaft).

  • Nel 2005 Eric Lewin Altschuler ipotizza che tanto la Toccata e Fuga BWV 565 quanto la Ciaccona della Seconda Partita per violino BWV 1004 potessero essere in origine brani per liuto (Were Bach’s Toccata and Fugue BWV565 and the Ciaccona from BWV1004 Lute Pieces?, in «The Musical Times» 146/1893).

Penso che chiunque abbia un po’ di dimestichezza con le composizioni del Kantor di Lipsia difficilmente potrà trovarsi in totale disaccordo con gli studiosi sopra menzionati: BWV 565 non sembra essere di Bach; la magniloquenza fine a sé stessa, l’elementare semplicità dell’armonia, l’inconsistenza del contrappunto sono rivelatrici. Il vero Bach è altrove.

Dolci rime leggiadre

Sebastiano Festa (c1490/95 - 1524): Se ‘l pensier che mi strugge, madrigale su testo di Francesco Petrarca (Canzoniere CXXV:1 e 3). Sabine Lutzenberger, soprano; Kirsty Whatley, arpa.

Se ’l pensier che mi strugge,
com’è pungente et saldo,
cosí vestisse d’un color conforme,
forse tal m’arde et fugge,
ch’avria parte del caldo,
et desteriasi Amor là dov’or dorme;
men solitarie l’orme
fôran de’ miei pie’ lassi
per campagne et per colli,
men gli occhi ad ognor molli,
ardendo lei che come un ghiaccio stassi,
et non lascia in me dramma
che non sia foco et fiamma.

Dolci rime leggiadre
che nel primiero assalto
d’Amor usai, quand’io non ebbi altr’arme,
chi verrà mai che squadre
questo mio cor di smalto
ch’almen com’io solea possa sfogarme?
Ch’aver dentro a lui parme
un che madonna sempre
depinge et de lei parla:
a voler poi ritrarla
per me non basto, et par ch’io me ne stempre.
Lasso, cosí m’è scorso
lo mio dolce soccorso.

La Canarie

Michael Praetorius (ovvero Schultheiß; 1571 - 15 febbraio 1621): La Canarie (da Terpsichore, Musarum Aoniarum, 1612, n. 31). Eduardo Antonello esegue tutte le parti.

Canaria o canario (anche canarie, canary) è una danza rinascimentale ispirata da una forma tradizionale propria delle isole Canarie, probabilmente quella nota come tajaraste. Era molto diffusa in Europa fra Cinque e Seicento, tanto che venne menzionata anche da Shakespeare (in Pene d’amor perdute, in Tutto è bene quel che finisce bene e nelle Allegre comari di Windsor). Di andamento rapido, in ritmo ternario o doppio ternario, soddisfaceva la tendenza esotizzante della società del tempo con la bizzarria dei suoi movimenti, che alternavano saltelli e passi martellati (tacco e punta).
Viene menzionata per la prima volta nel Libro de Música de vihuela (1552) di Diego Pisador, che però non la descrive come una danza bensì come un canto funebre (endecha de canario). I più antichi esempi musicali si trovano nei trattati di danza della fine del Cinquecento. Nel Ballarino (1588) Fabrizio Caroso la pone a conclusione della coppia gagliarda-saltarello (o rotta); ne dà inoltre una descrizione completa, come danza autonoma, articolata in sei mutanze (serie di figure). Tanto Thoinot Arbeau nell’Orchésographie (1588) quanto padre Marin Mersenne nell’Harmonie universelle (1636) ne sottolineano il carattere selvaggio. Compare anche nelle Nuove inventioni di balli (1604) di Cesare Negri.
Caduta in disuso, come danza, nella seconda metà del Seicento, entrò tuttavia a far parte della suite strumentale e fu accolta anche nell’opera: se ne possono trovare esempi in composizioni di Jacques Champion de Chambonnières e di François Couperin, nelle Pièces de clavessin op. II (1669) di Johann Caspar Ferdinand Fischer, nel Suavioris harmoniae instrumentalis hyporchematicae Florilegium (1ª parte, 1695) di Georg Muffat e ancora in lavori di Jean-Baptiste Lully, Johann Kusser, Georg Philipp Telemann e Jan Dismas Zelenka, e inoltre nella semi-opera tragicomica in cinque atti di Henry Purcell The Prophetess, or The History of Dioclesian (1695).
Occasionalmente, il ritmo e l’andamento propri di questa danza si trovano in composizioni più recenti, come per esempio la suite Ballet de cour (1901-04) di Gabriel Pierné.
(Testo tratto dal Dizionario di musica della Utet [DEUMM], riveduto e ampliato.)


