Du vin clairet – I

Anonimo (sec. XVI): Quand je bois du vin clairet, antico tourdion interpretato dall’en­semble tedesco Short Tailed Snails.

Il tourdion o tordion è una danza di coppia, rapida, moderatamente saltata, e costituisce uno degli elementi della bassadanza; affine sotto il profilo musicale alla gagliarda, fu in voga in Francia nel secolo XVI. Una descrizione del modo di danzare il tourdion si trova nel trattato Orchésographie (1589) di Thoinot Arbeau (pseudonimo di Jehan Tabourot):

« L’air du tourdion et l’air d’une gaillarde sont de mesmes, et n’y a différence sinon que le tourdion se danse bas et par terre d’une mesure légère et concise, et la gaillarde se danse haut d’une mesure plus lente et pesante. Tandis que vous faites bien de demander l’air d’un tourdion, car quand les airs sont connus par le danseur, et qu’il les chante en son cœur avec le joueur d’instrument, il ne peut faillir à les bien danser. »


Lo stesso brano interpretato dalla Capella Reial de Catalunya e Hespèrion XXI diretti da Jordi Savall.

Cantus :

Quand je bois du vin clairet,
Amis, tout tourne,
Aussi désormais je bois
Anjou ou Arbois.
   Chantons et buvons,
   à ce flacon faisons la guerre,
   chantons et buvons,
   mes amis, buvons donc.

Altus :

Le bon vin nous a rendus gais, chantons,
oublions nos peines, chantons.
   En mangeant d’un gras jambon,
   à ce flacon faisons la guerre.

Tenor :

Buvons bien, là buvons donc
à ce flacon faisons la guerre.
   En mangeant d’un gras jambon
   à ce flacon faisons la guerre.

Bassus :

Buvons bien, mes amis, trinquons,
buvons, vidons nos verres.
   En mangeant d’un gras jambon
   à ce flacon faisons la guerre.

In paradiso

Due pensieri di Mark Twain (1835 - 1910):

«Heaven goes by favor; if it went by merit, you would stay out and your dog would go in.»

(In Paradiso si entra per benevolenza; se vi si andasse per meriti, tu resteresti fuori e entrerebbe il tuo cane.)

«The dog is a gentleman; I hope to go to his heaven, not man’s.»

(Il cane è un gentiluomo. Spero di andare nel suo Paradiso, non in quello degli uomini.)

Popolare Kabalevskij

Dmitrij Kabalevskij (30 dicembre 1904 - 1987): Suite dall’opera in 3 atti Colas Breugnon op. 24 (1938), composta su libretto tratto dall’omonimo romanzo di Romain Rolland. Orchestra filarmonica armena, dir. Loris Čknavorjan.

  1. Ouverture
  2. Festa popolare [4:52]
  3. Calamità popolare (La peste) [11:17]
  4. Insurrezione popolare [17:08]

O nata lux de lumine

Thomas Tallis (c1505 - 1585): O nata lux de lumine, mottetto a 5 voci (pubblicato in Cantiones quae ab argumento sacrae vocantur, 1575, n. 8). The Tallis Scholars, dir. Peter Phillips.

O nata lux de lumine,
Iesu redemptor saeculi,
Dignare clemens supplicum
Laudes precesque sumere.
Qui carne quondam contegi
Dignatus es pro perditis.
Nos membra confer effici
Tui beati corporis.

Rapsodie espagnole

Maurice Ravel (1875 - 28 dicembre 1937): Rapsodie espagnole per orchestra (1907). Queensland Symphony Orchestra, dir. Alondra de la Parra.

  1. Prélude à la nuit [0:18]
  2. Malagueña [4:20]
  3. Habanera [6:41]
  4. Feria [9:12]

« Mentre in Debussy gli sviluppi musicali si sciolgono in continue fluttuazioni di macchie sonore che si innestano e si sfrangiano liberamente per creare mobilissime atmosfere, in Ravel le immagini sonore sono sempre circoscritte da contorni taglienti, da una netta e quasi razionale precisazione melodica. Alle eleganze evanescenti di Debussy, Ravel oppone cadenze armoniche elementari che semplificano al massimo la struttura compositiva, un dinamismo ritmico ben definito, dure insistenze timbriche che squadrano gli sviluppi musicali con razionale geometria, spesso accentuata dall’adozione di certi schemi crudi e ossessivi della musica iberica » (Francis Poulenc).

