Hamish MacCunn (22 marzo 1868 - 1916): The Land of the Mountain and the Flood, ouverture da concerto op. 3 (1887). Royal Scottish National Orchestra, dir. sir Alexander Gibson.

Hamish MacCunn (22 marzo 1868 - 1916): The Land of the Mountain and the Flood, ouverture da concerto op. 3 (1887). Royal Scottish National Orchestra, dir. sir Alexander Gibson.

Carlo Alberto Pizzini (22 marzo 1905 - 1981): Al Piemonte, trittico sinfonico (1940). Münchner Philharmoniker diretti dall’autore.
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Modèst Petròvič Músorgskij (21 marzo 1839 - 1881): Canti e danze della Morte (Песни и пляски Смерти, 1875-77) per voce e pianoforte su testi di Arsenij Arkad’evič Goleniščev-Kutuzov. Evgenij Nesterenko, basso; Vladimir Krajnev, pianoforte.
1. Ninna-nanna (Колыбельная, 1875)
Una madre culla il figlio malato, ma è la Morte che canta al piccolo una ninna-nanna facendolo addormentare per sempre.
2. Serenata (Серенада, 1875) [6:00]
Nel silenzio incantato della notte, una fanciulla malata si affaccia alla finestra della propria camera e ascolta: come un innamorato, la Morte canta per lei una serenata.
3. Trepak (Трепак, 1875) [10:29]
Smarritosi nella foresta durante una tempesta di neve, un contadino ubriaco si trova a tu per tu con la Morte, che danza con lui un trepak e poi, evocando una visione di serena pace estiva, lo induce a chiudere gli occhi nel sonno eterno.
4. Il condottiero (Полководец, 1877) [15:07]
Dopo una sanguinosa battaglia durata un’intera giornata, un generale a cavallo passa in rassegna gli sconfitti: il cavaliere è la Morte, i vinti sono tutti i soldati uccisi, e la musica è una marcia che suona ironica e sprezzante nei confronti di chi mai più potrà tornare in vita.
Qui uno studio interessante, in inglese, su questo capolavoro del grande musicista russo.
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Claudio Monteverdi (1567 - 1643): Sì dolce è ‘l tormento, aria per voce e basso continuo SV 332 (1624); Carlo Vistoli, controtenore; ensemble Sezione Aurea, dir. Filippo Pantieri.
Sì dolce è ‘l tormento che in seno mi sta,
Ch’io vivo contento per cruda beltà.
Nel ciel di bellezza
S’accreschi fierezza
Et manchi pietà,
Che sempre qual scoglio
All’onda d’orgoglio
Mia fede sarà.
La speme fallace rivolgami il piè
Diletto né pace non scendano a me:
E l’empia ch’adoro
Mi nieghi ristoro
Di buona mercé:
Tra doglia infinita
Tra speme tradita
Vivrà la mia fé.
Per foco e per gelo riposo non ho,
Nel porto del Cielo riposo haverò.
Se colpo mortale
Con rigido strale
Il cor m’impiagò,
Cangiando mia sorte
Col dardo di morte
Il cor sanerò.
Se fiamma d’amore giammai non sentì
Quel rigido core che ‘l cor mi rapì.
Se niega pietate
La cruda beltate che l’alma invaghì.
Ben fia che dolente,
Pentita e languente
Sospirimi un dì.
Carlo Vistoli è Early Music Day Ambassador per il 2022.

Pëtr Il’ič Čajkovskij (1840 - 1893): Времена года / Les Saisons op. 37a (1875-76), 3. Март: Песнь жаворонка / Mars: Chant de l’alouette. Versione originale: Valentyna Lysycja, pianoforte. Trascrizione per orchestra di Aleksandr Gauk (1893 - 1963): Orchestra da camera di Mosca, dir. Constantine Orbelian.
Questo brano fu originariamente pubblicato nel marzo 1876 sul periodico sanpietroburghese «Нувеллист» (Nuvellist), associato a una quartina di Apollon Nikolaevič Majkov:
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Поле зыблется цветами, В небе льются света волны. Вешних жаворонков пенья Голубые бездны полны. |
Il campo risplende di fiori, nel cielo si frangono onde luminose. Il canto dell’allodola riempie l’abisso blu. |

