Sonata per arpa – III

Paul Hindemith (16 novembre 1895 - 1963): Sonata per arpa (1939). Kateřina Englichová.

  1. Mäßig schnell
  2. Lebhaft [5:06]
  3. Sehr langsam [7:44]


L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

Paul Hindemith: dall’Avanguardia provocatoria all’architettura della Nuova Tonalità

Paul Hindemith è stato una figura centrale della musica moderna tedesca (Neue Musik), un compositore, teorico e musicista universale la cui carriera fu segnata da un’evoluzione stilistica radicale e da una drammatica rottura con il regime nazista.

Vita e formazione giovanile
Nato a Hanau, Hindemith proveniva da una famiglia operaia (il padre Rudolf era imbianchino). Quando era bambino la sua famiglia si spostò, stabilendosi a Francoforte sul Meno nel 1905. Il padre, nonostante le umili origini, incoraggiò l’educazione musicale dei tre figli, Paul, Antonie e Rudolf, presentandoli poi al pubblico in un ensemble chiamato Frankfurter Kindertrio. Hindemith padre perse la vita al fronte nel settembre 1915. A partire dai nove anni, Paul studiò violino e, dal 1909, frequentò il Dr. Hoch’s Konservatorium, studiando con Adolf Rebner (violino), con Arnold Mendelssohn e Bernhard Sekles (composizione). Già nel 1913 fu ingaggiato come I violino (Konzertmeister) presso il Nuovo Teatro di Francoforte e, dal 1915 al 1923, mantenne la medesima posizione all’Opera di Francoforte. Nel 1918 prestò brevemente servizio militare come musicista reggimentale in Alsazia e poi in Francia e Belgio, esperienza che lo confrontò con gli orrori della guerra.

L’ascesa professionale e il ruolo nell’Avanguardia
Il 1921 segnò la sua definitiva affermazione con le prime dei suoi atti unici provocatori Mörder, Hoffnung der Frauen e Das Nusch-Nuschi. Pochi mesi dopo, la prima esecuzione del suo Terzo Quartetto per archi alle prime Giornate di musica di Donaueschingen lo consacrò come uno dei compositori di maggior successo della sua generazione. Suonò stabilmente la viola (dal 1923 al 1929) nel celebre Quartetto Amar, un ensemble di riferimento per la musica contemporanea. Tra il 1923 e il 1930 fu direttore artistico, insieme ad altri, delle Giornate di Donaueschingen, trasformandole in un forum vitale per la Nuova Musica. Era anche un compositore frequentemente eseguito ai festival della Società internazionale per la musica contemporanea (ISCM). Nel 1924 sposò Gertrud Rottenberg, figlia del Kapellmeister dell’Opera di Francoforte. Influenzato dal cognato Hans Flesch (pioniere della radio), Hindemith compose opere specifiche per la radio, inclusa l’opera radiofonica Der Lindberghflug (1929), una collaborazione con Kurt Weill e Bertolt Brecht. Nel 1927 fu nominato professore di composizione all’Accademia Musicale di Berlino. Ebbe anche un interesse per gli strumenti meccanici ed elettronici emergenti, come il Trautonium, di cui seguì lo sviluppo.

Il conflitto con il regime nazista e l’esilio
Già nel 1929, l’opera Neues vom Tage aveva suscitato le ire di Hitler. Con l’ascesa del nazismo, le opere di Hindemith furono etichettate come “bolscevismo culturale” e “arte degenerata” (entartete Kunst). Nel 1934 subirono un divieto di trasmissione radiofonica in Germania. La situazione degenerò quando il direttore Wilhelm Furtwängler tentò una pubblica difesa del compositore (“Il caso Hindemith”). Il ministro della propaganda Joseph Goebbels reagì definendo Hindemith un «rumorista atonale», portando al congedo di Hindemith dalla sua cattedra a Berlino e alle dimissioni di Furtwängler. In segno di solidarietà, Hindemith si esibì al violino in prigioni berlinesi (come Moabit, dove era detenuto il cognato Flesch) tra il 1933 e il 1934. Il divieto di esecuzione delle sue opere in Germania divenne totale nel 1936, una situazione aggravata anche dal fatto che la moglie Gertrud era di ascendenza ebraica. Dopo aver lavorato in Turchia (1935-37) per riformare il sistema di educazione musicale, Hindemith si dimise dalla sua cattedra a Berlino nel 1937. Nel 1938 emigrò in Svizzera e, all’inizio del 1940, si trasferì negli Stati Uniti, dove accettò la cattedra di teoria musicale alla Yale University. Ottenne la cittadinanza americana nel 1946.

La carriera internazionale e l’eredità
Dalla fine degli anni ’40, Hindemith sviluppò una notevole carriera come direttore d’orchestra, esibendosi a livello mondiale con un repertorio vastissimo, dal barocco fino ai contemporanei (dirigendo, ad esempio, i Wiener Philharmoniker e il New York Philharmonic). Dal 1951, iniziò a insegnare anche all’Università di Zurigo, finché nel 1953 lasciò definitivamente gli USA per stabilirsi in Svizzera (a Blonay). Continuò a comporre e dirigere fino alla fine: le sue ultime opere significative includono l’opera Die Harmonie der Welt (su Keplero, 1956-57) e la Messa per coro a cappella (1963), la sua composizione finale, che diresse personalmente a Vienna poco prima di ammalarsi.
Hindemith fu un insegnante molto selettivo e talvolta severo (ricevendo critiche, come quella di Adorno, per l’eccessiva rigidità del suo sistema teorico). Tuttavia, formò una lunga lista di compositori di fama internazionale e ricevette numerosi riconoscimenti, tra cui la laurea honoris causa dalla Freie Universität Berlin (1950) e il Premio Balzan per la Musica (1962). La sua eredità è gestita dalla Hindemith-Stiftung, fondata nel 1968 dalla vedova Gertrud, che sostiene l’Istituto Hindemith a Francoforte e il Centro musicale a Blonay. In suo onore sono stati istituiti due premi, uno dal Festival musicale dello Schleswig-Holstein e uno dalla città di Hanau. Il suo vasto corpus di composizioni è conservato e catalogato dall’Istituto Hindemith. È inoltre degna di nota l’influenza esercitata su altri compositori, come William Walton, autore di Variazioni su un tema di Hindemith.

Il profilo artistico e l’evoluzione stilistica
Nella sua prima fase creativa, Hindemith si guadagnò la reputazione di “Bürgerschreck (terrore dei borghesi) grazie a uno stile musicale deliberatamente scioccante, caratterizzato da ritmi aspri, dissonanze stridenti e l’inclusione di elementi jazz. Successivamente, il suo stile si evolse verso il Neoclassicismo, focalizzandosi su un nuovo approccio alle forme classiche (sinfonia, sonata, fuga). Hindemith rifiutò l’immagine romantica del genio ispirato, enfatizzando invece il primato della tecnica e dell’artigianato compositivo. Questa enfasi si riflesse nella sua teoria, in particolare nel fondamentale Unterweisung im Tonsatz. Il suo sistema teorico è definito come “tonalità libera”, un approccio che si distingue sia dalla tonalità tradizionale maggiore-minore sia dall’atonalità dodecafonica di Schönberg. Sostenne inoltre la Gebrauchsmusik (musica d’uso), considerando un dovere del compositore affrontare le sfide sociali e non comporre per mero fine a sé stesso.

