Anonimo: The Water is Wide ovvero Waly, waly, canto di origine scozzese che risale probabilmente all’inizio del XVIII secolo; la versione pubblicata da Cecil Sharp nel volume Folk Songs From Somerset (1906) è quella più frequentemente eseguita. Gli interpreti sono Alfred Deller (controtenore) e Desmond Dupré (liuto).
The water is wide, I cannot get o’er
And neither have I wings to fly,
O give me a boat that will carry two
And both can row, my love and I.
O down in the meadows the other day
A-gathering flow’rs, both fine and gay,
A-gathering flow’rs, both red and blue,
I little thought what love can do.
I lean’d my back up against some oak,
Thinking that he was a trusty tree.
But first he bended and then he broke,
And so did my false love to me.
A ship there is and she sails the sea,
She’s loaded deep as deep can be,
But not so deep as the love I’m in.
I know not if I sink or swim.
O love is handsome and love is fine,
And love’s a jewel while it is new;
But when it is old it groweth cold
And fades away like morning dew.
Georg Friedrich Händel (1685 - 1759): «Ombra mai fu», aria dal I atto dell’opera Serse HWV 40 (1738). Andreas Scholl, controtenore; Akademie für Alte Musik Berlin.
Per comporre il Serse Händel si avvalse non solo del libretto di Nicolò Minato rimaneggiato da Silvio Stampiglia che era servito a Giovanni Bononcini 44 anni prima, ma anche di alcune delle musiche dello stesso Bononcini. L’opera non ebbe molta fortuna e fu cancellata dal cartellone dopo sei sole rappresentazioni. Nel corso dell’Ottocento, però, l’aria che apre il I atto fu riscoperta e, riarrangiata come brano strumentale per organici diversi, divenne una delle composizioni più famose del musicista sassone con il titolo Largo di Händel. Eccone una versione sinfonica (London Symphony Orchestra diretta da George Szell) e una organistica (Alexander Jörk):
Giovanni Bononcini (18 luglio 1670 - 1747): «Ombra mai fu», aria dal I atto dell’opera Xerse (1694), libretto di Nicolò Minato rimaneggiato da Silvio Stampiglia. Armin Gramer, controtenore; Hubert Hoffmann, arciliuto; Anna Zauner-Pagitsch, arpa.
Atto I, scena 1a. Belvedere accanto ad un bellissimo giardino, in mezzo di cui v’è un platano.
Xerse sotto il platano.
Recitativo:
Frondi tenere e belle,
del mio platano amato,
per voi risplenda il Fato.
Tuoni, lampi e procelle
non v’oltraggino mai la cara pace
né giunga a profanarvi mostro rapace.
Arioso:
Ombra mai fu
di vegetabile
cara e amabile,
soave più.
Francesco Cavalli (1602 - 1676): «Ombra mai fu», aria dal I atto dell’opera Il Serse (o Xerse, 1654), libretto di Nicolò Minato. Flavio Ferri-Benedetti, controtenore; Neue Hofkapelle Graz, dir. Michael Hell.
Atto I, scena 1a. Villaggio delizioso dietro le mura della città, con veduta di bosco.
Xerse sotto un platano.
Ombra mai fu
di vegetabile
cara e amabile,
soave più.
Bei smeraldi crescenti,
frondi tenere, e belle,
di turbini, o procelle
importuni tormenti,
non v’affliggano mai la cara pace,
né giunga a profanarvi austro rapace.
Ombra mai fu…
Mai con rustica scure
bifolco ingiurioso
tronchi ramo frondoso,
e se reciso pure
fia che ne resti alcuno, in stral cangiato,
o lo scocchi Diana, o ‘l dio bendato.
P.D.Q. Bach (alias Peter Schickele; 17 luglio 1935 - 2024): Grand Serenade for an Awful Lot of Winds and Percussion (1992). Turtle Mountain Naval Base Tactical Wind Ensemble, dir. Peter Schickele.