Primavera silenziosa

Steven Stucky (1949 – 14 febbraio 2016): Silent Spring, poema sinfonico (2011). Pittsburgh Symphony Orchestra, dir. Manfred Honeck.
Il brano fu composto per celebrare il cinquantenario della pubblicazione del celebre saggio omonimo di Rachel Carson, saggio che diede origine al movimento ambientalista.

Suite barocca – I

Johann Joseph Fux (1660 - 13 febbraio 1741): Ouverture (Suite) in sol minore K 355 (pubblicata in Concentus Musico-Instrumentalis op. 1, 1701). Armonico Tributo Austria, dir. Lorenz Duftschmid.

  1. Ouverture: Grave – Allegro – Grave
  2. Riga(u)don – Trio Bouré [3:13]
  3. Aire la Double: Andante [6:12]
  4. Menuet [9:33]
  5. Aria in Canone: Poco allegro [10:53]
  6. Passacaille [13:01]

Pietosissima amante

Luca Marenzio (1553 o 1554 - 1599): Deh Tirsi, anima mia, madrigale a 5 voci (dal Sesto libro de madrigali a cinque voci, 1594, no. 11) su testo di Giovanni Battista Strozzi. La Venexiana, dir. Claudio Cavina.

Deh Tirsi, anima mia, perdona
A chi t’è cruda sol dove pietosa
Esser non può; perdona a questa solo
Nei detti e nel sembiante
Rigida tua nemica ma nel core
Pietosissima amante.
E se pur hai desio di vendicarti,
Deh, qual vendetta haver puoi tu maggiore
Del tuo proprio dolore?

Ché se tu se’l cor mio,
Come se’ pur mal grado
Del cielo e de la terra,
Qual hor piagni e sospiri
Quelle lagrime tue sono il mio sangue,
Que’ sospiri il mio spirto; e quelle pene,
E quel dolor che senti
Son miei non tuoi tormenti.

Vestiti di bianco

Tomás Luis de Victoria (1548 - 1611): O quam gloriosum est regnum, mottetto a 4 voci (da Motecta, que partim quaternis, partim quinis, alia senis, alia octonis vocibus concinuntur, vol. I, 1572, n. 1). The Sixteen, dir. Harry Christophers

O quam gloriosum est regnum
in quo cum Christo gaudent omnes Sancti!
Amicti stolis albis,
sequuntur Agnum, quocumque ierit.

La più bella apocalisse

John Luther Adams (1953): Become Ocean per orchestra (2013). Seattle Symphony Orchestra, dir. Ludovic Morlot.
Questa composizione, cui è stato assegnato il Premio Pulitzer per la musica nel 2014, è stata definita dal critico statunitense Alex Ross « the loveliest apocalypse in musical history ».

Giulia è la più bella

Giaches de Wert (c1535 - 1596): Non tanto il bel palazzo, madrigale a 5 voci (dal Sesto libro de madrigali a cinque voci, 1577, n. 4) su testo di Ludovico Ariosto (Orlando furioso VII:10, con qualche variante). La Compagnia del Madrigale.