Claude Le Jeune (c1530 - 1600): Revecy venir du printemps, rondeau a 5 voci (1585) su testo di Jean-Antoine de Baïf. Suzie LeBlanc, soprano; Daniel Taylor, controtenore; Francis Colpron e Matthias Maute, flauti; Olivier Brault e Hélène Plouffe, violini; Susie Napper e Margaret Little, viole da gamba; Sylvain Bergeron, liuto; Vincent Dhavernas, percussioni.
Revecy venir du printemps,
l’amoureus’et bele saison.
Le courant des eaux recherchant
Le canal d’été s’éclaircit,
Et la mer calme de ces flots
Amollit le triste courroux.
Le canard s’egaye plongeant,
Et se lave coint dedans l’eau;
Et la grue qui fourche son vol,
Retraverse l’air et s’en va.
Le soleil éclaire luisant
D’une plus sereine clairté;
Du nuage l’ombre s’enfuit,
Qui se joue et court et noircit,
Et forêts et champs et coteaux.
Le labeur humain reverdit,
Et le pré découvre ses fleurs.
De Venus le fils Cupidon
l’univers semant de ses traits,
De sa flamme va réchaufer
Animaux qui volent en l’air,
Animaux qui rampent aux champs,
Animaux qui nagent aux eaux.
Ce qui mêmement ne sent pas,
Amoureux se fond de plaisir.
Rions aussi nous et cherchons
Les ébats et jeu du printemps.
Toute chose rit de plaisir
Célébrons la gaye saison.
Jan Václav Dusík (Jan Ladislav Dussek; 1760 - 20 marzo 1812): Concerto in mi bemolle maggiore per pianoforte e orchestra op. 70 (1810). Jan Novotný, pianoforte; Orchestra filarmonica di Praga, dir. Leoš Svárovský.

Anonimo: The Liverpool Hornpipe (dalla Atholl Collection, Perth, A. K. Bell Library). Jordi Savall, treble viol; Andrew Lawrence-King, arpa irlandese.

Giovanni Stefano Carbonelli (1694 – 1772): Sonata in la minore per violino e basso continuo (n. 7 della raccolta XII Sonate da camera a violino, e violone o cembalo, 1729, dedicata a John Manners, III duca di Rutland). Kremena Nikolova, violino; Fernando De Luca, clavicembalo.

Gian Francesco Malipiero (18 marzo 1882 – 1973): Sinfonia n. 7, Delle canzoni (1949). Orchestra sinfonica di Mosca, dir. Antonio de Almeida.
Renaissance Rip è il titolo dato da Philip Pickett a questa sua rielaborazione di due recercadas di Diego Ortiz (c1510 - c1570) contenute nel Trattado (sic!) de glosas (cioè sulle variazioni) del 1553.

Antonín Reichenauer (c1694 – 17 marzo 1730): Concerto in sol maggiore per oboe, archi e basso continuo. Xenia Löffler, oboe; Collegium 1704, dir. Václav Luks.

Maddalena Casulana (attiva nella 2ª metà del sec. XVI): Morir non può il mio cuore, madrigale a 4 voci (pubblicato nella raccolta Il Desiderio, 1566). The Hilliard Ensemble.
Morir non può il mio cuore:
ucciderlo vorrei, poi che vi piace.
Ma trar non si può fuore
del petto vostr’ove gran tempo giace.
Et uccidendol’io,
come desio,
so che morreste voi,
morend’anch’io.
Il desiderio che dà il titolo alla silloge di Maddalena Casulana (prima opera musicale pubblicata da una donna) è soprattutto quello di mostrare al mondo l’errore vanitoso degli uomini, i quali credono di essere i soli a possedere doti intellettuali e ritengono impossibile che ne siano dotate anche le donne.
Qui si trova un interessante studio (in inglese) sull’opera di Maddalena Casulana.

Nicolas Flagello (15 marzo 1928 – 16 marzo 1994): Serenata per orchestra da camera (1968). New Russia Orchestra, dir. David Amos.

Max Reger (1873 – 1916): Vier Tondichtungen nach Arnold Böcklin op. 128 (1913). Koninklijk Concertgebouworkest, dir. Neeme Järvi.