Grand Entrance
Simply Grand Minuet
Romance in the Grand Manner
Rondo Mucho Grando
Grand Entrance : la solennità un po’ statica, severa ma non seria, del I movimento è punteggiata dai versi di alcuni pennuti che incautamente si sono introdotti nell’auditorium; non vorrei dirlo, ma… insomma… peggio per loro. Simply Grand Minuet : in questo minuetto reboante la banda si fa accompagnare dal suono di ance e bocchini staccati dai rispettivi aerofoni; l’effetto nel complesso ricorda un po’ i richiami da caccia: forse i suonatori vorrebbero catturare altri volatili da sacrificare sull’altare di P.D.Q. Romance in the Grand Manner : in sostanza è una suggestiva armonizzazione di Old Folks at Home ovvero Swanee River, celeberrimo minstrel song composto da Stephen Foster nel 1851. Rondo Mucho Grando : il brano più esteso della suite è introdotto da un triplice rullo di timpano e tamburo militare, che si risolve in uno spaventoso crasho grosso quando l’armamentario delle percussioni rovina (fortuitamente?) a terra. Il tema principale del rondò, semplice e orecchiabile (più o meno), s’incrocia di continuo con segnali militari (carica!), con la fanfara che all’ippodromo annuncia l’inizio delle corse e con suggestioni blues. La sezione centrale si apre con una citazione di You Gotta Be a Football Hero, subito metamorfizzato nel tema iniziale del Quartetto n. 7 (op. 59 n. 1) di Beethoven. Una sirena sancisce la fine delle ostilità.
Grand Entrance: in his static solemnity, stern but not serious, the 1st movement is dotted by the cries of some birds who recklessly entered the auditorium; I don’t want to say it, but– well– worse for them. Simply Grand Minuet: playing this booming minuet the band is accompanied by reeds and mouthpieces detached from their respective aerophones; the overall effect is somewhat reminiscent of hunting calls: maybe our players would like to capture other birds to be sacrificed on the altar of P.D.Q. Romance in the Grand Manner: it substantially is a suggestive harmonization of Old Folks at Home or Swanee River, a famous minstrel song composed by Stephen Foster in 1851. Rondo Mucho Grando: the most extensive movement of the Serenade is introduced by a triple roll performed by timpani and snare drum, which results in a frightening crasho grosso when all the percussion instruments fall (fortuitously?) to the ground. The main theme of the Rondo, (almost) simple and catchy, constantly intersects with military signals (charge!), the fanfare that announces the start of races at the hippodrome and bluesy tones. The middle section opens with a quote from You Gotta Be a Football Hero, which is immediately metamorphosed into the first theme of Beethoven’s Quartet no. 7 (op. 59 n. 1). A siren marks the end of hostilities.
Jean-Frédéric Edelmann (1749 - ghigliottinato il 17 luglio 1794): Sonata in re minore-mi bemolle maggiore per pianoforte op. 5 n. 4 (1777). Sylvie Pecot-Douatte.
Luise Adolpha Le Beau (1850 - 17 luglio 1927): Concerto in re minore per pianoforte e orchestra op. 37 (1887). Katia Tchemberdji, pianoforte; Kammersymphonie Berlin, dir. Jürgen Bruns.
Thomas Campion (o Campian; 1567 - 1620): Shall I come, sweet Love, to thee, ayre (pubblicato nel Third Booke of Ayres, 1617, n. 8). Alfred Deller, controtenore; Robert Spencer, liuto.
Deller morì a Bologna il 16 luglio 1979.
Shall I come, sweet Love, to thee
When the evening beams are set?
Shall I not excluded be,
Will you find no feigned let?
Let me not, for pity, more
Tell the long hours at your door.
Who can tell what thief or foe,
In the covert of the night,
For his prey will work my woe,
Or through wicked foul despite?
So may I die unredressed
Ere my long love be possesed.
But to let such dangers pass,
Which a lover’s thoughts disdain,
’Tis enough in such a place
To attend love’s joys in vain:
Do not mock me in thy bed,
While these cold nights freeze me dead.
Goffredo Petrassi (16 luglio 1904 - 2003): Preludio, Aria e Finale per violoncello e pianoforte (1933). Massimo Macrì, violoncello; Sandro Fuga, pianoforte.
Sir James MacMillan (16 luglio 1959): Primo Concerto per pianoforte e orchestra, The Berserking (1989). Martin Roscoe, pianoforte; BBC Philharmonic Orchestra diretta dall’autore.
Originariamente ispirato da una partita di calcio fra le squadre del Celtic di Glasgow e del Partizan di Belgrado.
« J’aime beaucoup mieux ce qui me touche que ce qui me surprend » (François Couperin le Grand).
Antoine Forqueray (1672 - 1745): La Couperin, n. 6 della Suite in re minore per viola da gamba e continuo (Pièces de viole, pubblicate postume dal figlio Jean-Baptiste nel 1747). Il Giardino Armonico: Vittorio Ghielmi, viola da gamba; Luca Pianca, liuto attiorbato.
