Franz von Suppé (1819 - 1895): Dichter und Bauer, ouverture (1846). Wiener Staatsopernorchester, dir. Hans Swarowsky.
Josef Strauß (1827 - 1870): Transactionen, valzer op. 184 (1865). Wiener Philharmoniker, dir. Christian Thielemann.
Ci sono melodie che viaggiano nel tempo e nello spazio.
Certo, direte voi: oggi, con i mezzi di comunicazione di cui disponiamo oggi, viaggi di questo genere si compiono in men che non si dica e con estrema facilità. Ma, nei « viaggi » cui mi riferisco, partenza e arrivo hanno luogo all’interno di composizioni musicali di autori diversi, a volte diversissimi fra loro, vissuti in Paesi diversi e in differenti epoche.
La trasmigrazione che vi propongo oggi è assai breve, anche se per portarla a termine ci sono voluti 19 anni: in effetti, più che di un viaggio si tratta di una bella passeggiata attraverso la città di Vienna. Nel corso di questa passeggiata, una melodia nervosa, sincopata, in ritmo binario (nell’ouverture di Suppé al minuto 4:58) trova il modo di trasformarsi in un languido e appassionato tema di valzer (nella composizione di Josef Strauß a 1:20).
Se questa sorta di viaggi suscita il vostro interesse, cercate la rubrica melodie itineranti nel presente blog. Signori, in carrozza!
Il francese Pierre Guédron (c1566 - c1620), cantante e compositore, scrisse pregevoli airs de cour; uno di questi, Est-ce Mars? (1613), ebbe una certa notorietà e ispirò brillanti variazioni a diversi musicisti dell’epoca: le più famose sono opera di Jan Pieterszoon Sweelinck (1562 - 1621).
Del testo di Est-ce Mars?, adespoto, sono noti soltanto i primi quattro versi; ma in tempi recenti il poliedrico artista svizzero Gaël Liardon (1973 - 2018) ne aggiunse altri trentadue, assai spiritosi:
Est-ce Mars, le grand dieu des alarmes,
Que je vois?
Si l’on doit en juger par ses armes,
Je le crois.
Son carquois semble rempli d’éclairs,
Fuyons, fuyons! Tous à couvert!
Rajustant mes lunettes, j’observe
Que ce n’est
Pas le frère ombrageux de Minerve
Qui m’effrai’.
C’est le fils de Vénus, quel beau jour!
C’est Cupidon, le dieu d’Amour!
Mais à peine ai-je pu reconnaître
Ce charmeur
Qu’une flèche enflammée pénètre
Dans mon cœur.
En hurlant, je m’écroule à ses pieds
Ainsi qu’un arbre foudroyé.
Puis survient un troisième prodige :
Quel émoi!
Il se change en Vénus callipyge
Devant moi!
Et la flèche en mon cœur se faufil’
Jusque dans mon talon d’Achill’.
Fou d’amour, je gémis, j’agonise,
Implorant.
Mais la belle est myope et méprise
Mon tourment.
Sans un mot, elle lève les yeux
Et s’en retourne dans les cieux.
La morale à la fin de la fable,
La voilà:
Lorsque Mars apparaît très affable
Et qu’il a
Les appas d’une nymphe, crois-moi,
C’est un nouveau cheval de Troi’!
Delle variazioni di Sweelinck si trovano in rete varie interpretazioni; ho scelto quelle di Ernst Stolz al virginale e Matteo Imbruno all’organo della Chiesa evangelica di Uttum, ma altre sono altrettanto belle e interessanti.
Sopra Est-ce Mars? il compositore nederlandese di origine piccarda Nicolas Vallet (c1583 - c1642) scrisse per un insieme di quattro liuti alcune variazioni, l’ultima delle quali in tempo di courante (danza in ritmo ternario); sono qui eseguite da Les Luths Consort.
La raccolta di musica tastieristica cinque-secentesca nota come Fitzwilliam Virginal Book contiene una breve serie di varazioni composte da Giles Farnaby sulla stessa melodia di Est-ce Mars? ma con il misterioso titolo di The New Sa-Hoo. Qui di seguito l’interpretazione di Stolz e un arrangiamento per 5 ottoni eseguito dal Leipziger Blechbläser Quintett.
Anonimo (XVII secolo): Parson’s Farewell, dalla raccolta The English Dancing Master di John Playford (Londra 16511), n. 6. Ernst Stolz, pardessus de viole, flauto dolce, clavicembalo, chitarra rinascimentale e violone.