La Sonata per arpa
Dedicata all’arpista italiana Clelia Gatti Aldrovandi, il brano si colloca nella fase matura e neoclassica del compositore tedesco del quale esemplifica i principi estetici: un rigoroso artigianato compositivo, il ritorno alle forme classiche e l’adesione a una “tonalità libera” che rifugge sia dal cromatismo tardo-romantico sia dalle radicalità atonali. Il risultato è un lavoro di razionalità compositiva, privo di eccessivo psicologismo e caratterizzato da uno stile asciutto e ben scandito, pur esaltando le particolari sonorità dello strumento.
Il primo movimento, indicato come Mäßig schnell (Moderatamente veloce), stabilisce immediatamente il tono neoclassico e strutturale della sonata. Nonostante l’indicazione di tempo, il movimento si sviluppa attraverso una chiara alternanza di due elementi distinti, quasi antitetici per funzione e carattere, sfruttando appieno la versatilità dell’arpa.
In primo luogo, si distingue una linea di carattere lirico e misurato, che si snoda con semplicità e chiarezza: questo tema, pur essendo moderno nell’armonia (che aderisce alla “tonalità libera” di Hindemith), mantiene una base strutturale salda. Secondariamente, si nota un materiale di movenze vivaci e veloci, simile a una tessitura clavicembalistica. Questo riferimento al Barocco è un chiaro omaggio al modello bachiano, fondamentale nell’estetica di Hindemith. Quest’elemento è caratterizzato da agilità, precisione e una robusta costruzione ritmica, evitando qualsiasi sentimentalismo.
Il movimento procede attraverso la dialettica e l’alternanza di questi due blocchi sonori, dove la melodia controllata è contrapposta alla propulsione ritmica e virtuosistica. La scrittura essenziale e la melodia chiara assicurano che il suono dell’arpa, spesso associato a toni eterei e impressionistici, venga impiegato qui per scopi costruttivi e razionali.
Il secondo movimento porta invece l’indicazione Lebhaft (Vivace), rivelandosi un brano dallo spirito affine allo Scherzo della tradizione classica. Qui, la componente ritmica, già evidente nel primo movimento, si manifesta in maniera ancora più robusta e affermativa, confermando la «salda padronanza tecnica di tipo artigianale» del compositore.
L’andamento è veloce e dinamico, focalizzato sul vigore costruttivo tipico di Hindemith: sebbene l’arpa sia uno strumento rinomato per i suoi effetti atmosferici, il compositore la impiega per creare sezioni energiche e ben definite, spesso attraverso figurazioni veloci e brillanti. La chiarezza armonica rimane fondamentale, con il linguaggio essenziale che evita di cadere nella complessità contrappuntistica fine a sé stessa, ma che si concentra piuttosto sulla funzionalità e sull’impatto ritmico-costruttivo. Questa parte rappresenta il culmine dell’energia e della motricità nell’opera, fungendo da netto contrasto con il carattere meditabondo del finale.
Il movimento finale, Sehr langsam (Molto lento), assume il carattere di un calmo Lied e si distingue per il suo lirismo profondo, ma sempre contenuto, offrendo un contrasto emotivo con i primi due tempi veloci. La caratteristica più notevole di questo finale è il suo diretto riferimento a un testo lirico di Friedrich Hölderlin (1770-1843), riportato nello spartito dal compositore: «Sei tu che riposi / nel verde suolo / sotto il cielo azzurro? / Sei tu che canti / tra gli alberi / al sole che tramonta?»
Sebbene il movimento sia strumentale e l’arpa non canti il testo, la musica è pensata per evocare l’atmosfera di questa poesia. L’arpa disegna linee melodiche contemplative e sospese, che riflettono la natura malinconica e meditativa della lirica di Hölty (nome con cui Hindemith indicava familiarmente Hölderlin).
Il rallentamento del tempo e la tessitura armonica, pur mantenendo l’assenza di retorica sentimentale tipica di Hindemith, permettono all’arpa di esprimere le sue qualità timbriche più delicate e riflessive. La conclusione del brano non cerca un trionfo drammatico, ma una pacata risoluzione intellettuale ed emotiva, in linea con l’etica compositiva che vedeva l’arte come una «scelta morale e intellettuale».

Nel complesso, l’opera è un esempio paradigmatico del Neo-classicismo di Paul Hindemith. Sebbene sia stata composta in un periodo turbolento (appena prima della sua emigrazione definitiva a causa del nazismo), essa rifiuta l’angoscia espressionista, optando per la chiarezza formale, l’onestà artigianale e l’efficacia musicale. Essa celebra la forma classica tripartita (veloce-scherzo-lento), utilizzando l’arpa non come veicolo per il romanticismo o l’impressionismo, ma come strumento di architettura sonora precisa e razionale. L’influenza di Bach e il principio di Gebrauchsmusik si riflettono nell’attenzione di Hindemith alla tecnica strumentale e nella sua capacità di costruire un linguaggio espressivo forte senza ricorrere a «velleità di musicare idee filosofiche o attività musicali sentimentalisticamente sovraeccitate», ma piuttosto attraverso «schiettezza, realismo e semplicità».

Circles (Luciano Berio 100)

Luciano Berio (24 ottobre 1925 - 2003): Circles per voce femminile, arpa e due per­cus­sio­ni­sti (1960) su testi di e. e. cummings (n. 25, 76 e 221 dei Collected Poems). Anne-May Krüger, mezzosoprano; Estelle Costanzo, arpa; Dino Georgeton e Víctor Barceló, percussioni.

N. 25

stinging
gold swarms
upon the spires
silver

           chants the litanies the
great bells are ringing with rose
the lewd fat bells
                            and a tall

wind
is dragging
the
sea

with

dream

-S


N. 76

riverly is a flower
gone softly by tomb
rosily gods whiten
befall saith rain

anguish
and dream-send is
hushed
in

moan-loll where
night      gathers
morte carved smiles

cloud-gloss is at moon-cease
soon
verbal mist-flowers close
ghosts on prowl gorge

sly slim gods stare


N. 221

n(o)w

the
how
dis(appeared cleverly)world

iS Slapped:with;liGhtninG
!

at
which(shal)lpounceupcrackw(ill)jumps
of
THuNdeRB
loSSo!M iN
-visiblya mongban(gedfrag-
ment ssky?wha tm)eani ngl(essNessUn
rolli)ngl yS troll s(who leO v erd)oma insCol

Lide.!high
n , o ;w:
theraIncomIng

o all the roofs roar
drownInsound(
&
(we(are like)dead
)Whoshout(Ghost)atOne(voiceless)O
ther or im)
pos
sib(ly as
leep)
But l!ook-
s

U

n:starT birDs(IEAp)Openi ng
t hing ; s(
-sing
)all are aLI(cry alL See)o(ver All)Th(e grEEn

?eartH)N,ew


« Circles, scritto nel 1960 su domanda di Paul Fromm, fu eseguito per la prima volta nell’agosto di quello stesso anno al Berkshire Music Festival da Cathy Berberian e membri della Boston Symphony Orchestra. Circles elabora musicalmente tre poesie di e. e. cummings che, nell’ordine, presentano gradi diversi di complessità: il n. 25 stinging gold swarms… il n. 76 riverly is a flower… e il n. 221 n(o)w the how dis(appeared cleverly)world…, dai Collected Poems. In Circles i tre poemi appaiono nel seguente ordine: 25-76-221, (221)-76-25. La poesia n. 221 ritorna, a ritroso, su se stessa, mentre le poesie n. 25 e n. 76 appaiono due volte in diversi momenti dello sviluppo musicale.
« Non era certamente nelle mie intenzioni comporre una serie di pezzi vocali con accompagnamento di arpa e percussioni. Mi interessava invece elaborare circolarmente le tre poesie in un’unica forma ove i diversi livelli di significato, l’azione vocale e l’azione strumentale fossero strettamente condizionati e strutturati anche sul piano concreto delle qualità fonetiche. Gli aspetti teatrali dell’esecuzione sono inerenti alla struttura della composizione stessa che è, innanzi tutto, una struttura di azioni: da ascoltare come teatro e da vedere come musica » (Luciano Berio, 1961).



L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

Luciano Berio: l’architetto sonoro dell’Avanguardia italiana

Radici musicali e interruzione bellica
Nato a Oneglia (Imperia), Berio crebbe in un ambiente profondamente musicale, figlio e nipote di compositori e strumentisti. Ricevette la prima educazione pianistica sotto la guida del padre, Ernesto, sviluppando una solida conoscenza dei classici e tentando le prime composizioni. La sua gioventù fu drammaticamente segnata dall’8 settembre 1943: arruolato nella Repubblica di Salò, egli subì una grave ferita alla mano destra durante un’esercitazione, un evento che lo costrinse a rinunciare al sogno di una carriera da pianista concertista, spingendolo definitivamente verso la composizione. Dopo la fuga dall’ospedale e un periodo di clandestinità, si iscrisse al Conservatorio «Giuseppe Verdi» di Milano nel 1945.

La formazione milanese e il ruolo dei mentori
A Milano, Berio si immerse in un ambiente culturale e musicale in pieno fermento post-bellico, scoprendo le avanguardie (Schönberg, Webern, Bartók) e le culture di confine (jazz, popolare). I suoi studi al Conservatorio furono decisivi, in particolare grazie all’eredità contrappuntistica di Giulio Cesare Paribeni e, soprattutto, alla guida di Giorgio Federico Ghedini, che gli trasmise una profonda coscienza storica e una maestria tecnica basata su Stravinskij, Bach e Monteverdi. Nonostante la prima produzione studentesca fosse di impronta artigianale (Concertino, Magnificat), il compositore sviluppò in questi anni cruciali la propria sensibilità per la voce umana e la relazione tra testo e musica, un interesse rafforzato dal matrimonio (1950) con la giovane e brillante studentessa armena Cathy Berberian. L’incontro con la sua futura musa, dotata di un “pluralismo vocale” unico, coincise con l’inizio della sua prima fervida stagione creativa.