François Couperin le Grand (1668 - 1733): La superbe, ou La Forqueray, n. 1 dell’Ordre XVII (Pièces de clavecin III, 1722). Gustav Leonhardt, clavicembalo.
Jacques Duphly (1715 - 15 luglio 1789): La Forqueray, rondeau in fa minore (dal Troisième Livre de Pièces de Clavecin, 1756). Gustav Leonhardt, clavicembalo.
Herbert Hughes (1882 - 1937): Down by the Salley Gardens, melodia tradizionale irlandese (Maids of Mourne Shore) adattata a un testo di William Butler Yeats (da The Wanderings of Oisin and Other Poems, 1889). Alfred Deller, controtenore; Desmond Dupré, liuto.
Down by the salley gardens my love and I did meet;
She passed the salley gardens with little snow-white feet.
She bid me take love easy, as the leaves grow on the tree;
But I, being young and foolish, with her would not agree.
In a field by the river my love and I did stand,
And on my leaning shoulder she laid her snow-white hand.
She bid me take life easy, as the grass grows on the weirs;
But I was young and foolish, and now am full of tears.
Ernest Bloch (24 luglio 1880 - 15 luglio 1959): Suite hébraïque per viola e orchestra (1951). Gérard Caussé, viola; Orchestre de la Suisse Romande, dir. Lior Shambadal.
Oggi parliamo di un brano tradizionale le cui origini risalgono al XVII secolo, se non a un’epoca precedente, famosissimo tanto nelle isole britanniche quanto nel Nordamerica. Come sempre succede alle melodie molto celebri, anche a questa sono stati adattati più testi diversi; è stata inoltre rielaborata in composizioni destinate a accompagnare danze popolari.
1. Tom, Tom, the Piper’s Son
Canzoncina infantile tradizionale; il testo cita il titolo Over the hills and far away, segno che una melodia così chiamata sicuramente preesisteva a questa canzone. Qui è interpretata da Vivien Ellis, Tim Laycock e The Broadside Band:
Tom, he was a piper’s son,
He learnt to play when he was young,
And all the tune that he could play
Was Over the hills and far away.
Over the hills and a great way off,
The wind shall blow my top-knot off.
Tom with his pipe made such a noise,
That he pleased both the girls and boys,
They all stopped to hear him play Over the hills and far away.
[Tom with his pipe did play with such skill
That those who heard him could never keep still;
As soon as he played they began for to dance,
Even the pigs on their hind legs would after him prance.]
As Dolly was milking her cow one day,
Tom took his pipe and began to play;
So Dolly and the cow danced The Cheshire Round
Till the pail was broken and the milk ran on the ground [down].
He met old Dame Trot with a basket of eggs,
He used his pipe and she used her legs;
She danced about till the eggs were all broke,
She began for to fret, but he laughed at the joke.
Tom saw a cross fellow was beating an ass,
Heavy laden with pots, pans, dishes, and glass;
He took out his pipe and he played them a tune,
And the poor donkey’s load was lightened full soon.
Over the hills and a great way off,
The wind shall blow my top-knot off.
2. The distracted Jockey’s Lamentations
Da Wit and Mirth: Or Pills to Purge Melancholy (1698-1720) di Thomas D’Urfey; il testo doveva forse essere inserito nella commedia di D’Urfey The Campaigners (1698). Ascoltiamolo nell’interpretazione dei City Waites diretti da Lucie Skeaping:
Questo è il testo pubblicato nel V volume (1619) della silloge di D’Urfey:
Jocky met with Jenny fair
Aft by the dawning of the day;
But Jockey now is fu’ of care
Since Jenny staw his heart away.
Altho’ she promis’d to be true
She proven has, alake! unkind
Which gars poor Jockey aften rue
That e’er he loo’d a fickle mind.
‘Tis o’er the hills and far away
‘Tis o’er the hills and far away
‘Tis o’er the hills and far away
The wind has blown my Plad (sic) away.
Jockey was a bonny lad
And e’er was born in Scotland fair;
But now poor Jockey is run mad,
For Jenny causes his despair;
Jockey was a Piper’s son
And fell in love when he was young
But all the springs that he could play
Was, O’er the Hills, and far away.
He sung,”When first my Jenny’s face
I saw, she seem’d sae fu’ of grace
With meikle joy my heart was fill’d
That’s now, alas! with sorrow kill’d.