Il 15 marzo 1922 ebbe luogo a Berlino la prima proiezione pubblica del film Nosferatu ‒ Eine Symphonie des Grauens diretto da Friedrich Wilhelm Murnau su una sceneggiatura che Henrik Galeen aveva liberamente tratto dal romanzo Dracula (1897) di Bram Stoker; questo film è unanimemente considerato uno dei capolavori del cinema muto.
La proiezione berlinese del 1922 fu accompagnata da un’orchestra che, sotto la guida di Hans Erdmann, eseguì una partitura scritta appositamente dal direttore stesso. Erdmann (1882 – 1942) è a tutti gli effetti il primo grande autore di colonne sonore cinematografiche; gli si deve fra l’altro un trattato (Allgemeines Handbuch der Film-Musik, 1927, scritto in collaborazione con Giuseppe Becce e Ludwig Brav) considerato una pietra miliare nella storia della musica per film.
La partitura di Erdmann per Nosferatu è stata recentemente ricostruita dai musicologi statunitensi Gillian B. Anderson e James Kessler. Grazie a un accurato restauro della pellicola, oggi è possibile vedere il film di Murnau accompagnato dalle musiche originali:
A chi volesse approfondire segnalo:
– una pagina del sito di Gillian Anderson ricca di informazioni, in particolare sulla partitura da lei ricostruita;
– la voce su Hans Erdmann redatta da Ermanno Comuzio per l’Enciclopedia del cinema Treccani;
– un gustoso articolo del blogger Lucius Etruscus sulla vicenda dei diritti d’autore richiesti (invano) dalla vedova Stoker alla casa produttrice del film di Murnau;
– una recensione del romanzo di Stoker pubblicata dalla blogger Elena Bergonti.
Sergej Vasil’evič Rachmaninov (1873 – 1943): Die Toteninsel, poema sinfonico op. 29 (1909) ispirato dall’omonimo dipinto di Arnold Böcklin. Orchestra sinfonica di Stato della Federazione russa, dir. Evgenij Fëdorovič Svetlanov.
Nel video si alternano le cinque versioni note del dipinto:
1a versione, 1880, oggi nella Öffentliche Kunstsammlung del Kunstmuseum di Basilea;
2a versione, 1880, Metropolitan Museum of Art di New York;
3a versione, 1883, Alte Nationalgalerie di Berlino;
4a versione, 1884, distrutta nel corso della seconda guerra mondiale;
5a versione, 1886, Museum der bildenden Künste, Lipsia.
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Karl Weigl (1881 – 1949): Die Toteninsel, fantasia per pianoforte (1903) ispirata dall’omonimo dipinto (1880-86) di Arnold Böcklin. Joseph Banowetz.

Andrés Gaos (1874 – 13 marzo 1959): Granada — Un atardecer en la Alhambra, poema sinfonico (1916). Orquesta Ciudad de Granada, dir. Maximino Zumalave.
Heinrich Schulz-Beuthen (1838 – 12 marzo 1915): Die Toteninsel, poema sinfonico (1909) ispirato dall’omonimo dipinto (1880-86) di Arnold Böcklin. Orchestra sinfonica di Mosca, dir. Adriano.

Questa strip dei Peanuts di Charles M. Schulz, pubblicata per la prima volta il 12 marzo 1968, contiene una spassosa allusione — spassosa in quanto la citazione di Lucy è errata — a un’espressione idiomatica inglese, la quale ha fra l’altro ispirato una nota canzone di music hall, I’m Always Chasing Rainbows.

Pubblicato nel 1917 come opera di Joseph McCarthy (testo) e Harry Carroll (musica), questo brano presenta qualche motivo di interesse per noi musicofili (o musicomani) in quanto è la prima canzone di Tin Pan Alley che sia stata composta utilizzando una melodia presa in prestito dal repertorio “classico”: si tratta del tema della sezione centrale (Moderato cantabile) della Fantaisie-impromptu in do diesis minore op. posth. 66 di Fryderyk Chopin.
Ecco I’m Always Chasing Rainbows cantata da Judy Garland nel film Le fanciulle delle follie (Zigfield Girl, 1941, regia di Robert Z. Leonard):
Artur Rubinstein per Chopin:
Tornando ai Peanuts, bisogna dire che l’impresa di rendere in italiano lo svarione di Lucy è tutt’altro che facile. Qui il traduttore se l’è cavata molto bene, facendo ricorso a un modo di dire ispirato dal capolavoro di Cervantes:

Andreas Hallén (1846 – 11 marzo 1925): Die Todteninsel, poema sinfonico op. 45 (1898) ispirato dall’omonimo dipinto (1880-86) di Arnold Böcklin. Helsingborgs Symfoniorkester, dir. Hans-Peter Frank.