La rivoluzione elettronica e l’invenzione dello studio di fonologia
La svolta radicale avvenne nel 1952 durante un soggiorno negli Stati Uniti, dove Berio scoprì la tape-music. Rientrato in Italia, strinse un sodalizio fondamentale con il compositore Bruno Maderna, insieme al quale, nel 1956, fondò lo Studio di fonologia musicale della Rai di Milano. Questo centro divenne un crogiolo di sperimentazione, lontano dalle rigide divisioni europee tra musica concreta ed elettronica. Il periodo milanese fu fecondato anche dall’incontro con Umberto Eco, che contribuì a definire la poetica dell’“opera aperta”, concetto che influenzò profondamente il compositore. Esempi di questa ricerca sulla relazione tra suono, voce ed elettronica sono Thema (Omaggio a Joyce) e il celebre Visage (1961), che utilizza l’elaborazione elettronica di una gamma estrema di gesti vocali non verbali di Berberian.

Il decennio americano e la virtuosità totale
All’inizio degli anni ’60, il compositore iniziò una lunga serie di incarichi didattici negli Stati Uniti (Tanglewood, Mills College, Juilliard School), dove insegnò per sei anni e fondò il Juilliard Ensemble. Nonostante la separazione dalla Berberian, il sodalizio artistico proseguì con opere fondamentali come i Folk songs e, soprattutto, la Sequenza III per voce sola. In questo periodo, Berio sviluppò il ciclo delle Sequenze, composizioni solistiche pensate per esplorare i limiti tecnici, gestuali ed espressivi di strumenti specifici (come la Sequenza I per flauto e la V per trombone, omaggio al clown Grock). Parallelamente, applicò il concetto di re-working e stratificazione, trasformando le Sequenze in opere per ensemble, i Chemins.
Il culmine di questa fase è Sinfonia (1968), un’opera monumentale per otto voci amplificate e orchestra. Celebre per il terzo movimento – un complesso collage sonoro e culturale costruito interamente sullo Scherzo della Seconda Sinfonia di Mahler – l’opera combina riferimenti testuali da Beckett e Lévi-Strauss, rappresentando la coscienza storica e l’eclettismo linguistico di Berio.

Il ritorno in Italia e il laboratorio europeo
Nel 1974 Berio rientrò in Italia, stabilendosi in Toscana, ma i suoi impegni internazionali si intensificarono. Fu chiamato da Pierre Boulez a fondare e dirigere il dipartimento elettroacustico dell’IRCAM a Parigi (1974-80), dove promosse la ricerca su sistemi di trasformazione del suono in tempo reale (come il 4X). Nel frattempo, la sua produzione si orientò verso visioni enciclopediche e antropologiche: Coro (1974-76) è un mosaico di testi e musiche provenienti da culture diverse, con una struttura orchestrale e corale rigorosamente disposta nello spazio. Il rinnovato interesse per il teatro musicale lo portò a collaborare nuovamente con Italo Calvino. Le opere di questo periodo, tra cui La vera storia (1982) e Un re in ascolto (1984), si concentrano sul rifiuto della trama lineare in favore di una narrazione frammentata, riflettendo sulla metafora dell’ascolto e sull’auto-riflessività del teatro stesso.

Istituzioni, memoria e l’eredità finale
Nel 1987 Berio fondò a Firenze Tempo Reale, un centro di ricerca musicale che gli permise di sviluppare ulteriormente la spazializzazione del suono attraverso il sistema multicanale TRAILS (esemplificato in Ofaním). Negli ultimi anni, l’attività creativa si affiancò a crescenti responsabilità pubbliche: tenne le prestigiose Charles Eliot Norton Lectures a Harvard (1993-94) e fu eletto presidente dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia (2000), seguendo attivamente la nascita dell’Auditorium Parco della musica di Roma.
La sua opera matura si caratterizzò per un continuo “dialogo con il passato”, evidente nel “restauro” di frammenti di Schubert in Rendering (1990) e nella controversa nuova conclusione per il terzo atto della Turandot di Puccini (2002). Il compositore concluse il suo lavoro con l’ultima della serie, Sequenza XIV per violoncello, e con Stanze (2002-03), opera per baritono, coro e orchestra terminata poche settimane prima della morte. L’opera, con i suoi richiami alla Shoah e la riflessione profonda sull’idea di Dio, si configura come il suo pacato e commovente congedo.

Circles
Composizione fondamentale nel catalogo di Luciano Berio, Circles rielabora le scoperte sulle potenzialità della voce e del suono fatte dal compositore nel suo precedente lavoro elettronico, Thema (Omaggio a Joyce). Scritta per la sua musa e allora moglie, il mezzosoprano Cathy Berberian, l’opera esplora il legame inscindibile tra significato testuale, gesto vocale, e timbro strumentale, realizzando il concetto di «struttura di azioni: da ascoltare come teatro e da vedere come musica».
La composizione è costruita su un’architettura rigorosamente simmetrica in forma ad arco, A-B-C-B′-A′, che riflette il titolo stesso dell’opera. Berio utilizza tre poesie di e. e. cummings tratte dai Collected Poems (pubblicate con i numeri 25, 76 e 221 rispettivamente).
Grande importanza è data alla disposizione spaziale dei musicisti, un elemento prescritto dalla partitura che sottolinea il carattere teatrale dell’opera. Il mezzosoprano è posizionato al centro, affiancata dall’arpista e dai due percussionisti. La strumentazione è ricca e variegata, con una notevole enfasi su arpa e un esteso set di percussioni, tra cui gong, tam-tam, timpani, marimba, conga, wind chimes e oggetti in legno, tutti disposti in modo circolare attorno alla cantante. Il movimento della cantante sul palco è parte integrante della performance: i momenti di quiete sonora corrispondono a momenti di immobilità fisica, mentre le sezioni più concitate sono accompagnate da gesti ampi, quasi direttoriali, che spesso coinvolgono l’esecuzione di piccoli strumenti a percussione.
La prima sezione si apre con la voce del mezzosoprano in primo piano, che modula la poesia n. 25 con un canto melismatico e quasi operistico. L’arpa interviene con arpeggi eterei e il tono è lirico, sebbene pervaso da un senso di sospensione e attesa. Il ruolo della voce è di esplorare il timbro e le qualità fonetiche del testo di e. e. cummings. Le vocali lunghe sono sostenute, mentre le consonanti e le sibilanti vengono articolate in modo esagerato, talvolta raschiato.
L’entrata della percussione, con vibrazioni metalliche e colpi secchi, interrompe la linea lirica, introducendo una tensione crescente che riflette il significato implicito del testo. La cantante inizia a eseguire lei stessa piccole percussioni, unendo l’azione vocale a quella strumentale e diventando, di fatto, parte dell’ensemble. Il finale della prima sezione A si chiude in un gesto di enfatica sospensione, con il mezzosoprano che si muove al centro e le bacchette alzate in un gesto di direzione drammatica, culminando in un fragore di percussioni che dissolve l’atmosfera lirica.
La sezione B, basata sulla poesia n. 76, introduce un’atmosfera più frammentata e puntillistica: Berio utilizza una vocalità più espressionistica e rapida, in cui le parole vengono spezzate o allungate, e i suoni prendono il sopravvento sul significato letterale. Il mezzosoprano continua a utilizzare i microfoni posizionati sul palco per amplificare i suoi suoni non convenzionali: risate, suoni gutturali e sussurri si mescolano a un canto più tradizionale. La musica diventa densa, con texture timbriche complesse create da una varietà di percussioni esotiche e l’arpa a pedali illuminata. L’equilibrio tra i tre elementi (voce, arpa, percussione) è dinamico e instabile, riflettendo la natura “frammentata” del testo poetico. La sezione si chiude con l’esaurirsi graduale dei suoni.
La sezione centrale dell’arco formale e corrisponde alla poesia n. 221, la più destrutturata e visivamente circolare di e. e. cummings. In questa parte, l’azione scenica è enfatizzata. La performance vocale si concentra sul disfacimento della parola, con la cantante che manipola fisicamente i microfoni per creare effetti di spazializzazione del suono. Il testo, ricco di parentesi e sillabe spezzate, è reso attraverso un’esecuzione che è per metà parlato e per metà cantato, esplorando l’onomatopea e la pura qualità fonetica della lingua. La musica tocca i suoi apici di intensità sonora e teatrale, con esplosioni ritmiche della percussione e l’arpa che contribuisce a un denso sottofondo armonico. La cantante utilizza gesti teatrali ampi e si muove con le mani aperte, quasi a plasmare il suono. Berio infine introduce la ripetizione a ritroso di una parte del testo, un chiaro segnale dell’inizio della simmetria retrograda.
Le sezioni successive B′ e A′ ripropongono i testi delle sezioni precedenti, ma con nuove e diverse elaborazioni musicali.
L’attenzione torna sul testo B, ma in una veste più ritmica e giocosa. L’arpa e la percussione si fanno più virtuosistiche, con un’azione di battiti veloci e precisi che confermano la funzione ritmica e quasi meccanica degli strumenti. La cantante riprende i suoi gesti direttoriali e manipolativi, enfatizzando l’interazione tra i musicisti sul palco. Il mezzosoprano usa gli chimes con un gesto sonoro che chiude la sezione, lasciando il palco.
La parte finale riprende il primo testo in una forma ancora più ridotta e rarefatta. La musica si dissolve in suoni sottili e sospesi, con l’arpa che esegue figure di estrema delicatezza, mentre la cantante canta o sussurra il testo finale con un ritorno alla qualità lirica e meditativa, ma ora con un senso di fragilità estrema.
L’opera si conclude con una lunga dissolvenza sonora, in cui gli strumenti si quietano lentamente, realizzando l’idea del ciclo che si chiude. La performance si trasforma in un evento visivo di “musica vista” e di “teatro dell’ascolto”, dove la cantante, prima al centro dell’azione, alla fine si riunisce in un gesto di congedo con l’ensemble, sancendo il successo della sua esplorazione acustica della vocalità d’avanguardia.