Anonimo (XVII secolo): Bourée d’Avignonez, da Recueil de plusieurs vieux Airs faits aux Sacres, Couronnements, Mariages di André Danican Philidor l’Aîné (manoscritto datato 1690), n. XXII. Le Concert des Nations, dir. Jordi Savall.
Michail Ivanovič Glinka (1804 - 1857): Capriccio brillante sopra la «jota aragonesa», ouverture spagnola n. 1 (1845). Orchestra Sinfonica di Stato dell’URSS, dir. Evgenij Fëdorovič Svetlanov (registrazione del 1969).
Franz Liszt (1811 - 1886): Rhapsodie espagnole S.254 (1858). Stephen Hough, pianoforte.
Ferruccio Busoni (1866 - 1924): trascrizione per pianoforte e orchestra della Rhapsodie espagnole di Liszt (1893). Joshua Pierce, pianoforte; Orchestra Filarmonica di Stato di Mosca, dir. Paul Freeman.
Fate attenzione al tema che si presenta al minuto 2:52 nella composizione di Glinka, all’8:14 in quella di Liszt e all’8:40 della trascrizione di Busoni.
In un testo del 1910 [1], così Busoni descrive la composizione di Liszt:
Questa Rapsodia spagnola consta di due parti che portano un nome (Folie d’Espagne – Jota aragonesa), cui fanno seguito un terzo tempo senza titolo e un finale.
Prima di tutto troviamo una cadenza a mo’ di preludio e delle variazioni su un tema lento di danza, tema che, a quanto pare, è di Corelli (…). Questa prima parte è in do diesis minore. La seconda parte, in re maggiore, presenta pure delle variazioni, questa volta su una vivace danzetta di otto battute, in ritmo di 3/8. (Anche Glinka l’ha usata in un pezzo per orchestra.)
Una nuova cadenza, che anticipa il tema, porta al terzo tempo, che è costruito sul tema che segue: (Incontriamo questo tema nella Terza Sinfonia di Mahler – come vi è arrivato?)
Buona domanda: come vi è arrivato? La melodia dovette compiere un lungo viaggio, dalla valle dell’Ebro alle foreste di Boemia, forse a bordo di una diligenza, insieme con un postiglione che, giunto al termine del percorso, la suonò con la sua cornetta per far danzare gli animali del bosco. I quali poi raccontarono ogni cosa a Gustav Mahler…
[1] Inserito nel programma di sala di un concerto diretto da Arthur Nikisch; ora, con il titolo Valore della trascrizione, in F. Busoni, Scritti e pensieri sulla musica, a cura di Luigi Dallapiccola e Guido Maggiorino Gatti, Milano, Ricordi 1954, pp. 27-30. ↵
Anonimo (secolo XVI): La spagnoletta. Valéry Sauvage, liuto.
Anonimo: Spagnoletta, dalla raccolta di danze Il ballarino (1581) di Marco Fabritio Caroso (1526/31 - p1605). Micrologus & Cappella de’ Turchini.
Giulio Caccini, detto Giulio Romano (1546 - 1618): Non ha ’l ciel cotanti lumi, aria a 1 voce e basso continuo (dalle Nuove musiche e nuova maniera di scriverle, 1614); testo forse di Ottavio Rinuccini (1562 - 1621). Montserrat Figueras, soprano; Hopkinson Smith, tiorba; Jordi Savall, viola da gamba; Xenia Schindler, arpa doppia.
Non ha ’l ciel cotanti lumi,
Tante still’ e mari e fiumi,
Non l’April gigli e viole,
Tanti raggi non ha il Sole,
Quant’ha doglie e pen’ogni hora
Cor gentil che s’innamora.
Penar lungo e gioir corto,
Morir vivo e viver morto,
Spem’ incerta e van desire,
Mercé poca a gran languire,
Falsi risi e veri pianti
È la vita degli amanti.
Neve al sol e nebbia al vento,
E d’Amor gioia e contento,
Degli affanni e delle pene
Ahi che ’l fin già mai non viene,
Giel di morte estingue ardore
Ch’in un’alma accende amore.
Ben soll’io che ’l morir solo
Può dar fine al mio gran duolo,
Né di voi già mi dogl’io
Del mio stato acerbo e rio;
Sol Amor tiranno accuso,
Occhi belli, e voi ne scuso.
Giles Farnaby (c1563 - 1640): The Old Spagnoletta (dal Fitzwilliam Virginal Book, n. [CCLXXXIX]). Christopher Hogwood, clavicembalo.