Oh! was she but as true as fair
‘Twad put an end to my despair.
Instead of that she is unkind
And wavers like the winter wind.
Ah! could she find the dismal wae
That for her sake I undergae
She couldna chuse but grant relief
And put an end to a’ my grief;
But, oh! she is as fause as fair
Which causes a’ my sighs and care;
And she triumphs in proud disdain
And takes a pleasure in my pain.
Hard was my hap, to fa’ in love
With ane that does so faithless prove!
Hard was my fate, to court a maid
That has my constant heart betray’d!
A thousand times to me she sware
She wad be true for evermair;
But, to my grief, alake! I say
She staw my heart and ran away.
Since that she will nae pity take
I maun gae wander for her sake
And, in ilk wood and gloomy grove
I’ll, sighing, sing,” Adieu to love.
Since she is fause whom I adore
I’ll never trust a woman more;
Frae a’ their charms I’ll flee away
And on my pipes I’ll sweetly play.”
O’er hills and dales and far away
O’er hills and dales and far away
O’er hills and dales and far away
The wind has blown my plad away.
3. Hark! now the drums beat up again
Canto di reclutamento risalente agli anni della guerra di successione spagnola (1701-14); il testo si trova, con qualche variante, nella commedia di George Farquhar The Recruiting Officer (1706).
Hark! now the drums beat up again
For all true soldier gentlemen,
Then let us list and march, I say,
Over the Hills and far away.
Over the hills and o’er the main
To Flanders, Portugal and Spain,
Queen Anne commands and we’ll obey,
Over the hills and far away.
All gentlemen that have a mind,
To serve the queen that’s good and kind,
Come list and enter into pay,
Then over the hills and far away.
No more from sound of drum retreat,
While Marlborough and Galway beat
The French and Spaniards every day,
When over the hills and far away.
Testo e musica sono stati rielaborati da John Tams per la serie televisiva Sharpe, protagonista Sean Bean, ambientata all’epoca delle guerre napoleoniche; in ogni episodio è cantata una strofe differente. Potete ascoltare la versione di Tams qui.
4. Were I Laid on Greenland’s Coast
Testo di John Gay per The Beggar’s Opera (Air XVI, cantato da Macheath e Polly) con musica adattata da Johann Christoph Pepusch (1728).
Tratto da un cd dedicato ai più celebri airs della Beggar’s Opera da The Broadside Band (dir. Jeremy Barlow), questo clip comprende:
la melodia di Over the hills and far away eseguita da un violino solista
l’Air XVI interpretato da Paul Elliott (tenore) e Patrizia Kwella (soprano) [0:37]
Over the hills and far away, versione tratta da un manoscritto americano del 1780 circa contenente melodie di country dances [1:35]
The wind has blown my plaid away, una versione per flauto tratta dal Drexel Manuscript (1ª metà del XVIII secolo) conservato nella New York Public Library [2:26]
Macheath:
Were I laid on Greenland’s Coast,
And in my Arms embrac’d my Lass;
Warm amidst eternal Frost,
Too soon the Half Year’s Night would pass.
Polly:
Were I sold on Indian Soil,
Soon as the burning Day was clos’d,
I could mock the sultry Toil
When on my Charmer’s Breast repos’d.
Macheath:
And I would love you all the Day,
Polly:
Every Night would kiss and play,
Macheath:
If with me you’d fondly stray
Polly:
Over the Hills and far away.
Vediamo ancora un interessante documento: l’Air XVI della Beggar’s Opera interpretato da Laurence Olivier e Dorothy Tutin nella versione cinematografica del lavoro di Gay, diretta da Peter Brook nel 1953.
Jean-Pierre Raillat (1969): Variations sur la Marseillaise per quartetto d’archi. Les Cordes Sans Cibles: Jan-Alexandre Picarda e Christel Peyre, violini; Jean-Pierre Raillat, viola; Delphine Cheney, violoncello.
Johann Gottfried Müthel (1728 - 14 luglio 1788): Terzo Concerto in sol maggiore per clavicembalo e archi. Berliner Barock-Compagney, dir. e fortepiano Christine Schornsheim.
Arnold Schoenberg (1874 - 13 luglio 1951): Serenata per baritono e 7 strumenti (clarinetto, clarinetto basso, mandolino, chitarra, violino, viola, violoncello) op. 24 (1921-23); testo di Francesco Petrarca (Sonetto 217, Canzoniere CCLVI) nella traduzione di Stefan George. Derrik Olsen, baritono; membri del SWR Sinfonieorchester Baden-Baden und Freiburg, dir. Hans Rosbaud.