Jean-Baptiste Cardon (1760 - 11 marzo 1803): Trio per arpa, violino e viola op. 9 n. 2 (1790). Rachel Talitman, arpa; Tigran Maytesian, violino; Igal Braslavsky, viola.
Claudio Monteverdi (1567 - 1643): Damigella tutta bella, madrigale a 3 voci e strumenti (pubblicato in Scherzi musicali a 3 voci, 1607, n. 6); testo di Gabriello Chiabrera. Philippe Jaroussky e Nuria Rial, voci; ensemble l’Arpeggiata, dir. Christina Pluhar.
Vincenzo Calestani (10 marzo 1589 - p1617): Damigella tutta bella, aria per 1 voce e basso continuo (pubblicata in Madrigali et arie per sonare et cantare nel chitarrone leuto o clavicembalo a una, e due voci, 1617). Zachary Wilder e Emiliano Gonzalez Toro, tenori; ensemble I Gemelli, dir. Emiliano Gonzalez Toro.
Damigella
tutta bella
versa, versa quel bel vino,
fa’ che cada
la rugiada
distillata di rubino.
Ho nel seno
rio veneno
che vi sparse Amor profondo,
ma gittarlo
e lasciarlo
vo’ sommerso in questo fondo.
Damigella
tutta bella
di quel vin tu non mi sazi,
fa’ che cada
la rugiada
distillata di topazi.
Ah, che, spento,
io non sento
il furor de gl’ardor miei,
men cocenti,
meno ardenti
sono, ohimè, gli incendi etnei.
Nova fiamma
più m’infiamma,
arde il cor foco novello,
se mia vita
non s’aita,
ah, ch’io vengo un Mongibello.
Ma più fresca
ogn’ hor cresca
dentro me sì fatta arsura,
consumarmi
e disfarmi
per tal modo ho per ventura.

Michael van der Aa (10 marzo 1970): Up-close per violoncello, archi, colonna sonora e film (2010). Sol Gabetta, violoncello; Amsterdam Sinfonietta. L’attrice nel filmato è Vakil Eelman.

Hans Sitt (1850 - 10 marzo 1922): Albumblätter per viola e pianoforte op. 39 (1891). Alicia Calabuig, viola; Jorge Blasco, pianoforte.

Luigi Mozzani (9 marzo 1869 – 1943): Feste lariane, aria con variazioni per chitarra (1906). Damien Aribert.

Franco Margola (1908 - 9 marzo 1992): Kinderkonzert n. 1 per pianoforte e orchestra (1954). Ruggero Ruocco, pianoforte; I Solisti Aquilani, dir. Vittorio Parisi.
Franco Margola: Kinderkonzert n. 2 per violino e orchestra (1955): Irene Tella, violino. I Solisti Aquilani, dir. Vittorio Parisi.

Franco Alfano (8 marzo 1875 – 1954): Sinfonia n. 1 in mi maggiore, Classica (1912, rev. 1952). Brandenburgisches Staatsorchester Frankfurt, dir. Israel Yinon.