Non tanto il bel palazzo è sì eccellente,
perché vinca tant’altri di vaghezza,
quanto ch’egli ha la più piacevol gente
che sia nel mondo, e di più gentilezza.
Poco l’una dall’altra differente,
e di fiorita etade e di bellezza:
sola dell’altre Giulia è la più bella,
sì come è bello il sol più d’ogni stella.

La musica nel Medioevo: concetto e definizioni

Alfonso el Sabio e la sua corte

L’origine del termine musica si suole far risalire al vocabolo greco Μοῦσα, ossia Musa, nome generico delle nove mitologiche protettrici delle arti. Secondo alcuni, questo vocabo­lo deriverebbe dalla forma (peraltro non documentata) Μόντια = « montanina »: per cui si fa riferimento al fatto che luoghi sacri alle Muse erano le vette dei monti Olimpo, Elicona e Parnaso; secondo altri si sarebbe originato dal verbo μῶσθαι = « ideare ». Diversi eruditi medievali (e ancora, in epoca barocca, il grande studioso tedesco Athanasius Kircher) prendendo spunto da un passo dello storico Diodoro ritennero che il termine fosse di origine egizia, poiché proprio in Egitto secondo loro sarebbe nata la musica, e a “inventarla” sarebbe stato Mosè; altri sostennero che le Muse fossero le deificazioni di « donne musicali al servizio di uno de’ più antichi Re egiziani », come spiega Pietro Lichtenthal nel suo Dizionario e Bibliografia della Musica (Milano, A. Fontana, 1826).

È caratteristico di tutte le civiltà antiche il separare nettamente la pratica del canto e degli strumenti musicali (pratica che i greci chiamavano μουσική τέχνη e i latini ars musica) dalla teoria dotta (μουσική ἐπιστήμη — musica scientia): fino al secolo IX quasi non vi furono legami fra queste due categorie.

La musica è dunque oggetto di studio da parte degli antichi scienziati, i quali per la sua natura essenzialmente mate­matica l’accostano al mondo ideale dei numeri e ai pianeti. A ciascuno di questi ultimi la fantasmagoria cosmologica attribuisce un suono diverso, di frequenza proporzionale alla rapidità del movimento del corpo celeste e non udibile dagli uomini: a causa dell’imperfezione dell’orecchio uma­no (Macrobio), oppure perché non può essere percepito in assenza del suo opposto, il silenzio (Aristotele). Questa teoria, nota come musica o armonia delle sfere, viene elaborata dalla scuola pitagorica intorno alla metà del V secolo a.C., e in seguito variamente trattata da numerosi autori.

Prosegue durante la tarda Antichità e il Medioevo la tradizione che considera la musica una forma di ragionamento, una speculazione filosofica: in pressoché tutte le definizioni che ne dànno gli studiosi permane la parola scientia, talvolta sostituita con sinonimi, come per esempio disciplina.

Nella Roma imperiale la musica fa parte del gruppo delle arti scientifiche che costituiscono il Quadrivio (le altre tre sono l’aritmetica, la geometria e l’astronomia): insieme con le tre arti letterarie del Trivio (grammatica, retorica e dialettica) esse formano l’insieme di quelle che i latini chiamano arti liberali. Una loro precisa classificazione viene data da Mar­zia­no Capella, all’inizio del secolo V, nell’opera nota con il titolo di De nuptiis Mercurii et Philologiae (Le nozze di Mercurio con la Filologia). Pochi anni prima sant’Agosti­no (De musica I/2, 2) aveva definito la musica « scientia bene modulandi » (modulatio è la conoscenza del movimento melodico e ritmico). L’idea agostiniana, derivata da Aristide Quintiliano, sarà più volte citata da autori medievali.