Aria con l’eco

Johann Sebastian Bach (1685 - 1750): «Flösst, mein Heiland, flösst dein Namen», aria per so­prano, oboe e organo, dalla IV parte del Weihnachtsoratorium BWV 248 (1734). Nancy Argenta, soprano; The English Baroque Soloists, dir. John Eliot Gardiner.
Testo di Christian Friedrich Henrici alias Picander:

Flößt, mein Heiland, flößt dein Namen
Auch den allerkleinsten Samen
Jenes strengen Schreckens ein?
Nein, du sagst ja selber nein.

(Echo: Nein! )


Sollt ich nun das Sterben scheuen?
Nein, dein süßes Wort ist da!
Oder sollt ich mich erfreuen?
Ja, du Heiland sprichst selbst ja.

(Echo: Ja! )
Potrà il tuo nome, Redentore, infondere
anche il più piccolo seme
di quel tremendo terrore?
No, tu stesso dici no.
(Eco : No!)


Dovrei dunque temere la morte?
No, la dolce tua parola è qui.
Oppure dovrei rallegrarmi?
Sì, Redentore, tu stesso dici sì.
(Eco : Sì!)

«Flösst, mein Heiland» è una parodia dell’aria «Treues Echo dieser Orten» per contralto, oboe d’amore e orchestra, quinto brano della cantata profana Lasst uns sorgen, lasst uns wachen (Die Wahl des Herkules) BWV 213, composta l’anno precedente (1733) per l’undicesimo compleanno del principe elettore Federico Cristiano di Sassonia (1722 - 1763):

Carolyn Watkinson, contralto; Kammerorchester Berlin, dir. Peter Schreier.
Testo dello stesso Picander:

Treues Echo dieser Orten,
Sollt ich bei den Schmeichelworten
Süßer Leitung irrig sein?
Gib mir deine Antwort: Nein!

(Echo: Nein! )


Oder sollte das Ermahnen,
Das so mancher Arbeit nah,
Mir die Wege besser bahnen?
Ach! so sage lieber: Ja!

(Echo: Ja! )
Eco fedele di questi luoghi,
dovrò da parole adulatrici
essere indotto in errore?
Dammi la tua risposta: No!
(Eco : No!)


Oppure sarà l’esortazione
che prelude a così tanta fatica
a indicarmi correttamente la via?
Oh! Allora dimmi piuttosto: Sì!
(Eco : Sì!)

Sogni d’inverno

Pëtr Il’ič Čajkovskij (1840 - 1893): Sinfonia n. 1 in sol minore op. 13, Sogni d’inverno (1866). hr-Sinfonieorchester, dir. Paavo Järvi.

  1. Sogni di un viaggio d’inverno: Allegro tranquillo [0:23]
  2. Terra desolata, terra di brume: Adagio cantabile ma non troppo [12:09]
  3. Scherzo: Allegro scherzando giocoso [23:07]
  4. Finale: Andante lugubre – Allegro maestoso [31:00]

Felice solstizio 🎉 ❄️ 🎄

Pastorales de Noël

André Jolivet (1905 - 20 dicembre 1974): Pastorales de Noël per flauto, fagotto e arpa (1943). Hélène Boulègue, flauto; David Sattler, fagotto; Nicolas Tulliez, arpa.

  1. L’Étoile: Simple et sans lenteur
  2. Les Mages: Très modèré [3:37]
  3. La Vierge et l’enfant: Simple [6:51]
  4. Entrée et danse des bergers: Souple [9:35]

Altre composizioni di Jolivet in questo blog (cliccare sul titolo):

Rosamunde-Musik

Franz Schubert (1797-1828): Rosamunde, Fürstin von Zypern D 797, musiche di scena (selezione) per il dramma omonimo di Helmina von Chézy (1823). Koninklijk Concertgebouworkest, dir. George Szell (registrazione del 1957).