Maurice Ravel (7 marzo 1875 - 1937): Boléro per orchestra (1928). London Symphony Orchestra, dir. Valerij Gergiev.
Di regola non propongo l’ascolto di composizioni molto famose. Se ho deciso di fare un’eccezione con il Boléro è perché in rete su questo brano si possono trovare innumerevoli informazioni e opinioni, escluse (forse) un paio di considerazioni che a me paiono molto importanti, anzi fondamentali, e di queste ho intenzione di parlare.
Due premesse, una a proposito dell’autore e l’altra in merito alla composizione. Sono convinto che Ravel sia uno dei massimi musicisti del ‘900, artista di rara sensibilità e raffinatezza, figura di rilievo assoluto neĺla storia dell’arte musicale del secolo passato; ritengo altresì che il Boléro non sia affatto la sua opera più significativa: è una composizione sui generis, lontanissima per stile, concezione e struttura da altre notevoli creazioni di Ravel, come per esempio il Quartetto in fa, Le Tombeau de Couperin. L’Enfant et les Sortilèges e soprattutto Gaspard de la nuit. Potete trovare nel web dovizia di particolari sulla genesi del Boléro, per cui spero che mi perdonerete se non mi soffermo sull’argomento.
Mi preme invece porre l’accento sulla definizione che di questo brano diede lo stesso Ravel:
« J’avais écrit une pièce qui durait dix-sept minutes et consistant entièrement en un tissu orchestral sans musique – en un long crescendo très progressif » (Avevo scritto un brano che durava diciassette minuti e che consisteva interamente in un tessuto orchestrale senza musica – in un lungo crescendo progressivo).
Il punto è: perché «senza musica»? Che cosa intende dire Ravel quando afferma che non c’è musica nel suo Boléro ? In realtà non è difficile dare una risposta a questa domanda.
Non diversamente dagli altri suoi colleghi compositori, Ravel ha una precisa concezione di quello che deve essere la composizione. Sono trascorsi molti secoli da quando i musicisti europei hanno abbandonato l’idea che comporre sia semplicemente inventare una bella melodia: questo avvenne intorno alla metà del XII secolo, anche se la svolta definitiva ebbe luogo nel Quattrocento. Da allora, comporre significa soprattutto elaborare: una o più idee musicali servono da fondamenta per la creazione di strutture complesse nelle quali le idee-base si ripresentano più volte in vesti sempre diverse, mutando ritmo, andamento, armonia, talvolta dando origine a intricati disegni polifonici e contrappuntistici. Quello della variazione è un principio proprio della musica, è anzi la natura stessa della musica: praticamente non esiste in nessun’altra forma di espressione artistica, salvo sporadici esperimenti (un noto esempio in ambito letterario è costituito dagli Esercizi di stile di Raymond Queneau, splendidamente tradotti in italiano da Umberto Eco). In generale, nelle composizioni di un buon musicista, anche in quelle più semplici, non troverete mai un’idea che venga riproposta due volte o più senza alcuna variante.
Inoltre, quando le idee musicali elaborate in una stessa composizione sono (almeno) due, hanno sempre qualità molto diverse, contrastanti: se una ha carattere prevalentemente ritmico, ben scandita, l’altra è ampia e distesa, cantabile. È con il contrasto che si crea la forma, la quale è «unità nella varietà».
Ebbene, nel Boléro non c’è niente di tutto questo. Non c’è contrasto: un unico periodo musicale, costituito da due frasi di andamento molto simile, si ripete invariato dall’inizio alla fine sopra una figurazione ritmica ossessiva, anche questa immutabile. Non ci sono variazioni. L’armonia è statica, non presenta alcuna modulazione salvo un estemporaneo passaggio dal do maggiore d’impianto al mi maggiore, otto battute prima della coda conclusiva, che ritorna al do. Non c’è contrappunto.
Ovvio dunque che per Ravel il Boléro sia un brano «senza musica», ossia «senza arte».
Ma questo non è del tutto vero, perché — e qui arrivo al secondo punto — una caratteristica peculiare del Boléro rivela la mano del grande compositore: l’orchestrazione.
L’orchestrazione è un’arte a sé, molto meno semplice di quanto potrebbe sembrare: richiede gusto, fantasia e una perfetta conoscenza di tutte le proprietà timbriche e foniche dei vari strumenti. La maestria di Ravel in questo campo è universalmente riconosciuta: non a caso fra i suoi lavori più riusciti si annovera l’orchestrazione dei Quadri di un’esposizione di Musorgskij. Basta dare un’occhiata all’organico nella prima pagina della partitura per intuire che il Boléro è un altro saggio magistrale di orchestrazione: la prima cosa che si nota è che prevede l’impiego alcuni strumenti inusuali, come la tromba piccola e soprattutto l’oboe d’amore, fratello settecentesco del ben più antico oboe tradizionale, rispetto al quale ha un timbro assai più dolce e carezzevole [nel video che ho scelto per questo articolo si può ascoltarne l’assolo a partire dal minuto 3:44].
Il «crescendo progressivo» del Boléro è ottenuto non solo mediante le opportune indicazioni dinamiche, ma anche e soprattutto attraverso una scelta attenta degli strumenti e degli impasti sonori.
Ho un’ultima considerazione da fare a proposito del Boléro di Ravel – ma è un’opinione personale, quindi siete liberi di non tenerne conto: questo brano «senza musica» è comunque una delle composizioni più sensuali che io conosca, e credo che per riuscire a ottenere un simile effetto ripetendo più volte invariata la stessa tiritera sia necessaria tutta l’arte di un musicista fuori del comune.
Insomma, pur tenendo sempre ben presente che il Boléro non è la composizione più rappresentativa dello stile di Ravel, bisogna comunque ammettere che è un capolavoro.
Senza musica.

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