Plut. 29.1Oltre a una meticolosa descrizione del sistema musicale greco e dell’armonia delle sfere, Boezio trasmette ai posteri la clas­si­fi­cazione della musica suddivisa in mundana, humanainstrumentis constituta: la musica mundana è l’armonia del macrocosmo, cioè appunto l’armonia delle sfere; la musica humana è l’armonia del microcosmo, ossia dell’anima umana; la musica quae in quibusdam constituta est instrumentis (poi detta semplicemente musica instrumentalis) è infine la musi­ca pratica, creata a imitazione delle altre due.
La definizione che Boezio dà della musica (« harmonica est facultas differentias acutorum et gravium sonorum sensu ac ratione perpendens », la capacità di valutare con precisione le diffe­renze fra suoni acuti e gravi con i sensi e con la mente; De musica V, 1) verrà in seguito adottata da teorici quali Hieronymus de Moravia, Jacobus Leodiensis e, oltre le soglie del Medioevo, Franchino Gaffurio, Johannes Cochlaeus e Glareano.

Cassiodoro propone la suddivisione della musica in scientia harmonica, scientia rhytmica e scientia metrica: la prima concerne la struttura della melodia, la seconda si riferisce ai rapporti di correlazione fra melodia e testo, l’ultima riguarda l’analisi metrica. Per Cassiodoro la musica è « disciplina quae de numeris loquitur » (scienza che tratta dei numeri).

Ultimo degli autori altomedievali a occuparsi filologicamente della musica, Isidoro di Siviglia la definisce « peritia modulationis sono cantuque consistens », l’abilità nel modulare (nel­l’ac­cezione che abbiamo già visto) suono e canto. Gli scritti di Boezio, Cassiodoro e Isidoro di Siviglia intorno alla musica costituiscono il fondamento degli studi musicali nell’ambito del Quadrivio fino all’inizio del secolo IX, epoca in cui, come ho già accennato, si comincia a intendere la conoscenza teorica non più disgiunta dall’attività pratica.

Di questo “nuovo” modo di considerare la musica sarà testimonianza, circa un secolo più tardi, la definizione di Oddone di Cluny (Odo Cluniacensis, c879-942): « Musica est scientia veraciter canendi ». Essa verrà poi così modificata dal teorico che oggi chiamiamo Anonimo II di Coussemaker (XIII secolo): « Musica est ars recte canendi » (ars, non più scientia). Numerosi trattatisti — fra cui Johannes de Muris e Adam von Fulda — adotteranno in seguito la definizione dell’Anonimo II.

Un altro importante studioso del tardo secolo IX, Reginone di Prüm (morto a Treviri nel 915), propone la distinzione fra musica naturalis e musica artificialis: la prima corrisponde alla musica mundana e, insieme, alla musica humana di Boezio, la seconda è la musica instrumentalis (ricordo che per instrumenti si intendono sia la voce sia gli strumenti musicali). Nel tardo Medioevo la musica naturalis e l’artificialis saranno dette rispet­ti­va­men­te theoretica (o speculativa) e practica (o activa): terminologia che i trattatisti dell’epoca ricaveranno da scritti teorici di autori arabi, e in particolare dall’opera di al-Fārābī (contemporaneo di Reginone, ma conosciuto nel mondo cristiano soltanto dopo il XII secolo). In realtà questa terminologia era già impiegata nella Roma antica, ma ora la musica practica non è più considerata “imitazione” di quella theoretica, bensì la sua applicazione concreta.
Orbene, abbiamo avuto un primo contatto con la cultura araba. È proprio grazie agli arabi che nel XII secolo l’Europa cristiana fa un’importante scoperta: le opere aristoteliche di carattere filosofico e scientifico (in precedenza erano conosciute soltanto quelle logiche, nelle traduzioni di Boezio). Com’è noto, dopo le prime reazioni negative da parte di teologi e filosofi, l’aristotelismo è infine accolto, pur con molte cautele e riserve, dalla Scolastica, per opera di Alberto Magno e di Tommaso d’Aquino. La cultura europea si arricchisce così, fra l’altro, della concezione aristotelica della partecipazione emotiva che l’accostarsi all’arte implica. Troviamo dunque questa concezione in Dante, con un esplicito riferimento alla musica (Purgatorio II, 112-117):

    « Amor che ne la mente mi ragiona »
      cominciò elli allor sì dolcemente,
    che la dolcezza ancor dentro mi suona.