  1. Ouverture
  2. Ballettmusik n. 2: Andantino in sol maggiore [10:08]
  3. Entr’acte n. 3: Andantino in si bemolle maggiore [17:17]
  4. Entr’acte n. 1: Allegro molto moderato in si minore [23:58]

Franz Schubert: Impromptu in si bemolle maggiore op. posth. 142 (D 935) n. 3 (1827). Maria João Pires, pianoforte.


Franz Schubert: Quartetto per archi n. 13 in la minore op. 29, D 804, detto Rosamunde-Quartett (1824). Sini Simonen e Benjamin Bowman, violini; Steven Dann, viola; Richard Lester, violoncello.

  1. Allegro ma non troppo
  2. Andante [14:13]
  3. Menuetto: Allegretto [21:45]
  4. Finale: Allegretto moderato [29:02]

Helmina von Chézy Helmina von Chézy

Ultimi miei sospiri

Philippe Verdelot (c1480/85 - c1530 o 1552): Ultimi miei sospiri, madrigale a 6 voci (pub­blicato nella raccolta La più divina et più bella musica che se udisse giamai delli presenti madrigali, 1541, n. 1). Ensemble The Blossomed Voice.

Ultimi miei sospiri
che mi lasciate fredd’ e senza vita.
Contate i miei martiri
A chi morir mi vede et non m’aita,
et dite: o beltà infinita,
dal tuo fedel ne caccia empio martire.
Et se questo gli e grato,
gitene rat’ in ciel a miglior stato,
ma se pietà gli porg’il vostro dire,
tornat’ a me, ch’io non vorrò morire.

Il consapevole

Alma Maria Schindler, nota anche come Alma Mahler Werfel (1879 - 11 dicembre 1964): Der Erkennende (1915), Lied su testo di Franz Werfel. ADorothea Herbert, soprano; Peter Nilsson, pianoforte.

Menschen lieben uns, und unbeglückt
Stehn sie auf vom Tisch, um uns zu weinen.
Doch wir sitzen übers Tuch gebückt
Und sind kalt und können sie verneinen.

Was uns liebt, wie stoßen wir es fort
Und uns Kalte kann kein Gram erweichen.
Was wir lieben, das entrafft ein Ort,
Es wird hart und nicht mehr zu erreichen.

Und das Wort, das waltet, heißt: Allein,
Wenn wir machtlos zu einander brennen.
Eines weiß ich: nie und nichts wird mein.
Mein Besitz allein, das zu erkennen.

(Le persone ci amano, e infelici si alzano da tavola, per piangerci. Ma noi restiamo chini sulla tovaglia e siamo freddi e possiamo contraddirle.
Ciò che ci ama lo cacciamo via e noi, freddi, nessuna pena può alleviare. Ciò che amiamo viene strappato via da un luogo, diviene arduo e non può più essere raggiunto.
E la parola che prevale è: solo, se noi, deboli, ardiamo di passione l’uno per l’altro. L’unica cosa che so è che mai e niente sarà mio. L’unica cosa che ho è l’esserne consapevole.)

Tempo di dormire

Tarquinio Merula (1595 - 10 dicembre 1665): Or ch’è tempo di dormire, «canzonetta spirituale sopra la nanna» per soprano e basso continuo (pubblicata in Curtio Precipitato et altri Capricij composti in diversi modi vaghi e leggiadri a voce sola, 1638). La Venexiana: Monica Piccinini, soprano; Michele Palomba, tiorba; Chiara Granata, arpa; Claudio Cavina, cembalo e direzione.

Or ch’è tempo di dormire,
dormi, figlio, e non vagire,
perché tempo ancor verrà
che vagir bisognerà.
Deh ben mio,deh cor mio, fa
fa la ninna ninna na.

Chiudi quei lumi divini,
come fan gl’altri bambini,
perché tosto oscuro velo
priverà di lume il cielo.

O ver prendi questo latte
dalle mie mammelle intatte,
perché ministro crudele
ti prepara aceto e fiele.

Amor mio, sia questo petto
hor per te morbido letto,
pria che rendi ad alta voce
l’alma al Padre su la croce.

Posa hor queste membra belle,
vezzosette e tenerelle,
perché poi ferri e catene
gli daran acerbe pene.

Queste mani e questi piedi
ch’or con gusto e gaudio vedi,
Ahimé, com’in varii modi
passeran acuti chiodi.