Ricercare primo

Fabrizio de Rossi Re (1° agosto 1960): Ricercare primo per arpa e quartetto d’archi (2004). Claudia Antonelli, arpa; Enesemble Algoritmo (Francesco Peverini e Manfred Croci, violini; Gabriele Croci, viola; Matteo Maria Zurletti, violoncello), dir. Marco Angius.



L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

Fabrizio de Rossi Re: un cosmonauta nel mondo della musica

Fabrizio de Rossi Re è un compositore italiano la cui opera si distingue per un’eccezionale apertura a diverse esperienze artistiche, fuse in uno stile multiforme ma sempre personale e riconoscibile. La sua musica riesce a conciliare i linguaggi della ricerca sperimentale con una comunicazione diretta, posizionandolo come una figura unica nel panorama musicale contemporaneo.

Formazione e carriera accademica
Fabrizio de Rossi Re ha compiuto gli studi presso il Conservatorio di Santa Cecilia a Roma, dove si è diplomato sotto la guida di Mauro Bortolotti (composizione) e Raffaello Tega (strumentazione per banda). La sua formazione è stata arricchita da incontri significativi con figure di spicco del mondo musicale, tra cui il pianista jazz Umberto Cesari, Sylvano Bussotti presso la Scuola di Fiesole, Salvatore Sciarrino ai corsi di perfezionamento di Città di Castello e una proficua collaborazione con Luciano Berio, che gli ha commissionato diverse composizioni. Membro dell’associazione Nuova Consonanza dal 1986, egli ha ricoperto il ruolo di presidente di giuria in numerosi concorsi internazionali di composizione ed esecuzione musicale. La sua carriera accademica lo ha visto insegnare nei conservatori di Pesaro, L’Aquila, Bologna e Fermo. Dal 2021 è docente presso il Conservatorio di Perugia. Ha inoltre tenuto corsi e stage di perfezionamento in composizione musicale applicata alla didattica, allo spettacolo e alla multimedialità in prestigiose istituzioni.

Lo stile: tra sperimentazione e comunicazione
La cifra stilistica di Fabrizio de Rossi Re è caratterizzata da un’esplorazione a 360 gradi che accoglie e coniuga esperienze musicali eterogenee: descritto come «una sorta di cosmonauta che gira attorno al mondo della musica con antenne sensibilissime», il compositore trasfigura stimoli sonori, gestuali e antichi attraverso il filtro della sua personalità. La sua musica è costantemente in bilico tra l’eredità della sperimentazione e la volontà di una comunicazione diretta con l’ascoltatore. Questa duplice natura si riflette nella capacità di assimilare diverse tecniche musicali, dalla tradizione colta al jazz, e di integrare le lezioni delle avanguardie del Novecento in un linguaggio autonomo. Il compositore – mantenendo il gusto per l’impatto sonoro tipico dell’esecutore – dimostra come sia possibile un ascolto gratificante e non banale, rendendo compatibili universi musicali differenti.

Una prolifica produzione artistica
Autore prolifico ed eseguito a livello internazionale, Fabrizio de Rossi Re ha dedicato una particolare attenzione al teatro musicale e a una vasta gamma di generi, dalle opere radiofoniche alle composizioni sinfoniche e cameristiche.
La sua produzione teatrale include opere come Biancaneve, ovvero il perfido candore (1993), su libretto proprio; Cesare Lombroso o il corpo come principio morale (2001) e Musica senza cuore (2003), un’azione musicale grottesca tratta dal libro Cuore, che ha visto la partecipazione di Paola Cortellesi. Tra i lavori più recenti si annoverano King Kong, amore mio (2011), Animali fantastici (2019) – su testi di Leonardo da Vinci – e Magic Circles. Storia di Martin W. che sapeva contare le stelle (2022), con Vinicio Marchioni come protagonista. Spesso è anche interprete al pianoforte nelle proprie opere di teatro musicale da camera, come nel ciclo Canti di cielo e terra e in Cantopinocchio (con Simona Marchini), La scoperta dell’America (con Massimo Wertmüller) e Il Quaderno di Sonia (con Sonia Bergamasco).
Per Rai-Radio Tre ha composto diverse opere radiofoniche, tra cui Terranera (1994) – su testo di Valerio Magrelli e con la regia di Giorgio Pressburger – e Vox in bestia. Gli animali della Divina Commedia (Inferno), selezionato per il Prix Europa 2022. Ha ricevuto anche importanti commissioni da istituzioni come l’Accademia nazionale di Santa Cecilia, per cui ha scritto Rappresentatione per strumenti antichi, coro e orchestra (2001), e la Fondazione Musica per Roma, per la quale ha composto Terror vocis (2009). Altre commissioni di rilievo includono lavori per l’Orchestra «Toscanini» di Parma e l’Orchestra di Losanna.
La sua vasta produzione cameristica è infine eseguita costantemente in Italia e all’estero: tra i brani più significativi si segnalano il Ricercare per clavicembalo e archi, scritto per il quartetto d’archi dei Berliner Philharmoniker (2004), Rondò di notte, su commissione del Teatro La Fenice di Venezia (2014), e Arpie (dal canto XIII dell’Inferno di Dante) (2020). Per la danza ha composto L’ombra dentro la pietra, una produzione di Romaeuropa Festival (1996) e del Teatro Hebbel di Berlino (1997).

Il Ricercare Primo: analisi
Fin dal titolo questa composizione dichiara la propria duplice natura: un omaggio a una forma antica, il ricercare, trasfigurata attraverso una sensibilità e un linguaggio prettamente contemporanei.
Il brano si apre in un’atmosfera sospesa e rarefatta: non c’è un tema definito, ma un dialogo esitante tra gli archi. Un violino solo introduce una linea melodica frammentata, quasi un lamento, a cui rispondono gli altri strumenti del quartetto con note lunghe e armonie diafane. La scrittura è contrappuntistica e moderna e le voci si intrecciano senza una chiara gerarchia, creando un tessuto sonoro che evoca attesa e introspezione: è il paesaggio prima dell’evento, la quiete che precede la tempesta. L’arpa tace, lasciando che gli archi costruiscano lentamente una tensione armonica sottile ma persistente. Questa introduzione funge da prologo, presentando il materiale cellulare e l’ambiente emotivo da cui scaturirà l’intera narrazione musicale.
La sezione successiva è introdotta da un cambiamento radicale di carattere: il ritmo si fa più serrato e concitato. L’arpa entra in scena con una serie di arpeggi e glissandi rapidissimi, assumendo un ruolo da protagonista virtuosistico. Il quartetto d’archi risponde con figurazioni ritmiche secche e frammentate, inclusi pizzicati e colpi d’arco decisi, creando un dialogo serrato e conflittuale. La scrittura esplora timbri moderni: gli archi utilizzano tecniche come il sul ponticello per produrre suoni stridenti e metallici, quasi a evocare il ruggito del mostro marino nel dipinto. L’arpa non è solo melodia, ma diventa percussione e colore, con passaggi di estrema agilità che si intrecciano in un vortice sonoro. Il culmine di questa sezione è un climax di straordinaria potenza drammatica: il quartetto esplode in accordi dissonanti e aggressivi, mentre l’arpa li travolge con un glissando fragoroso. Immediatamente dopo, la musica si dissolve in un silenzio quasi totale, lasciando solo gli armonici eterei degli archi e i delicati arpeggi dell’arpa, come polvere che si deposita dopo la battaglia.
Da questa quiete emerge la sezione più lirica e cantabile del brano: il tempo rallenta e l’atmosfera si trasfigura in una bellezza celestiale e sognante. L’arpa introduce un tema melodico dolce e malinconico, mentre il quartetto d’archi la sostiene con accordi lunghi e morbidi, creando un tappeto sonoro caldo e avvolgente. Il dialogo tra gli strumenti è qui di pura empatia: la melodia passa fluidamente dall’arpa agli archi, che la sviluppano con un’intensità crescente ma sempre contenuta. Questa sezione è un’oasi di pace, un momento di contemplazione e sollievo che contrasta nettamente con la violenza precedente. La scrittura di Fabrizio de Rossi Re dimostra qui la sua capacità di creare un’emozione diretta e gratificante, senza mai cadere nella banalità.
L’ultima parte del brano è una celebrazione energica e gioiosa: il carattere muta ancora una volta in una sorta di danza stilizzata dal sapore neo-barocco. Il ritmo diventa il motore principale, con figurazioni ostinate e scattanti che si rimbalzano tra l’arpa e il quartetto. Questo finale ha la struttura di una toccata virtuosistica, in cui tutti gli strumenti partecipano a un gioco contrappuntistico brillante e festoso. L’energia cresce in un crescendo inarrestabile, culminando in una serie di accordi potenti e ribattuti che portano a una cadenza finale di grande impatto. Tuttavia, de Rossi Re sorprende l’ascoltatore con una coda inaspettata: invece di concludere trionfalmente, la musica si dissolve improvvisamente. L’energia si spegne, lasciando spazio agli stessi armonici acuti e ai suoni evanescenti dell’arpa sentiti dopo il climax della lotta. Il brano non si chiude, ma si smaterializza, svanendo in un silenzio carico di risonanze, come un mito che si ritira nell’eco del tempo.