Bernardo Storace (c1637 - c1707): Aria sopra la Spagnoletta (da Selva di varie compositioni d’intavolatura per cimbalo et organo, 1664). Matteo Imbruno all’organo della Oude Kerk di Amsterdam.
Anonimo (XVII secolo): Pauls Wharfe, contraddanza (da John Playford, The English Dancing Master, Londra 16511, n. 86); arrangiamento per liuto di Pascale Boquet. Valéry Sauvage.
Giles Farnaby (c1563 - 1640): Pawles Wharfe (dal Fitzwilliam Virginal Book, n. [CXIII]). Pieter-Jan Belder, clavicembalo.
Secondo alcuni studiosi, sarebbe proprio Farnaby l’autore della gradevole melodia.
William Brade (1560 - 1630): Ein Schottisch Tanz (da Newe ausserlesene liebliche Branden, Intraden, Mascharaden, Balletten, All’manden, Couranten, Volten, Aufzüge und frembde Tänze, Amburgo 1617). Hespèrion XXI, dir. Jordi Savall.
Anonimo: Їхав козак за Дунай (Ikhav kozak za Dunaj, Cavalcò un cosacco al di là del Danubio), canto tradizionale ucraino, qui interpretato dal cantante e virtuoso di bandura Taras Kompaničenko, da Kiev, con il suo ensemble. Il testo è attribuito al poeta ucraino Semen Klimovskij (1705 - 1785).
Portato nell’Europa occidentale dai soldati dell’esercito zarista in guerra contro Napoleone, questo canto divenne noto nei Paesi di lingua tedesca con il titolo Schöne Minka; nella prima metà dell’Ottocento ispirò diversi compositori.
Carl Maria von Weber (1786 - 1826): [9] Variations sur un air russe per pianoforte op. 40, J. 179 (1814-15). Alexander Paley.
Johann Nepomuk Hummel (1778 - 1837): Variazioni per flauto, violoncello e pianoforte op. 78 n. 2 (1818). Ilma Ensemble: Rosa Sanz, flauto; David Olivares, violoncello; Hernán Milla, pianoforte.
Aleksandr Aleksandrovič Aljab’ev (1787 - 1851): Variazioni sul tema ucraino «Cavalcò un cosacco al di là del Danubio» per violino e orchestra. Aleksandr Trostjanskij, violino; Orchestra Musica Viva, dir. Aleksandr Rudin.
Ludwig van Beethoven (1770 - 1827): Air cosaque: Schöne Minka, ich muß scheiden per canto, violino, violoncello e pianoforte, n. 16 dei Lieder verschiedener Völker WoO 158 (1816-18). Dorothee Wohlgemuth, soprano; Georg Poplutz, tenore; Martin Haunhorst, violino; Bernhard Schwarz, violoncello; Rainer Maria Klaas, pianoforte.
Schöne Minka, ich muß scheiden, ach du fühlest nicht das Leiden,
fern auf freudelosen Heiden, fern zu sein von dir!
Finster wird der Tag mir scheinen, einsam werd ich gehn und weinen;
auf den Bergen, in den Hainen ruf ich, Minka, dir.
Nie werd ich von dir mich wenden; mit den Lippen, mit den Händen
werd ich Grüße zu dir senden von entfernten Höhn.
Mancher Mond wird noch vergehen, ehe wir uns wiedersehen;
ach, vernimm mein letztes Flehen: bleib mir treu und schön!
Du, mein Olis, mich verlassen? Meine Wange wird erblassen;
alle Freuden werd ich hassen, die sich freundlich nahn.
Ach, den Nächten und den Tagen werd ich meinen Kummer klagen;
alle Lüfte werd ich fragen, ob sie Olis sahn!
Tief verstummen meine Lieder, meine Augen schlag ich nieder;
aber seh ich dich einst wieder, dann wird’s anders sein.
Ob auch all die frischen Farben deiner Jugendblüte starben:
ja, mit Wunden und mit Narben bist du, Süßer mein!
Beethoven: Air russe: Schöne Minka, variazioni per flauto e pianoforte op. 107 n. 7 (1817-18). Jean-Pierre Rampal, flauto; Robert Veyron-Lacrois, pianoforte.
Auguste Franchomme (10 aprile 1808 - 1884): Air russe varié pour violoncelle avec accompagnement de quintuor op. 32 (1845). Anner Bylsma, violoncello; L’Archibudelli.