Questa faccia graziosa
rubiconda, or più che rosa
Sputi e schiaffi sporcheranno
con tormento e grand’affanno.

Ah, con quanto tuo dolore,
sola speme del mio core,
questo capo e questi crini
passeran acuti spini.

Ah, ch’in questo divin petto,
amor mio, dolce, diletto,
vi farà piaga mortale,
empia lancia e di sleale.

Dormi dunque, figliol mio,
dormi pur, redentor mio,
perché poi con lieto viso
ci vedrem in Paradiso.

Or che dorme la mia vita,
del mio cor gioia compita,
taccia ognun con puro zelo,
taccian sin la terra e ’l cielo.

E fra tanto, io che farò?
Il mio ben contemplerò,
ne starò col capo chino
fin che dorme il mio bambino.

Radix sancta

Adrian Willaert (c1490 - 7 dicembre 1562): Ave regina caelorum, mottetto a 4 voci (pubblicato in Musica quatuor vocum quae vulgo motecta nuncupatur liber primus, 1539, n. 17). Membri dell’ensemble Capilla Flamenca: Marnix De Cat, contraltista; Jan Caals, tenore; Lieven Termont, baritono; Dirk Snellings, basso e direttore.

Ave, Regina caelorum,
Ave, Domina angelorum:
Salve, radix sancta
ex qua mundo lux est orta:
Gaude gloriosa,
super omnes speciosa:
Vale, valde decora
et pro nobis semper Christum exora.

Suite gothique

Léon Boëllmann (1862 - 1897): Suite gothique op. 25 (1895). Marie-Claire Alain all’organo Cliquot/Cavaillé-Coll di Saint-Sulpice in Parigi.

  1. Introduction-choral: Maestoso
  2. Menuet gothique: Allegro [2:23]
  3. Prière à Notre-Dame: Très lent [5:24]
  4. Toccata: Allegro [11:13]

Ai tempi di Boëllmann il termine gothique conservava ancora qualche sfumatura in più rispetto a oggi. A noi, donne e uomini del XXI secolo, l’aggettivo gotico fa pensare immediatamente all’arte (e in particolare all’architettura) tardomedievale, o altrimenti alla letteratura fantastica del Sette-Ottocento, ma in passato era impiegato anche nell’accezione di «barbarico» (con riferimento all’antica popolazione germanica dei goti) e poi in quelle di «bizzarro», «capriccioso» e «desueto»: più o meno ciò che aveva in mente Giorgio Vasari quando gli venne l’idea di definire «gotica», appunto, l’arte del basso Medioevo, in contrapposizione a quella rinascimentale, che riproponeva i canoni estetici della classicità greca e romana.
Il termine gotico non ha una specifica valenza musicale e non l’ha mai avuta, nemmeno ai tempi di Boëllmann: solo recentemente l’aggettivo è stato impiegato per riferirsi alla polifonia duecentesca, segnatamente alla produzione della cosiddetta Scuola di Notre-Dame (Music of the Gothic Era è il titolo di un cofanetto di lp Archiv contenenti un’ampia scelta di composizioni di quel periodo eseguite, ormai mezzo secolo fa, dall’Early Music Consort of London diretto da David Munrow). Cose cui Boëllmann comunque non pensava, non è certo con l’idea di alludere alla musica medievale (ai suoi tempi in grandissima parte ancora da riscoprire) che definì gothique quella che sarebbe diventata la sua composizione più famosa. Intendeva piuttosto far pensare a qualche cosa che è «d’un autre âge, désuet, barbare, conservateur» (traggo questa definizione di gothique dal Lessico del Centre National de Ressources Textuelles et Lexicales).
Del resto, in piena Belle Époque il minuetto era senza dubbio desueto, e doveva essere considerata perlomeno bizzarra l’idea di suonarne uno all’organo di una cattedrale.

Due O blu

Hanns Jelinek (5 dicembre 1901 - 1969): Two blue O’s per celesta, cla­vi­cem­balo, arpa, percussioni e contrabbasso (1959). Michiyoshi Inoue, celesta; Reiko Honsho, clavicembalo; Ma­tsue Yamahata, arpa; Tomoyuki Okada e Mitsuaki Imamura, percussioni; il con­trab­bassista è ignoto.

  1. Organpoint
  2. Ostinato