Buon compleanno, Maestro!

Come l’arpa

Giovanni Pierluigi da Palestrina (c1525 - 1594): Sicut cervus, 2a pars Sitivit anima mea, mottetto a 4 voci (1584); testo desunto dal Salmo XLII (41), versetti 1-3. Coro da camera del Collegium Musicum Almae Matris dell’Università di Bologna, dir. Enrico Lombardi.

Sicut cervus desiderat ad fontes aquarum, ita desiderat anima mea ad te, Deus.
Sitivit anima mea ad Deum fortem vivum: quando veniam et apparebo ante faciem Dei?
Fuerunt mihi lacrymae meae panes die ac nocte, dum dicitur mihi quotidie: Ubi est Deus tuus?


Grazie a Luís Henriques e al suo bellissimo sito, ho scoperto una vera chicca: il capolavoro di Palestrina in una versione per due arpe, interpreti Laura Puerto e Manuel Vilas:



L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

L’anelito dell’anima: il Sicut cervus di Palestrina tra fede e musica

Il mottetto Sicut cervus è una delle composizioni più celebri e amate di Giovanni Pierluigi da Palestrina, maestro indiscusso della polifonia rinascimentale. Il testo esprime il profondo anelito dell’anima verso Dio, un tema che Palestrina traduce in musica con straordinaria sensibilità e maestria contrappuntistica.

Siamo nel pieno Rinascimento maturo, e lo stile di Palestrina incarna l’ideale di chiarezza, equilibrio e serena spiritualità promosso dalla Controriforma. La sua musica è caratterizzata da:
– linee melodiche fluide: prevalentemente per gradi congiunti, con salti melodici attentamente preparati e risolti, creando la famosa “curva palestriniana”;
– armonia prevalentemente consonante: le dissonanze sono trattate con estrema cura, principalmente come ritardi, note di passaggio o di volta, sempre preparate e risolte dolcemente;
– chiarezza testuale: nonostante la complessità polifonica, il testo rimane generalmente intelligibile;
– equilibrio tra le voci: nessuna voce predomina in modo eccessivo; tutte contri­bui­scono alla tessitura complessiva;
– tecnica imitativa: l’imitazione tra le voci è uno dei principali procedimenti costruttivi.

Il mottetto ha inizio con un’entrata imitativa. Il tenor intona per primi il motivo ascendente sulle parole “Sicut cervus desiderat ad fontes aquarum“, un disegno melodico semplice e sereno. A breve distanza di tempo entrano l’altus una 5ª sopra, il cantus (soprano) un’8ª sopra il tenor e infine il bassus un’8ª sotto, ciascuno riprendendo il motivo iniziale in imitazione non rigorosa.
Sulle parole “desiderat ad fon[tes]” la melodia si sviluppa verso l’acuto, sottolineando il senso di anelito. Sulla parola “aquarum” la melodia è invece caratterizzata da un movimento che può evocare il fluire dell’acqua, con melismi delicati e una tessitura che si mantiene trasparente. Le diverse voci si intrecciano mantenendo l’indipendenza lineare, ma concorrendo a un’armonia piena e consonante.
La seconda parte del versetto riprende musicalmente l’idea iniziale, con la frase “ita desiderat anima mea” che riecheggia l’anelito di “Sicut cervus desiderat“. Le parole “anima mea” ricevono spesso un trattamento espressivo, con linee melodiche che diventano più personali e interiori. Il culmine emotivo di questa prima parte si raggiunge su “ad te, Deus“: qui, la polifonia tende a convergere verso momenti di maggiore omoritmia o verso armonie particolarmente piene e affermative, creando un senso di arrivo e devozione. La cadenza che conclude la prima parte è chiara ma non definitiva, preparando l’ascoltatore alla continuazione.

La seconda parte s’inizia con un’energia leggermente diversa, forse più intensa, sulla parola “Sitivit“. Anche qui, le entrate sono imitative. L’espressione di “sete” è palpabile nelle linee melodiche che si protendono. “Ad Deum fortem vivum” è trattato con maggiore vigore; “fortem” e “vivum” sono sottolineate da armonie più robuste e da un ritmo leggermente più marcato. La domanda “quando veniam” introduce un elemento di attesa e interrogazione. Le linee melodiche presentano inflessioni ascendenti o ritardi armonici che riflettono l’incertezza e il desiderio.
Et apparebo ante faciem Dei” rappresenta il culmine del desiderio. Palestrina spesso costruisce un crescendo musicale corrispondente all’accrescersi dell’intensità testuale, utilizzando una scrittura più piena e talvolta più omoritmica per enfatizzare il momento dell’apparizione divina. La tessitura si fa densa e solenne.
Un cambio di atmosfera avviene con “Fuerunt mihi lacrymae meae“: la musica si fa più sommessa, riflessiva, quasi dolente. Le linee melodiche tendono a salire e l’armonia si tinge di sfumature più malinconiche. “Panes die ac nocte” esprime la costanza del dolore.
Su “Dum dicitur mihi quotidie” la musica assume un carattere più narrativo o declamatorio. La ripetizione di “quotidie” (ogni giorno) è sottolineata da motivi ritmici o melodici insistenti. La domanda finale, “Ubi est Deus tuus?” è il punto di massima tensione emotiva del mottetto, e Palestrina la tratta con grande intensità. Spesso le voci si uniscono in un grido polifonico, pieno di pathos e interrogazione. La dinamica cresce nuovamente e l’armonia presenta ritardi più pungenti per esprimere l’angoscia della domanda.
Palestrina spesso ripete le frasi testuali più significative per enfatizzarne il contenuto emotivo. La sezione finale del mottetto vede la ripresa di “Ubi est Deus tuus?” e altre frasi chiave. La conclusione del mottetto è particolarmente toccante e, dopo l’intensità della domanda, la musica si placa gradualmente. Le ultime iterazioni di “Deus tuus” sono spesso trattate con un progressivo diminuendo, con le voci che si diradano e le armonie che si semplificano, lasciando un senso di contemplazione, forse di speranza sommessa o di una domanda che rimane sospesa nell’etere.

Duetto per arpa e pianoforte

Joseph Wölfl (1773 – 21 maggio 1812): Grand Duett in si bemolle maggiore per arpa e pianoforte op. 27 (1805). Catherine Michel, arpa; Laure Colladant, pianoforte.

  1. Largo – Allegro
  2. Andante con variazioni [13:26]
  3. Rondò: Allegretto [19:30]


L’approfondimento
di Pierfrancesco Di Vanni

Joseph Wölfl: astro del pianoforte tra Mozart, Beethoven e la conquista dell’Europa musicale

Gli anni della formazione a Salisburgo
Joseph Wölfl viene oggi ricordato per essere stato il fondatore della scuola pianistica inglese, nonché come il primo teorico a concentrarsi sulla “Formenlehre”, ossia l’analisi formale dei pezzi musicali.
Nato a Salisburgo nella famiglia del funzionario fiscale Johann Paul Wölfl, trascorse l’infanzia nello stesso edificio in cui viveva Michael Haydn. La sua prima educazione musicale è incerta, potendo aver studiato sia con Michael Haydn che con Leopold Mozart, amico del padre. Già a sette anni si esibì pubblicamente come violinista solista. Il suo talento lo portò all’ammissione nel Kapellhaus, un internato per i cantori del Duomo, dove Michael Haydn e Leopold Mozart divennero ufficialmente suoi insegnanti. Qui ricevette una formazione musicale rigorosa, integrata da studi scientifici e linguistici. Dopo aver lasciato il Kapellhaus nel 1786, continuò lezioni private con Leopold Mozart fino alla morte di quest’ultimo nel 1787. Studiò successivamente all’Università benedettina di Salisburgo (1786-88). Seguirono due anni di cui si sa poco, durante i quali è probabile si sia perfezionato autonomamente come pianista, dato che nel 1790 si presentò a Vienna da W. A. Mozart come un virtuoso completo. Le opere giovanili (musica sacra, musiche d’armonia, danze, canoni) testimoniano anche studi di composizione.