Marsch: Durchaus gleichmässiges Marschtempo
Menuett: Nicht schnell, aber gesangvoll
Variationen: Andante
Sonnet Nr 217 von Petrarca: Rasch
O könnt’ ich je der Rach’ an ihr genesen,
die mich durch Blick und Rede gleich zerstöret,
und dann zu grösserm Leid sich von mir kehret,
die Augen bergend mir, die süssen, bösen!
So meiner Geister matt bekümmert Wesen
sauget mir aus allmählich und verzehret
und brülend, wie ein Leu, ans Herz mir fähret
die Nacht, die ich zur Ruhe mir erlesen!
Die Seele, die sonst nur der Tod verdränget,
trent sich von mir, und ihrer Haft entkommen,
fliegt sie zu ihr, die drohend sie empfänget.
Wohl hat es manchmal Wunder mich genommen
wenn die nun spricht und weint und sie umfänget,
dass fort sie schläft, wenn solches sie vernommen.
Far potess’io vendetta di colei
che guardando et parlando mi distrugge,
et per piú doglia poi s’asconde et fugge,
celando gli occhi a me sí dolci et rei.
Cosí li afflicti et stanchi spirti mei
a poco a poco consumando sugge,
e ‘n sul cor quasi fiero leon rugge
la notte allor quand’io posar devrei.
L’alma, cui Morte del suo albergo caccia,
da me si parte, et di tal nodo sciolta,
vassene pur a lei che la minaccia.
Meravigliomi ben s’alcuna volta,
mentre le parla et piange et poi l’abbraccia,
non rompe il sonno suo, s’ella l’ascolta.
Annie Laurie, ballad scozzese attribuita a William Douglas (1672? - 1748) con melodia di Alicia Scott (nata Alicia Ann Spottiswoode, 1810 - 1900). Interpreti Deanna Durbin (registrazione del 1936: Durbin aveva 14 anni) e, in un arrangiamento di Alice Parker e Robert Shaw, il Westminster Choir diretto da Joseph Flummerfelt.
Maxwelton’s braes are bonnie,
Where early fa’s the dew,
‘Twas there that Annie Laurie
Gi’ed me her promise true.
Gi’ed me her promise true —
Which ne’er forgot will be,
And for bonnie Annie Laurie
I’d lay me down and dee.
Her brow is like the snaw-drift,
Her neck is like the swan,
Her face it is the fairest,
That ‘er the sun shone on.
That ‘er the sun shone on —
And dark blue is her e’e,
And for bonnie Annie Laurie
I’d lay me down and dee.
Like dew on gowans lying,
Is the fa’ o’ her fairy feet,
And like winds, in simmer sighing,
Her voice is low and sweet.
Her voice is low and sweet —
And she’s a’ the world to me;
And for bonnie Annie Laurie
I’d lay me down and dee.
Secondo la tradizione, l’amore fra William Douglas, capitano dei Royal Scots, e Annie, figlia di Robert Laurie, primo baronetto di Maxwellton, fu osteggiato dal padre di lei, forse perché Annie era all’epoca molto giovane, o forse perché Douglas era fedele alla causa giacobita. Comunque sia, si sa per certo che Douglas infine si consolò fra le braccia di una ereditiera del Lanarkshire, Elizabeth Clerk di Glenboig: i due convolarono a nozze nel 1706 a Edimburgo. Tre anni dopo, Annie sposò Alexander Fergusson, 14° Laird di Craigdarroch; ebbe una vita relativamente felice e morì ottantunenne nel 1764.
Non è certo che il testo della ballata sia stato scritto da William Douglas: è probabile che il vero autore sia lo scrittore e giornalista scozzese Allan Cunningham (1784 - 1842), il quale collaborò alla stesura del Ballad Book curato da Charles Kirkpatrick Sharpe (1781? - 1851), la cui edizione originale, del 1823, contiene la prima pubblicazione a stampa di Annie Laurie. Il testo fu poi rimaneggiato da Alicia Scott per adattarlo alla musica da lei stessa precedentemente composta per un’altra poesia scozzese, Kempye Kaye.