    Lo mio maestro e io e quella gente
      ch’eran con lui parevan sì contenti,
    come a nessun toccasse altro la mente.

Di questo argomento Dante discetta altresì nel Convivio, dove pone in relazione i primi sette cieli del firmamento con le dottrine del Trivio e del Quadrivio: la musica è relativa al quinto cielo, quello di Marte; e la sua relazione è più bella di quella degli altri cieli fra loro — perché, essendo i cieli complessivamente nove, il quinto sta nel mezzo:

« E lo cielo di Marte si può comparare a la Musica per due proprietadi: l’una si è la sua più bella relazione, ché, annumerando li cieli mobili, da qualunque si comincia o da l’infimo o dal sommo, esso cielo di Marte è lo quinto, esso è lo mezzo di tutti, cioè de li primi, de li secondi, de li terzi e de li quarti. L’altra si è che esso Marte dissecca e arde le cose, perché lo suo calore è simile a quello del fuoco […] E queste due proprietadi sono ne la Musica, la quale è tutta relativa, sì come si vede ne le parole armonizzate e ne li canti, de’ quali tanto più dolce armonia resulta, quanto più la relazione è bella: la quale in essa scienza massimamente è bella, perché massimamente in essa s’intende. Ancora, la Musica trae a sé li spiriti umani, che quasi sono principalmente vapori del cuore, sì che quasi cessano da ogni operazione: si è l’anima intera, quando l’ode, e la virtù di tutti quasi corre a lo spirito sensibile che riceve lo suono » (Convivio 2/XIII, 20-24).

Sul finire del XIII secolo l’importanza e il valore della musica profana (cioè in nessun modo connessa al culto religioso) sono dati ormai acquisiti. Il primo teorico che si occupa delle forme della musica profana è Johannes de Grocheo o Grocheio (Jean de Grouchy, c1255-c1320): personaggio alquanto singolare, egli si pone di fronte al fatto musicale con uno spirito che, per vari aspetti, anticipa la sensibilità moderna. Innanzi tutto rifiuta le prime due specie musicali codificate da Boezio, la mundana e l’humana, per occuparsi esclusivamente della musica instrumentalis, in quanto è l’unica a produrre suoni. Inoltre esamina questa musica instrumentalis ponendola in rapporto agli usi locali, alle lingue e ai dialetti. Distingue fra musica simplex vel civilis, « quam vulgarem musicam appellamus », e musica composita vel regularis vel canonica, « quam appellant musicam mensuratam »: con la prima locuzione si riferisce alle composizioni monodiche, con la seconda a quelle polifoniche. Infine condensa in un’unica definizione (« musica est ars vel scientia de sono numerato, harmonice sumpto, ad cantandum facilius deputata ») le due diverse concezioni della musica, intesa come sistema numerico sonoro oppure come arte del canto.

Un breve intermezzo… umoristico. L’erronea interpretazione di un passo biblico (Esodo II/10), per cui si credette che il nome di Mosè (considerato, come abbiamo visto, l’inventore della musica) nell’antica lingua egizia significasse « acqua » è all’origine di due curiose definizioni trecentesche: scrive il teorico francese Petrus Frater (detto Petrus Palma ociosa): « Musica est scientia aquatica »; mentre nel trattato Quatuor principalia musicae, in passato erroneamente attribuito all’inglese Simon Tunsted, si può leggere che « Musica est scientia quasi iuxta aquam inventa ». L’amena teoria secondo la quale la musica sarebbe nata dopo il diluvio universale, e la prima idea del suono si sarebbe manifestata agli uomini per opera del vento che soffiava fra le canne sulle rive del Nilo ebbe un certo credito presso qualche studioso fino al secolo XVII.