L’affermazione tra Varsavia e Vienna
Su raccomandazione di Mozart, Wölfl divenne insegnante di pianoforte del principe Michał Kleofas Ogiński a Varsavia. Due anni più tardi si stabilì come musicista indipendente, ottenendo grande successo come pianista e insegnante fino alla terza spartizione della Polonia (1795). Durante questo periodo cambiò la grafia del suo cognome in Woelfl e accumulò una notevole fortuna. A Varsavia compose una sinfonia, un concerto per pianoforte e varie opere pianistiche, tanto che il 26 ottobre 1792 un concerto sinfonico fu interamente dedicato alle sue musiche.
Tornato a Vienna, egli si distinse come pianista e compositore di opere, musica da camera e per pianoforte. Compose diversi Singspiele per il Theater auf der Wieden di Emanuel Schikaneder e per i teatri di corte, lavori che ebbero successo a Vienna ma alterna fortuna altrove. Ad esempio, il suo Der Kopf ohne Mann (1798) fu stroncato a Lipsia come «uno dei peggiori spettacoli di marionette», sebbene la musica fosse apprezzata per alcune parti «molto buone» e altre «davvero belle». A Praga, invece, l’opera fu un trionfo, venendo tradotta e replicata in ceco.

Il leggendario “duello” pianistico con Beethoven
Le capacità pianistiche di Wölfl erano indiscusse. Nell’inverno 1798-99, presso la casa del barone Raymund Wetzlar von Plankenstern, si svolse un celebre “duello” pianistico tra Wölfl e Ludwig van Beethoven, di tre anni più anziano. Secondo il testimone Ignaz von Seyfried, si trattò di una serie di incontri in cui i due artisti presentavano le loro ultime composizioni e si sfidavano improvvisando su temi proposti dagli astanti, creando anche capricci a quattro mani su due pianoforti che, se trascritti, sarebbero stati capolavori. Seyfried non decretò un vincitore, ma descrisse stili opposti: Beethoven, dionisiaco e impetuoso, che rompeva ogni “catena”; Wölfl, di scuola mozartiana, apollineo, sempre chiaro, equilibrato e più accessibile al pubblico, con l’arte al servizio dell’espressione e non del virtuosismo fine a sé stesso.

Anni di viaggi e fama crescente
Nel marzo 1799 Wölfl partì per una tournée di un anno che toccò Praga, Dresda, Lipsia, Berlino e Amburgo. Dopo un breve ritorno a Vienna nell’estate 1800, lasciò per sempre la capitale asburgica. Le sue tournée gli assicurarono fama per il virtuosismo e l’inventiva compositiva, alimentando aneddoti sulla sua figura: a Praga si disse che perse al biliardo gli incassi di un concerto e stupì suonando da solo una composizione di Mozart scritta per pianoforte a quattro mani, mentre a Dresda suonò un difficile concerto trasponendolo da do maggiore a do diesis maggiore perché il pianoforte era accordato mezzo tono sotto. Era noto per programmi originali, come una “badinage musicale” a Berlino che includeva la descrizione di una tempesta marina. La sua corrispondenza con l’editore Breitkopf & Härtel rivela un umorismo talvolta grezzo, forse mutuato dai Mozart, come quando descrisse un incidente con il suo vaso da notte o quando commentò ironicamente che un oggetto caduto durante un suo concerto non avesse ucciso nessuno, cosa che «avrebbe contribuito molto alla glorificazione del mio concerto».

Il periodo parigino
Nel settembre 1801 Wölfl si stabilì a Parigi, ove rimase per quattro anni, pubblicò importanti opere strumentali e conquistò il pubblico. Pubblicò fra l’altro due nuovi Concerti per pianoforte presso l’editore Nadermann. Presentò anche due opere teatrali francesi, ossia L’Amour romanesque (1804) e l’opera eroica Fernand ou Les Maures (1805). Nei salotti parigini era chiamato “Monsieur Wolff”, poiché “Wölfl” era considerato un diminutivo irrispettoso per un artista della sua statura. Nonostante il successo, nel 1802-03 effettuò tournée in Belgio e Olanda e manifestò l’intenzione di trasferirsi a Londra, piano che inizialmente fallì.

L’apice della carriera a Londra e gli ultimi anni
Nel maggio 1805 Wölfl si trasferì a Londra, dove divenne richiestissimo. Si esibì al Covent Garden, nelle Hanover Square Rooms e al King’s Theatre, dove dopo la battaglia di Trafalgar compose il balletto celebrativo Naval Victory or Triumph of Lord Nelson. Il Concerto per pianoforte Le Calme (1806) ottenne un enorme successo. A Londra Wölfl entrò in contatto con figure chiave della vita musicale come Johann Peter Salomon, Muzio Clementi, Johann Baptist Cramer e Angelica Catalani. Nel 1807 ebbe un singolare “duello” di sonate con Jan Ladislav Dussek: Wölfl pubblicò la Sonata op. 42 Non plus ultra, cui l’editore di Dussek rispose con la Sonata op. 64 Plus ultra.
Wölfl divenne in breve tempo il musicista più importante di Londra, con guadagni superiori a quelli di Haydn, Mozart e Beethoven insieme. La maggior parte delle sue opere, in tutti i generi, fu composta in questo periodo. Morì il 21 maggio 1812 a Mary-le-bone, ricco e stimato, probabilmente per un edema polmonare. Il blocco continentale napoleonico ritardò la diffusione della notizia della sua morte in Europa. La sua prematura scomparsa fu attribuita all’intensa attività parallela di compositore, pianista e insegnante. Un necrologio affermò che non c’era quasi casa in Inghilterra senza una sua composizione sul pianoforte. Le sue opere continuarono a essere pubblicate per tutto il corso del XIX secolo. Già quando era in vita, i suoi successi suscitarono invidie, soprattutto da parte di autori continentali come Ignaz von Seyfried, che diffuse calunnie postume, poi smentite ma spesso riprese acriticamente.

L’eredità di Wölfl: il compositore
Wölfl fu un musicista versatile e, come pianista, esplorò e ampliò le possibilità dello strumento, emancipando la mano sinistra e introducendo la tecnica chiamata con termine inglese Wölfl-Jump. La sua formazione violinistica con Leopold Mozart arricchì la sua musica da camera con effetti specifici. La sua educazione vocale e l’esperienza come corista e continuista giovarono alle parti vocali delle sue opere. Sebbene formato dai Mozart, nelle composizioni si rifece a Haydn, specialmente nelle sinfonie e nei quartetti, mentre nelle opere teatrali e pianistiche assimilò sviluppi italiani, francesi e inglesi. Fu un ammiratore di J.S. Bach, esigendo che i suoi allievi conoscessero a memoria il Clavicembalo ben temperato. Le recensioni dell’epoca sottolineavano la scrittura contrappuntistica delle sue opere. Il trasferimento in Inghilterra lo portò a scrivere per un pubblico borghese, anticipando per certi versi la Salonmusik. Come insegnante, fu il primo in Inghilterra, secondo il suo allievo Charles Neate, a trattare la Formenlehre (analisi formale).

L’eredità di Wölfl: il pianista
Nella Vienna di fine Settecento, Wölfl si impose rapidamente, riconosciuto come allievo di Mozart per la chiarezza del tocco e la brillantezza tecnica. Introdusse accordi di ampia estensione, passaggi di terze e ottave e una nuova tecnica di salto che anticipa Liszt. Eccelleva nell’improvvisazione, come dimostrato dal confronto con Beethoven. Fu uno dei pianisti più acclamati in Europa e un modello per Mendelssohn e Liszt. È considerato il fondatore della scuola pianistica inglese, avendo formato Philip Cipriani Hambly Potter, che a sua volta influenzò generazioni di pianisti inglesi come direttore della Royal Academy of Music. La Méthode de Pianoforte op. 56 testimonia il suo approccio didattico sistematico.