Ma non è finita. Ritroviamo il tema musicale in brani molto più recenti, come per esempio questa canzone proposta negli anni 1940 da Dinah Shore (statunitense di origini russe) e più tardi ripresa da Sandie Shaw:
Alla fine, proporrei di tornare a est per ascoltare il Coro Kubanskij:
Їхав козак за Дунай.
Сказав: «Дівчино, прощай!
Ти, конику вороненький
Неси та й гуляй!»
Та було б, та було б не ходити,
Та було б, та було б не любити,
Та було б, та було б та й не знаться
Чим тепер, чим тепер росставаться!
Постій, постій, козаче,
Твоя дівчина плаче.
«Як ти мене покидаєш!
Тільки подумай!»
Лучше було б, лучше було б не ходити
Лучше було б, лучше було б не любити
Лучше було б, лучше було б та й не знаться
Чим тепер, чим тепер росставаться
«Білих ручок не ламай.
Ясних очок не стирай.
Мене з війни зі славою
К собі ожидай!»
Та було б, та було б не ходити…
«Не хочу я нічого
Тільки тебе одного.
Будь здоров ти, мій миленький
А все пропадай!»
Лучше було б, лучше було б не ходити…
Cavalcò un cosacco al di là del Danubio.
Disse: «Mia bella, addio!
E tu, mio buon cavallo nero,
portami via, andiamo!»
Sarebbe stato meglio non partire,
sarebbe stato meglio non amare,
sarebbe stato meglio non conoscerci
che doverci lasciare ora!
Aspetta, aspetta, cosacco,
la tua bella sta piangendo.
«Mi vuoi abbandonare!
Pensaci bene!»
Sarebbe stato meglio non partire,
sarebbe stato meglio non amare,
sarebbe stato meglio non conoscerci
che doverci lasciare ora!
Non torcerti quelle mani bianche,
non strofinarti quegli occhi chiari,
aspettami: dalla guerra
tornerò coperto di gloria.
Sarebbe stato meglio non partire…
Non voglio nessun altro,
sei tu quello che desidero.
Prenditi cura di te, caro:
solo questo mi sta a cuore.
Filippo Azzaiolo (c1530/40 - p1570): Chi passa per ’sta strada, villotta a 4 voci. Eseguita da: The Musicians of Swanne Alley; The King’s Singers; Denis Raisin-Dadre, flauto, e ens. Doulce Mémoire; Yo-Yo Ma, violoncello, e The Silk Road Ensemble; Marco Beasley, voce, e ens. Accordone, dir. Guido Morini.
Chi passa per ‘sta strad’ e non sospira,
Beato s’è, falalilela,
Beato è chillo chi lo puote fare,
Per la reale.
Affacciati mo’
Se non ch’io moro mo’, falalilela.
Affacciati, ché tu mi dai la vita,
Meschino me, falalilela,
Se ‘l cielo non ti possa consolare,
Per la reale.
Affacciati mo’
Se non ch’io moro mo’, falalilela.
Et io ci passo da sera e mattina,
Meschino me, falalilela,
Et tu, crudele, non t’affacci mai,
Perché lo fai?
Affacciati mo’
Se non ch’io moro mo’, falalilela.
Compar Vassillo, che sta a loco suo,
Beato s’è, falalilela,
Salutami ‘no poco la comare,
Per la reale.
Affacciati mo’
Se non ch’io moro mo’, falalilela.
Giacomo Gorzanis (1525 - 1578): Padoana detta Chi passa per questa strada (trascrizione della villotta di Azzaiolo). Massimo Lonardi, liuto.
Anonimo (Inghilterra, sec. XVI): Chi passa (dal Marsh lute book). Valéry Sauvage, liuto.
William Byrd (c1540 - 1623): Qui Passe, dal My Ladye Nevells Booke (n. 2). Timothy Roberts, virginale.
Alcuni temi musicali pubblicati con funzioni esplicative da Jean-Jacques Rousseau nel Dictionnaire de musique (1768) sono stati poi inseriti in composizioni più o meno celebri. Per esempio, una melodia di ranz des vaches fornì a Rossini lo spunto per alcune pagine, fra cui la famosa scena finale, del Guillaume Tell (1828).
Questo «air chinois», invece,
venne utilizzato da Carl Maria von Weber in una Overtura cinese scritta nel 1805 e poi confluita nelle musiche di scena composte per una rappresentazione della Turandot che Schiller aveva tratto dall’omonimo lavoro di Gozzi. Più recentemente Paul Hindemith impiegò lo stesso tema, desunto dall’Overtura cinese di Weber, nelle Metamorfosi sinfoniche.