Il fantasma della camera azzurra
(Storia di mio zio)
— Non voglio impaurirvi — iniziò mio zio, con tono di voce particolarmente solenne, per non dire che faceva gelare il sangue nelle vene — e, se preferite che non ne parli, non lo farò; ma il fatto è che proprio questa casa, dove siamo ora riuniti, è infestata.
— Non me lo dica! — esclamò Mister Coombes.
— Che mi dice a fare di non dirglielo, se l’ho appena detto? — ribatté lo zio con una certa stizza. — Lei dice cose assurde! Vi dico che questa casa è infestata. Regolarmente, la Vigilia di Natale, la Camera azzurra [a casa dello zio chiamavano Camera azzurra la stanza vicina a quella dei bambini, perché quasi tutto il servizio da toletta era di quel colore] è infestata dal fantasma di un criminale, un uomo che una volta uccise con un pezzo di carbone uno di quei cantanti che, a Natale, vanno di casa in casa.
— Come fece? — chiese Mister Coombes, con curiosità e impazienza. — Fu difficile?
— Non so come fece — rispose lo zio, — non mi spiegò il procedimento. Il cantante era in piedi dentro l’entrata principale e stava cantando una ballata. Si presume che, quando aprì la bocca per il si bemolle, il criminale abbia lanciato il pezzo di carbone da una delle finestre e questo si sia infilato nella gola del cantante e l’abbia soffocato.
— Bisogna essere un bravo tiratore, ma vale certamente la pena di provare — mormorò pensosamente Mister Coombes.
— Ma quello non fu il suo unico crimine, ahimé! — aggiunse lo zio. — Prima, aveva ucciso un solista di cornetta.
— No! Ma è un fatto veramente accaduto? — chiese Mister Coombes.
— Certo che è un fatto veramente accaduto — rispose lo zio, irritato. — Almeno, per quanto si possa parlare di fatti in casi di questo tipo. Com’è pignolo, stasera. Le prove indiziarie erano schiaccianti. Il poveretto, il solista di cornetta, si trovava in questa zona da appena un mese. Il vecchio Mister Bishop, che allora gestiva il Jolly Sand Boys, e dal quale ho saputo la storia, diceva di non aver mai visto un solista di cornetta più operoso e attivo. Il solista di cornetta conosceva solo due motivi, ma Mister Bishop diceva che quell’uomo non avrebbe potuto suonare con più energia, né per più ore al giorno, se ne avesse conosciuti quaranta. I due motivi che suonava erano Annie Laurie e Home! Sweet Home! e, per ciò che concerne l’esecuzione della prima melodia, Mister Bishop diceva che l’avrebbe capita anche un bambino. Questo musicista, questo povero artista senza amici, aveva l’abitudine di venire regolarmente a suonare in questa strada, proprio qui di fronte, due ore ogni sera. Una sera, fu visto entrare proprio in questa casa, evidentemente in risposta a un invito, ma non fu mai visto uscirne!
— I cittadini provarono a offrire una ricompensa per il suo ritrovamento? — chiese Mister Coombes.
— Neanche mezzo penny — replicò lo zio.
— Un’altra estate — continuò lo zio, — venne qui una banda musicale tedesca, che voleva (così annunciarono, al loro arrivo) fermarsi fino all’autunno. Due giorni dopo il loro arrivo, tutta la compagnia, dei pezzi d’uomini così sani e vigorosi che faceva piacere guardarli, fu invitata a cena da questo criminale e, dopo aver passato a letto le ventiquattr’ore successive, lasciò la città: degli uomini finiti, gravemente ammalati di dispepsia. Il medico condotto, che li aveva assistiti, disse che, secondo lui, difficilmente anche uno solo di loro sarebbe stato in grado di suonare di nuovo un’aria.
— Lei… lei non conosce la ricetta, vero? — chiese Mister Coombes.