Analisi del Grand Duett
Il Grand Duett in si bemolle maggiore per arpa e pianoforte op. 27, composto presumibilmente intorno al 1805-1807 durante il suo periodo londinese, è una testimonianza affascinante della maestria compositiva di Wölfl e della sua profonda comprensione delle capacità espressive e tecniche di entrambi gli strumenti. Quest’opera si colloca stilisticamente a cavallo tra il Classicismo maturo e il primo Romanticismo, esibendo la chiarezza formale tipica del primo e il crescente lirismo e virtuosismo del secondo. La scelta dell’insolita accoppiata arpa-pianoforte offre un terreno fertile per un dialogo strumentale ricco di sfumature timbriche.
L’opera si apre con un’introduzione di notevole ampiezza e carattere quasi improvvisatorio. L’arpa introduce l’atmosfera con ampi arpeggi e accordi risonanti in si bemolle maggiore, evocando un senso di solennità e introspezione. Il pianoforte risponde con accordi pieni e frasi melodiche più definite, stabilendo un dialogo riflessivo. La scrittura è ricca armonicamente, con un uso sapiente di sospensioni e modulazioni transitorie che creano un’aura di attesa e profondità emotiva. Wölfl esplora le diverse sonorità dei due strumenti: l’arpa con la sua qualità eterea e risonante, il pianoforte con la sua capacità di sostegno e pienezza armonica. La sezione costruisce gradualmente tensione, culminando in una cadenza sospesa che prepara l’ingresso dell’Allegro. Il Largo non è una semplice introduzione formale, ma un vero e proprio preludio espressivo che definisce il tono elevato del duetto.
L’Allegro, in forma-sonata, irrompe con energia e brillantezza. Il primo tema in Si bemolle maggiore è presentato con vigore dal pianoforte, caratterizzato da un ritmo marcato e da un profilo melodico ascendente e assertivo. L’arpa si unisce subito, raddoppiando o arricchendo la melodia con la sua timbrica distintiva e con brillanti arpeggi. Il tema ha un carattere quasi eroico, tipico dello stile “grande” dell’epoca. Una transizione modulante porta energia e movimento, con passaggi virtuosistici scambiati tra i due strumenti, conducendo alla tonalità della dominante, Fa maggiore. Il secondo tema offre un contrasto lirico e cantabile: più aggraziato e melodioso, è spesso affidato a un dialogo più intimo tra arpa e pianoforte, dove uno strumento espone la melodia mentre l’altro fornisce un delicato accompagnamento arpeggiato o accordale. Wölfl sfrutta qui la capacità dell’arpa di creare un tappeto sonoro scintillante. La coda dell’esposizione conclude questa sezione con passaggi brillanti e cadenzali in fa maggiore, riaffermando la nuova tonalità con slancio virtuosistico.
Lo sviluppo esplora i motivi tematici presentati nell’esposizione, frammentandoli e ricombinandoli in un tessuto armonico più instabile e modulante. Wölfl dimostra la propria abilità contrappuntistica e l’inventiva armonica, toccando tonalità minori che aggiungono un tocco di drammaticità. Il dialogo tra arpa e pianoforte si fa più serrato e complesso, con imitazioni e scambi rapidi di materiale tematico. C’è un notevole accumulo di tensione, che prepara il ritorno alla tonalità principale.
Il primo tema ritorna trionfalmente, ora con una strumentazione forse ancora più ricca e assertiva. La transizione, invece, è abilmente ricomposta per rimanere nell’ambito della tonalità d’impianto, senza modulare alla dominante. Il secondo tema mantiene il suo carattere lirico, ora ancorato alla tonalità principale. La coda della ripresa conclude la ripresa in si bemolle maggiore, con materiale cadenzale vigoroso. Il movimento si conclude con una coda estesa e brillante che rielabora ulteriormente il materiale del primo tema e introduce passaggi virtuosistici finali per entrambi gli strumenti. L’arpa si lancia in ampi arpeggi e glissandi, mentre il pianoforte risponde con scale veloci e accordi potenti, portando il movimento a una conclusione enfatica e trionfale.
Il movimento centrale, in mi bemolle maggiore (la sottodominante), offre un gradito contrasto lirico e contemplativo. Il tema è una melodia semplice, elegante e cantabile, dal carattere sereno e aggraziato. È presentato inizialmente dall’arpa in un registro medio-alto, con un accompagnamento discreto del pianoforte. La melodia è ben delineata, con frasi equilibrate tipiche dello stile classico, e si articola in una forma binaria (AABB), con entrambe le sezioni ripetute. Il pianoforte poi riprende il tema con lievi ornamentazioni.
Nella prima variazione, l’arpa elabora il tema con agili terzine e arpeggi, mentre il pianoforte fornisce un sostegno armonico e contrappuntistico. La melodia originale è ancora chiaramente percepibile.
Segue una seconda variazione dove il pianoforte prende il ruolo principale, presentando una versione più virtuosistica del tema con rapide scale e passaggi figurati, mentre l’arpa offre un accompagnamento più leggero e accordale, spesso con arpeggi spezzati.
Nella terza variazione, la tonalità si sposta in mi bemolle minore, conferendo alla variazione un carattere più malinconico e drammatico. La melodia è più frammentata e la scrittura più densa, con un dialogo intenso tra i due strumenti.
L’ultima variazione vede un ritorno a mi bemolle maggiore. Questa variazione è più brillante e ritmicamente vivace. Entrambi gli strumenti partecipano attivamente con passaggi scalari e arpeggiati, in un fitto intreccio che mostra le capacità tecniche degli esecutori.
Il movimento si conclude con una breve coda che riprende frammenti del tema in un’atmosfera più tranquilla e riflessiva, sfumando dolcemente in mi bemolle maggiore.
Il finale ritorna alla tonalità principale di si bemolle maggiore ed è un rondò vivace e spumeggiante, pieno di brio e fascino. Il tema principale è una melodia allegra, saltellante e orecchiabile, presentata inizialmente dal pianoforte e subito ripresa dall’arpa. Ha un carattere giocoso e leggero, tipico dei finali classici.
Il primo episodio contrasta con il tema principale, modulando brevemente e presentando un materiale melodico più cantabile e scorrevole, con un dialogo equilibrato tra i due strumenti. Dopo il ritorno del tema principale in si bemolle maggiore, riaffermando il suo carattere giocoso, entra un secondo episodio più esteso e sviluppato. Esso s’inizia con un cambio di carattere, introducendo un tema più lirico e appassionato. Wölfl sviluppa questo materiale con maggiore intensità armonica e passaggi più virtuosistici, specialmente per il pianoforte, mentre l’arpa fornisce un ricco sottofondo armonico. C’è una sezione più brillante e modulante che conduce abilmente al ritorno del tema principale.
Il tema ritorna ancora una volta, variato leggermente ma sempre riconoscibile. Il terzo episodio sembra riprendere materiale del primo, ma con una nuova elaborazione, mantenendo un carattere grazioso e scorrevole. Un’ulteriore, più concisa riaffermazione del tema principale conduce a una coda brillante e festosa che riprende frammenti del tema principale, accelerando progressivamente il tempo (stringendo) e intensificando il virtuosismo di entrambi gli strumenti. L’arpa si esibisce in spettacolari arpeggi e glissandi, mentre il pianoforte risponde con scale veloci e accordi finali decisi, portando il duetto a una conclusione esuberante e tecnicamente impressionante in si bemolle maggiore.
Nel complesso, l’opera si rivela di grande fascino e sfrutta abilmente le peculiarità timbriche e tecniche dell’arpa e del pianoforte. La scrittura è sempre elegante e ben bilanciata, con una chiara influenza mozartiana nella grazia melodica e nella trasparenza della forma, ma con un’energia e un virtuosismo che guardano già a Beethoven e al nascente spirito romantico. Wölfl dimostra una notevole padronanza della forma-sonata, della variazione e del rondò, arricchendole con un dialogo strumentale vivace e una scrittura idiomatica per entrambi gli strumenti. L’arpa non è relegata a un ruolo puramente accompagnatorio, ma partecipa attivamente al discorso musicale, spesso esponendo temi principali e impegnandosi in passaggi solistici di rilievo. Il pianoforte, d’altro canto, beneficia della scrittura di un virtuoso dello strumento, con passaggi brillanti e una solida base armonica.

La maschera della Morte rossa

André Caplet (1878 - 22 aprile 1925): Étude symphonique «le Masque de la Mort Rouge» per arpa e orchestra (1909), ispirato dal racconto The Masque of the Red Death (1842) di Edgar A. Poe. Frédérique Cambreling, arpa; Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo, dir. Georges Prêtre.

Arrangiamenti della regina di Saba

Georg Friedrich Händel (1685 - 14 aprile 1759): «Arrival of the Queen of Sheba», sinfonia (preludio) al III atto dell’oratorio Solomon HWV 67 (1749). The Sixteen, dir. Harry Christophers.

Gli adattamenti di questo brano per organici diversi dall’originale sono numerosi. Ve ne propongo alcuni, scegliete voi quelli che vi piacciono di più 🙂

  • per organo: Gert van Hoef all’organo della Chiesa di San Martino in Dudelange (Lussemburgo)
  • per quartetto di sassofoni: Amethyst Quartet
  • per arpa: Ekaterina Afanasieva
  • per flauti dolci e orchestra: Lucie Horsch e Charlotte Barbour-Condini, flauti; The Academy of Ancient Music, dir. Bojan Čičić

  • per mandolini e chitarre, tutti suonati da Ben Bosco
  • per ensemble di ottoni: 10forBrass.