Il medesimo «air chinois» ispirò inoltre una sere di variazioni sinfoniche al compositore britannico di origine belga Eugene Aynsley Goossens.
Carl Maria von Weber (1786 - 1826): Ouverture e Marcia [a 4:22] per Turandot op. 37, J. 75 (1809). City of Birmingham Symphony Orchestra, dir. Lawrence Foster.
Paul Hindemith (1895 - 1963): Scherzo (Turandot), da Symphonic Metamorphosis of Themes by Carl Maria von Weber (1943). Berliner Philharmoniker diretti dall’autore (1955).
Il titolo originale dell’opera è in inglese: Hindemith si era stabilito negli Stati Uniti nel 1940 e le Metamorfosi furono eseguite per la prima volta il 20 gennaio 1944 dalla New York Philharmonic-Symphony Orchestra diretta da Artur Rodziński.
(Penso che Hindemith sia un compositore sottovalutato; questo Scherzo è semplicemente geniale.)
Eugene Aynsley Goossens (1893 - 1962): Variations on a Chinese Theme per orchestra op. 1 (1911-12). Melbourne Symphony Orchestra, dir. Vernon Handley.
Quando, per pura curiosità, ho cercato “home sweet home” nel web, sono rimasto alquanto sorpreso: nei primi 150 risultati della ricerca eseguita tramite Google, non compare nemmeno una volta il nome di Henry Bishop.
“Musicista?” chiederete voi. Certo: sir Henry Rowley Bishop (18 novembre 1786 - 1855) scrisse un gran numero di cantate, balletti e opere liriche; fra queste ultime si annovera Clari, or The Maid of Milan (1823), composta su libretto dello statunitense John Howard Payne: fa parte dell’opera l’aria «Mid pleasures and palaces» nota, per via del refrain, appunto con il titolo Home! Sweet Home! Qui potete ascoltarla nell’interpretazione del soprano Greta Bradman accompagnata dall’arpista Suzanne Handel:
Mid pleasures and palaces though we may roam,
Be it ever so humble, there’s no place like home;
A charm from the skies seems to hallow us there,
Which seek thro’ the world, is ne’er met elsewhere.
Home! Home!
Sweet, sweet home!
There’s no place like home,
There’s no place like home!
An exile from home splendor dazzles in vain.
Oh, give me my lowly thatched cottage again,
The birds singing gaily that came at my call
And gave me the peace of mind, dearer than all.
Home! Home!
Sweet, sweet home!
There’s no place like home,
there’s no place like home!
Home! Sweet Home! venne pubblicato come brano a sé stante, in un primo tempo con la dicitura «composed and partly founded on a Sicilian Air» (in seguito Bishop ammise di aver inventato questo particolare a scopo promozionale). Divenne subito incredibilmente popolare: in breve tempo ne furono vendute oltre centomila copie. Nel 1852, curata dall’autore, ne uscì una nuova edizione a stampa come parlour ballad (cioè, in sostanza, una romanza da camera), e in questa veste ottenne ampio successo anche negli Stati Uniti: difatti, ancora oggi è spesso presente nelle antologie di musiche risalenti agli anni della guerra di secessione (1861-1865).
La vasta popolarità di cui Home! Sweet Home! godette nel corso dell’Ottocento è testimoniata dal fatto che la sua melodia è citata in varie composizioni dell’epoca. Già nel 1827 venne utilizzata dallo svedese Franz Berwald (1796 - 1868) nella sezione mediana, Andante con variazioni, del suo Konzertstück per fagotto e orchestra op. 2 — qui interpretato da Patrik Håkansson con l’Orchestra sinfonica di Gävle diretta da Petri Sakari:
[l’Andante con variazioni ha inizio a 5:43]
Altra citazione celebre si trova all’inizio della «scena della pazzia» (aria «Cielo, a’ miei lunghi spasimi», atto II, scena 3ª) nella tragedia lirica Anna Bolena, rappresentata nel 1830, di Donizetti (1797 - 1848) — ascoltate Maria Callas:
Risale al 1855 circa l’opus 72 di Sigismond Thalberg (1812 - 1871), Home! Sweet Home! Air Anglais varié per pianoforte; nel video qui sotto è eseguito da Dennis Hennig:
Un’altra breve serie di variazioni, per cornetta a pistoni sola, si deve a Jean-Baptiste Arban (1825 – 1889); per ascoltarla (o riascoltarla) — potete farlo leggendo (o rileggendo) allo stesso tempo uno spassoso racconto di Jerome K. Jerome — cliccate qui.