— Sfortunatamente no — replicò lo zio, — ma si disse che l’ingrediente principale fosse pasticcio di carne di maiale del buffet della stazione. Ho dimenticato gli altri crimini di quest’uomo — continuò lo zio, — prima li conoscevo tutti, ma la mia memoria non è più quella di una volta. Non penso, comunque, di fare torto alla sua memoria se affermo che non fu del tutto estraneo alla morte, e poi al seppellimento, di un signore che suonava l’arpa con le dita dei piedi; e che non aveva la coscienza pulita neppure circa la tomba solitaria di un forestiero sconosciuto che venne una volta in questa zona, un contadinello italiano che suonava l’organetto di Barberia. Ogni anno, la Vigilia di Natale — disse lo zio in tono basso e solenne, rompendo lo strano silenzio sgomento che, come un’ombra, sembrava essersi lentamente infiltrato, furtivo, nella stanza, per poi avvolgerla completamente, — il fantasma di questo criminale infesta la Camera azzurra, proprio in questa casa. Là, da mezzanotte fino al canto del gallo, tra grida selvagge soffocate e gemiti e risate di scherno e il suono spettrale di orridi tonfi, sostiene una fiera lotta fantasma con gli spiriti del solista di cornetta e del cantante assassinato, aiutati, ogni tanto, dalle ombre della banda musicale tedesca, mentre il fantasma dell’arpista strangolato suona folli melodie spettrali, con dita di piedi fantasma, sullo spettro di un’arpa rotta.
Lo zio disse che la Camera azzurra era praticamente inutile, come camera da letto, la Vigilia di Natale.
— Ascoltate! — disse lo zio alzando una mano verso il soffitto, in segno di ammonimento, mentre noi trattenevamo il respiro e ascoltavamo. — Ascoltate! Credo che siano loro: nella Camera azzurra!
da Jerome K. Jerome, Storie di fantasmi per il dopocena
(Told After Supper, 1891. Qui il testo originale.)
Jean-Baptiste Arban (1825 - 1889): Variazioni per cornetta a pistoni su Home! Sweet Home! di sir Henry Bishop (1786 - 1855).
Cataldo Amodei (1649 - 13 luglio 1693): Tra l’herbette il pie sciogliea, cantata per voce e basso continuo (1685). Emma Kirkby, soprano; Jakob Lindberg, liuto; Lars Ulrik Mortensen, clavicembalo.
Aria
Tra l’herbette il piè sciogliea
Strepitoso un fiumicello
Al cui sen l’onde accrescea
Col suo pianto un pastorello.
Recitativo
Tacquero in aria i venti
Si dolsero le selve,
E ‘l suon de’ suoi lamenti
Con rauchi gridi accompagnar le belve.
Ond’ei con queste voci
Poiché gl’occhi turbati al ciel affisse,
De’ suoi tormenti atroci
Fè preludio un sospiro, e così disse:
Aria
Cristalli fugaci
Ch’all’umide sponde
Stampate con l’onde
Vestigi di baci.
Se con rauco mormorio
Voi sciogliete il piede errante
Per pietà d’un mesto Amante
Raccogliete il pianto mio.
E con l’onde correnti
De’ vostri molli argenti
Anche le stille amare
Delle lagrime mie portate al mare.
Recitativo
Fermate omai fermate
Il precipizio vostro acque tranquille
E se per questa riva
Stampasse orme remote il piè di Fille
Voi con lingua d’argento
Alla beltà ch’adoro
Sussurrando narrate il mio lamento.
Aria
Voi con suon dolente e basso
Ammollite un cor di pietra,
Che percosso alfin si spetra
Al giocciolar dell’onde ancora un sasso.
Recitativo
Lasso, ma che deliro?
Folle, ma che vaneggio?
A chi narro i miei pianti?
Alle piante insensate al sordo Fiume;
E con flebili accenti
Scongiuro ai sassi, e mi querelo ai venti.
Aria
Aurette veloci
Foriere del dì
Al suon di mie voci
Fermatevi qui
Se Filli mi sprezza
Di me che sarà?
Se un’empia bellezza
D’un cor che l’adora
Tiranna si fa
Date morte a quest’alma o libertà.
Con questi amari accenti
Quando il vecchio Silen dal bosco udillo,
Su la sponda d’un rio pianse Mirtillo.
Arnold Schoenberg (1874 - 13 luglio 1951): Secondo Quartetto per archi, con soprano, op. 10 (1908); testi di Stefan George (da Der siebente Ring, 1907). Bethany Beardslee, soprano; The Sequoia String Quartet.
Mässig
Sehr rasch [7:00]
Litanei: Langsam [13:17]
Tief ist die trauer die mich umdüstert,
Ein tret ich wieder, Herr! in dein haus.
Lang war die reise, matt sind die glieder,
Leer sind die schreine, voll nur die qual.
Durstende zunge darbt nach dem weine.
Hart war gestritten, starr ist mein arm.
Gönne die ruhe schwankenden schritten,
Hungrigem gaume bröckle dein brot!
Schwach ist mein atem rufend dem traume,
Hohl sind die hände, fiebernd der mund.
Leih deine kühle, lösche die brände.