GFH

Pastorales de Noël

André Jolivet (1905 - 20 dicembre 1974): Pastorales de Noël per flauto, fagotto e arpa (1943). Hélène Boulègue, flauto; David Sattler, fagotto; Nicolas Tulliez, arpa.

  1. L’Étoile: Simple et sans lenteur
  2. Les Mages: Très modèré [3:37]
  3. La Vierge et l’enfant: Simple [6:51]
  4. Entrée et danse des bergers: Souple [9:35]

Altre composizioni di Jolivet in questo blog (cliccare sul titolo):

Tempo di dormire

Tarquinio Merula (1595 - 10 dicembre 1665): Or ch’è tempo di dormire, «canzonetta spirituale sopra la nanna» per soprano e basso continuo (pubblicata in Curtio Precipitato et altri Capricij composti in diversi modi vaghi e leggiadri a voce sola, 1638). La Venexiana: Monica Piccinini, soprano; Michele Palomba, tiorba; Chiara Granata, arpa; Claudio Cavina, cembalo e direzione.

Or ch’è tempo di dormire,
dormi, figlio, e non vagire,
perché tempo ancor verrà
che vagir bisognerà.
Deh ben mio,deh cor mio, fa
fa la ninna ninna na.

Chiudi quei lumi divini,
come fan gl’altri bambini,
perché tosto oscuro velo
priverà di lume il cielo.

O ver prendi questo latte
dalle mie mammelle intatte,
perché ministro crudele
ti prepara aceto e fiele.

Amor mio, sia questo petto
hor per te morbido letto,
pria che rendi ad alta voce
l’alma al Padre su la croce.

Posa hor queste membra belle,
vezzosette e tenerelle,
perché poi ferri e catene
gli daran acerbe pene.

Queste mani e questi piedi
ch’or con gusto e gaudio vedi,
Ahimé, com’in varii modi
passeran acuti chiodi.

Questa faccia graziosa
rubiconda, or più che rosa
Sputi e schiaffi sporcheranno
con tormento e grand’affanno.

Ah, con quanto tuo dolore,
sola speme del mio core,
questo capo e questi crini
passeran acuti spini.

Ah, ch’in questo divin petto,
amor mio, dolce, diletto,
vi farà piaga mortale,
empia lancia e di sleale.

Dormi dunque, figliol mio,
dormi pur, redentor mio,
perché poi con lieto viso
ci vedrem in Paradiso.

Or che dorme la mia vita,
del mio cor gioia compita,
taccia ognun con puro zelo,
taccian sin la terra e ’l cielo.

E fra tanto, io che farò?
Il mio ben contemplerò,
ne starò col capo chino
fin che dorme il mio bambino.

Due O blu

Hanns Jelinek (5 dicembre 1901 - 1969): Two blue O’s per celesta, cla­vi­cem­balo, arpa, percussioni e contrabbasso (1959). Michiyoshi Inoue, celesta; Reiko Honsho, clavicembalo; Ma­tsue Yamahata, arpa; Tomoyuki Okada e Mitsuaki Imamura, percussioni; il con­trab­bassista è ignoto.

  1. Organpoint
  2. Ostinato

Piccola Sinfonia concertante

Frank Martin (1890 – 21 novembre 1974): Petite Symphonie concertante per arpa, clavicembalo, pianoforte e doppia orchestra d’archi (1944-45). Taylor Ann Fleshman, arpa; Renée Anne Louprette, clavicembalo; Frank Corliss, pianoforte; The Orchestra Now, dir. Zachary Schwartzman.

  1. Adagio – Allegro con moto
  2. Adagio [13:58]
  3. Allegretto alla marcia [18:46]

Fantasia concertante – II

Louis-Emmanuel Jadin (1768 - 11 aprile 1853): Fantasia concertante in sol minore per arpa, pianoforte e orchestra. Lily Laskine, arpa; Robert Veyron-Lacroix, pianoforte; Orche­stre de chambre «Jean-François Paillard», dir. Jean-François Paillard.

  1. Allegro risoluto
  2. [Tema e variazioni:] Adagio – Allegro moderato [16:02]

Amabili tabernacoli

Joseph Gabriel Rheinberger (1839 - 25 novembre 1901): Hymne: Wie lieblich sind deine Wohnungen per coro femminile e arpa (o pianoforte) op. 35 (1865); testo: Salmo LXXXIII (84), versetti 2-5 e 12. Kammerchor Stuttgart e Ensemble Stuttgart, dir. Frieder Bernius.

Wie lieblich sind deine Wohnungen, o Herr!
Es sehnt sich meine Seele nach dem Vorhof des Herrn.
Mein Herz frohlockt in dem lebendigen Gotte;
denn der Sperling findet ein Haus,
und die Taube Obdach im Sturm:
ich finde deine Altäre, o du mein König, Herr und Gott!
Selig sind die in deinem Hause wohnen,
in alle Ewigkeit loben sie dich!
Barmherzigkeit und Wahrheit liebt Gott,
und denen die da wandeln in Unschuld,
gibt Gnade er und Herrlichkeit.

Rheinberger, op. 35

La Spagnoletta

Anonimo (secolo XVI): La spagnoletta. Valéry Sauvage, liuto.


Anonimo: Spagnoletta, dalla raccolta di danze Il ballarino (1581) di Marco Fabritio Caroso (1526/31 - p1605). Micrologus & Cappella de’ Turchini.


Giulio Caccini, detto Giulio Romano (1546 - 1618): Non ha ’l ciel cotanti lumi, aria a 1 voce e basso continuo (dalle Nuove musiche e nuova maniera di scriverle, 1614); testo forse di Ottavio Rinuccini (1562 - 1621). Montserrat Figueras, soprano; Hopkinson Smith, tiorba; Jordi Savall, viola da gamba; Xenia Schindler, arpa doppia.

Non ha ’l ciel cotanti lumi,
Tante still’ e mari e fiumi,
Non l’April gigli e viole,
Tanti raggi non ha il Sole,
Quant’ha doglie e pen’ogni hora
Cor gentil che s’innamora.

Penar lungo e gioir corto,
Morir vivo e viver morto,
Spem’ incerta e van desire,
Mercé poca a gran languire,
Falsi risi e veri pianti
È la vita degli amanti.

Neve al sol e nebbia al vento,
E d’Amor gioia e contento,
Degli affanni e delle pene
Ahi che ’l fin già mai non viene,
Giel di morte estingue ardore
Ch’in un’alma accende amore.

Ben soll’io che ’l morir solo
Può dar fine al mio gran duolo,
Né di voi già mi dogl’io
Del mio stato acerbo e rio;
Sol Amor tiranno accuso,
Occhi belli, e voi ne scuso.


Giles Farnaby (c1563 - 1640): The Old Spagnoletta (dal Fitzwilliam Virginal Book, n. [CCLXXXIX]). Christopher Hogwood, clavicembalo.


Bernardo Storace (c1637 - c1707): Aria sopra la Spagnoletta (da Selva di varie compositioni d’intavolatura per cimbalo et organo, 1664). Matteo Imbruno all’organo della Oude Kerk di Amsterdam.

Concerto pour la harpe principale

Nicolas Bochsa (9 agosto 1789 - 1856): Concerto pour la harpe principale in re minore op. 15 n. 1 (c1813). Lily Laskine (1893-1988), arpa; Orchestre de l’Association des Concerts Lamourex, dir. Jean-Baptiste Mari (registrazione del 1964).

  1. Allegro moderato
  2. Bolero [13:04]

Interpretazioni del cucù

Louis-Claude Daquin (4 giugno 1694 - 1772): le Coucou, rondeau in mi minore, dalla 3a Suite del Premier Livre de pièces de clavecin (1735).

Segej Rachmaninov al pianoforte (registrazione del 1920).


György Cziffra al pianoforte (1982).


Trevor Pinnock al clavicembalo (1984).


Marie-Pierre Langlamet all’arpa (2015).


Jonathan Scott all’organo (2018).

Coucou

Une Châtelaine en sa tour

Gabriel Fauré (12 maggio 1845 - 1924): Une Châtelaine en sa tour per arpa op. 110 (1918). Anneleen Lenaerts.
Il titolo è un verso di Verlaine:

Une Sainte en son auréole,
Une Châtelaine en sa tour,
Tout ce que contient la parole
Humaine de grâce et d’amour.

La note d’or que fait entendre
Un cor dans le lointain des bois,
Mariée à la fierté tendre
Des nobles Dames d’autrefois.

Avec cela le charme insigne
D’un frais sourire triomphant
Éclos dans des candeurs de cygne
Et des rougeurs de femme-enfant.

Des aspects nacrés, blancs et roses,
Un doux accord patricien.
Je vois, j’entends toutes ces choses
Dans son nom Carlovingien.

(la Bonne chanson VIII)