Voglio menzionare ancora, per finire, la Fantaisie sur deux mélodies anglaises per organo op. 43 di Alexandre Guilmant (1837 - 1911): in questa composizione, del 1887 circa, Home! Sweet Home! è associato a un altro famosissimo brano inglese, Rule, Britannia! di Thomas Arne (1710 - 1778). Ecco la Fantaisie di Guilmant eseguita da Bernhard Schneider all’organo Klais della Chiesa di Sankt Aegidien in Braunschweig:
È possibile far sì che in un breve articoletto siano menzionati Ludwig van Beethoven, grande compositore tedesco nato a Bonn nel 1770, e George Armstrong Custer, famoso militare statunitense caduto in battaglia oltre cent’anni più tardi? Sì, è possibile se l’articolo è dedicato a Garyone, una canzone tradizionale irlandese (in Italia è però diffusa l’erronea convinzione che sia scozzese) le cui origini risalgono alla seconda metà del XVIII secolo. Esperti linguisti assicurano che il titolo Garyone (anche Garyowen, Garryowen, Garry Owen, Garry Owens) sia derivato dalla locuzione irlandese garrai Eóins, ossia «il giardino di Eóin» (variante gaelica di John).
Intorno al 1810, di Garyone Beethoven eseguì due diverse elaborazioni per canto, violino, violoncello e pianoforte, scritte su commissione di George Thomson (1757 – 1851), compositore e stampatore attivo a Edimburgo: questi aveva avviato un vasto progetto editoriale che prevedeva la pubblicazione di melodie tradizionali irlandesi, scozzesi e gallesi armonizzate e arrangiate da alcuni fra i più celebri musicisti dell’epoca: oltre a Beethoven, parteciparono all’impresa anche Franz Joseph Haydn e Johann Nepomuk Hummel.
Le due versioni beethoveniane di Garyone adottano un testo di tal Trevor Toms, From Garyone, my happy home ; edite a stampa nel 1814 e nel 1816, sono comprese nel catalogo delle opere di Beethoven fra le composizioni prive di numero d’opus (WoO = Werke ohne Opuszahl ) rispettivamente come WoO 152/22 e WoO 154/7.
From Garyone, my happy home,
Full many a weary mile I’ve come,
To sound of fife and beat of drum,
And more shall see it never.
‘Twas there I turn’d my wheel so gay,
Could laugh, and dance, and sing, and play,
And wear the circling hours away
In mirth or peace for ever.
But Harry came, a blithesome boy,
He told me I was all his joy,
That love was sweet, and ne’er could cloy,
And he would leave me never:
His coat was scarlet tipp’d with blue,
With gay cockade and feather too,
A comely lad he was to view;
And won my heart for ever.
My mother cried, dear Rosa, stay,
Ah! Do not from your parents stray;
My father sigh’d, and nought would say,
For he could chide me never:
Yet cruel, I farewell could take,
I left them for my sweetheart’s sake,
And came, ‘twas near my heart to break
From Garyone for ever.
Buit poverty is hard to bear,
And love is but a summer’s wear,
And men deceive us when they swear
They’ll love and leave us never:
Now sad I wander through the day,
No more I laugh, or dance, or play,
But mourn the hour I came away
From Garyone for ever.
Garyone ispirò anche Mauro Giuliani (1781 – 1829), che ne fece la prima delle sue 6 Arie nazionali irlandesi variate per chitarra op. 125 (c1827); qui è eseguita da William Carroll:
Diffusasi a Limerick nel tardo Settecento come canzone conviviale, Garyone ottenne rapidamente successo tra le file dell’esercito britannico, per il tramite del 5° Reggimento di lancieri (Royal Irish Lancers). Da allora fu adottata quale emblema musicale da numerose altre unità militari, suonata e cantata durante le guerre napoleoniche e poi in Crimea. Attraversò anche l’Oceano Atlantico e giunse negli Stati Uniti, dove nel 1851 fu scelta come canto di marcia dal 2° Reggimento di volontari irlandesi e più tardi dal 7° Reggimento di cavalleria, creato per affrontare le guerre indiane e affidato, fra gli altri, proprio a George Armstrong Custer. Una scena del film agiografico dedicato da Hollywood a questo discusso personaggio (They Died with Their Boots On, 1941, in Italia La storia del generale Custer ; la regia è di Raoul Walsh, protagonista Errol Flynn) racconta in modo romanzato l’episodio — come, del resto, tutta la storia:
We can dare or we can do
United men and brothers too
Their gallant footsteps to pursue
And change our country’s story.