Tilge das hoffen, sende das licht!
Gluten im herzen lodern noch offen,
Innerst im grunde wacht noch ein schrei.
Töte das sehnen, schliesse die wunde!
Nimm mir die liebe, gib mir dein glück!
Entrückung: Sehr langsam [18:57]
Ich fühle luft von anderem planeten.
Mir blassen durch das dunkel die gesichter
Die freundlich eben noch sich zu mir drehten.
Und bäum und wege die ich liebte fahlen
Dass ich sie kaum mehr kenne und du lichter
Geliebter schatten—rufer meiner qualen—
Bist nun erloschen ganz in tiefern gluten
Um nach dem taumel streitenden getobes
Mit einem frommen schauer anzumuten.
Ich löse mich in tönen, kreisend, webend,
Ungründigen danks und unbenamten lobes
Dem grossen atem wunschlos mich ergebend.
Mich überfährt ein ungestümes wehen
Im rausch der weihe wo inbrünstige schreie
In staub geworfner beterinnen flehen:
Dann seh ich wie sich duftige nebel lüpfen
In einer sonnerfüllten klaren freie
Die nur umfängt auf fernsten bergesschlüpfen.
Der boden schüffert weiss und weich wie molke.
Ich steige über schluchten ungeheuer.
Ich fühle wie ich über letzter wolke
In einem meer kristallnen glanzes schwimme—
Ich bin ein funke nur vom heiligen feuer
Ich bin ein dröhnen nur der heiligen stimme.
Alla Pàvlova (13 luglio 1952): Sinfonia n. 6, Vincent (2008); ispirata dal capolavoro di Vincent van Gogh Notte stellata (1889) e dedicata all’artista olandese. Orchestra sinfonica «Čajkovskij» di Mosca, dir. Patrick Baton.
I movimento
II movimento [13:55]
III movimento [26:18]
IV movimento [32:23]
Thomas Ravenscroft (c1582 - c1633): We be souldiers three, partsong a 3 voci (pubblicato nella raccolta Deuteromelia, 1609, n. 3). Deller Consort, dir. Alfred Deller.
We be souldiers three, Pardona moy ie vous an pree,
Lately come forth of the low country,
With never a penny of mony.
Here, Good fellow, I’ll drinke to thee,
To all good Fellowes where ever they be.
And he that will not pledge me this
Payes for the shot what ever it is.
Charge it againe boy, charge it againe,
As long as there is [you have] any incke in thy [your] pen.
Ecco un’altra armonizzazione a tre voci di Ravenscroft, moderna e elegante quanto rozzo e grossolano, per contrasto, è il testo. Quest’ultimo fa con tutta probabilità riferimento alle disavventure di tre soldati che hanno combattuto nei Paesi bassi allora sotto la dominazione spagnola, in quella che fu poi chiamata guerra degli ottant’anni (1568-1648): riparati in terra britannica senza il becco di un quattrino, i nostri prodi sono costretti a elemosinare da bere. Alcune parole del testo, come charge e shot, sono ambivalenti: in un campo di battaglia hanno un certo significato, un altro assai diverso in una taverna.
Juan del Encina (12 luglio 1468 - 1529): Una sañosa porfía, romance a 4 voci (dal Cancionero de Palacio, 1465, n. 327). La Capella Reial de Catalunya e Hespèrion XX, dir. Jordi Savall.
Una sañosa porfía
sin ventura va pujando.
Ya nunca tuve alegría
ya mi mal se va ordenando.
Ya fortuna disponía
quitar mi próspero mando
Qu’el bravo León d’España
mal me viene amenazando.
Su espantosa artillería
Los adarves derribando
mis villas y mis castillos
mis ciudades va ganando.
La tierra y el mar gemían
que viene señoreando
sus pendones y estandartes
y banderas levantando.
La muy gran caballería
hela, viene relumbrando
sus huestes y peonaje
all aire viene turbando.
Correme la morería
los campos viene talando
mis compañas y caudillos
viene venciendo y matando.
Las mezquitas de Mahoma
en iglesias consagrando,
las moras lleva cativas
con alaridos llorando.
Al cielo dan apellido
Viva el gran Rey don Fernando
viva la muy gran leona
Alta Reina prosperando.
Una generosa Virgen
esfuerzo les viene dando
un famoso caballero
delante viene volando.
Con una cruz colorada
y una espada relumbrando
d’un rico manto vestido
toda la gente guiando.