Alle soglie del Quattrocento la posizione dei trattatisti nei confronti della musica practica è radicalmente mutata rispetto a quella dei loro predecessori: la nuova tendenza — in parte già manifestatasi, come abbiamo visto in Johannes de Grocheo — è di assumere a modello le le opere musicali per esaminarne le strutture e trarne le leggi fondamentali. Le definizioni della musica date dai teorici da questo momento in avanti riflettono questo stato di cose, per cui è dato rilievo alla perizia, alla maestria nel combinare i suoni organicamente. Primo, forse, a rivelare questa nuova sensibilità è l’italo-fiammingo Johannes Ciconia, il cui trattato è significativamente intitolato Nova musica. Ma la definizione più completa e esauriente, allo stesso tempo espressa con una certa eleganza, si trova nell’anonimo De musica men­su­ra­bili : « Musica est disciplina quantitatis », vi si legge, « relatae ad aliquid virtute proportio­num, contemplativa ad notitiam qualitatum ». Ve ne sono due specie: la mu­si­ca mensurabilis, che è la « vera e perfetta disciplina del canto »; e la musica immensurabilis, che « viene cantata senza una precisa scansione del tempo, secondo la volontà del cantore ». Definizioni analoghe per concezione verranno poi espresse da numerosi altri teorici.

L’Umanesimo tende a avvicinare nella speculazione filosofica la teoria musicale e il valore concreto della musica. Fra gli umanisti v’è chi accoglie e rielabora le dottrine boeziane e riafferma il principio filosofico della scienza. Per esempio, Giorgio Anselmi (detto Anselmo da Parma, c1386-c1443) suddivide la musica in harmonia coelestis, instrumentalis e cantabilis, servendosi però dei numeri proporzionali per trovare ogni possibile relazione fra sensibilis e rationalis harmonia (ricordate sensus e ratio nella definizione di Boezio?), stabilendo una gamma planetaria sull’estensione di tre ottave e completando la descrizione dell’universo musicale con il canto delle gerarchie angeliche — un immenso concerto polifonico ben lontano dalla ieratica staticità dell’armonia delle sfere. E Ugolino da Orvieto (c1380-post 1457) sostiene che il fine della musica theoretica è « praticae musicae intellectu speculativo rationem comprehendere, et in ea perspicaci intelligentiae speculo speculari »; inoltre afferma di aver dedotto le regole del contrappunto, quali sono esposte nel suo trat­ta­to, « propor­tio­num merito et aurium (…) iudicio ».

Come scienza, la musica viene da molti accostata alla medicina: il medico, oltre che della terapia del corpo, si deve occupare anche dell’equilibrio spirituale del paziente, e da qui ha origine la trasposizione più interessante, nel pensiero umanistico, della musica humana di Boezio. « Medicina sanat animam per corpus, musica autem corpus per animam » è un pensiero di Giovanni Pico della Mirandola. E Marsilio Ficino: « La prima musica consiste ne la ragione, la seconda è posta nella fantasia, la terza sta ne le parole, la quale séguita il canto: il canto è seguitato dal moto delle dita nel suono: il suono è poi medesimamente seguitato dal moto di tutto il corpo, ouero nel ballare, ouero ne l’esercitarsi, sì che noi possiamo uedere che la musica dello animo di grado in grado discende et si conduce a tutte le membra del corpo la quale anchora gl’oratori, i poeti, i dipintori, gli scultori, gl’architettori ne l’opere loro vanno imitando; essendo dunque tanta similitudine tra la musica de l’animo e del corpo, che maraviglia è se un medesimo huomo cerca di temprar così il corpo come l’animo… »