Our hearts so stout have got us fame
For soon tis’ known from whence we came
Where’er we go they dread the name
Of Garryowen in glory.
And when the mighty day comes round
We still shall hear their voices sound
Our clans shall roar along the ground
For Garryowen in glory.
To emulate their high renown
To strike our false oppressor down
And stir the old triumphant sound
With Garryowen in glory.
Oggi parliamo di un brano tradizionale le cui origini risalgono al XVII secolo, se non a un’epoca precedente, famosissimo tanto nelle isole britanniche quanto nel Nordamerica. Come sempre succede alle melodie molto celebri, anche a questa sono stati adattati più testi diversi; è stata inoltre rielaborata in composizioni destinate a accompagnare danze popolari.
1. Tom, Tom, the Piper’s Son
Canzoncina infantile tradizionale; il testo cita il titolo Over the hills and far away, segno che una melodia così chiamata sicuramente preesisteva a questa canzone. Qui è interpretata da Vivien Ellis, Tim Laycock e The Broadside Band:
Tom, he was a piper’s son,
He learnt to play when he was young,
And all the tune that he could play
Was Over the hills and far away.
Over the hills and a great way off,
The wind shall blow my top-knot off.
Tom with his pipe made such a noise,
That he pleased both the girls and boys,
They all stopped to hear him play Over the hills and far away.
[Tom with his pipe did play with such skill
That those who heard him could never keep still;
As soon as he played they began for to dance,
Even the pigs on their hind legs would after him prance.]
As Dolly was milking her cow one day,
Tom took his pipe and began to play;
So Dolly and the cow danced The Cheshire Round
Till the pail was broken and the milk ran on the ground [down].
He met old Dame Trot with a basket of eggs,
He used his pipe and she used her legs;
She danced about till the eggs were all broke,
She began for to fret, but he laughed at the joke.
Tom saw a cross fellow was beating an ass,
Heavy laden with pots, pans, dishes, and glass;
He took out his pipe and he played them a tune,
And the poor donkey’s load was lightened full soon.
Over the hills and a great way off,
The wind shall blow my top-knot off.
2. The distracted Jockey’s Lamentations
Da Wit and Mirth: Or Pills to Purge Melancholy (1698-1720) di Thomas D’Urfey; il testo doveva forse essere inserito nella commedia di D’Urfey The Campaigners (1698). Ascoltiamolo nell’interpretazione dei City Waites diretti da Lucie Skeaping:
Questo è il testo pubblicato nel V volume (1619) della silloge di D’Urfey:
Jocky met with Jenny fair
Aft by the dawning of the day;
But Jockey now is fu’ of care
Since Jenny staw his heart away.
Altho’ she promis’d to be true
She proven has, alake! unkind
Which gars poor Jockey aften rue
That e’er he loo’d a fickle mind.
‘Tis o’er the hills and far away
‘Tis o’er the hills and far away
‘Tis o’er the hills and far away
The wind has blown my Plad (sic) away.
Jockey was a bonny lad
And e’er was born in Scotland fair;
But now poor Jockey is run mad,
For Jenny causes his despair;
Jockey was a Piper’s son
And fell in love when he was young
But all the springs that he could play
Was, O’er the Hills, and far away.
He sung,”When first my Jenny’s face
I saw, she seem’d sae fu’ of grace
With meikle joy my heart was fill’d
That’s now, alas! with sorrow kill’d.
Oh! was she but as true as fair
‘Twad put an end to my despair.
Instead of that she is unkind
And wavers like the winter wind.
Ah! could she find the dismal wae
That for her sake I undergae
She couldna chuse but grant relief
And put an end to a’ my grief;
But, oh! she is as fause as fair
Which causes a’ my sighs and care;
And she triumphs in proud disdain
And takes a pleasure in my pain.
Hard was my hap, to fa’ in love
With ane that does so faithless prove!
Hard was my fate, to court a maid
That has my constant heart betray’d!
A thousand times to me she sware
She wad be true for evermair;
But, to my grief, alake! I say
She staw my heart and ran away.
Since that she will nae pity take
I maun gae wander for her sake
And, in ilk wood and gloomy grove
I’ll, sighing, sing,” Adieu to love.
Since she is fause whom I adore
I’ll never trust a woman more;
Frae a’ their charms I’ll flee away
And on my pipes I’ll sweetly play.”
O’er hills and dales and far away
O’er hills and dales and far away
O’er hills and dales and far away
The wind has blown my plad away.
3. Hark! now the drums beat up again
Canto di reclutamento risalente agli anni della guerra di successione spagnola (1701-14); il testo si trova, con qualche variante, nella commedia di George Farquhar The Recruiting Officer (1706).
Hark! now the drums beat up again
For all true soldier gentlemen,
Then let us list and march, I say,
Over the Hills and far away.
Over the hills and o’er the main
To Flanders, Portugal and Spain,
Queen Anne commands and we’ll obey,
Over the hills and far away.
All gentlemen that have a mind,
To serve the queen that’s good and kind,
Come list and enter into pay,
Then over the hills and far away.
No more from sound of drum retreat,
While Marlborough and Galway beat
The French and Spaniards every day,
When over the hills and far away.
Testo e musica sono stati rielaborati da John Tams per la serie televisiva Sharpe, protagonista Sean Bean, ambientata all’epoca delle guerre napoleoniche; in ogni episodio è cantata una strofe differente. Potete ascoltare la versione di Tams qui.
4. Were I Laid on Greenland’s Coast
Testo di John Gay per The Beggar’s Opera (Air XVI, cantato da Macheath e Polly) con musica adattata da Johann Christoph Pepusch (1728).
Tratto da un cd dedicato ai più celebri airs della Beggar’s Opera da The Broadside Band (dir. Jeremy Barlow), questo clip comprende:
la melodia di Over the hills and far away eseguita da un violino solista
l’Air XVI interpretato da Paul Elliott (tenore) e Patrizia Kwella (soprano) [0:37]
Over the hills and far away, versione tratta da un manoscritto americano del 1780 circa contenente melodie di country dances [1:35]
The wind has blown my plaid away, una versione per flauto tratta dal Drexel Manuscript (1ª metà del XVIII secolo) conservato nella New York Public Library [2:26]
Macheath:
Were I laid on Greenland’s Coast,
And in my Arms embrac’d my Lass;
Warm amidst eternal Frost,
Too soon the Half Year’s Night would pass.
Polly:
Were I sold on Indian Soil,
Soon as the burning Day was clos’d,
I could mock the sultry Toil
When on my Charmer’s Breast repos’d.
Macheath:
And I would love you all the Day,
Polly:
Every Night would kiss and play,
Macheath:
If with me you’d fondly stray
Polly:
Over the Hills and far away.
Vediamo ancora un interessante documento: l’Air XVI della Beggar’s Opera interpretato da Laurence Olivier e Dorothy Tutin nella versione cinematografica del lavoro di Gay, diretta da Peter Brook nel 1953.
Robert Stolz (1880 - 27 giugno 1975): Salome, «orientalisches Lied und Foxtrot» op. 355 (1920), testo di Arthur Rebner. Una sontuosa interpretazione di Max Raabe.
Still durch den Sand der Sahara dahin
Die Karawane sich zieht,
Welche der Forscher, der junge, aus Wien,
Führt in ein neues Gebiet.
Plötzlich am Rand der Oase erspäht,
Was er geschaut nie zuvor.
Er sieht ein Weib, das jauchzend sich dreht
Zu der Araber Chor:
Salome, schönste Blume des Morgenlands.
Salome, wirst zur Göttin der Lust im Tanz!
Salome, reich den Mund mir wie Blut so rot.
Salome, deine Küsse sind süßer Tod!
Lo stesso brano in una versione solo strumentale. Berliner Symphoniker diretti da Robert Stolz.
La languida melodia romantica è nota in Italia con il titolo di Abat-jour; la rielaborazione del brano di Stolz, su testo di Ennio Neri, negli anni 1962-63 fu riproposta da vari cantanti: Milva, Emilio Pericoli, Harry Wright. La versione di quest’ultmo fa da accompagnamento allo spogliarello di Sophia Loren in una celebre scena del film di Vittorio De Sica Ieri, oggi, domani (1963).
Da sottolineare che Carmelo Bene sardonicamente utilizzò Abat-jour, sempre cantato da Harry Wright, nella propria versione cinematografica (1972) della Salome di Oscar Wilde.
Una versione con testo inglese, intitolata Romeo, ebbe un certo successo nell’interpretazione di Petula Clark.