Da ora in avanti, mentre si accresce in modo considerevole l’importanza che viene attribuita all’attività compositiva, si tenderà a considerare il fenomeno acustico strettamente connesso ai suoi riflessi psicologici, non più sotto l’aspetto metafisico bensì con atteggiamento naturalistico. La musica verrà allora sovente paragonata alle altre arti, e in particolare all’architettura — con chiaro riferimento alla complessità della costruzione musicale — e alla pittura. Leonardo da Vinci definisce la musica « sorella della pittura » in quanto figurazione dell’invisibile:

« La musica non è da essere chiamata altro che sorella della pittura, conciossiaché essa è subietto dell’udito, secondo senso all’occhio, e compone armonia con la congiunzione delle sue parti proporzionali operate nel medesimo tempo, costrette a nascere e morire in uno o piú tempi armonici, i quali tempi circondano la proporzionalità de’ membri di che tale armonia si compone, non altrimenti che faccia la linea circonferenziale per le membra di che si genera la bellezza umana. Ma la pittura eccelle e signoreggia la musica perché essa non muore immediate dopo la sua creazione, come fa la sventurata musica, anzi, resta in essere, e ti si dimostra in vita quel che in fatto è una sola superficie.
[…]
« E benché la poesia entri pel senso dell’udito alla sede del giudizio siccome la musica, esso poeta non può descrivere l’armonia della musica perché non ha potestà in un medesimo tempo di dire diverse cose, come la proporzionalità armonica della pittura composta di diverse membra in un medesimo tempo, la dolcezza delle quali sono giudicate in un medesimo tempo cosí in comune, come in particolare. In comune, in quanto all’intento del composto; in particolare in quanto all’intento de’ componenti, di che si compone esso tutto. E per questo il poeta resta, in quanto alla figurazione delle cose corporee, molto indietro al pittore, e delle cose invisibili rimane indietro al musico. » (Trattato della pittura I, 25 e 28).

Nota. L’idea di compilare un’antologia di definizioni e pensieri vari sulla musica ricavandoli da trattati medievali nacque nel 1978 a seguito di un’amichevole ma assai proficua chiacchierata con don Piero Damilano, all’epoca docente di filologia musicale presso la Facoltà di lettere dell’Università di Torino; ricordo con riconoscenza il prof. Damilano, del quale avevo seguito con grande interesse un corso monografico sull’arte dei trovatori.

Soggetto cavato

Nicholas Papadimitriou (1993): The COVID-19 Fugue per pianoforte o organo (2020). Esegue l’autore.

Per soggetto cavato (la denominazione si deve a Gioseffo Zarlino, 1558) si intende un tema musicale ottenuto associando le lettere o le sillabe che formano un nome o una frase a altrettante note musicali; l’associazione può avvenire in vari modi, il più comune considera le sole vocali (per esempio, la sillaba “con” corrisponde a DO, “per” corrisponde a RE, e così via) ma in certi casi sono prese in considerazione anche le consonanti (m = MI, f = FA, eccetera). Il tema così costruito viene poi elaborato in composizioni di vario genere, spesso in architetture contrappuntistiche (fughe, canoni e simili).
Nel caso di COVID-19, Papadimitriou opera le seguenti associazioni:

  • CO, inteso come C° = abbreviazione convenzionale per l’accordo di settima diminuita in base DO, e quindi: DO – MI♭ – SOL♭ – SI♭♭

  • V, inteso come V grado della fondamentale, cioè del DO su cui è costruito l’accordo di cui sopra, e quindi: SOL

  • I, inteso come I grado, e quindi: DO (un’ottava sopra il DO precedente)

  • D = RE (nella notazione altomedievale e in quella anglosassone tuttora vigente)

  • 1, cioè di nuovo il I grado espresso in cifre arabe, e quindi: DO

  • 9, cioè IX della fondamentale e quindi: RE, ma in questo caso RE♭ (avverte l’autore di essersi preso la libertà di usare una 9a minore anziché maggiore).

Sul tema risultante, DO – MI♭ – SOL♭ – SI♭♭ – SOL – DO – RE – DO – RE♭, Papadimitriou elabora una fuga a 4 voci.